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Manifesto

Sono stata a vedere la mostra Manifesto di Julian Rosefeldt al Palazzo delle Esposizioni.

Ora io raramente vi parlo di mostre, forse non l’ho mai fatto, ma questa merita un commento.

Intanto qualche consiglio preliminare.

Sappiate che avete bisogno di più di due ore per vederla tutta: si tratta infatti di 13 filmati di 12 minuti circa l’uno, tranne il prologo che ne dura 4.

Sebbene non creda che ci sia mai grossa affluenza, cercate di andare quando c’è poca gente (io ci sono andata il venerdì alle 20, perché chiude alle 22.30 come il sabato) in modo da non fare a cazzotti per seguire.

All’ingresso vi danno un libretto, tenetelo come oro colato perché è la traduzione di tutti i filmati che vedrete e vi aiuterà a capire ed apprezzare meglio.

Detto questo vi racconto della mostra.

Cate Blanchett interpreta le 12 donne dei filmati e, ognuna, decanta un manifesto artistico: pop art, futurismo, dadaismo etc. etc.

E una volta è una barbona, poi coreografa, poi burattinaia, poi mamma modello “Verona”, poi sempre bellissima.

Una bravura rara la sua, riesci a scordarti in un secondo quello che hai visto 12 minuti prima e ti sembra di guardare un’altra attrice.

I filmati sono curati allo sfinimento, il trucco di lei perfetto, le ambientazioni (sopratutto alcune, tipo “Architettura”) notevolissime.

Ad un certo punto dei 12 minuti poi, tutte le Cate insieme declamano il manifesto del filmato: tutte all’unisono, ciascuna il suo (anche se io ci ho messo 3 filmati a capire che non dicevano tutte la stessa cosa… ho i miei tempi!) ed è fantastico il colpo d’occhio con lei in primo piano che recita questa specie di nenia.

BELLISSIMO.

“L’arte di oggi è un falso” dice la giornalista; “No all’eroico, no all’Antieroico” la coreografa; “In arte c’è bisogno di verità, non di sincerità” la scienziata e così via.

BELLISSIMO.

Devo ammettere che all’inizio sono rimasta un po’ spiazzata ed ho pensato “ma perché non vado a vedere le mostre degli impressionisti come fanno tutti!” poi però. quando ti liberi dalla necessità di capire tutti i passaggi, li capisci tutti.

Avete tempo fino al 22 aprile, apprezzatene tutti.

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8 marzo

Tutti gli anni la stessa storia:

  • “non è una festa, è una “giornata internazionale”;
  • la donna non si deve festeggiare solo oggi ma tutti i giorni;
  • no fiori ma opere di bene.

Bene, brave, mi trovate d’accordo ma, al netto di quelle che mi sembrano essere delle ovvietà, io rivendico il diritto di avere piacere se:

  • le mie migliori amiche (perché non può essercene una sola!) oggi più di ieri – e meno di domani – hanno un pensiero per me e mi scrivono “A te, che sei una donna meravigliosa buona festa (o giornata internazionale che dir si voglia)!”;
  • mia mamma (ed io a lei) mi invia una foto di mimosa, che peraltro trovo essere un fiori bellissimo e giallo (ed io amo il giallo);
  • qualcuno avesse il pensiero di mandarmi dei fiori (e questo non succede ma del resto manco mi sono arrivati i cioccolatini a San Valentino) perché a me i fiori piacciono e ho capito “tutti i giorni” ma non arrivano e allora una potrebbe legittimamente aspettare l’occasione… che tanto non arrivano uguale!

Perché io penso che avete ragione da vendere, lotte e lotte sono state fatte, ma non è che celebrando una data (o meno) alcuni uomini smetteranno di picchiare alcune donne, nell’ambiente di lavoro verrete considerate con più attenzione ed un milione di altre questioni irrisolte. Diamoci pace.

Quindi, io dico: “Buona festa/giornata internazionale a tutte e sentitevi libere oggi (E SEMPRE!) di rivendicare i vostri diritti”… anche quello di accettare gli auguri o un mazzo di fiori.

A tal proposito siete ancora in tempo… a richiesta, in privato, mando indirizzo a cui recapitare i fiori. Affrettatevi!!!

Suburra 2

Allora é successo quanto segue.

Circa due mesi fa Netflix fa uscire la notizia che il 22 febbraio esce Suburra 2. Lo segno sull’agendina, che se una cosa non sta scritta lì non esiste.

Il 22 finalmente arriva e io che faccio?! Esco.

Il 23 mattina alle ore 9 mi piazzo davanti alla tv e mi sparo di seguito i primi tre episodi. Comincio già a pensare sinti e a fare pensieri impuri su Aureliano quindi decido di alzarmi dal divano, prepararmi ed uscire.

Pranzo al mare con mia super amica, passaggio nella mia bottega preferita, baci e abbracci a tutte ed alle 19 mi riposiziono davanti alla tv.

Di nuovo mi sparo 2 episodi a raffica e comincio ad interrogarmi se è meglio usare una pistola o un coltello nonché a pensare che è un peccato che la zingara debba vestirsi da far impallidire Disegual.

Premo stop e mi sposto sulla partita della Roma, che, in maniera fin troppo sofferta, vince sul Frosinone.

Mi concedo un altro episodio.

Vado a letto, mi sveglio, mi tuffo negli ultimi due episodi.

Sono le 10.15 del 24 febbraio ed io ho già finito di vedere Suburra 2 e solo perché sono stata molto brava ad uscire.

Ora la cosa bellissima e bruttissima di Netflix è che ti molla lì la serie tutta insieme, di venerdì e chi è così bravo da non farsi una scorpacciata?! Io no!

Ora toccherà aspettare quel paio di anni per vedere la terza serie… basta poco, che ci vuole?!?

Allora, secondo me, insieme a Gomorra uno dei prodotti meglio riusciti delle serie nostrane.

Ci sono: violenza, passione, amore, amicizia, attori molto bravi, azione, vendetta.

C’è tutto quello che deve avere una serie per appassionare.

Tutto.

E io sono appassionata.

Un paio di cose mi hanno dato ai nervi: quella grandissima stronza della poliziotta, che non credo ci toglieremo dalle scatole facilmente; le treccine della nuova arrivata che mi metterei lì io a scioglierle ad una ad una… LE VA TE LE; la faccia della moglie di Cinaglia mono espressiva sia che guardi i figli sia che assista ad una strage; i look della moglie di Spadino che mi mandano fuori di testa.

E poche altre cose che nell’isieme scompaiono perché a me la serie piace.

Molto.

Ora qualsiasi cosa dica può risultare uno spoiler, quindi vi dico 3 cose o che già sapete o che non vi cambiano niente.

1. Alessandro Borghi, oltre ad essere bravo, bravissimo per me è il Bradley Cooper italiano, di una bonezza che travalica i confini di Roma. Esagerato.

2. Per tutte le 8 puntate mi sono chiesta: ma perché la produzione ha scelto telefoni per i protagonisti (soprattutto quelli non criminali perché su di loro una spiegazione me la do pure) di circa 20 anni fa?!? La poliziotta addirittura una “cozza” ha, non so il termine tecnico… avete presente quelli che si aprono?! Non ne vedevo dal 2000; la Gerini sta con il BlackBerry che ormai credo sia fallita. Non capisco.

3. Roma è dannata e bellissima. La fotografia della serie é da applausi. La messa in mezzo alle rovine uno spettacolo.

Bene. Non mi resta che augurarvi buona visione, io passerò le notti a fare pensieri impuri su Aureliano. Passo e chiudo.

PS: un plauso a Spedino, che è sempre Top!

Sanremo 2019

Sono passate due serate e non ho visto un fotogramma in diretta di Sanremo.

Già prima che iniziasse sapevo però che la Raffaela sarebbe stata vestita da Armani (prima e ultima sera), Schiaparelli e Lorenzo Serafini in mezzo; Scervino per Baglioni; Etrò e Armani per Bisio.

Ho guardato qualche abito solo perché non resisto e perché mi pare che non se ne possa fare a meno se poco poco apri un giornale anche online.

La prima parola che mi viene in mente è: NOIA.

Prima di tutto denunciamo il parrucchiere della Raffaele che la sta rovinando. Bel corpo lei ma la faccia e la capoccia no, grazie! Tagliare i capelli, alleggerire quella massa informe: daje. Sugli abiti della prima sera Armani mi ha un po’ deluso: primo abito già visto su Nicole Kidman; secondo non adatto a lei e terzo talmente semplice da risultare banale. Seconda sera: Schiaparelli cineseria doppia e Atelier Emè una bomboniera. Per me basta così, non mi sembra il caso di guardare oltre.

Mi ha annoiata anche moltissimo la Hunzinker nella sua uscita in Armani Priveè e mi ha annoiata perchè l’abito doppio, con pantaloni a sigaretta con top, ed ampissima gonna sopra, da togliere per ballare, l’avremo vista forse in mille mille salse, milioni di volte.

 

Stendo un pietoso velo su:

  1. Loredana Bertè, inguaiata da Saitto la prima e la seconda sera con quelle minigonne che “anche basta, hai 100 anni” e poi quelle gambe erano belle una volta… ora non più direi, le spallone anni ’90 che manco ai cani, per non parlare del trucco da clown.
  2. Arisa, santa pace, Arisa. La prima sera vestita da infermiera, la seconda sera poteva non essere male il completo ma assolutamente non adatto a lei. Penalizzata in ogni suo angolo. Il tutto regalato da Albagia.
  3.  Patty Pravo. E qui sono senza parole. Basta la foto della prima sera: Pravo

Vi risparmierei il commento sugli uomini perché francamente ho poco da dire. Eleganti, piuttosto banali. Vi dirò che mi è piaciuto Achille Lauro, che ignoro chi sia, in Pignatelli. I Volo proprio una cosa di una bruttezza molto rara. E vi segnalo i calzini bianchi di spugna di questo tale che si chiama Maurizio Carucci degli ex Otago, che non so chi sia e manco lo voglio sapere: 

Menzione speciale per Renga e Favino che starebbero bene anche con un saio:

Infine, le mie sole ed uniche preferite: Paola Turci e Fiorella Mannoia.

La prima in due jumpsuit perfette di DSquared: total white la prima sera e total black la seconda sera, PERFETTE le jumpsuit e lei. Ha vinto tutto, come l’anno scorso del resto, quando aveva scelto la mia Stella.

 

Molto brava anche Fiorella Mannoia, che ha finalmente capito di avere sessanta anni e si è fatta sistemare da Dolce & Gabbana in uno smoking damascato bellissimo.

Mannoia

Per me Sanremo finisce qui, domani non mi disturberò neanche a guardare i vestiti sui giornali perché alla noia c’è un limite ed io l’ho raggiunto.

Christmas Party

C’era una volta Kiuky che amava il Natale, poi Kiuky è cresciuta ed è diventata un Grinch.

E come mai?! Come mai?!

Il perché è racchiuso nella frase “ma la organizziamo una cena prima di Natale, sì?!” alternata a “ma che non ci vediamo prima di Natale?!”.

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Ecco, il mio istinto primordiale mi spingerebbe a dire: “E no, NON CI VEDIAMO PRIMA DI NATALE, perché se non ti vedo da sei mesi (e non ti vedrò probabilmente per i prossimi sei) perché ti devo vedere a Natale?! Perché?!”.

Il risultato è che già da metà novembre ho praticamente una serie di cene incastrate che manco a tetris e l’unica salvezza sono un paio di biglietti per eventi presi in tempi non sospetti.

L’ansia di questa cosa “ma quando sei libera così ci vediamo?!” MAI, non sono libera MAI. Non mi interessa vederti per farti gli auguri, avrei più piacere ad incontrarti il 2 gennaio quando mi prenderà quella malinconia brutta del rientro a lavoro, quando la corsa al regalo di Natale sarà finita così come pure la meravigliosa richiesta “e cosa fai a Capodanno?!” (ma questa domanda meriterà un post a parte).

Ma c’è qualcuno che sa spiegarmi perché l’esigenza di organizzare tutte queste cene?!

E voi direte: vabbé, ma se devi andare contro voglia non andare!

Eh sì, bravi. Intanto, mi dispiace perché poi mi diverto sempre e poi io non sono una che dice di no alle uscite, chi poco poco mi conosce lo sa. Il mio è più un discorso di carattere generale e magari banale ma seguitemi un attimo, vi do qualche spunto di riflessione:

  1. non è che se non ci vediamo nella settimana che precede il santo Natale (per chi ci crede!) io ti voglio meno bene. NO, anzi forse te ne vorrei di più se non mi rompessi con la famosa domanda;
  2. vuoi il regalo?! Guarda che se te lo meriti io non te lo faccio solo a Natale, ma te ne faccio 10, 100, 1000 non richiesti nell’arco dei 365 giorni;
  3. perché dobbiamo ingozzarci prima di quella che sarà già una grande abbuffata (cena, pranzo di Natale e Santo Stefano)?! Tra l’altro in ristoranti sovraffollati, spendendo soldi che scarseggiano dal momento che bisogna pensare ai 300 amici a cui fare il famoso “pensierino”, magari tra un mese le finanze sono rientrate, la calca pure, la voglia di vedersi no.

Fermatevi e riflettete. Poi mi fate sapere, ma così tanto per fare due chiacchiere perché ormai per quest’anno è andata e l’anno prossimo si risalirà sulla giostra.

Solo per la cronaca tra il 27 dicembre ed il 2 gennaio, ma pensate, voglio esagerare, anche dopo la Befana, la possibilità di vederci permarrà, non so la voglia. Una cosa è certa però non scadiamo come l’albero di Natale, quindi ce la possiamo rischiare.

Il cuore delle cose

Voi ci pensate mai a quanto siamo affezionati alle cose.

Io ci ho pensato tantissimo ieri.

Personalmente non lo sono molto ma vi racconto.

Se ne hanno tante di cose, se ci pensate, forse troppe.

Tra quelle che si trovano più di frequente a casa mia abbiamo: i vestiti che amo, ma non ho il tempo di affezionarmici perché dovrei indossarli e, quella volta a stagione che tocca a loro, non ci arrivo; poi ci sono le borse, e qui già il discorso si fa più complicato, perché a loro sì ho il tempo di affezionarmi ma dopo un po’ mi stancano; e poi la macchina, la vespa, le scarpe, insomma tante, troppe cose.

Ci sono, però, delle cose speciali che si hanno e sono i regali.

E qui veniamo al punto.

Per l’ultimo mio compleanno passato fisicamente insieme (perché c’era anche a questo anche se non la vedevo) Stefi mi ha regalato un segnalibro. Non un segnalibro qualunque, IL segnalibro. Perfetto per me, per lei, per noi. A forma di cuore. Di Tiffany. Da tenere nelle mille pagine dei libri che leggo.

L’anno scorso, con buona pace del mio Kobo, ho usato solo libri di carta per guardarlo tutte le sere, per usarlo tutti i giorni. Quest’anno lo sto alternando ma è sempre presente, magari leggo un libro su Kobo e uno in carta (nell’eterna gara con me stessa a chi legge di più!) per averlo sempre tra le mani.

Ora nel passaggio Kobo, lui stava lì, sul comodino, mi aspettava. Finisco il libro, lo compro di carta e lo inizio; mi giro, metto la mano sul comodino e lui non c’era, mi dico che non è possibile “stava proprio qui” e lui non c’era. Comunque penso: “è tardi, hai sonno, c’è ma non lo vedi, cerca domani mattina”. E’ mattina e mi sveglio con un solo pensiero: dov’è?! E smonto il comodino, guardo sotto al letto, nella spazzatura, nel sacchetto dell’aspirapolvere. LUI NON C’E’.

Ed è qui che nasce la disperazione.

Quel segnalibro ieri non era il segnalibro, era Stefi; quel segnalibro ieri non era una cosa ma l’ultima che mi ha regalato lei; era l’ultima cosa pensata per me, l’ultima cosa che ha acquistato in un negozio per me e non in un negozio qualsiasi ma nel mio negozio preferito; l’ultima cosa che lei ha immaginato di dovermi lasciare, l’ultima cosa che quotidianamente, al di là del pensiero di lei che mi accompagna, posso tenere tra le mani dopo che l’ha tenuta tra le mani lei; l’ultima cosa.

Sono impazzita e poi sono uscita, perché mi dovevo calmare perché “la casa nasconde ma non ruba” perché dovevo trovare una giustificazione per me stessa, perché era inutile stare dentro casa senza di Lui.

E poi stamattina era lì, sotto al letto dove ieri sono certa di aver guardato, dove ieri sono certa che non c’era, dove mi aspettava.

Perché vi sto raccontando tutto questo?!

Perché ieri ho riflettuto tantissimo su questa affezione alle cose, mi dicevo “in fondo è solo una cosa” e poi ho pensato che no, non è solo una cosa. Per me quella cosa, come mille altre che mi circondano in casa, è Stefi.

Perché io Stefi non posso chiamarla e dirle, come ho fatto mille volte: “scusa Ste, lo sai che sono un disastro?! l’ho perso!” e lei non può ridere e dirmi: “Te lo riprendo, non ti preoccupare!”… non lo possiamo fare più io e te, Stefi. C’è sempre questa cosa che ci è dovuta capitare e alla quale non mi rassegnerò mai; c’è sempre questa cosa che ci impedisce di parlare con la voce, si può fare solo con il cuore.  E però, Stefi, io il cuore l’ho ritrovato e non lo perdo più, non lo perderò mai più perché è tuo e sarà sempre tra le pagine del libro, del mio, sempre.

 

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Ricordi

Sono appena tornata dalla Grecia.

Io amo la Grecia, ci sono stata nmila volete ed nmila volte ci tornerei.

Beh, ero lì, chiacchieravo e mi è venuto in mente un episodio che prontamente ho raccontato alla mia nuova (e meravigliosa) compagna di viaggio.

L’episodio era questo: io e te a Skiatos, che a momenti finivamo in mare lanciate dal ponte di una di quelle barchette per le crociere giornaliere. Tu, che non sapevi nuotare, presente a te stessa che mi davi indicazioni su come mi dovevo reggere su quella barchetta; io, che so decisamente nuotare, in preda al panico perché pensavo “se qua caschiamo, pensa prima a lei che non sa reggersi a galla e poi pensa a te, ce la puoi fare”. Poi siamo, ovviamente sopravvissute, perché mai in realtà abbiamo corso un serio pericolo, e ci siamo fatte un sacco di risate alla scena di me che, prima di essere scaraventata a terra, mi sistemavo la gonnellina perché mi faceva schifo stare su quel legno senza protezione con il mare sotto a forza 200.

Ecco, ho raccontato tutto questo e poi ho cominciato a piangere perché ho pensato ai ricordi, a quanto dannatamente mi manchi, a quanto non sia giusto che tu non ci sia più.

Allora ho realizzato che ci sono delle cose (milioni) che io ho vissuto solo con te, dei ricordi (centinaia di migliaia) che avevamo in comune solo io e te e che, raccontati, non potranno mai fare lo stesso effetto.

Ci avete mai pensato?

Ci avete mai pensato che quando ricordi una cosa e lo fai con chi era con te è una cosa diversa dal raccontarlo ad un terzo che non c’era?! Magari è una banalità ma c’è una complicità nel ricordo che si può condividere solo con chi ha vissuto la stessa cosa.

Ora per me quelle centinaia di migliaia di ricordi di cose che abbiamo fatto solo io e te insieme sono il mio tesoretto, sono la mia isola felice, quell’isola in cui rifugiarmi quando penso che sia insopportabile la tua perdita, quando ho bisogno di pensare che non è vero che te ne sei andata ma che sei ancora con me.

Su quella barca a dirmi come fare ci sei solo tu con me (e vabbè la famiglia albanese che forse mi sarà difficile ritrovare); a Petra di notte ci sei solo tu con me; all’ingresso dell’Ermitage da sole ci sei solo tu con me; nel castello di Edimburgo, sotto la neve di Cracovia, a meno 20 gradi a Varsavia, nella chiesetta di Mamma mia a Skopelos, a fare snorkeling ad Aqaba, a 20 gradi a Stoccolma (e noi con il piumino), al Guggenheim di Bilbao, alla festa greca di Ferragosto ad Alonissos, a reggerti sul Mar Morto, sulla piazza rossa di Mosca, nella repubblica della felicità di Vilnius ci sei solo tu con me.

E ci sei sempre, ci sarai sempre, viva e felice come solo tu sapevi essere.

Io me li tengo stretti quei ricordi e li racconterò a chi avrà voglia di ascoltarli perché mai mai mai dovrò dimenticare; mai mai mai dovrò dimenticare di quando eri viva e felice come solo tu sapevi essere.