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Vacca Boia

Amico 1:”Nu, dobbiamo assolutamente andare a vedere Veloce come il vento” “Ma quale? Quello con Stefano Accordi?!” “Eh!” “Vabbè!”.
Amica 2. Luci spente, sta per iniziare il film “Io non sarei mai venuta ma poi il fidanzato dice che ne ha sentito parlare tanto bene”; “e lo so, manco io ma dice che è bello”.
Inizia.
Gli occhi azzurri di una ragazzina sbucano da un casco; volto sudato; voce che esce da un microfono; macchina che corre. La voce nel casco si interrompe; l’uomo che parlava si sente male. Muore. L’uomo che parlava si scopre essere il papà della ragazzina e del di lei fratello, un piccoletto di sette/otto anni.
Funerale del papà ed arriva il terzo fratello: un tossico grave. Stefano Accorsi.
Nel film ci sono una tale concatenazione di sfighe che solo tratto da una storia vera poteva essere.
La mamma li ha abbandonati; la casa in cui vivono è pignorata e rimarrà loro solo se lei vincerà il campionato; il fratello non ci pensa proprio a disintossicarsi; il piccoletto è un asociale; lei, a 17 anni, ha un carico di responsabilità che manco un capo di governo.
Insomma, ne succedono una dietro l’altra.
Ora io non nutro una gran simpatia per Stefano Accorsi, lo devo ammettere, ma in questo film ha dimostrato una bravura rara. La parte del “fattone” gli riesce benissimo.
Cerca di redimersi, capisce il dramma della sorella e prova ad allenarla (perché, manco a dirlo, anche lui è un ex campione poi diventato tossico chissà se il per la carriera mancata o per la mamma fuggita!).
La casa serve a tutti, non possono rimanere in mezzo ad una strada ed infatti l’allenamento funziona: Giulia comincia a vincere, tanto. Lui è un bravo allenatore, diventano una squadra ed alla fine prova ad essere pure un bravo fratello soprattutto per quel “minorato” del piccoletto, che poi minorato non è.
Ne succedono di tutti i colori, inutile che vi sto a dire.
Quello che vi dico, però, è che il film stramerita i soldi del biglietto; che è ben fatto, ben costruito; che Accorsi è bravissimo, ma insieme a lui lo sono la ragazzina e quel bimbo, che ti fa stringere il cuore ogni volta che è inquadrato.
La musica che accompagna le scene è “l’uomo in più” come si dice.
Ti emozioni più o meno dal primo minuto: l’ansia della gara; la tristezza della perdita; la rabbia della mancata disintossicazione; la paura del fallimento; la lacrima finale.
Livio (Accorsi), brutto come pochi e nelle sue immancabili ciabatte, distrugge e costruisce, anche se non vi dico come fa perché dovete andare al cinema, prima che lo tolgano dagli schemi.
Coraggio, mi saprete dire!

Anche no

Ora io dico: se sei Stephen King e hai scritto un milione di libri che bisogno c’era di scrivere questo?!

Non si tratta proprio di un libro, diciamo di un racconto: assurdo. Nell’erba alta.

Fratello e sorella (incinta!) sono in macchina in un posto x, di una radura y degli Stati Uniti; stanno lì che chiacchierano e sentono la voce di un ragazzino che chiede aiuto perché si è perso nell’erba alta. Partono tutti e due, fratello e sorella (incinta!), partono dallo stesso punto ma scendono nell’erba separati (cretini!!!) e si perdono a loro volta dopo un metro.

E da lì: io chiamo te, tu chiami me, il bambino chiama tutti e due; poi la voce di di una donna, poi la presenza malefica di un uomo; poi una pietra magica; poi le botte; poi il fratello trova il bambino, la sorella trova il cattivo e così per 100 pagine di inutilità.

Magari la base c’era pure ma o insisti e ci perdi un po’ di tempo o lascia perdere dall’inizio. Ma che è?!

Non c’era proprio bisogno, Stephen, te lo dico col cuore, ti volevamo bene lo stesso!