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Quello che non ho

Allora, se c’è una cosa che mi fa incazzare è la… aspettate, però, andiamo con ordine!
Dunque, in questo mese di gennaio (che sembrava non finire mai) ho ricominciato ad andare a teatro.

Nell’ordine ho visto: “Ragazzi di vita” con Lino Guanciale, bellissimo ma di cui non vi ho parlato perché sono andata all’ultima replica a Roma; “Cous cous Klan” altrettanto bello, più impegnativo, ma di cui non vi ho parlato perché non mi andava di scrivere; Favino, in un monologo molto impegnativo ma in cui lui è bravissimo; e, per chiudere il mese, mi sono sparata, il 30, le Russian Stars nello “Schiaccianoci” (e per quanto io non ci capisca niente di balletto vi posso dire che erano abbastanza delle zappe) ed il 31 Neri Marcoré in “Quello che non ho” ed è proprio di quest’ultimo che vi voglio parlare.

Il fastidio, la rabbia, la delusione, l’imbarazzo per lui che mette in scena una tale accozzaglia di banalità.

Ma anche qui voglio andare con ordine.

Ricorre il diciannovesimo anniversario della morte di De Andrè e Marcoré ha pensato bene di mettere in scena uno spettacolo in cui canta le sue canzoni intervallandole con degli intermezzi parlati, che non so definire, su qualsiasi qualsiasi qualsiasi cosa.
Per lo più trattasi di banalità, di retorica, di demagogia allo stato puro.
E, quindi, torniamo all’inizio: se c’è una cosa che mi fa incazzare è la demagogia!

Allora, qualunque cosa vi venga in mente lui l’ha nominata. Qualunque cosa vi venga in mente che faccia parte di una campagna elettorale della parrocchietta. Qualunque cosa che sia già stata detta dall’età della pietra ad oggi.

La fiera dei luoghi comuni: i bambini muoiono di fame ma, grazie al progresso, la mortalità infantile è diminuita del 99%, lo stesso progresso che poi li uccide provocando loro tumori; nel mondo ci sono triliardi di telefonini, che aiutano nelle comunicazioni, ma ammazzano i signori che in Congo estraggono non so quale minerale per farli funzionare; e poi pensate, nel mondo c’è: la povertà, l’inquinamento, la prostituzione, l’odio per gli immigrati, i rom.

Pensate che scoop ieri sera in un’ora e 15 di spettacolo ci ha fornito Marcorè.

In mezzo, qui e lì, canzoni di De Andrè scelte peraltro a caso perché davvero di nessuna attinenza con i pippozzi che ci lesinatva l’attore. Poi: attore?! Anche la parte recitata era recitata per davvero, cioè impostata che penso manco uno ai primi corsi di recitazione.

Ora io mi chiedo: quanti ne ha rovinati, e quanti ancora ne può rovinare, Grillo?! Solo che quello, più di 30 anni fa, ha avuto l’originalità di inventare questo tipo di spettacoli in cui lanciava invettive su tutto senza poter dare (GIUSTAMENTE) alcuna soluzione (cosa che, tra l’altro, continua a fare con il suo Movimento).

La domanda che mi sono posta per tutto lo spettacolo è stata: “ma che mi vuoi significare Marcorè?!”; ma la scoperta dell’acqua calda che stiamo facendo stasera con questo spettacolo, dove dovrebbe portarci?! Mi spiace che gli hanno chiuso le liste perché  forse ambiva ad una candidatura.

Imbarazzante tutto; odiosa qualsiasi cosa; fastidioso in ogni sua parte.

Ad un certo punto mi era venuta voglia di alzare il dito e dire: “Scusi Marcorè, ma si ascolta mentre parla?! Ma si rende conto del becero populismo che sta mettendo in scena?!”. Ecco, dal momento che non si poteva perché non era un dibattito le domande gliele faccio ora.

Risparmiatevi i soldi dello spettacolo perché basta aprire qualsiasi sito di qualsiasi giornale per leggere le stesse cose, magari con l’approfondimento che meritano e non tanto per guadagnarci sopra.

Vergogna!

 

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Una brutta faccenda

Come già sapete, dopo un libro che mi ha deluso devo tornare a casa: laddove per “casa” intendo quei libri di cui già conosco i protagonisti, le ambientazioni, l’atmosfera.

Quei libri con i quali è come rifugiarsi da un amico.

Sapete anche che ho da poco scoperto il commissario Bordelli di Vichi e, quindi, non potevo esimermi dall’acquistare il secondo libro della serie che è Una brutta faccenda.

Non so perché ad un certo punto tutti gli scrittori che si interfacciano con i gialli, i noir, devono affrontare l’argomento “omicidio bambini”: l’ha fatto De Giovanni, per esempio, sia nei Bastardi che con Ricciardi scrivendo – tra l’altro- i miei libri preferiti delle due serie.

Anche Vichi non è stato da meno e qui cerca di trovare un brutale assassino di bambine, ma anche quello di un suo amico ladro… chissà se saranno collegati?!

Vi dico: il libro scorre un po’ meno del precedente, forse perché l’argomento è talmente brutale che c’è davvero poco da ridere. Ci sono tantissimi (forse troppi) flashback sulla guerra, i tedeschi, i nazisti.

C’è un’incursione, però, anche nella vita privata del commissario che si dà da fare sebbene fumi una quantità esagerata di sigarette e davvero sfido una donna ad avvicinarcisi. Non riesco ancora a figurarmelo, sicuramente mangia come uno sfondato ma non mi so ancora immaginare se e quanto sia affascinante; emerge anche la figura di Piras, che è un po’ più che comprimario (vedi episodio cappelli).

Insomma, la primavera fiorentina che tarda ad arrivare in un marzo piovoso appassiona, indigna, affascina.

Bordelli mi piace, anche se a volte le escursioni in guerra sono un po’ faticose.

Ora stacco da lui e vi farò sapere del terzo libro a breve.

Buona lettura.

Fomenti Mattutini

Lo so, sono già stata sull’argomento ma ho bisogno di tornarci!

Ho qualche fomento da condividere con voi.

Fomento nr. 1

Accompagnamento bambini a scuola.

Perché?! Perché?! Perché?!

Usate la macchina per portare i vostri pargoli a scuola!

Perché perché perché?!

Tendenzialmente le scuole, almeno dalla materna alle medie (e poi chi se ne frega perché se ne vanno da soli!) non dovrebbero stare sotto casa?! Io così penso e credo sia così. Ecco, allora mi chiedo TUTTE LE MATTINE perché c’è una doppia fila davanti alle scuole all’entrata che manco in un centro commerciale sotto Natale?!

Perché perché perché?!

Poi dice: “vabbè ma magari poi le Madonne delle mamme vanno a lavoro” e no, qua vi voglio perché non vanno a lavoro, vanno a casa tendenzialmente dato il look da sfollate e allora mi chiedo: “perché non prendete i vostri cazzo di ragazzini per la manina e ce li portate a piedi a scuola?! Perché?!?!?

Fomento nr. 2.

Vigili all’incrocio.

Mi chiedo: ma perché ad un incrocio enorme con semaforo perfettamente funzionante ci mettete i Vigili?! Ho provato a chiedere alla Polizia municipale ma non ho ottenuto risposta. Ma perché se: verde cammino, rosso sto fermo e funziona, io devo vedere quel povero omino in mezzo alle macchine che giocano a tetris e che non fa altro che incastrarle peggio?! Perché?!?!

Fomento nr. 3

Spazio tutto a destra.

Ora, automobilista, che hai ben tre corsie per fare i tuoi porchi comodi, per quale motivo mi occupi pure quello spazietto a destra dove possono passare i motorini?! Perché?! Tanto tu non passi uguale e così non fai passare neanche noi: levati, stronzo!

Fomento nr. 4

E poi ci sei tu.

Tu, donna con la coda che esce dal casco (e questo già dovrebbe farci capire che non sei un’esperta dal momento che, se lo fossi, i capelli li terresti sotto la giacca per proteggerli!); tu, con la borsa a appesa alla spalla anche sul motorino; tu, che hai paura di andare sul motorino e non so perché alla soglia dei 50 anni hai deciso di salire sul due ruote; ecco, proprio tu, ti devi levare dalle palle che fai una fila come sopra… evita, riprendi la macchina, anzi, guarda tendenzialmente ti consiglierei di prendere i mezzi pubblici che secondo me sei un pericolo pure sulle 4 ruote! Levati dalle palle!!!

Oh, e ora che mi sento meglio: buona giornata!

 

Ma dov’è la città di K?! 

“Sai, amica, mi hanno consigliato questo libro. Compralo che è bello”.“Ah sì, ne ho tanto sentito parlare e non mi sono mai decisa a prenderlo. Lo prendo”.

Ed è così che ho letto La trilogia della Città di k.

E Voi mi direte: “Seee, bella scoperta!” e io Vi rispondo: “Bè, ma se nessuno me lo dice che devo comprare un grande libro io che ne so?!”

Ecco. Scostumati.

Allora, che vi devo dire?! Che lo aprite, cominciate un po’ così per la serie “vediamo un po’ qua che c’è da leggere” e poi, dopo 5 minuti, capite che “cazzarola, ma che libro sto leggendo?! Capolavoro!” e va avanti così almeno per buone 200 pagine.

Devo dire che la prima parte la divori. Trattasi della storia di due gemelli che, a ridosso della seconda guerra mondiale, vengono lasciati dalla mamma a casa della nonna in una città non meglio identificata se non come la città di K.

I gemelli sono bambini, piuttosto piccoli, ma raccontano in prima persona e affrontano ogni tipo di disagio legato alla cattiveria della gente e all’avvicinarsi della guerra, insomma ne succedono di tutti i colori.

Sempre attaccati, sempre insieme, intercambiabili. Non se ne scoprono i nomi fino alla seconda parte quando sono costretti a separarsi e così apprendiamo lo sviluppo della vicenda prima dal punto di vista di Lucas, poi da quello di Klaus. 

Su Klaus mi sono un po’ persa, ve lo dico.

Tanto è travolgente il racconto dei due insieme, quanto diventa prima un po’ fastidioso quello di Lukas poi del tutto complicato quello di Klaus.

E’ come se si vedesse lo stesso film ma da angolazioni diverse; un film che, però, non racconta la stessa storia o meglio: qualcosa la si ritrova ma i particolari e la vita dei singoli perdono di unicità.

Non so, uno si aspetta che dal momento della separazione si raccontino le storie dei singoli e invece viene proprio messa in dubbio l’esistenza dell’altro fratello e non solo, viene proprio rivista anche la storia di loro due insieme.

In certi momenti ti viene il mal di testa e pensi: “Ma, dove mi sono persa?!”.

La prosa, però, è perfetta: asciutta, pulita, diretta, senza inutili giri di parole.

Nell’insieme è uno di quei libri che SI DEVONO LEGGERE, che fanno proprio curriculum, che sono imperdibili.

Uno di quei libri che non si perde tempo a leggere.

Buona lettura, a quei 2 che ancora non lo hanno letto! 

Meglio lavorare, sentite a me!

Dovrei fare una recensione sull’ultimo film che ho visto, che è The Pills – sempre meglio che lavorare.Dovrei, ma l’unica parola che mi viene in mente è: BRUTTO.

È orribile, davvero non si può guardare.

Loro, i ragazzi, hanno avuto un lampo di genio nella creazione dei loro mini video su YouTube. Bravi, carini, divertenti.

Ora, però, ragazzi il cinema è un’altra cosa. 

Io dico: se vi chiamate The Pills da soli avevate capito che queste gag dovevano durare il tempo di una pillola. 

Poco.

Poi c’è questa mania di grandezza che colpisce chi ha mediamente successo e zac, si fanno le scemenze.

Che poi può anche andare bene fare il salto di qualità ma fatevi aiutare, costruite una trama. Non si possono allineare una 20 di “pillole” senza senso, pure i temi delle elementari devono avere un filo che li lega!

Ma poi la lunghezza?! Un sequestro di persona.

Per tutto il tempo ho pensato: vabbè, ci hanno creduto, sperato ed era il loro sogno, ok; ma questi hanno presentato un progetto, c’è qualcuno che gli ha creduto e li ha finanziati. Un mondo di matti! 

L’unica idea carina sono i ragazzini che ti fregano perché il film comincia con loro e ti placano l’istinto di uscire dal cinema appena si spengono le luci. 

Risparmiate questi soldi. 

Li ho spesi io, per carità, salvatevi! 

Ben…

Pensavo che è più facile scrivere male di un film che bene perché quando ti è piaciuto poche sono le parole.
Se il film è: carino, ben recitato, ben sceneggiato ed ambientato; con attori all’altezza; con una storia divertente e ben costruita; con una musica divina ma che cosa gli vuoi dire di più?!
E niente, forse questo!
Il nome del figlio è proprio questo.
Davvero un film carino, ben fatto, da vedere.
Cena tra amici, cognati, parenti.
Cena in una casa di radical chic comunisti: piena zeppa di libri in un quartiere di Roma in rivalutazione (sono certa che si tratti del Pigneto).
5 persone: fratello e sorella con i rispettivi coniugi e l’amico di sempre.
La cena parte da un gioco che si trasforma in una serie di litigate e confronti: cose non dette che, finalmente, si dicono; segreti svelati; problemi da risolvere; frustrazioni confessate.
Il tutto tra una zuppa di cavolo ed una crostata. Il tutto tra una presa di posizione e l’altra; tra un attacco ed una difesa; tra un tweet e una telefonata; tra un esercizio di ginnastica e un video rubato.
Loro tutti bravi, tutti affiatati, tutti complici, tutti intonati come nella perfetta canzone di Lucio Dalla abbinata al film.
Quanta nostalgia, quanta perfezione in un solo testo con il parallelo di loro ragazzi che cantavano anni prima la stessa canzone.
Ed è bello pensare che, come nella canzone, se telefoni tra 20 anni sempre lì li trovi, tutti e 5 con le loro debolezze, le cose non dette, i segreti ma sempre inevitabilmente insieme.
Bello.

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Amo (et odi)

Amo i cani perché sono gli esseri più dolci ed emozionanti della terra; perché ogni volta che ti guardano è come fosse la prima e l’ultima volta e provano un amore unico ed irripetibile, assoluto e puro, ma soprattutto disinteressato; (et odi molti dei loro padroni che li umanizzano al punto di considerarli “figli” oppure li trattano come bestie quando le prime bestie sono loro a non raccoglierne la cacca per terra e spero che la pestino, come sono costretti a fare quelli che cani non ne hanno).

Amo i bimbi per i loro occhi limpidi di curiosità, per le espressioni di stupore,  per la loro incrollabile fiducia in mammaa e papà; (et Odi gran parte dei loro genitori che li viziano e li fanno crescere da deficienti. A loro dico: ricordatevi che i bimbi di oggi saranno gli uomini di domani, non li tenete in una bolla che poi scoppia).

Amo il mare per la sua immensità, la sua forza, la sua tranquillità, per i paesaggi che regala, per il suo romanticismo, per la sensazione che provo tutte le volte che lo vedo. (et Odi l’acqua per la sua forza incontrollata ed incontrollabile; per gli sfaceli che combina anche se poi siamo sicuri che è colpa sua e non dell’uomo che costruisce senza rispetto?!).

Amo l’Italia, tanto. La trovo bella, bellissima piena di tutto. Con i suoi paesaggi incantati e i suoi angoli di paradiso, il mare cristallino e le ripide vette (e che è una poesia?!) … va bè, avete capito; (et Odi alcuni italiani sempre pronti a sputare nel piatto dove mangiano; esterofili fino alla nausea perché l’erba del vicino è sempre più verde, anche se a quel vicino l’erba spesso la coloriamo noi!).

Seguirà Odi (et amo).