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Bene bene bene…

…ma non benissimo! Sapete che uno ha lanciato questa canzone assurda che, però, fa ridere devo ammettere.

Allora il post in questione non riguarda la canzone ma il fatto che mi sono accorta che posso scrivere nmila post sui libri e poi ne scrivo uno sulla moda (o simile) e boom, faccio il botto.

Sono d’accordo con voi, la moda è un grande argomento (forse il mio preferito) e quella genia della Ferragni (e del di lei ex fidanzato nonché grandissimo gnocco) ne sono la prova vivente.

E allora, ragazzi/e, vi parlo un altro po’ del vostro argomento preferito, che poi è pure il mio, ma io non tralascerò mai le recensioni di libri… tra l’altro ne sto leggendo uno che mi fa un sacco di tenerezza ma poi vi dirò.

Ritornando alla Ferragni, sapete tutti – e se non lo sapete ve lo sto dicendo io – che si è messa con Fedez (proposta di matrimonio all’Arena di Verona per i suoi 30 anni etc etc). Ora hanno creato questo binomio di moda in cui lei ci sta perdendo, secondo me, e lui ci sta guadagnando… parlo stilisticamente. Al di là del fatto che lei è sempre vestita Top (e vorrei pure vedere tra Dior, Prada, Ferretti e chiunque altro vi venga in mente) mi sta prendendo questa deriva un po’ coatta che io non posso condividere. Lui, di contro, ogni tanto va vestito caruccio ma ora ha creato questa collezione per Bershka che “il Signore ce ne scampi e liberi!”…ma io dico: perché?! Se ne sentiva il bisogno: un secco NO, mi viene da dire.

Il simbolo è una tigre colorata che è di un brutto ma di un brutto che levatevi… poi stampata su abiti informi: giacchettoni oversize, magliette da bulletto di periferie, calzini bianchi di spugna che mi auguravo fossero caduti nel dimenticatoio.

Ora io non ce l’ho con loro, anzi io li stimo moltissimo, la Ferragni è una maga del marketing e lui mi sta pure simpatico, ma io mi dispero perché mi toccherà vedere in giro ragazzini conciati come i peggiori rapper di periferia. Una cosa che preferirei andare a vedere negli USA per mia scelta e non sul suolo italiano per scelta di un altro. Eppure non vi dico che delirio alla presentazione a Milano, forse mancavo io e tre quarti della palazzina mia perché il resto stava tutto lì. La cosa grave è che il marchio è pure parecchio low cost, quindi è un attimo che i ragazzini procedano all’acquisto.

Ora, Chiara, faccio un appello a te: REDIMITI! Dall’alto del mese della moda che ti sei sparata tra Milano e Parigi, dall’olimpo delle meraviglie che hai visto con i tuoi stessi occhi, passati una cavolo (per non dire cazzo!) di mano sulla coscienza e insegna ai ragazzini a vestirsi, non a coprirsi. Anche il Dio denaro te ne sarà grato. 

Saluti affettuosi.

 

 

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Lui ERA tornato

La prima, e forse l’unica, domanda che mi viene in testa, dopo aver visto questo film è: PERCHE’?

Allora, c’è stato questo autore, Timur Vermes, che ha avuto un’idea geniale e ne ha scritto un libro: Lui è tornato. Lo scrittore ha immaginato che Adolf Hitler si svegliasse in un campo di calcetto nel 2014, come se fosse appena uscito dal suo bunker. Geniale l’idea, geniale l’approccio di Hitler al mondo moderno: ai quotidiani, ad internet, alla tv, al popolo, al nuovo modo di comunicare. Bello, bravo l’autore. Libro ben scritto, una novità assoluta, un libro da leggere. Dissi allora, e ribadisco oggi, che l’autore si era perso nel finale e vabbè… non era facile.

Ora, leggendo il libro ti viene da pensare che se ne poteva trarre un film. E’ perfettamente adatto ad una sceneggiatura. Infatti il film lo hanno fatto: purtroppo, male!

A parte che per questo tipo di film secondo me ci voleva Hollywood, ma mettiamo che siate nazionalisti e non volete vendere i diritti, ok ma potevate affidarvi a qualcuno che il libro lo avesse capito meglio.

Uno scempio.

Aiutatemi a dire brutto.

A parte che da quello che mi ricordo Hitler era un nanetto, o comunque di media statura, e hanno preso un Cristo di due metri per interpretarlo; poi la cosa migliore del libro era la scoperta da parte di Hitler del “nuovo mondo”, come ho detto prima: delle comunicazioni, del popolo, di internet, della tv ma questo nel film questo è trattato proprio di striscio.

Non mi sono piaciuti i protagonisti, non mi è piaciuto il tipo di “girato”, non mi sono piaciute le battute. Una delle attrici protagoniste vestita sempre allo stesso modo: 3 vestiti in tutto per una storia che dura mesi. Lungo, noioso, pesante laddove il libro scorreva velocissimo.

La vostra fortuna è che c’è questa nuova moda al cinema per cui i film li danno per soli 3 giorni e ieri era l’ultimo, quindi ve lo siete perso e non mi dispiace per voi… anzi, mi dispiace per me che l’ho visto e per quei disgraziati che con me stavano.

Il libro compratelo però, perché merita.

 

Zac!

Dunque, parto subito raccontando che la morale di questo film: se sei bionda e riccia, tendenzialmente carina, e ad un certo punto decidi di tagliarti i capelli, diventi immediatamente intelligente e spacchi il mondo. Ecco questa è la morale di Joy, il film che ho visto ieri sera.

È la storia di questa ragazza abbastanza bella che è una sfigata patologia: una famiglia disastrata; una madre attaccata alla tv a vedere telenovelas; un padre che si innamora della qualunque; una sorellastra che la odia; un ex marito nullafacente.

Le uniche che credono in lei e nelle sue invenzioni sono la nonna e la figlia.

La vita di Joy è squallida in tutto: una casa che cade a pezzi, un lavoro che non ama e poi improvvisamente un’idea.

Il moscio, che detta così uno dice “vabbè, hai inventato l’acqua calda” eppure qualcuno deve averlo pure inventato il moscio.

Solo che non è che una si alza la mattina inventa il mocio e lo mettono in produzione, soprattutto se sei una sfigata cronica, devi passare in mezzo a 1000 traversie per fartelo produrre prima, sponsorizzare poi, vendere dopo ancora. Non ultima quella di lottare contro una famiglia che ti mette i bastoni tra le ruote.

Tutto va malissimo; poi tutto sembra andare benissimo; poi di nuovo tutto malissimo fino a che lei un giorno non prende la forbice e taglia i suoi lunghi e bellissimi capelli biondi e ricci (che è l’unico caso in cui io ammetto restino lunghi) e zac, quella che sembrava una scema manipolate dall’universo della sfiga, diventa intelligente e si mangia il mondo: salvo poi farsi ricrescere i capelli!

Ma che vi devo dire? Brutto. Inutile. Insignificante. A tratti fastidioso. Neanche quel ben di Dio di Bradley Cooper è riuscito a farmi cambiare idea sul film, forse perché, essendo ambientato negli anni 80, era vestito in maniera piuttosto improbabile. E vogliamo parlare di De Niro e della Rossellini?! Ma perché?!

Non è un dramma, non è una commedia, c’è una latente tristezza che pervade il film dall’inizio alla fine per il modo in cui la trattano, per il modo in cui deve vivere questa ragazza, per il modo in cui deve superare tutte le difficoltà che le si presentano. Da sola.

Solo che non mi ha provocato neanche empatia, non parteggi per lei perché a un certo punto dici “e che cavolo sei troppo sfigata svegliati, tagliati i capelli che diventi intelligente!”.

Ma io dico può passare questo tipo di messaggio in un film?! Io dico di no.

Il punto più alto del basso è sicuramente la madre seduta sul letto a guardare telenovela che si innamora dell’idraulico di Haiti. Insopportabile.

Ma uno che deve fare per vedere un film decente, se lo deve girare?! Se vi dico che dall’inizio dell’anno la cosa migliore che ho visto è Zalone devo cominciare a farmi qualche domanda.

Forse per questo 2016 devo alimentare solo la mia passione letteraria, posso lasciar perdere quella cinematografia. Meglio che la sera me ne sto a casa con un buon libro che al cinema a vedere film inutili.

E anche per questo, risparmiate i soldi del biglietto che li ho spesi io.

Meglio lavorare, sentite a me!

Dovrei fare una recensione sull’ultimo film che ho visto, che è The Pills – sempre meglio che lavorare.Dovrei, ma l’unica parola che mi viene in mente è: BRUTTO.

È orribile, davvero non si può guardare.

Loro, i ragazzi, hanno avuto un lampo di genio nella creazione dei loro mini video su YouTube. Bravi, carini, divertenti.

Ora, però, ragazzi il cinema è un’altra cosa. 

Io dico: se vi chiamate The Pills da soli avevate capito che queste gag dovevano durare il tempo di una pillola. 

Poco.

Poi c’è questa mania di grandezza che colpisce chi ha mediamente successo e zac, si fanno le scemenze.

Che poi può anche andare bene fare il salto di qualità ma fatevi aiutare, costruite una trama. Non si possono allineare una 20 di “pillole” senza senso, pure i temi delle elementari devono avere un filo che li lega!

Ma poi la lunghezza?! Un sequestro di persona.

Per tutto il tempo ho pensato: vabbè, ci hanno creduto, sperato ed era il loro sogno, ok; ma questi hanno presentato un progetto, c’è qualcuno che gli ha creduto e li ha finanziati. Un mondo di matti! 

L’unica idea carina sono i ragazzini che ti fregano perché il film comincia con loro e ti placano l’istinto di uscire dal cinema appena si spengono le luci. 

Risparmiate questi soldi. 

Li ho spesi io, per carità, salvatevi! 

Non lo Stato eh

Ci penso da qualche ora che vorrei scrivere questa recensione ma non mi viene facile.

Allora ho pensato che era meglio non scrivere niente.

Poi, però, ogni tanto mi tornano dei flash del film e allora scrivo.

E vi scrivo di Alaska.

Per me è molto semplice: c’è un film con Elio Germano al cinema e allora io vado a vederlo perché mi piace sempre lui, qualunque cosa faccia. Penso di aver saltato solo quello su Leopardi, per ovvie ragioni.

Comunque, sono stata a vedere Alaska e mentre lo vedevo pensavo che se lo dovessi sintetizzare in 5 parole direi:

1) sfiga, ma di quella nera. Questo film è il concentrato di tutto quello che non dovrebbe accadere nella vita di due persone. Le persone in questione sono appunto Elio Germano e la di lui compagna. Due ragazzi soli al mondo, senza arte né parte, che insieme rappresentano un concentrato di sfortuna che ne basterebbe la metà. E poi dici “va bé, la sfiga non esiste” e infatti non esiste ma é il frutto di una serie di scelte e di colpi di testa sbagliati che prima lui, poi insieme, poi lei fanno e che ne segna il corso della vita di loro due da soli e di loro due insieme. 

2) amore: grande, immenso, invincibile quello di questa coppia che, appunto perché costretta dal punto 1 a superarne di ogni, diventa sempre più forte e indissolubile con una specie di lieto fine finale che magari non ti aspetti, proprio perché dietro ogni cosa che capita ti aspetti il fulmine a ciel sereno che te li incenerisce;

3) bravura: gigantesca di lui… Ma anche di lei, che ho trovato bellissima, forse poco espressiva, ma bellissima;

4) sintesi: dono che non appartiene alla storia. Tantissime cose, troppe cose. Ad un certo punto pensi “ma da quant’é che sto chiusa dentro a ‘sto cinema?!”. Quando finisce il film sembra passato un mese;

5) rabbia: é il sentimento che, insieme all’amore, viene raccontato più degli altri in questa storia. La rabbia che rovina inizialmente la vita del protagonista; del suo compagno di cella; della sua compagna. La rabbia che, se non controllata, ti uccide e, soprattutto, ti fa uccidere qualcun altro. Ma chi?!

Vedere per sapere, perché per me il film va visto… Certo andate al bagno prima di entrare e non bevete altrimenti la vescica si farà sentire senza pietà durante la lunga visione. 

Blogger we want you

Scena: a cena da una mia amica con altre amiche.

Una di loro mi dice: “Sai sto al libro nr. 6 di De Giovanni, come da te consigliato sul blog”;

un’altra mi fa: “Dopo aver letto di FrùFru abbiamo fatto un ordine collettivo di Clarisonic online”;

un’altra ancora: “Senti ma quest’anno le borchie vanno o non vanno più e che ne pensi delle ballerine?!”.

A questo punto mi si dice: “ma perché non partecipi al concorso “Blogger we want you” di Grazia.it per avere il bollino?!”.

Ehhhhh?! Che cosaaa?! E come si fa?!

Ed è così che prima ancora di prendere il caffè, quindi con poca cognizione del mio nome e cognome, stamattina sono approdata sul sito dove leggo il regolamento per poter partecipare.

Ok.

Subito l’intoppo: decidere a quale categoria appartenere perché qui, lo dice lo stesso sotto pancia del blog, si parla “di tutto un po’ e un po’ di tutto”.

Quindi, non è facile ma ci provo.

Adoro i libri, e si percepisce dalla quantità di recensioni postate e soprattutto adoro consigliarli. Se solo lo 0.99% di chi mi legge ne ha comprato uno perché da me consigliato, mi sento una persona felice (e lo so mi ci vuole poco); idem con patate (ma al forno, che fritte fanno male) per il cinema, anche se ultimamente sono poco diligente. E lo so, recupererò è che, ragazzi, in 6 mesi mi sono successe tante di quelle cose che lo potrei girare io un film… ma questa è un’altra storia… andiamo avanti.

La mia passione smodata per la moda la conoscono pure i sampietrini. La rubrica, sempre attiva qui sopra e che ricordo ai più distratti vadobenecosì, di cui all’omonimo post, non è cosa da lasciar passare in cavalleria. Non dimentichiamoci mai che ogni occasione richiede un suo preciso outfit e che io sono pronta ad alzare la paletta per dire sì o no ma senza la pretesa di giudicare, semmai di aiutare su un legittimo dubbio.

Ancora, qui si parla di sentimenti (i miei per lo più e ultimamente meglio che mi lego le mani con una catena, la chiudo con un lucchetto di cui butto le chiavi per non scrivere quello che mi passa per il cuore); e poi di grammatica, di galateo, di social network; di amicizia; di politica; di uomini e di donne; sicuramente non leggerete di cucina ma per il resto, ragazzi, impossibile catalogarmi… direi che la categoria lifestyle ( così come presente nella sezione di grazia:  http://www.grazia.it/stile-di-vita ) é quella che mi si addice di più.

Bene, e ora?! E ora pensateci voi!!!

http://blogger.grazia.it/blogger?id=1913

Seguitemi.

Ci sono notti che non accadono mai

“E ora sto dietro al Commissario Ricciardi di De Giovanni, tra un po’ finisco e non so proprio a chi dedicarmi” e lui “Ma hai mai letto Missiroli?” E io “No” e lui “E allora inizia”. E così ho fatto.

E dato che non sapevo da dove cominciare, ho cominciato da Atti osceni in luogo privato perché mi piaceva la copertina, perché mi piaceva il titolo.

Non so come siano gli altri ma ho fatto molto bene.

Mi é piaciuta molto la storia di Libero, il romanzo della vita di un uomo che va dall’adolescenza alla maturità.

Dal trasferimento a 13 anni da Milano a Parigi, con sciopero della fame di due giorni per impedirlo, al ritorno ed alla stabilizzazione su Milano dai 20 anni in poi.

É un bel libro per chi, come me, é affascinato dalla letteratura e dal cinema e dai turbamenti amorosi.

A 13 anni non sei nessuno, cominci piano piano a scoprire te stesso e poi gli altri: dal sesso all’amore, dall’insofferenza ad ogni cosa agli interessi per l’universo mondo; dai libri al cinema.

Libero é un bimbo intelligente prima, un uomo stabile e realizzato poi, ma per diventarlo deve passare, come tutti, in mezzo a mille e uno episodi.

La scoperta dell’onanismo prima e del sesso lo porteranno all’amore.

La voglia di giustizia prima e di altruismo poi segneranno la sua professionalità. 

Una famiglia come tante squartata dal migliore amico del papà. 

Un papà colto e un po’ depresso che lo introduce a Camus e Sartre e Buzzati E per finire con Rodari.

Un primo amore bellissimo e doloroso.

Una madre teatrale e affettuosa.

Un amico da tradire.

Un mondo letterario da scoprire e attuare nella vita di tutti i giorni.

Un’amica da preservare.

Una donna da sposare contro la propria coscienza.

Una Milano da conquistare.

Un Togliatti da seppellire.

Un’Alda Merini da incontrare e non riconoscere.

Una Parigi da lasciare.

Insomma, questo libro é tante cose: una scrittura veloce; una prosa semplice; un faticoso e affascinante nozionismo; un curioso sforzo di memoria.

Tante cose e piacevoli da immagazzinare anche se poi mentre divori il libro e stai lí e ti chiedi ma come l’hai già finito?!”, l’unica risposta che ti viene in mente é “eh sì, perché “Eravamo insieme, tutto il resto l’ho dimenticato””.