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Otello neI Sotterranei di Bologna

Cari miei non è che ci ho messo un mese a leggere un libro eh.

Ne ho letti due ma di uno ho preferito non parlarvi perché è Otello e , al di lá de fatto che rileggere i classici penso sia un’attività che dovremmo fare tutti, ma che vi dovevo dire io su Otello che non sia già stato detto… dai siamo seri!

Comunque, nel mio caso, è stato proprio un leggere e non un ri-leggere perché io non avevo mai letto Otello di Shakespear.

Mai, e indubbiamente avevo fatto male.

Certo, sai la storia, lo vedi a teatro ma la lettura proprio mai.

Ve la consiglio, ad ogni modo.

Ti sale un veleno per Iago, che levati; ti verrebbe da pigliare a mazzate Otello, che lascia stare; poi ti dispiace per Desdemona e per Cassio e per Emilia e per Roderigo e poi pensi “ma tu guarda la cattiveria della gente a che può arrivare”.

Ma io dico: a te Iago che te n’è entrato da tutta questa storia?! Dai!!!

Comunque, bello e moderno super moderno sia il linguaggio che la storia.

E questo è uno.

Poi ho letto I sotterranei di Bologna di Loriano Machiavelli, che è uno dei primi (anche se non ne sono del tutto sicura) della serie sul questurino Sarti Antonio.

Dolce lui, uno sfigato simpatico. Ma che poi forse manco troppo sfigato: comunque risolve i suoi casi, ha un discreto successo con le donne. Certo, ha una gastrite cronica: ma chi non ce l’ha?!

Siamo a Bologna, bella molto bella. In questo caso sotterranea. Un paio di delitti da risolvere e bam, non posso dirvi altro.

Lui è meno Superman di Schiavone o qualsiasi protagonista detective che vi viene in mente. Sarti Antonio è dimesso, maltrattato ma il suo lo fa.

Non può non starti simpatico.

E infatti io mi sono subito affezionata anche se credo che la finirò qui, prima di iniziare perché non è che ci si può affezionare a tutti. Forse. Vabbè vediamo… io ve lo consiglio comunque.

I personaggi di contorno sono simpatici, la scrittura è pulita, l’Io narrante è presente in tutto il libro, interviene, interagisce con il protagonista, insomma piace.

Vi direi di leggerne tutti che vale proprio la pena.

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Dodici rose a settembre

De Giovanni é sempre sempre una garanzia per me e lo sapete.

Ha scritto un “piccolo libro blu” che si intitola Dodici rose a settembre e che ci ho messo una vita a leggere (considerata la mini mole del libro) ma non perché non meritasse anzi, in altre condizioni lo avrei finito in due ore, ma per la stanchezza della sera e poi perché un po’ volevo godermelo.

C’è una nuova protagonista in questo libro, una donna, un’assistente sociale che ovviamente vive a Napoli e che salva vite altrui e viene, a sua volta salvata.

Non voglio spoilerare ma vi posso dire che il libro é davvero divertente, al solito ben scritto, con un intreccio degno di De Giovanni e dei noir che piacciono a me.

Mina, la protagonista, é affiancata dall’arcigna mamma (a dire poco insopportabile che non so come riesce a tenere a bada!); dal collega di studio bello come il sole, Domenico detto Mimmo; da Rudy che mi ricorda tanto Ferribotte dei soliti ignoti; e dalle amiche di lei alla Sex and the city.

Sicuramente è un “piccolo Libro blu” scritto anche per ringraziare il Maestro Camilleri ma che vale la pena di essere letto per la delicatezza della storia e la gioia di conoscere una nuova protagonista di De Giovanni che spero, Io orfana di Ricciardi, di ritrovare presto.

Leggetene tutti.

Il confine

L’ho finito.

Ho finito l’ultimo libro della mia saga preferita.

Ho finito l’ultima delle 900 pagine che compongono il terzo libro di Don Winslow sul cartello della droga di Sinaloa.

Sicuramente ci ho messo più del previsto e questo da una parte é dipeso dalle vacanze, dal poco tempo a disposizione  ma dall’altra (che è la predominante) dal fatto che io non la volevo chiudere questa storia perché lo sappiamo tutti che io mi affeziono e quest’estate ho già dovuto dire addio al Commissario Ricciardi, ora pure ad Art Keller… insomma io sono una personcina sensibile, a modo, dal cuore di panna: due addii in un’estate sola sono un po’ troppi ma ce l’ho fatta.

Intanto, non spoilero nulla, non vi posso dire nulla (anche perché inavvertitamente l’ho già fatto mentre leggevo il libro e so quanto qualcuno di voi possa rimanerci male… anche se poi non è stata proprio colpa mia… se uno fa lo zoom della pagina al 110% la colpa è la sua non la mia!) quindi un libro stupendo e tanti saluti.

Nessuno per me è paragonabile all’inizio dell’avventura ossia al Potere del cane ma: che storia, che violenza, che intreccio, che bravo Don, che cuore Art, che bella Mari; che schifo la droga, che piaga la povertà, che brutti i soldi e la lotta al potere; che intrecci spietati e quanto sono brevi 900 pagine quando ti piace quello che leggi.

Di Winslow io adoro questa capacità di prendere a raccontare una storia da quando è nato Gesù, di tirare dentro dei personaggi dal nulla, di inquadrarne il mondo perfettamente, di raccontarne la storia al millimetro, di inserirli in un contesto che proprio non é il loro e di farceli calzare perfettamente.

Mi mancherà.

Mi mancheranno le storie, la violenza, la crudeltà; mi mancherà affezionarmi a dei personaggi e commuovermi per il loro destino; mi mancherà tifare per i buoni e sperare per la brutta fine dei cattivi; mi mancherà rifugiarmi in un mondo spietato con la sensazione di sollievo che non è il mio.

Mi mancherà Art, mi mancherà Marisol e mi mancheranno le loro dichiarazioni d’amore perché:

“⁃ Sono orgogliosa di te;

⁃ davvero?

⁃ Te amo Arturo;

⁃ Io también te amo, Mari”

seppur banale trovo che sia una bellissima dichiarazione d’amore.

Leggetene tutti.

Vento in scatola

Ho appena finito il libro di Malvaldi e Gammouri che si intitola Vento in scatola.

Mi chiedo sempre come si faccia a scrivere una cosa a quattro mani quando per me é gia difficile farlo con due, ma in questo libro Marco e Glay ci sono riusciti piuttosto bene.

Malvaldi ha conosciuto Gammouri in un corso di scrittura che ha tenuto presso il carcere di Pisa dove Gammouri, un ex militare tunisino,  sta scontando una pena per essersi macchiato di un non meglio specificato delitto.

Sicuramente Gammouri ha aiutato Malvaldi nella stesura del libro ad entrare in carcere e raccontarne la vita di tutti i giorni: il senso di oppressione, la mancanza di libertà, di sbocchi, la necessità di inventarsi un’alternativa per non impazzire, la voglia di uscire, la fatica di fidarsi degli altri,  di trovare compagni, amici.

Nel libro tutto questo è descritto perfettamente: perfettamente è descritta una vita fatta di giorni tutti uguali, scanditi dall’ora d’aria e da qualche altro, ben poco significativo, avvenimento.

Il protagonista è Salim, un tunisino, che si trova in carcere per “sfiga” mi verrebbe da dirvi. Non posso dire molto della trama perché intanto non parliamo di intrecci avvincenti e poi la forza del libro è l’ambiente, è lo stato d’animo dei protagonisti, sono i rapporti interpersonali che si creano tra i detenuti e tra i detenuti ed i secondini, è questo senso di ansia che ti viene pensando che sono costretti lì dentro. E ok, se la sono cercata, ma non si parla quasi mai dei crimini commessi, non si giudica, si prende atto di una situazione nel libro e quella si descrive. Si racconta, a chi sta fuori, che vuol dire stare dentro. O almeno personalmente è questo che ho colto ed è questo che mi rimarrà.

Di base poi c’è pure un intreccio, un giallo da risolvere ma lo capisci dopo, con lo scorrere delle pagine. Non è immediato.

Se proprio devo essere sincera il finale mi ha un po’ delusa ma perché io non apprezzo molto i finali a favoletta ed un po’ scontati ma  ci sta, nell’insieme non guasta.

Resta del libro il chiuderlo, guardarsi intorno e ringraziare di essere liberi.

Direi buona lettura a voi perché ne vale la pena, anche solo per questo senso di benessere che ti regala la libertà.

Cartoline dalla fine del mondo

E niente, quest’estate va così: tra un libro e l’altro ci infilo un’indagine di Enrico Radeschi di Paolo Roversi.

Sono arrivata alla terza: Cartoline dalla fine del mondo.

Ricorderete che il primo libro mi è piaciuto, il secondo un po’ meno, questo terzo come il primo.

Non sono proprio sicura di aver seguito la corretta sequenza perché è come se ci fosse un buco temporale, in realtà c’è perché l’indagine parte otto anni dopo l’ultima ma l’ultima non è quella che ho letto io.

Comunque Enrico vive da fuggiasco, ha dovuto far perdere le sue tracce, si è dovuto cancellare dal suo mondo ma succede un guaio e gli tocca tornare.

Il guaio è bello grosso, stavolta l’indagine è avvincente e il finale degno di un bel giallo, proprio a sorpresa. Mi ha solo un po’ annoiato l’ennesimo coinvolgimento di quel genio di Leonardo da Vinci che, per carità, tanto di rispetto, ma anche basta di infilarlo in qualsiasi mente criminale, e che cavolo un minimo di originalità!

Ormai torno a casa con Radeschi e mi piace che, anche quando finisce il libro, ci penso cioè mi dispiaccio della fine e mi ritrovo a chiedermi cosa starà facendo Enrico o Sebastiani, come stanno Buk e Rimbaud, etc etc.

La cosa fantastica di questi libri è che volano, li inizi e li finisci e non te ne accorgi, vanno veloci, liberi, sicuramente per la scrittura pulita, per niente arzigogolata, essenziale come piace a me.

Ora mi dedico ad altro, mi studio bene la sequenza dei libri e ci ritorno, quest’estate va così.

Leggetene tutti.

Il pianto dell’alba

Prima di parlarvi del libro ho bisogno di sfogarmi.

Dunque, è universalmente noto che De Giovanni esce con un libro della serie di Ricciardi a giugno.

Si sa, é universalmente noto.

Si sapeva anche, o almeno lo sa chi lo segue, che quello di questo giugno 2019 sarebbe stato l’ultimo libro della serie.

Si sapeva, si sa, é universalmente noto.

Ora, per questa ultima ragione lo scrittore, e la casa editrice, sono stati anche piuttosto bravi a creare una certa suspence intorno all’evento.

E poi succede che due giorni prima dell’uscita del libro (dico due giorni prima!), pubblichino un articolo sul Corriere della Sera che fa il super spoiler del libro stesso… ora io vi chiedo: ma ad una lettrice super fan della serie come me possono girare un po’ le palle, pur non avendole?!

Ma io dico proprio di sì!

E tanto mi sono girate che non ho acquistato il libro il giorno che é uscito ma ben 4 giorni dopo, per protesta contro un giornalista ed un giornale che si sono completamente rincoglioniti.

Ecco, e questo é l’antefatto.

Veniamo al fatto: ho finito Il pianto dell’alba, l’ultimo libro di De Giovanni e della serie del Commissario Ricciardi.

Ora, se io mi fossi rincoglionita come il Corriere della Sera, mi dovrei mettere qui a raccontare: della storia; di quello che succede; di come De Giovanni abbia deciso di lasciar andare il suo personaggio più longevo nel suo ultimo libro; di come lo abbia accompagnato in questa dipartita; di come mi senta così sconvolta da questo addio ma io non mi sono (ancora del tutto) rincoglionita e non lo farò.

Non vi dirò niente.

Vi dirò solo della sensazione di vuoto che già provo perché se una storia finisce rimane la mancanza.

La dolcezza e l’inquietudine di Ricciardi, che dà fastidio a molti, per me era una certezza, un appuntamento annuale e romantico che mi coccolava.

Mi mancherai Alfredo Maria e con te mi mancheranno: la bruttezza di Nelide; la simpatia di Maione; la rudezza di Modo; la stranezza di Bambinella; la paura del fascismo, dei morti che parlano; l’eleganza di Bianca; la disperazione di Livia, la bellezza di Napoli.

Mi mancherete tutti ma proverò a “non dimenticarmi di voi”.

E anche se in alcune pagine quest’ultimo libro mi è sembrato un po’ retorico, leggetene tutti perché De Giovanni riesce sempre a stupire e, soprattutto, ne vale sempre la pena.

Blue tango

Tra il libro (meraviglioso) di Marone che ho finito domenica e quello di De Giovanni, che usciva martedì, avevo bisogno di qualcosa di poco impegnativo che mi occupasse le serate di lettura.

Ho scelto la seconda indagine di Radeschi di Paolo Roversi, Blue tango.

Poi ci ho messo un po’ di più perché il Corriere della Sera mi ha fatto

Imbestialire su De Giovanni e dovevo prendermi i miei tempi, ma questa é un’altra storia che vi racconterò.

Comunque, l’ho letto.

Ve lo dico subito: mi é piaciuto meno del primo, ma leggeró sicuramente anche il terzo.

Mi fa simpatia il protagonista Radeschi, giornalista di nera con il cane Buk in onore di Bukowski; mi sta simpatico il vicequestore; mi piace l’ambientazione.

Un po’ debole il giallo però qui, mi sembra un po’ buttato lì niente di strutturato, il primo mi aveva colpito di più.

Abbiamo prostitute che vengono ammazzate e, nel più classico dei cliché, l’assassino è… paura eh?!

Non ve lo dico.

Radeschi e il vicequestore ci arrivano insieme ma per strade separate ed è questa la forza di questa serie che vivi due indagini, due modi diversi di risolvere lo stesso problema.

Comunque veloce, ben scritto, facile facile.

Un fantastico passatempo per me in attesa dell’ultimo Ricciardi.

Leggetene tutti.