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Fate il vostro gioco

Una aspetta tutto l’anno che esca un nuovo libro di Manzini su Schiavone, esce il libro, lo legge e poi si deve incazzare.

E questo perché, senza voler spoilerare niente, ti lascia come una cretina.

Finisce in un modo che non ti aspetti, quando non è prevista una fine e a me questo dover rimanere appesa per un anno è cosa che mi fa incazzare.

Poi arriva un mio amico che mi dice: “se avessi letto la terza di copertina già lo avresti saputo e ti saresti evitata l’incazzatura!” e invece no, perché me la sarei solo presa prima.

Comunque “io cuore for ever and ever” Schiavone ed il modo di scrivere di Manzini, è una garanzia di bella lettura in un mondo di ciarlatani.

Rocco è sempre il solito burbero buono e la storia del delitto si incastra con quella sua personale, che è sempre tragica, ma con una luce in fondo al tunnel, che si comincia a vedere.

Non vi dico l’impiccio con Gabriele: il vicequestore è un uomo buono; non vi dico il casino con Italo: il vicequestore è un uomo buono; non vi dico la malinconia con la pianta di limoni: il vicequestore è un uomo buono.

Succede questa cosa meravigliosa con i libri di Manzini: li prendi, li inizi e non lo molli più fino a quando non li hai finiti perché fanno ridere, piangere, riflettere anche con un burbero vicequestore romano in mezzo ai monti della Valle D’Aosta.

Siamo al Casinò questa volta, precisamente quello di Saint Vincent e c’è il solito omicidio però non tanto solito; c’è un giro di soldi; un vizio brutto che è quello del gioco da cui non si riesce ad uscire; c’è un cellulare che non si trova; un segreto che non si scopre… ci sono un sacco di cose che restano tra color che soon sospesi.

Ecco, ed ora io mi chiedo come devo impegnare il tempo fino alla prossima puntata.

Che brutta storia.

Uffa.

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Chiamami con il mio nome

Che libro bellissimo ragazzi, che libro bellissimo!

Ok, partiamo dall’inizio.

Altro libro regalato a Natale: Chiamami con il tuo nome di Andrè Aciman.

È importante anche capire chi ti regala quale libro eh, cioè per me lo è perché penso sempre: ma perché hai scelto proprio questo per me?!

È successo anche in questo caso, soprattutto in questo caso, ed una risposta non sono riuscita a darmela. O meglio, una vi sarebbe, mi piacerebbe fosse quella ma vai a sapere per cui non ci penso più e vado avanti.

Che meravigliosa storia d’amore è questo libro.

ME RA VI GLIO SA.

Vi dico: per le prime 80 pagine un po’ vi annoiate perché rimanete intrappolato in una specie di ossessione.

Vi spiego.

Abbiamo un ragazzo, Elio, di una famiglia colta e benestante, che ospita ogni anno un allievo del padre per una specie di vacanza studio. Nell’estate dei 17 anni di Elio arriva Lo statunitense Oliver, un bellissimo ed affascinante ragazzo di 24 anni. Qui parte l’ossessione: il vorrei ma non posso; il vorrei ma non vuole; il vorrei ma lui non può scegliere me etc etc esattamente come succede in quegli anni terribili dell’adolescenza.

Poi il coraggio di dichiararsi; poi lo stupore di riuscirci; poi la gioia di chiamarsi con il nome dell’altro; poi la felicità dello stare insieme; e poi basta sennò il libro non lo leggete.

Un’esplosione, ad un certo punto il libro esplode e non lo potete più lasciare.

Che bello, che bellissimo!

Vi dico solo che mi sono talmente entusiasmata che sono andata a cercare il dvd del film che ne hanno tratto che, però in Italia, ancora non è neanche uscito.

Non vi so dire quanto è: ben scritto, crudo, emozionante, commovente.

Non vi so dire quanto è bello nonostante: la pesantezza dei primi racconti; l’inutilità di alcuni passaggi (tipo il poeta in Thailandia); la rabbia di certe risposte.

Prendetelo e leggetelo, perché io ho urgente bisogno di parlarne con qualcuno.

Io vado avanti, voi restate.

PS: mi rimane il dubbio se io, nella testa di chi me lo ha regalato, sono: Elio (l’adolescente ossessionato!); Oliver (lo sfrontato innamorato); o noi siamo tutti e due, legati da un amore che non finisce. Personalmente: non mi ritrovo nella prima ipotesi, preferisco la seconda, ambisco alla terza.

I difetti fondamentali 

Dunque io non amo i racconti, non mi sono mai piaciuti perché hanno quella lunghezza che non mi permette di affezionarmi.Nonostante questo se un mio amico mi consiglia un libro non mi tiro mai indietro, soprattutto se non so che il libro in questione è proprio un libro di racconti.

Fatto sta che ho comprato, e letto, la raccolta di racconti intitolata I difetti fondamentali di Luca Ricci.

Ora il titolo mi piace assai.

Per quanto riguarda i racconti sono talmente tanti e di varia lunghezza che mentirei se vi dicessi che mi sono piaciuti tutti: alcuni moltissimo, altri poco, alcuni per niente; tutti però, nell’insieme, mi hanno permesso di capire che la scrittura di Ricci mi piace.

Scrive indubbiamente bene e mi verrebbe di consigliargli un racconto lungo quanto un libro ma ritengo a lui piacciano proprio i racconti, considerati i continui richiami che fa fare ai suoi personaggi prima per vari scrittori che si sono dedicati ai racconti: Buzzati prima Savinio, che ho scoperto essere De Chirico, poi.

Il filo conduttore di tutti i racconti è la scrittura o, meglio, sono gli scrittori, per lo più aspiranti tali, dal momento che in ogni racconto c’è uno di loro: in difficoltà, eccitato, solitario, pazzo, etc. etc.

Riassumendo ho trovato: bello, dolce e delicato il racconto dello scrittore che chiama quotidianamente la casa editrice per sapere del suo libro; cattivo quello dell’amico dello scrittore che gode dell’insuccesso dell’altro; misterioso quello del Premio Strega; inutile quello di Carlo Bo ed il sesso; triste Il Suggestionato con lo scrittore che subisce una metamorfosi alla Kafka ma, invece di diventare un insetto, diventa donna; fastidioso, ma per la rabbia che ti fa venire il protagonista maschile, quello della scrittrice donna che si mette con il critico letterario; commovente quello dello scrittore che regala libri antichi.

Alla fine, Ricci mi ha permesso in parte di ricredermi sui racconti. Non mi convincerò mai fino in fondo: ho bisogno di affezionarmi a personaggi e luoghi e questo non mi riesce con i racconti ma ora so di poterli leggere soprattutto per l’immediatezza con cui si arriva nel cuore della storia, per una come me che odia i preamboli.

Esperimento riuscito, ora torno al libro però in attesa che Ricci decida di scriverne uno.

Chi è costei?! 

Personalmente non mi è mai interessato chi fosse Elena Ferrante.Non ho mai pensato che fosse una di quelle notizie che mi potessero cambiare la vita, l’anno, il mese, la giornata.

Personalmente ho sempre ritenuto che la Ferrante fosse solo una brava, bravissima scrittrice che mi ha allietato molte ore. 

Uomo o donna, giovane o vecchia, non ho mai pensato che potesse influire sul suo modo di scrivere che è bello, bellissimo.

La sua quadrilogia, prima un po’ lenta, poi travolgente mi ha stregato ed ora che ne conosco il vero nome e cognome non cambia una virgola di quello che ho provato leggendo.

Se è possibile mi aiuta solo ad amarla di più perché solidarizzo con lei e con la sua voglia di non volere “rotture di palle”. 

Un certo tipo di giornalismo non arrivo a capirlo. Questo sciacallaggio sulla ricerca del nome, dei conti corrente, non mi può interessare.

E questo perché uomo, donna, bambino la Ferrante rimarrà sempre quella che mi ha tenuto incollata con la bava ai suoi libri; che mi ha emozionato per la sua scrittura pulita, per il suo mondo di amicizia; che ha permesso alla mia migliore amica, dopo anni, di riappassionarsi ad una lettura ed allora scusate ma glielo voglio dire:

 “Elena, chiunque tu sia, per me rimarrai sempre Elena, colei che mi ha regalato infinite emozioni. Grazie!”.

That’s it!

Niente superfluo

Non avevo mai comprato un libro di Romagnoli, pur adorandolo.Poi un mio amico mi ha detto “compralo, che è una lezione di vita” e io, dopo aver pianto per la fine del Cartello, ho effettuato l’acquisto.

D’altronde dopo aver letto un libro così bello ed impegnativo, dovevo pur ricominciare da qualche parte! 

E insomma, l’ho comprato e mi sono ricordata qual è sempre stata la mia remora nell’acquistare i libri di Romagnoli.

Io mi ricordo perfettamente quando mi sono innamorata di lui: nel 2001, il giorno dopo lo scudetto della Roma, scrisse un articolo che ho tenuto per anni. Mi piacque tantissimo. Poi ho fatto l’abbonamento a Vanity fair praticamente per lui e poi l’ho perso e ritrovato in questo libro: Bagaglio a mano.

Io ho un problema con Romagnoli, mi dispiace, ma mi distraggo. 

La sua perfetta scrittura è piena di digressioni, piena ed io perdo attenzione.

Ora questo succede in un articolo di giornale figuriamoci in un libro, seppur breve.

Lui parte da A e per arrivare a B fa il giro intorno alla reale: citazioni di film, poesia, filosofia, sport, vita vissuta e chi più ne ha più ne metta.

E lo so che è il suo stile e questo dovrebbe essere il bello della sua scrittura; e lo so che se non mi piace questo uno si chiede “come fa a piacerti lui?!” e lo so; nello spazio di articolo, peró, è più difficile fare digressioni ed è più difficile distrarsi ma in un libro, sebbene piccolo, vabbè divento scema! 

Il libro usa come metafora il bagaglio a mano da usare in viaggio per parlare del bagaglio che uno dovrebbe portarsi nella vita ma, boh, io la lezione di vita non l’ho colta.

O meglio, liberati delle cose superflue e porta il necessario… forse il succo questo è ma vado ad intuito, perché mentre dribbli il nozionismo e la sfacciata presunzione della sua infinita cultura, ti sei scordata il punto di partenza ed alla fine di ogni capitolo ti viene da chiederti: e quindi?! Ma soprattutto: se mi devo portare solo il necessario quanta scrittura superflua c’è in questo libro?! 

Non so, resta la mia stima. 

Continuo a pensare che lui sia un bravissimo giornalista ma preferisco non cascarci più e leggere altro.

Chiedo perdono e nel mio bagaglio a mano continuerò a portare quei superflui 10 paia di scarpe anche se fuori devo stare 3 giorni! 

Ci sono notti che non accadono mai

“E ora sto dietro al Commissario Ricciardi di De Giovanni, tra un po’ finisco e non so proprio a chi dedicarmi” e lui “Ma hai mai letto Missiroli?” E io “No” e lui “E allora inizia”. E così ho fatto.

E dato che non sapevo da dove cominciare, ho cominciato da Atti osceni in luogo privato perché mi piaceva la copertina, perché mi piaceva il titolo.

Non so come siano gli altri ma ho fatto molto bene.

Mi é piaciuta molto la storia di Libero, il romanzo della vita di un uomo che va dall’adolescenza alla maturità.

Dal trasferimento a 13 anni da Milano a Parigi, con sciopero della fame di due giorni per impedirlo, al ritorno ed alla stabilizzazione su Milano dai 20 anni in poi.

É un bel libro per chi, come me, é affascinato dalla letteratura e dal cinema e dai turbamenti amorosi.

A 13 anni non sei nessuno, cominci piano piano a scoprire te stesso e poi gli altri: dal sesso all’amore, dall’insofferenza ad ogni cosa agli interessi per l’universo mondo; dai libri al cinema.

Libero é un bimbo intelligente prima, un uomo stabile e realizzato poi, ma per diventarlo deve passare, come tutti, in mezzo a mille e uno episodi.

La scoperta dell’onanismo prima e del sesso lo porteranno all’amore.

La voglia di giustizia prima e di altruismo poi segneranno la sua professionalità. 

Una famiglia come tante squartata dal migliore amico del papà. 

Un papà colto e un po’ depresso che lo introduce a Camus e Sartre e Buzzati E per finire con Rodari.

Un primo amore bellissimo e doloroso.

Una madre teatrale e affettuosa.

Un amico da tradire.

Un mondo letterario da scoprire e attuare nella vita di tutti i giorni.

Un’amica da preservare.

Una donna da sposare contro la propria coscienza.

Una Milano da conquistare.

Un Togliatti da seppellire.

Un’Alda Merini da incontrare e non riconoscere.

Una Parigi da lasciare.

Insomma, questo libro é tante cose: una scrittura veloce; una prosa semplice; un faticoso e affascinante nozionismo; un curioso sforzo di memoria.

Tante cose e piacevoli da immagazzinare anche se poi mentre divori il libro e stai lí e ti chiedi ma come l’hai già finito?!”, l’unica risposta che ti viene in mente é “eh sì, perché “Eravamo insieme, tutto il resto l’ho dimenticato””.

Niente scoop

Sapete ormai no?!

Quando trovo uno scrittore che mi piace come scrive, ad intervalli regolari, ne compro un libro per intervallare gli altri.

Così ho cominciato a fare con Carofiglio, perché mi piace come scrive.

E mi piace perché ha una scrittura scorrevole, fluida, semplice, poco arzigogolata. Insomma mi piace.

Leggendolo, però, capisco che mi piace più come scrive che quello che scrive perché poi le storie (per carità lui è molto prolifico ed io per ora ho letto solo due libri!) mi lasciano sempre un po’ perplessa.

Il silenzio dell’onda è la storia di un carabiniere che ha fatto per anni la vita dell’infiltrato e ne è rimasto scottato (tanto per fare una rima!); ha bisogno di una terapia psichiatrica riabilitativa che sarà la sua salvezza, non solo perché lo guarisce, ma perché gli regalerà l’amore ed il riscatto lavorativo.

Ecco, questa è la storia per tratti generali.

E la storia scorre, è veloce, si fa leggere anche se poi di fatto ti racconta poco.

Entri nella vita di Roberto, vai avanti perché vuoi sapere ma quello che scopri poi non è da lasciarti a bocca aperta; per carità, il fatto c’è ma non c’è lo scoop, quella cosa per cui dice “eh, addirittura!”.

Nonostante questo vai avanti a leggere e sei contenta e pensi a Roberto, a Giacomo, a Emma; e pensi alle loro vite e a quella del Dottore; e pensi a come sia facile accompagnarli nella loro storia perché lo scrittore sa come tirarti dentro e farsi seguire anche se non ha lo scoop.

Vi pare poco?! A me no. Anzi.

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