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MFW

Visto che sono una persona caritatevole, ho seguito per voi la settimana della moda milanese.

Ora, vi dico subito che, al di là di ogni epoca, il migliore e più innovativo e moderno e colorato e raffinato ed elegante e meraviglioso è sempre lui: The King, GIORGIO ARMANI. Guardare per credere la perfezione della gonna, del pantalone, dell’insieme, dei colori, dei tessuti, di GIORGIO ARMANI, che ha 80 (quasi 81) anni. Fate voi. Io non so dare altra definizione alla parola “perfezione”.

Tornando nel mondo reale vi faccio un elenco di cosa ho visto e di chi su tutti mi è piaciuto (o non mi è piaciuto).

Da un paio di anni a questa parte sta nel mio Olimpo Scervino che adoro per il mix di donna/uomo che fa, per le gonne in tulle eteree abbinate a giacche e camicie da uomo squadrate. Allego le mie due proposte preferite.

Un “brava, molto bene, brava” va anche a Elisabetta Franchi che ha tirato fuori una collezione colorata, femminile ma meno femme fatale del solito, allegra, vivace come lei. È felice questa donna e nella collezione si vede. Evviva Dio.

Sapete che non amo molto Jeremy Scott per Moschino ma quest’anno mi era sembrato più carino e infatti il giorno dopo leggo tutta una sua filippica di risposta a chi lo ha accusato di aver copiato collezioni precedenti… e infatti… addirittura i look per Kill Bill avevano l’ispirazione “scarabocchio” (di circa 15 anni fa, quindi quasi prima che lui nascesse nel mondo della moda!).

Un plauso va a: Marras, Alessandro Dell’Acqua e Lorenzo Serafini che adoro.

Anche Ferretti, a cui va l’onore di essere stata la prima della MFW, ed Etro mi sono assai piaciuti.

 

Non ho particolarmente apprezzato:

  1. il country di Stella Jean:

StellaJean

2. Dolce e Gabbana, che mi hanno proprio rotto le palle: basta con questo barocco inutile, non sopporto. E basta anche con la Bellucci, che è diventata la zia di se stessa, mortificata in un abito a pois che qualunque amica le sconsiglierebbe di mettere per non sembrare il doppio, con sandali con plateaux dai quali non so come non sia caduta.

D&G

3. Versace, che è tornata al passato (se mai ne è uscita!) e forse è meglio perché solo lì aveva da dire qualcosa e infatti disegnava il fratello e comunque la sobrietà è un concetto che non appartiene alla Maison.

Versace

 

4. Fendi, che non mi sono mai piaciute e hanno ora anche infestato con il loro logo lo scibile delle felpe. Unwatchble. Si può anche cercare una nuova fantasia, forse queste F hanno stancato, forse eh!

FendiFendi2

4. Vivetta, mi viene da dire solo NO al China style.

Vivetta

Ah dimenticato, ieri sera poi, a chiusura di tutto, c’è stato il green carpet della moda sostenibile dove hanno premiato lo stilista che si è distinto per originalità e l’ecososteniblità. Ha vinto Gilberto Calzolari con un abito che adoro fatto con un sacco di iuta:

Gilberto

 

Ora che i riflettori della MFW si sono spenti, prendiamo un bell’aereo e voliamo a Parigi dove Dior, Gucci e Valentino avranno senz’altro qualcosa da dire. Stay Tuned.

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La collina

Dunque, qualche anno fa, girando su Twitter, sono incappata in una foto di questa ragazza bellissima che aveva un paio di scarpe spaziali e che stava, credo, alle Invasioni barbariche (o qualcosa di simile) a presentare il suo libro.

Le scrivo per sapere di chi erano le scarpe e lei mi risponde, dandomi subito il nome del brand (erano di Patrizia Pepe).

Il libro non lo compro ma comincio a seguire lei.

Lei è Andrea Delogu e io la trovo troppo fica (o figa se siete milanesi): bella, simpatica, spigliata e divertente; si sposa con Francesco Montanari ed il video di lei che canta “T’appartengo” di Ambra allo sposo mi fa sempre ridere e commuovere.

Lei fa la presentatrice, la dj, varie ed eventuali.

Poi, qualche settimana fa, ritira fuori il libro e dice che lo hanno ripubblicato. Questa volta non posso non averlo e lo compro.

Tra l’altro lo ha presentato all’Isola tiberina con l’Orchestraccia (che io amo) e non sono riuscita ad andare ed ho rosicato tantissimo anche perché lei ha un altro grande pregio: è amica di quello gnocco senza pari di Giorgio Caputo… ma questo è un altro discorso, andiamo avanti.

Il libro è La collina ed è bellissimo, avvincente, emozionante.

É un tuffo negli anni ottanta e in una delle “situazioni” più controverse di quel periodo: la comunità di San Patrignano che qui, appunto è la Collina.

La protagonista, Valentina, é nata ed ha vissuto lì fino ai 12 anni ed i suoi genitori hanno superato l’inferno della droga e di quella comunità, che ne ha salvati molti e ne ha rovinati altrettanti.

La vicenda è raccontata da Valentina che è una piccola sana in un mondo di grandi con problemi importanti.

Ora io so che dovrò andare a leggermi tutto quello che trovo sul tema perché nel libro la cronaca si infila nelle storie e voglio approfondire. Ero piccola in quel periodo e non ricordo bene le vicende: mi ricordo bene di quell’omone, che nel libro si chiama Riccardo.

Valentina vive con i genitori, Barbara e Ivan, e questi diventa un pezzo grosso della comunità, suo malgrado. Valentina è amata sopra ogni cosa e i suoi occhi sono quelli dell’innocenza dei bimbi che vedono cose che non dovrebbero vedere, che pagano delle colpe non proprie.

Valentina, però, è stata una bambina felice, lo si percepisce dal racconto ed è bello leggerla mentre racconta.

Succede di tutto: gioie, dolori, botte, processi, fughe, violenze, amori, tradimenti. Di tutto. Ad un certo punto sembra un thriller, poi un romanzo d’amore, poi una biografia o un romanzo storico.

Non ti molla mai, hai sempre una rotella del cervello che pensa: “chissà che sta succedendo in collina”.

È brava Andrea Delogu nel raccontare la sua esperienza da Valentina ed è stato bravo nell’aiutarla a farci entrare in quel mondo sconosciuto Andrea Cedrola.

Passo ad altro io, voi andate in Collina che fa caldo e lì si sta pure freschi di questi tempi.

Buona lettura.

Follia maggiore

Ma che brutto quando finisce un libro con Carlo Monterossi.

Quanto mi piace.

Ci ho messo un po’, avrebbe meritato meno tempo, ho appena finito Follia maggiore di Robecchi.

Ve lo devo dire, a me lo scrittore sta cordialmente antipatico ma come scrive di Carlo Monterossi mi piace troppo ed ogni volta che ne finisco uno penso: e ora?!

Ecco, e ora?! Ne ho preso un altro ma intanto vi dico di Carlo.

Tanto romanticismo in questo omicidio. Tantissimo.

Muore una donna, mamma di una promessa della lirica. E Carlo che c’entra?! Eh, Carlo c’entra sempre.

Poi in questo libro va via come il pane: piace a tutte… e ti credo, aggiungo io!

Al solito, l’omicidio è solo il pretesto per raccontare tante altre storie: quella di Sonia, la figlia della deceduta; quella di Federica, la dama di compagnia; quella di Arturo Serrani, ricco faccendiere. E poi cercare di capire meglio quelle di Oscar e di Ghezzi; di Carlo e Bianca… insomma sempre più amici diventiamo.

Dopo un po’ che lo leggi ti distrai proprio e pensi: ma chi é che hanno ammazzato?! Carlo, in questo libro, ci porta in un mondo romantico, fatto di soldi e bei vestiti ma anche di arte, di lirica e amore, tanto tanto amore.

Infatti lui ci si trova un po’ spaesato, va detto! È piacevole accompagnarlo: spettatori, come lui, inconsapevoli di quello che accade.

Alla fine fa anche tenerezza perché quando ci arrivi, come lui pensi: “ma che veramente?!”.

Insomma è la solita piacevolissima lettura ed, in attesa della sua successiva, io mi butto su altro.

Torto marcio 

Succede che devi partire per lavoro, arrivi all’aeroporto e ti accorgi di non aver preso il Kobo; un attimo di panico poi entri nella prima libreria e compri un libro.Facile.

Ovviamente mi sono interrogata su come sia potuto succedere, semplice:

1) quello che leggevo non mi stava entusiasmando;

2) sapevo di dover fare il viaggio con un collega e di non avere molto tempo per leggere.

L’inconscio ha fatto il resto.

Ho comprato Torto Marcio di Robecchi perché io Carlo Monterossi lo adoro e lo sapete.

Qui, però, per i miei gusti è stato poco presente.

Trattasi di triplice omicidio con un unico segno distintivo: i sassi lasciati sui cadaveri.

La polizia indaga; Carlo, suo malgrado, pure.

Solo che polizia e Carlo prendono due strade diverse pur arrivando, più o meno, allo stesso risultato.

Carlo odia sempre la sua creatura lavorativa ma sta per finire; Oscar ormai è, a tutti gli effetti, un detective; Katrina non si rassegna alla singletudine del sig. Carlo e ne parla con la calamita della Madonna, ma neanche stavolta riuscirà a piazzarlo; il sov. Ghezzi è il vero protagonista stavolta, creando una succursale della stazione di polizia a casa sua con l’aiuto e la connivenza della sig.ra Rosa.

Insomma, i solito personaggi ci sono tutti e si delineano meglio, con incursioni esterne decisamente piacevoli.

Al solito, la scrittura è veloce e pulita; la trama, a tratti scontata, ma non banale, decisamente da leggere.

Io ci ho messo una cifra a finirlo per il mio solito problema dell’affezione ai personaggi, perché tutte le volte che finisce un di questi libri mi sento un po’ orfanella.

Ora ho due possibilità:

1) riprendo in mano il libro iniziato;

2) ne compro un altro.

Penso: la seconda che ho detto.

Leggete bene!

Freddo a Milano

Ecco qui, io vi potrei dire che mi piace Carlo Monterossi, ma non come personaggio di un libro, mi piace proprio come uomo.

Descrizioni fisiche Robecchi non ne fa ,o se le ha fatte nei precedenti libri, ero distratta, certo è che ne descrive il look ed il modo di essere.

Carlo Monterossi, autore televisivo di quella che poteva essere definita la “Milano da bere” veste con giacche destrutturate, maglioncini di cachemire, jeans e sneakers Adidas. E’ sempre pulito e profumato. Non mangia troppo ma beve le cose giuste e poi è, senza ombra di dubbio, un galantuomo. Ecco, questo adoro di lui: come tratta le donne, come tratta gli uomini, come si relaziona al mondo esterno. Lui, bravo e fortunato a fare un lavoro che gli permette a guadagnare molto di più di quello che gli serve e a a seguire casi di cronaca che in qualche modo lo coinvolgono!

Questa volta si trova a risolvere il caso di una escort di alto livello con la quale, in qualche modo, si è interfacciato sempre nel suo modo “delicato” di essere.

Devo essere sincera, ogni tanto nei libri di Robecchi mi perdo rispetto al caso che si sta risolvendo ma i personaggi sono così carini, così delicatamente tratteggiati che è un piacere perdersi a Milano, quando fa freddo, quando c’è vento, quando stare a casa di Carlo sarebbe l’unica cosa da fare.

Quindi: primo omicidio di un venditore di auto; secondo omicidio di una escort di alto livello; collegamenti; indagini parallele tra la “squadra” di Carlo e quella della polizia; soluzioni; tesori, ritrovamenti, freddo, Milano. Tutto questo e molto altro c’è in Di rabbia e di vento. E poi c’è Carlo,  bravo e (immagino) bello ma non da copertina, affascinante.

Vabbè, ora mi devo innamorare di un altro protagonista.

Voi leggete, io cerco. Saluti.

 

Ale’, e basta! 

Ecco, pensavo di leggere un libro di amore e invece… Un solo paradiso di Giorgio Fontana credevo fosse un libro di amore e invece…

Allora, vi dico, dopo mesi e mesi a leggere di omicidi e simili mi sono concessa una domenica diversa con il nuovo libro di Fontana, che adoro. 

E faccio bene perché scrive BENISSIMO.

Peccato che la storia questa volta mi abbia messo un nervoso strano ma devo dire anche a lui. 

Il narratore protagonista incontra un suo vecchio amico in un bar e questo gli racconta la sua storia in generale, la sua storia d’amore in particolare.

E da qui il nervoso.

Trattasi di storia d’amore di non più di sei mesi che porta Alessio a rovinarsi la vita.

La storia d’amore è quella di Alessio, appunto, e Martina che ad un certo punto lo lascia. Ma non è che lo lascia dopo anni o dopo figli o dopo storie tormentate no, lo lascia quasi subito perché si rende conto di non amarlo. Onesta. 

Peccato che Alessio la prende male, troppo male.

La bravura di Fontana sta nel costruire una storia che ti fa venire certi nervi che a pag. 100 (su 194) lo vuoi buttare il libro. Ma non perché è scritto male, tutt’altro, perché è scritto bene al punto che ti viene di prendere Alessio e sbatterlo al muro e dirgli “ohhhhhh, riprenditi!!! E basta!”.

Stessa reazione hanno tutti gli amici e i familiari che si trovano ad interagire con lui nel libro.

Lo stesso narratore alla fine del storia si sente liberato di abbandonare il racconto.

Mi è piaciuto molto com’è scritto; mi sono piaciuti: il coinvolgimento, il trasporto, il senso di angoscia e di impotenza che ti trasmette, la rabbia che ti fa venire. 

Mi è piaciuto e mi è piaciuto anche il sollievo che ti mette la fine perché tutti abbiamo avuto una o più delusioni d’amore e quello che ti viene da pensare alla fine del libro è “ammazza, io sono stata molto più brava a superare eh!”.

Quindi, vedete, non fosse altro che per questo il libro va letto.

Io torno ai miei gialli, a Voi buona lettura. 

Sempre l’amore! 

Agli inizi di giugno ho assistito ad un dibattito a 3: De Giovanni, Manzini e Robecchi.
Ora, dei primi due ho letto pure la lista della spesa quindi come facevo a non leggere Robecchi?! 

E infatti l’ho letto: Questa non è una canzone d’amore.

L’Italia è completa ora: a nord sta Robecchi; al centro Manzini; a sud De Giovanni.

Ora come scrive Robecchi? Bene, no bene devo dire ma all’inizio è faticoso. Diciamo ben oltre l’inizio perché io non posso arrivare ad oltre metà del libro per capire che cosa sto leggendo. O no?

Un paio di omicidi; un protagonista a sua insaputa; almeno 3 o 4 storie che si intrecciano. Ad un certo punto non capisci più manco come ti chiami. Poi però, all’improvviso la nebbia milanese si dirada. I personaggi vengono fuori. Insomma ti conquista ma piano piano, ci vuole un po’ troppo per i miei gusti per affezionarti a Carlo.

Carlo che, devo dire, è un personaggio da subito simpatico. Lui con la sua governante polacca o romena (non mi ricordo, comunque Katrina che andrà a Medjugorie pregando all’andata per Carlo al ritorno per chi cazzo le pare) e la mini squadra CSI che riesce a formare, composta da una lesbica (Nadia) ed un nerd (Oscar)

Lui che lavora in TV (autore di programmi trash pare di intuire) rischia la morte, per colpa sua o di qualcun altro?! E se ve lo dico io che lo comprate a fare il libro?! Da qui una serie di impicci. Solo che gli impicci sono legati a personaggi scollegati tra loro… o almeno così pare! E sono troppi. 

Vi dico. Una serie di storie che pensi: mo’ questo da dove è uscito?! 

La cosa particolare è che si risolvono omicidi senza polizia, che sta defilata e che non entra mai in gioco, mai. Un po’ come una Gomorra milanese: parlano solo i criminali. 

E che criminali: due sicari; due zingari; 3/4 nazisti… e chi più ne ha più ne metta. 

Tutti sulle tracce di un unico losco personaggio. 

Insomma fatica, fatica che, però, devo dire viene premiata e un po’ ti affezioni perché poi la scrittura è piacevole; i personaggi simpatici, alcuni addirittura divertenti. 

Lo sono tanto da voler leggere il secondo libro della saga, quindi vi saluto: c’ho da fa’!