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Ricordi

Sono appena tornata dalla Grecia.

Io amo la Grecia, ci sono stata nmila volete ed nmila volte ci tornerei.

Beh, ero lì, chiacchieravo e mi è venuto in mente un episodio che prontamente ho raccontato alla mia nuova (e meravigliosa) compagna di viaggio.

L’episodio era questo: io e te a Skiatos, che a momenti finivamo in mare lanciate dal ponte di una di quelle barchette per le crociere giornaliere. Tu, che non sapevi nuotare, presente a te stessa che mi davi indicazioni su come mi dovevo reggere su quella barchetta; io, che so decisamente nuotare, in preda al panico perché pensavo “se qua caschiamo, pensa prima a lei che non sa reggersi a galla e poi pensa a te, ce la puoi fare”. Poi siamo, ovviamente sopravvissute, perché mai in realtà abbiamo corso un serio pericolo, e ci siamo fatte un sacco di risate alla scena di me che, prima di essere scaraventata a terra, mi sistemavo la gonnellina perché mi faceva schifo stare su quel legno senza protezione con il mare sotto a forza 200.

Ecco, ho raccontato tutto questo e poi ho cominciato a piangere perché ho pensato ai ricordi, a quanto dannatamente mi manchi, a quanto non sia giusto che tu non ci sia più.

Allora ho realizzato che ci sono delle cose (milioni) che io ho vissuto solo con te, dei ricordi (centinaia di migliaia) che avevamo in comune solo io e te e che, raccontati, non potranno mai fare lo stesso effetto.

Ci avete mai pensato?

Ci avete mai pensato che quando ricordi una cosa e lo fai con chi era con te è una cosa diversa dal raccontarlo ad un terzo che non c’era?! Magari è una banalità ma c’è una complicità nel ricordo che si può condividere solo con chi ha vissuto la stessa cosa.

Ora per me quelle centinaia di migliaia di ricordi di cose che abbiamo fatto solo io e te insieme sono il mio tesoretto, sono la mia isola felice, quell’isola in cui rifugiarmi quando penso che sia insopportabile la tua perdita, quando ho bisogno di pensare che non è vero che te ne sei andata ma che sei ancora con me.

Su quella barca a dirmi come fare ci sei solo tu con me (e vabbè la famiglia albanese che forse mi sarà difficile ritrovare); a Petra di notte ci sei solo tu con me; all’ingresso dell’Ermitage da sole ci sei solo tu con me; nel castello di Edimburgo, sotto la neve di Cracovia, a meno 20 gradi a Varsavia, nella chiesetta di Mamma mia a Skopelos, a fare snorkeling ad Akaba, a 20 gradi a Stoccolma (e noi con il piumino), al Guggenheim di Bilbao, alla festa greca di Ferragosto ad Alonissos, a reggerti sul Mar Morto, sulla piazza rossa di Mosca, nella repubblica della felicità di Vilnius ci sei solo tu con me.

E ci sei sempre, ci sarai sempre, viva e felice come solo tu sapevi essere.

Io me li tengo stretti quei ricordi e li racconterò a chi avrà voglia di ascoltarli perché mai mai mai dovrò dimenticare; mai mai mai dovrò dimenticare di quando eri viva e felice come solo tu sapevi essere.

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Che problemi hanno?

Che problemi hanno quelli che:

⁃ spariscono senza motivo da un giorno all’altro, siano essi: mariti, compagni (e magari ne hanno pure un qualche straccio di motivo, sebbene dopo tanto amore forse qualche chiacchiera serve); amici (e pure qui sparire va bene per un po’ poi una qualche spiegazione è gradita); nessuno (nel senso nessuno nella vita dell’essere umano da cui spariscono, che sparite a fare se non ci siete mai stati?);

⁃ cancellano o bloccano sui social network, ma che avete due anni?! Secondo me è un comportamento che manco alle elementari ve lo giustificano più;

⁃ dicono “ci vediamo domani a pranzo” e non solo per il pranzo dell’indomani non si fanno vivi, ma non si fanno vivi proprio più… ma chi v’ha mai chiesto niente?!

⁃ Si fidanzano con il grande amore della propria vita e non si sentono più, salvo poi tornare quando si accorgono che l’amore non era poi così grande;

⁃ non rispondono ai messaggi quando uno fa loro una domanda, li invita fuori o simili, ma quanto tempo può rubate scrivere “ciao” o “scusa non posso” o “grazie”, non ci si mette più tempo a fare finta di non aver visto?

⁃ Inventano scuse per riagganciare un rapporto quando la cosa migliore è sempre la verità: “mi mancavi”, “avevo voglia di risentirti”… sono frasi che si possono dire eh, non vi arresta nessuno!

Io purtroppo, o per fortuna, sono dell’idea che le menate da adolescenti non reggano più. Ci vuole maturità o, banalmente, un minimo di coraggio, se così si può definire, nell’affrontare le cose.

Per esempio:

1. se ci sentiamo tutti i giorni per mesi e poi, senza motivo, decidi di sparire, io te lo faccio notare perché non c’è un motivo valido per dileguarsi; penso non ci sia mai ma, se c’è, ritengo giusto che l’altra parte lo sappia. O no?!

2. Se mi dici “a domani” per me se non è domani è dopo domani ma ti fai sentire perché me l’hai detto tu, nessuno te l’ha chiesto.

E potrei continuare ma mi fermo.

Ci tengo anche a precisare che ogni riferimento a persone o cose o è puramente casuale o avete la coda di paglia, vedete voi.

Maria cucina punto it

L’altro giorno apro Facebook e tra le notizie leggo un post della mia amica Maria, la quale pubblica una delle tante ricette che conosce.

Mi metto lì, leggo la ricetta e (al di là del fatto che io non mangio il pesce) le seppie con humus (e non ricordo quale altro ingrediente) sembrano, magicamente, la cosa più facile da fare nella vita.

Ecco Maria, come tutte le cuoche, ha questa capacità del “che ci vuole”…cioè ti propone la torta a mille strati, la caponata di ogni tipo di vegetale, il riso in crosta di parmigiano, in 10 minuti.

Maria, per fortuna vostra, ha un blog di cucina che vi invito a consultare e si chiama mariacucina.it .

Ora, il mio spottone è legato al fatto che io la sua cucina l’ho provata.

Circa dieci giorni fa mi ha invitata a cena e che facevo?! Non ci andavo?!

A differenza di quello che si può immaginare lei non pesa 200kg e ti accoglie con la parannanza no, lei è secca un chiodo, apre la porta in minigonna e ti imbandisce una tavola che manco ad un pranzo di nozze!

Vegetariana io, vegetariana lei mi ha fatto assaggiare giusto due cose che tanto “che ci vuole”: crostini con burrata; guacamole preparato da lei; pasta pomodorini secchi e zucchine; felafel e caponata; e, per finire, creme caramel!

Ma che vi devo raccontare di più?! Dei felafel forse che, su tutto, mi hanno conquistata… perché la genia li ha fatti come vanno fatti, ossia con le fave, e non con i ceci.

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Ora, facciamo così: voi vi fate un giro sul blog, sperimentate le ricette, le mettete a punto e mi invitate; io confido nella magnanimità e nelle porzioni take away di Maria.

Daje, che squadra che siamo!

 

E’ facile

E’ tanto che non scrivo post che non riguardino: libri, teatro, cinema.

Avrei voluto parlarvi di tante cose: Sanremo (Favino gnocco); Milano Fashion Week (Scervino strabiliante); i fatti di Cisterna (l’orrore vero!); la maestra contro il poliziotto (io boh!) ma ci sono dei momenti in cui fai delle RIFLESSIONI sulla tua esistenza e non hai voglia di parlare.

Ci sono dei momenti in cui ti senti così profondamente TRISTE che tutto il resto ti sembra inutile.

Ci sono dei momenti in cui realizzi che niente sarà più come PRIMA.

Ecco, in questi momenti ti rendi conto di alcune banalità (ne bastano appena 5) che hai bisogno di fissare in un post.

  1. E’ facile stare accanto a qualcuno quando va tutto bene ma quando il mare è in tempesta, e tu non sei pienamente in forma, resta solo chi vale davvero la pena che resti.
  2. E’ facile dire ad una persona “ti amo”, è facile pensare solo al “proprio” amore; più difficile è cogliere il momento dell’altro, più difficile è capire perché si sta ricevendo un “no”, questo lo capisce solo chi ama davvero e chi non lo capisce sta bene da solo.
  3. E’ facile pensare che una persona sia una stronza, più difficile è spiegarne le motivazioni.
  4. E’ facile non invitare ad un evento la stronza di cui sopra, pur avendo invitato pure la maestra delle elementari, più difficile avere il coraggio di motivare l’esclusione.
  5. E’ facile puntare il dito non sapendo, più difficile tenerselo in tasca anche se fa freddo.

E dalla sezione “pippe” è tutto, torno ai libri, teatro, cinema… saluti.

 

Tattoo

Vi racconto una storia.

Il tatuaggio è un concetto che non mi è mai appartenuto.

Non mi sono mai fatta prendere dalla moda ed ho sempre pensato che questa cosa del “per sempre” non mi avrebbe avuto mai.

“Per sempre” non esiste, non c’è: oggi mi piace una cosa, domani no; oggi voglio bene ad una persona, domani no; oggi amo te, domani no (forse!).

E la moda poi no, per quanto sia fissata io, per me è un’altra cosa, non un segno sul corpo.

Punto, questo era.

E poi negli anni qualcosa è cambiato, più che altro sono successe delle cose che mi hanno fatto cambiare idea.

E allora il mio “tattoo mai” è diventato “chissà, può darsi” ma ho sempre pensato che il mio “può darsi” dovesse essere legato a qualcosa che, appunto, fosse per sempre.

Così mi è balenata l’idea la prima volta che sono uscita, o almeno pensavo lo fossi, da una storia d’amore ma poi ci ho ripensato (e ho fatto bene!); quindi, per suggellare un’amicizia ma alla fine è diventato “noi due non abbiamo bisogno di suggelli”; e, poi, all’improvviso è successo l’imprevedibile et voilà.

E’ successo che te ne sei andata; che un giorno di ottobre hai deciso che basta non ce la facevi più; che non mi potevi più proteggere dall’orrore del tuo male e che dovevi pensare a te.

Lo capisco, hai fatto bene, ma la mancanza che sento io è al di sopra del bene e del male.

Allora così, una mattina mi sono svegliata ed ho pensato che questo momento me lo volevo ricordare; che non basta averti nel cuore, che è necessario averti addosso: PER SEMPRE.

E così ti ho presa e ti ho messa, per sempre, sul mio polso, sinistro, quello del cuore.

Questo è il posto tuo, Stefi, per sempre con me, una stella sul lato del cuore.

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La questione

C’è questa questione della morte che io non riesco tanto a capire.

C’è questa questione delle lacrime che scendono e non si vogliono fermare.

C’è questa questione del dolore enorme, profondo, infinito che arriva e non ti lascia mai.

C’è questa questione dei ricordi che ti stanno nel cuore e nella testa e ti accompagnano ma ti fanno male.

C’è questa questione del non riuscire a rassegnarsi al non vedersi più.

C’è questa questione del senso di vuoto che si sente in ogni momento della giornata, come se ti mancasse una gamba, un braccio, una sorella.

C’è questa questione della mancanza che ti accompagna da quando ti alzi la mattina a quando ti metti a letto la sera.

C’è questa questione della rabbia che spaccheresti tutto perché ci hai provato ma non ci sei riuscita.

C’è questa questione della forza che hai perso e ti sembra di non trovarne più.

C’è questa questione che pensi di stare vivendo un incubo, ma vai a letto la sera e ti alzi la mattina e dall’incubo non ti svegli mai.

C’è questa questione del cuore che ti fa male perché ha perso un pezzo che sta lì con te.

C’è questa questione dell’amore profondo che nasce all’improvviso e non finisce.

C’è questa questione del “per sempre” che con te ha finalmente un senso.

Grazie.

Tutti matti

Apprendo ora di una circolare e che vieta ai professori delle scuole medie di far uscire i ragazzi preadolescenti, fino ai 14 anni, da soli per tornare a casa. Devono essere affidati alle cure di mamma, papà, nonni, zii, baby sitter e forse pure del Papa, laddove si è credenti. Alla base di questo dictat ci sarebbe un articolo del codice penale che considera i minori di 14 anni assolutamente incapaci. 

Ora, si dà il caso che da quando è iniziata la scuola io TUTTE le mattine tiro giù qualche santo del calendario per venire a guardare cosa accade davanti alle scuole che incontro sulla strada per il lavoro. Perché è assolutamente inconcepibile, per quanto mi riguarda, il blocco del traffico a causa di centomila genitori che accompagnano (possibilmente con SUV) i pargoli a scuola, da 0, a questo punto, ai 14 anni. 

Ma che cosa stiamo crescendo, mi chiedo io?! Una massa di incapaci?! Altro che “bambacioni”, pure questi sono certa abbiano goduto di una loro autonomia nella fase preadolescenziare. 

Pensate che io istituirei un premio per tutti i genitori che accompagnano i bimbi delle elementari a scuola a piedi perché, come ho avuto modo di dire mille volte, le scuole dovrebbero stare nel quartiere, potenzialmente nella via, in cui risiedono le famiglie quindi lo scopo di  sfoggiare macchinoni francamente lo ignoro.

A maggior ragione mi viene da pensare che “bello di genitore, alle medie a scuola vai e torni da solo!”… magari con loro che alle prime volte ti guardano da lontano. E d’accordo che la scuola ha la sua responsabilità, e d’accordo che il codice penale ha l’articolo che parla dei 14 anni, ma a che età sarà il caso di responsabilizzarli secondo voi?! Ai 18?!

Senza contare che chi non ha nonni, baby sitter, zii disponibili dovrebbe rinunciare a lavorare!

Mi permetto, poi, di fare un’altra considerazione: i genitori saranno o non saranno in grado di valutare la maturità dei propri pargoli, al di là della campana di vetro sotto la quale li spolverano?! Io mi auguro di sì e sennò non li fate i figli che non è un obbligo eh!

E poi ci vuole sempre un minimo di buon senso nel fare e nel non fare, nel dire e nel non dire, nell’accompagnare o nel lasciarli liberi: usiamolo, tutti!