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San Valentino 

Quest’anno non ho scritto niente su San Valentino e non perché mi è passata la fantasia, o non sono più l’ultima delle romantiche, ma solo perché:

1) non ho avuto il tempo di cercare regali per i vostri amori;

2) non mi ero proprio accorta che già ci eravamo già arrivati.

Poi stasera passo davanti al fioraio sotto casa di mia mamma e vedo: macchine in seconda fila, 4 frecce, motorini in verticale. Uomini di tutte le età, di tutte le dimensioni, di ogni ordine e grado intenti a scegliere un fiore, una rosa, una pianta: qualcosa.

Sapete che vi dico, uomini: BRAVI!

Io sono con voi.

E lo so che deve essere San Valentino tutti i giorni; e lo so che non basta un fiore; e lo so quel che cazzo vi pare ma io la trovo una cosa tenera.

Un fiore che vale un pensiero, un pensiero d’amore per San Valentino.

Ma perché no?! Ma perché accanirsi contro quelli che lo festeggiano?!

E non fa niente che magari lo stesso uomo che porta il fiore chatta con l’amante, intanto forse lo fa anche la moglie e poi farà i conti con la sua coscienza (se ce l’ha), francamente non mi interessa.

Io penso solo che sia carino tornare a casa con un fiore (un bacio, una scemenza!) oggi che è il Santo, poi se lo volete portare pure domani fatti vostri, bravi, fate ancora meglio!

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Passaparola 

E sono giorni che sento parlare che di tradimenti.Un continuo.

Quello che vuole tradire, quello che vuole essere tradito, quella che vorrebbe ma non può, quella che può ma non vorrebbe.

Un continuo. 

Tanto che penso che sia “normale” o meglio mi viene da pensare che sia anormale non avere, ad un certo punto del rapporto stabile di coppia, voglia di farlo.

Dopo tutto questo parlarne vado a teatro e che ti vedo?! La commedia “Coniugi”.

Devo dire divertente, molto.

E di che parla?! Ma di corna, perché laddove ci sono coniugi potenzialmente ci sono corna.

Lo spettacolo è al teatro Dei servi nel cuore di Roma e merita di passarci una serata.

Gli attori sono bravi e divertenti.

Il grande Berto è esilarante.

La procace Patrizia è brava. 

Il napoletano Saverio perfettamente in parte.

La svampita Luana giustamente scosciata.

È carino, leggero, lungo il giusto, con flashback, propri di una pellicola cinematografica, che movimentano lo spettacolo.

A teatro ci si va poco. 

Sbagliato. 

Bisogna farlo: intanto perché capisci veramente la bravura (o meno) degli attori e poi perché manca il filtro della pellicola con la storia e questo ne fa la forza.

A fine spettacolo gli attori ci hanno invitato al “passaparola” laddove lo spettacolo ci sia piaciuto; o a farci “i cazzi nostri” in caso contrario. 

A me è piaciuto, quindi scelgo la prima. Andate che c’è ancora per 15 giorni; e se non siete di Roma venite a fare i turisti che in quel teatro ci cascate dentro. 

Daje! 

E cammina cammina…  

E cammina, cammina…

Ma dove vanno?

Chi? 

Come chi, quelli che camminano sulla spiaggia… dove vanno? 

A Sabaudia è un continuo, per carità il litorale è lunghissimo ma dove vanno?! 

Li vedi dalle 9 di mattina e su e giù: giovani, vecchi, bambini.

Ma dove vanno? 

Camminano, chiacchierano, parlano al telefono, stanno muti, litigano e sempre, inesorabilmente, camminano camminano ma dove vanno?

Ma che poi li vedi, non a tutti va: le coppie poi sono le peggiori perché c’è lui che trascina lei o viceversa ma non vanno mai all’unisono.

E camminano camminano… ma dove vanno?! 

Non so ma io sono per un total relax… lettino, libro, bagno e poi di nuovo lettino, libro, bagno… ma io non cammino cammino… ma dove devo andare?!

Lo faccio tutto l’anno, tutta una corsa, tutto di fretta! 

E d’estate no, e in spiaggia no.

Vanno pure tutti un po’ di corsa. Allora mi dico “magari s’è sparsa la voce che allo stabilimento X regalano caramelle o gelato o soldi” allora forse pure io dovrei camminare camminare; oppure che serve per tenersi in forma sì ma se una forma già ce l’hai! 

E poi penso che camminano perché devono scappare da una situazione di lettino che non gli piace: tipo costretti a stare con moglie e marito senza voglia e allora camminano camminano per scappare, per passare un’ora, due, tre in pace. Può essere!

E quindi penso pure che è meglio lasciarli a loro: soldi, caramelle, gelati. Io poi non devo scappare da nessuno, il lettino mi piace e vado al mare solo con persone con cui voglio stare ergo meglio che io mi faccio i fatti miei, sul lettino, senza camminare camminare… ma anche perché: ma dove devo andare?! 

Basta poco, che c’ vo’?!

Parto con una confessione: a me Conchita De Gregorio sta antipatica.

Ecco.

E’ per questo che, a parte il titolo (Mi sa che fuori è primavera), ero scettica quando una mia amica me lo ha prestato per leggerlo.

Succedeva ieri, ore ve ne sto scrivendo: indi, per cui, poscia, direi che quanto meno mi ha coinvolta.

Come al solito ho aperto il libro senza sapere cosa stessi leggendo e a pagina 2 ho capito che non trattavasi di semplice storia d’amore o simili perché si accenna ad un dramma che ti spinge ad andare avanti.

E così ti ritrovi in una storia di cronaca di qualche anno fa.

Me la ricordavo benissimo: un papà svizzero del cantone tedesco (Matthias) che prende le sue due gemelle (Alessia e Livia) e sparisce con loro, salvo poi buttarsi sotto un treno a Foggia senza lasciar detto nulla sulle bambine. Puff, sparite nel nulla!

Qui la De Gregorio si fa raccontare la storia dalla mamma delle bimbe (Irina). E’ un racconto “felice” tutto sommato, nel senso che Irina parte dalla fine, da oggi, dalla ritrovata felicità con Luis in Spagna e, a ritroso, racconta la sua vita con Matthias, con le bimbe, la scomparsa, la disperazione.

Ben scritto, ben articolato, con una struttura interessane. Irina scrive una serie di lettere: alla baby sitter, al PM, al Giudice, al fratello, alla nonna. Lettere che la aiutano a ricostruire, a fare il punto della situazione, a mostrarci quanto lacunosa sia stata l’indagine; quanto la ricca Svizzera l’abbia trattata da ignorante italiana. Lei, colta e affermata donna d’affari, trattata come l’ultima degli emigranti.

Non è stata considerata da nessuno questa donna che ha perso, senza sapere che fine abbiano fatto, le proprie bambine; che ha vissuto con un pazzo che le riempiva la casa di post it indicandole tutto quello che doveva fare, addirittura come e in che ordine vestire le bambine.

Povera donna: due gemelle, scomparse a 6 anni e non avere più alcuna notizia di loro.

Eppure, reagisce, lotta e si innamora, è felice di nuovo perché “per essere felici non ci vuole tanto. Per essere felici non ci vuole quasi niente. Niente, comunque, che non sia già dentro di noi”.

Bene, segnatevelo, che potrebbe tornarvi utile.

Tutto qui?!

Se un libro si intitola Confessioni di una vittima dello shopping chi sono io per non comprarlo?!
Gli ronzavo intorno da un po’ e poi l’ho preso.
All’inizio è andata bene: scorrevole, veloce, abbastanza ben scritto. Questo per circa un centinaio di pagine nelle quali la protagonista ci racconta chi è.
Siamo in Giappone: lei, tettona ( non è un particolare trascurabile considerato quello che arriverà a fare, se lo scrivo un motivo c’è!), si sposa presto con il primo ragazzo che la corteggia. Comincia una noiosissima vita familiare con il marito bancario ed il primo figlio.
Poi, l’imprevisto, incontra una sua compagna di liceo che la introduce nel favoloso mondo dello shopping e questo è l’inizio della fine; in tutti i sensi: della sua tranquilla vita familiare, della sua ossessione, fondamentalmente del libro.
Perché si parla sì di un’ossessione ma in modo anche superficiale, poco incisivo, direi inutile.
La brama dell’acquisto che esiste (e io ne so qualcosa!) viene raccontata ma in modo generico direi.
Almeno raccontami bene cosa compri non mi dire solo che vai alle svendite, no?!
Comunque una casalinga non ha soldi per essere una fashion Victim e allora che può fare per averne?
Facile, vendere se stessa.
E qui comincia lo squallore.
Il marito la scopre, la aiuta a disintossicarsi e?! E poi boh! Il libro si perde. Sfuma così, senza un vero perché!
Un paio di chicche le ho lette, tipo che “il segreto dell’eleganza sta nei capelli”; o che “i vestiti sono belli davvero solo prima di essere acquistati”.
Nulla di più. Per me: nulla di più.
L’ho letto io, al solito, ringraziatemi e lasciatelo sullo scaffale; leggete altro ma leggete.

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Al posto tuo!

“Allora ci vediamo alle 17.30 fuori dal cinema; il film di Allen comincia alle 17.55”

“Scusa Nu’, sto qui fuori e quello di Allen comincia alle 18.55”
“Ma come?! Aspe’ che arrivo!
Tardi le 18.55, dopo ho un altro impegno. Che altro fanno?!”
“Bè, alle 17.40 fanno Viviane
“Che è?!”
“Non so”
“Va bè, dai vediamo questo!”
E fu così che videro la corazzata Potemky ebraica.
2 ore fitte fitte di film, senza intervallo, girato in una stanza di un tribunale con una moglie (Viviane) che chiede disperatamente al marito, che non glielo vuole concedere, il divorzio.
Il tribunale, però, non è normale ma composto da 3 rabbini!
E così scopri (anche se non so se è proprio così, perché non me ne tiene di andarmelo a cercare su internet!) che per poter divorziare gli ebrei devono fare questa richiesta ai rabbini, con tanto di Avv.ti. Immagino sia un po’ come la Sacra Rota per i cattolici.
Il film è claustrofobico ma non del tutto noioso, sebbene incentrato su moglie e marito con pochi altri personaggi. A tratti addirittura divertente con i testimoni, che devono convincere i rabbini a parteggiare per la moglie, che vuole essere libera, o per il marito, che non vuole cedere.
Lei abbastanza brava, regala un monologo degno di nota dettato dall’esasperazione dei 5 anni di attesa per vedersi firmare questo pezzo di carta dal marito.
In sala eravamo una ventina, età media villa Arzilla e tra questi una coppia di signore che commentavano ad alta voce manco stessero sul divano di casa loro, le vincitrici del pomeriggio.
La morale della storia?!
Intanto pure gli ebrei non stanno messi tanto bene in tema di rapporto uomo/donna, emblematico il rabbino che si rivolge alla moglie dicendo “stai al posto tuo, donna!” E vabbè!
Poi, quando si va al cinema, si devono leggere bene gli orari e, soprattutto, almeno uno straccio di trama per evitare di incorrere in madornali errori.
Questo è!