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Il confine

L’ho finito.

Ho finito l’ultimo libro della mia saga preferita.

Ho finito l’ultima delle 900 pagine che compongono il terzo libro di Don Winslow sul cartello della droga di Sinaloa.

Sicuramente ci ho messo più del previsto e questo da una parte é dipeso dalle vacanze, dal poco tempo a disposizione  ma dall’altra (che è la predominante) dal fatto che io non la volevo chiudere questa storia perché lo sappiamo tutti che io mi affeziono e quest’estate ho già dovuto dire addio al Commissario Ricciardi, ora pure ad Art Keller… insomma io sono una personcina sensibile, a modo, dal cuore di panna: due addii in un’estate sola sono un po’ troppi ma ce l’ho fatta.

Intanto, non spoilero nulla, non vi posso dire nulla (anche perché inavvertitamente l’ho già fatto mentre leggevo il libro e so quanto qualcuno di voi possa rimanerci male… anche se poi non è stata proprio colpa mia… se uno fa lo zoom della pagina al 110% la colpa è la sua non la mia!) quindi un libro stupendo e tanti saluti.

Nessuno per me è paragonabile all’inizio dell’avventura ossia al Potere del cane ma: che storia, che violenza, che intreccio, che bravo Don, che cuore Art, che bella Mari; che schifo la droga, che piaga la povertà, che brutti i soldi e la lotta al potere; che intrecci spietati e quanto sono brevi 900 pagine quando ti piace quello che leggi.

Di Winslow io adoro questa capacità di prendere a raccontare una storia da quando è nato Gesù, di tirare dentro dei personaggi dal nulla, di inquadrarne il mondo perfettamente, di raccontarne la storia al millimetro, di inserirli in un contesto che proprio non é il loro e di farceli calzare perfettamente.

Mi mancherà.

Mi mancheranno le storie, la violenza, la crudeltà; mi mancherà affezionarmi a dei personaggi e commuovermi per il loro destino; mi mancherà tifare per i buoni e sperare per la brutta fine dei cattivi; mi mancherà rifugiarmi in un mondo spietato con la sensazione di sollievo che non è il mio.

Mi mancherà Art, mi mancherà Marisol e mi mancheranno le loro dichiarazioni d’amore perché:

“⁃ Sono orgogliosa di te;

⁃ davvero?

⁃ Te amo Arturo;

⁃ Io también te amo, Mari”

seppur banale trovo che sia una bellissima dichiarazione d’amore.

Leggetene tutti.

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Vi volevo dire…

…che non é che non ci sono, non è che non sto leggendo libri, non è che mi sono dimenticata del blog.

È che:

– sto in vacanza;

– leggo ma leggo male, solo quando mi va, solo per poco tempo, solo prima di addormentarmi e, se mi metto dal lato mio, reggo 30 secondi;

– ho iniziato un libro che mi doveva piacere tantissimo e invece ho faticato ed ora sta lì appeso mentre ne ho cominciato un altro;

– poi sono stata al mare;

– poi ora sono ripartita;

– poi, insomma, ogni tanto si può anche stare senza scrivere.

E voi direte: “ma chi t’ha chiesto niente?!”

No infatti, ma io sono corretta e ve lo volevo dire… non vi innervosite!!!

Tanti saluti a voi e buona (fine) estate.

Il pianto dell’alba

Prima di parlarvi del libro ho bisogno di sfogarmi.

Dunque, è universalmente noto che De Giovanni esce con un libro della serie di Ricciardi a giugno.

Si sa, é universalmente noto.

Si sapeva anche, o almeno lo sa chi lo segue, che quello di questo giugno 2019 sarebbe stato l’ultimo libro della serie.

Si sapeva, si sa, é universalmente noto.

Ora, per questa ultima ragione lo scrittore, e la casa editrice, sono stati anche piuttosto bravi a creare una certa suspence intorno all’evento.

E poi succede che due giorni prima dell’uscita del libro (dico due giorni prima!), pubblichino un articolo sul Corriere della Sera che fa il super spoiler del libro stesso… ora io vi chiedo: ma ad una lettrice super fan della serie come me possono girare un po’ le palle, pur non avendole?!

Ma io dico proprio di sì!

E tanto mi sono girate che non ho acquistato il libro il giorno che é uscito ma ben 4 giorni dopo, per protesta contro un giornalista ed un giornale che si sono completamente rincoglioniti.

Ecco, e questo é l’antefatto.

Veniamo al fatto: ho finito Il pianto dell’alba, l’ultimo libro di De Giovanni e della serie del Commissario Ricciardi.

Ora, se io mi fossi rincoglionita come il Corriere della Sera, mi dovrei mettere qui a raccontare: della storia; di quello che succede; di come De Giovanni abbia deciso di lasciar andare il suo personaggio più longevo nel suo ultimo libro; di come lo abbia accompagnato in questa dipartita; di come mi senta così sconvolta da questo addio ma io non mi sono (ancora del tutto) rincoglionita e non lo farò.

Non vi dirò niente.

Vi dirò solo della sensazione di vuoto che già provo perché se una storia finisce rimane la mancanza.

La dolcezza e l’inquietudine di Ricciardi, che dà fastidio a molti, per me era una certezza, un appuntamento annuale e romantico che mi coccolava.

Mi mancherai Alfredo Maria e con te mi mancheranno: la bruttezza di Nelide; la simpatia di Maione; la rudezza di Modo; la stranezza di Bambinella; la paura del fascismo, dei morti che parlano; l’eleganza di Bianca; la disperazione di Livia, la bellezza di Napoli.

Mi mancherete tutti ma proverò a “non dimenticarmi di voi”.

E anche se in alcune pagine quest’ultimo libro mi è sembrato un po’ retorico, leggetene tutti perché De Giovanni riesce sempre a stupire e, soprattutto, ne vale sempre la pena.

Blue tango

Tra il libro (meraviglioso) di Marone che ho finito domenica e quello di De Giovanni, che usciva martedì, avevo bisogno di qualcosa di poco impegnativo che mi occupasse le serate di lettura.

Ho scelto la seconda indagine di Radeschi di Paolo Roversi, Blue tango.

Poi ci ho messo un po’ di più perché il Corriere della Sera mi ha fatto

Imbestialire su De Giovanni e dovevo prendermi i miei tempi, ma questa é un’altra storia che vi racconterò.

Comunque, l’ho letto.

Ve lo dico subito: mi é piaciuto meno del primo, ma leggeró sicuramente anche il terzo.

Mi fa simpatia il protagonista Radeschi, giornalista di nera con il cane Buk in onore di Bukowski; mi sta simpatico il vicequestore; mi piace l’ambientazione.

Un po’ debole il giallo però qui, mi sembra un po’ buttato lì niente di strutturato, il primo mi aveva colpito di più.

Abbiamo prostitute che vengono ammazzate e, nel più classico dei cliché, l’assassino è… paura eh?!

Non ve lo dico.

Radeschi e il vicequestore ci arrivano insieme ma per strade separate ed è questa la forza di questa serie che vivi due indagini, due modi diversi di risolvere lo stesso problema.

Comunque veloce, ben scritto, facile facile.

Un fantastico passatempo per me in attesa dell’ultimo Ricciardi.

Leggetene tutti.

La confraternita delle ossa

Secondo me quando leggo che un libro fa parte di una serie Io dovrei evitare e, invece, mi ritrovo a leggerne sempre con passione, soprattutto se il libro é ben scritto ma questo va da se.

Ho trovato questa offerta di Feltrinelli con due libri a 9€ e uno dei due era La confraternita delle ossa di Paolo Roversi. Preso, iniziato e finito.

Molto, molto interessante.

Un bel giallo, ambientato a Milano nel 2001 quindi un po’ lontano da noi perché parla di un’inchiesta in cui si affaccia internet e, conoscendone oggi le potenzialità, è stranissimo ricordarsi com’era prima.

C’è il solito burbero vicequestore piacione, che non fuma ma mastica sigari, ma qui é accompagnato da un giornalista in erba: Radeschi.

È carina la situazione, é davvero ben scritto il libro, ed abbastanza originale la trama.

Devo ammettere che la cosa che mi é piaciuta di più é il momento storico in cui è ambientato per l’inevitabile “come eravamo”.

Radeschi è un giovane giornalista che tenta la fortuna a Milano e, non riuscendo a sfondare con i quotidiani, apre un blog. Ora, per dire e come leggete, anche io ho un blog e mi ha fatto strano pensare alla scoperta dell’acqua calda che ha fatto lui. Ma che poteva saperne a quei tempi?!

I gialli che si raccontano sono due, apparentemente lontanissimi ma non dico nulla per non spoilerare.

Sebastiani “lo sbirro” pieno di stereotipi ma bel personaggio.

Fabio, il nerd coinquilino mi piace molto.

Insomma, assolutamente da affezionarsi.

Leggo che di Radeschi ci sono altri due libri e chi sono io per non continuare sulla scia in questa estate 2019?!

Penso che, in vista delle letture estive, posso assolutamente dirvi: leggetene tutti.

Fumetti

“Ma tu li leggi i fumetti?”

“Io no, mai letti, non mi sono mai appassionata. Mamma mi ha subito messo in mano un libro e mi è piaciuto. Non sono andata oltre”.

“Ok, allora provo a regalartene uno e vediamo che mi dici”.

E che ti dico?! Che l’ho finito in un’ora, forse è per questo che non ho mai avuto la curiosità perché con la storia delle figure ci metto veramente troppo poco.

Il libro/fumetto in questione era il primo della saga di Ricciardi di De Giovanni “Il senso del dolore”. Ovviamente lo avevo già letto ma un milione di anni fa e quindi solo vagamente ricordavo la trama.

Mi sono messa lì e una pagina tira l’altra, in un’ora, il libro è andato.

E’ stato molto divertente perché quando tu leggi un libro, soprattutto, una serie di libri con identico protagonista, inevitabilmente te lo immagini, lui e tutti gli altri comprimari quelli che sono frequenti, che ci sono sempre. Nella fattispecie: Ricciardi, Enrica, Maione, il Dott. Modo e Bambinella. Che vi devo dire?! Mi ci sono perfettamente ritrovata: Ricciardi tenebroso; Enrica finta Uggly Betty; Maione abbondante (se mi posso permettere lo avrei fatto un pelo più basso e tarchiato); il Dott. Modo, uno stupendo De Sica a fumetti; Bambinella, giustamente “particolare” diciamo; pure tutti i morti di Ricciardi ci sono!

Non pensavo fosse possibile riportare un libro di più di 200 pagine in un fumetto. Ora tutti i “fumettari” mi picchieranno ma io che ne so, non ne ho mai letto uno. Quindi pensavo: ma come si fa con immagini e fumetti con poco dialogo (perché quanto ne puoi mettere in una nuvoletta?!) a raccontare tutto un romanzo?! E invece, a quanto pare, si può e viene pure bene.

Per me i fumetti erano quello stronzo di Topolino che mi ha urtato sempre i nervi ma questo perché io sono ignorantissima e si sa.

Della storia non vi parlo ma poi ne ho già parlato, però, leggetene tutti. Fa bene alla vista e apre la mente. Io ve lo dico, poi fate voi.

Ogni riferimento è puramente casuale

Esce Manzini e io lo compro qualunque cosa scriva perché io lo adoro.

Faccio bene, faccio sempre bene.

La serie di Schiavone, sapete già, che è tra le mie preferite e Orfani Bianchi è uno dei miei libri preferiti addirittura: poetico, malinconico, bello.

Ora ho comprato anche Ogni riferimento è puramente casuale.

E voi mi direte: e?!

E sono racconti: divertenti; carini; come al solito ben scritti; originali ma sempre racconti sono e a me i racconti stanno sul cazzo.

Amen, scusatemi ma mi è caduta la corona. Avevo pensato di andarci più soft ma solo quella parolaccia rende l’idea.

Non ce la faccio, è più forte di me non li sopporto.

Mi hanno sempre infastidita perché non faccio in tempo ad affezionarmi, perché hanno quella lunghezza stupida che non sa né di me né di te, perché non rispettano quello sviluppo della trama che io mi aspetto in un libro, perché c’è poco spazio per definire i personaggi e la storia e poi mi sembra ci sia la corsa a finirli.

Non li sopporto.

Detto questo, i racconti di Manzini sono piacevoli, divertenti, al solito ben scritti con il tema di fondo che è l’editoria.

Quelli che mi sono piaciuti di più sono i più lunghi ovviamente: quello del critico e quello dello scrittore peruviano.

Ora, sviluppando un po’ più i temi magari ne veniva un libretto. O magari no, non lo so ma così io ci rimango male.

Avessi saputo, e potevo saperlo se avessi letto la sinossi, che erano racconti il libro non lo avrei preso perché i racconti non mi lasciano niente: tempo di leggere quello dopo e quello prima già me lo sono dimenticato, è più forte di me.

Manzini fa una critica alle varie figure dell’editoria: al critico cattivo a tutti i costi, al ghost writer, all’ufficio stampa… proprio lui che ha un editore superbo e che, infatti, non manca di ringraziare alla fine.

Vi direi “fate voi”: leggetene tutti perché è sempre un piacere leggere Manzini a meno che i racconti non vi piacciano (come non piacciono a me) e allora soprassedete!

Io ora mi cerco un romanzo.