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The dogman

Beh, ragazzi, io non so darvi la definizione di “capolavoro” ma se un film ti tiene con il fiato sospeso per almeno tre quarti della sua durata; se quando finisce stai mezz’ora con le palpitazioni per lo sforzo di portare quel peso; se quando ci ripensi ti viene da dire “raramente ho visto un film di tale intensità”, allora forse ho visto un capolavoro.

The dogman è questo.

E’ un film di un’intensità tale da lasciarti senza parole e senza fiato.

Non tanto la storia che richiama, neanche troppo lontanamente, quella del canaro della Magliana, quanto la recitazione dei personaggi, l’atmosfera che vivono, il clima che c’è, il luogo dove stanno, la sporcizia (intesa in senso lato) della situazione.

Lui è straordinario, eccelso, bravissimo. Riesce ad essere di una dolcezza sterminata e di una ferocia efferata nel giro di un paio di scene. Secondo me la Palma d’oro non basta, ci vuole l’Oscar.

Penso che nella vita chiunque prima o poi potrebbe essere Marcello e la bravura di Garrone è quella di farti affezionare al personaggio, renderlo empatico, descriverne la dolcezza, la gentilezza, l’amore che prova per gli animali e la figlia, e poi spiazzarti con la sua ferocia, che però non dico che giustifichi (questo mai) ma in qualche modo comprendi.

La storia in sé non dice niente di eclatante, nel senso che è la storia di un omicidio, efferato come ne sentiamo (ahimè) ogni giorno. Mi sono documentata un minimo ed ho letto qualcosa sul canaro della Magliana ed effettivamente la storia è la sua, meno cruenta, meno efferata nella descrizione dei dettagli ma senz’altro la sua. Non ambientata alla Magliana ma in quel di Castel Volturno, in un posto che fa concorrenza a Scampia per lo squallore.

Lui, Marcello, è un povero cristo che, nel suo piccolo, si è creato una posizione; ama i cani alla follia e vi dico che il trailer è ingannevole perché nessun animale viene in nessun modo, non dico trattato, ma neanche guardato male; e poi c’è Simone, un cristone, invece, drogatissimo, pugile, che ne commette di ogni e Marcello, suo malgrado, lo subisce.

Il film però non mi ha lasciato la sensazione di Spartaco che rompe le catene, non c’è nessuna rivalsa nella morte, nessuna liberazione; solo una disperazione infinita, feroce, tragica.

La potenza del film è questo senso di smarrimento che ti lascia, questo profondo senso di giustizia inespresso, questa sensazione di sconfitta da tutti i punti di vista. Ti fa affezionare ad un personaggio che sbaglia e tu con lui, perché penso chiunque in un angolo remoto del proprio cervello, guardando, abbia pensato “e però, te la sei meritata Simo’!” e un secondo dopo, come Marcello, pensi “e adesso, che ho risolto?! Tutto questo ho fatto e per chi?! Per cosa?!”.

Sconvolgente, non mi vengono altri aggettivi.

E tutti straordinariamente bravi i protagonisti: Marcello, vabbè, oltre la bravura; ma anche Simone fa decisamente più del suo; e tutti i comprimari: i due bravissimi di Suburra, la bambina, i cani tutti.

Insomma, Garrone non delude, anzi per me è da standing ovation.

Attendo Vostre.

 

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Chiamami con il tuo nome

La verità vera è che non bisognerebbe mai vedere il film di un libro che si è letto.

Mai.

Soprattutto se si considera il libro in questione un capolavoro.

Io vabbè, adoro leggere (lo sapete) ed è una cosa che adoro perché quando entro in un libro, il film in testa lo faccio io: i volti dei protagonisti, le ambientazioni, la musica di sottofondo, i colori, i sapori, le cose non dette, i sentimenti. Tutto. Ed è bellissimo.

Detto ciò, sapete quanto abbia amato Chiamami con il tuo nome.

Sapete anche che Guadagnino è candidato a vari Oscar per il film tratto dal libro.

Al di là del fatto che, secondo me, non è abbastanza evidenziata la questione che il film sia tratto da un libro, non potevo esimermi dal vedere il film.

Capisco la candidatura agli Oscar, è proprio uno di quei film italiani che non può non piacere agli americani: la bellezza dell’Italia, le chiacchiere estive, l’archeologia, i colori, la lentezza delle scene sono tutte cose che non possono non ricordare i grandi maestri che hanno visto primeggiare l’Italia nel cinema mondiale.

Guadagnino è stato molto bravo a cogliere delle sfumature del romanzo; poi l’attore protagonista (Elio) è di una bravura sconcertante (l’Oscar lo darei a lui se fosse possibile); ancora, la cura dell’ambientazione anni ’80 è da applauso; bellissime anche le location ma… sono piena di ma… fondamentalmente perché il libro è proprio un’altra cosa. 

Intanto, la montagna non è il mare, caro Guadagnino, e già solo questo mi ha urtato. Un’estate al mare per un adolescente, non è come un’estate in campagna per quanto l’adolescente possa essere particolare. Poi, non vorrei spoilerare troppo ma, per come l’ho letto io, Elio non scopre la sua omosessualità scopre la sua sessualità nel libro che è cosa ben diversa. L’ossessione prima e la passione di Elio poi non può essere resa dalle immagini, ma questa non è colpa di Guadagnino.

Non so, carissimi, non so che dirvi. Ovviamente auguro tutto il bene possibile a Guadagnino, incrocio le dita per lui ma il film non mi ha convinta anche al di là del libro. Troppi richiami, troppe cose già viste, troppo Bertolucci, troppo di tutto.

“Chiamami con il tuo nome ed io ti chiamerò con il mio” per quanto mi riguarda rimane una delle dichiarazioni d’amore più bella di sempre ed è bellissima la scena del film in cui se lo dicono, se vi basta questo andate al galoppo, diversamente desistete.

Leggete il libro piuttosto che ne vale sempre più la pena.

 

Chiamami con il mio nome

Che libro bellissimo ragazzi, che libro bellissimo!

Ok, partiamo dall’inizio.

Altro libro regalato a Natale: Chiamami con il tuo nome di Andrè Aciman.

È importante anche capire chi ti regala quale libro eh, cioè per me lo è perché penso sempre: ma perché hai scelto proprio questo per me?!

È successo anche in questo caso, soprattutto in questo caso, ed una risposta non sono riuscita a darmela. O meglio, una vi sarebbe, mi piacerebbe fosse quella ma vai a sapere per cui non ci penso più e vado avanti.

Che meravigliosa storia d’amore è questo libro.

ME RA VI GLIO SA.

Vi dico: per le prime 80 pagine un po’ vi annoiate perché rimanete intrappolato in una specie di ossessione.

Vi spiego.

Abbiamo un ragazzo, Elio, di una famiglia colta e benestante, che ospita ogni anno un allievo del padre per una specie di vacanza studio. Nell’estate dei 17 anni di Elio arriva Lo statunitense Oliver, un bellissimo ed affascinante ragazzo di 24 anni. Qui parte l’ossessione: il vorrei ma non posso; il vorrei ma non vuole; il vorrei ma lui non può scegliere me etc etc esattamente come succede in quegli anni terribili dell’adolescenza.

Poi il coraggio di dichiararsi; poi lo stupore di riuscirci; poi la gioia di chiamarsi con il nome dell’altro; poi la felicità dello stare insieme; e poi basta sennò il libro non lo leggete.

Un’esplosione, ad un certo punto il libro esplode e non lo potete più lasciare.

Che bello, che bellissimo!

Vi dico solo che mi sono talmente entusiasmata che sono andata a cercare il dvd del film che ne hanno tratto che, però in Italia, ancora non è neanche uscito.

Non vi so dire quanto è: ben scritto, crudo, emozionante, commovente.

Non vi so dire quanto è bello nonostante: la pesantezza dei primi racconti; l’inutilità di alcuni passaggi (tipo il poeta in Thailandia); la rabbia di certe risposte.

Prendetelo e leggetelo, perché io ho urgente bisogno di parlarne con qualcuno.

Io vado avanti, voi restate.

PS: mi rimane il dubbio se io, nella testa di chi me lo ha regalato, sono: Elio (l’adolescente ossessionato!); Oliver (lo sfrontato innamorato); o noi siamo tutti e due, legati da un amore che non finisce. Personalmente: non mi ritrovo nella prima ipotesi, preferisco la seconda, ambisco alla terza.

Dafne non Fiore 

La prima domanda che ti fai quando appaiono i titoli di coda è: perché Fiore? Il titolo del film è questo e allora uno pensa che la protagonista si chiami così; e invece no perché quella si chiama Dafne, che poi, per inciso, è il nome che da piccola pensavo di dare ad una mia eventuale figlia poi, crescendo, ho cambiato idea perché, dopo essere stata in croce io con Nunzia, non potevo mettere in croce pure lei! 

Ma andiamo avanti.

Dicevo che la protagonista di questo film si chiama Fiore. 

È un’adolescente, disadattata, presumibilmente senza madre (che non si nomina mai), con un padre carcerato, che commette piccoli furti, che la porteranno in carcere.

Brava devo dire la ragazza, il film si regge su di lei, gli altri sono solo un contorno ad una figura principale.

Dafne è problematica assai, combina un sacco di casini e ha una sfiga cosmica: avete presente Calimero, piccolo e nero, ecco più o meno così.

Il padre che non la vuole a casa; le guardie che la sgamano sempre; le amiche carcerate che ce l’hanno con lei etc. Etc.

Una vita un po’ così se non fosse che in carcere incontra Josh, milanese, diciottenne in carcere anche lui e i due, dai oggi e dai domani, si innamorano: lettere e chiacchiere dalla finestra.

Lui termina la pena ed esce; lei resta in carcere.

Non vi dico altro altrimenti vi rovino la sorpresa.

Mi incuriosiscono gli adolescenti, figuriamoci quelli problematici, quindi ho trovato il film abbastanza interessante. 

Delicato nel raccontare il rapporto dei due ragazzi, tenero.

Solo che alla fine esci e pensi “carino” perché a loro ti sei affezionata; il film poteva regalare qualcosa di più: diluito nel tempo ma non lento, a tratti forse noioso ma la ragazza è brava a tenere l’attenzione.

Nuovo e inquietante lo spaccato di vita del carcere minorile.

Belli Dafne e Josh: teneri, dolci, temerari.

Loro sì meritano la visione ma potreste anche soprassedere. 

Vieni Bernardo 

Cosa c’è di più lontano da Jep Gabardella?Un monaco certosino di nome Roberto Saul.

E allora che fa Servillo? Si mette ad interpretare il secondo dopo il primo.

Facile.

Su Servillo non c’è molto da dire; o meglio, ci sarebbe talmente tanto ma posso esprimermi con un solo aggettivo: BRAVO!!!

È immenso, un attore come non ce ne sono. 

Perfetto pure qui nella parte del Monaco che gabba tutti.

Vorrei spiegarvi un minimo di trama, qualcosa, ma è tipo impossibile. 

O meglio: mah! 

C’è questo economista che organizza un G8 e, insieme ai grandi della terra, invita una scrittrice, un musicista (credo) e questo Monaco certosino.

Bene, perché? Boh! 

O meglio, il Monaco si capisce: si voleva confessare. 

E dopo la confessione lo trovano morto: omicidio o suicidio? 

Ve lo direi ma poi vi rovino la sorpresa anche se per nessun motivo, se non Servillo, vi spingerò ad andarlo a vedere! 

Il film è grosso modo inutile; pomposamente complicato; inutilmente faticoso; senza senso; con una morale forse, ma talmente banale che manco ve la sto a dire! 

Insieme a Servillo (bravo e bello, bello e bravo) c’è pure un elegantissimo Favino; per il resto non molto altro da segnalare, giusto le lentiggini e la baguette di Fendi dell’americana; ed il meraviglioso cane del tedesco. 

Ah no, altra menzione va fatta alla musica di Piovani, al tramonto sul mare e alla voce di Zingaretti che doppia l’economista.
Punto, stop, finito.

Zac!

Dunque, parto subito raccontando che la morale di questo film: se sei bionda e riccia, tendenzialmente carina, e ad un certo punto decidi di tagliarti i capelli, diventi immediatamente intelligente e spacchi il mondo. Ecco questa è la morale di Joy, il film che ho visto ieri sera.

È la storia di questa ragazza abbastanza bella che è una sfigata patologia: una famiglia disastrata; una madre attaccata alla tv a vedere telenovelas; un padre che si innamora della qualunque; una sorellastra che la odia; un ex marito nullafacente.

Le uniche che credono in lei e nelle sue invenzioni sono la nonna e la figlia.

La vita di Joy è squallida in tutto: una casa che cade a pezzi, un lavoro che non ama e poi improvvisamente un’idea.

Il moscio, che detta così uno dice “vabbè, hai inventato l’acqua calda” eppure qualcuno deve averlo pure inventato il moscio.

Solo che non è che una si alza la mattina inventa il mocio e lo mettono in produzione, soprattutto se sei una sfigata cronica, devi passare in mezzo a 1000 traversie per fartelo produrre prima, sponsorizzare poi, vendere dopo ancora. Non ultima quella di lottare contro una famiglia che ti mette i bastoni tra le ruote.

Tutto va malissimo; poi tutto sembra andare benissimo; poi di nuovo tutto malissimo fino a che lei un giorno non prende la forbice e taglia i suoi lunghi e bellissimi capelli biondi e ricci (che è l’unico caso in cui io ammetto restino lunghi) e zac, quella che sembrava una scema manipolate dall’universo della sfiga, diventa intelligente e si mangia il mondo: salvo poi farsi ricrescere i capelli!

Ma che vi devo dire? Brutto. Inutile. Insignificante. A tratti fastidioso. Neanche quel ben di Dio di Bradley Cooper è riuscito a farmi cambiare idea sul film, forse perché, essendo ambientato negli anni 80, era vestito in maniera piuttosto improbabile. E vogliamo parlare di De Niro e della Rossellini?! Ma perché?!

Non è un dramma, non è una commedia, c’è una latente tristezza che pervade il film dall’inizio alla fine per il modo in cui la trattano, per il modo in cui deve vivere questa ragazza, per il modo in cui deve superare tutte le difficoltà che le si presentano. Da sola.

Solo che non mi ha provocato neanche empatia, non parteggi per lei perché a un certo punto dici “e che cavolo sei troppo sfigata svegliati, tagliati i capelli che diventi intelligente!”.

Ma io dico può passare questo tipo di messaggio in un film?! Io dico di no.

Il punto più alto del basso è sicuramente la madre seduta sul letto a guardare telenovela che si innamora dell’idraulico di Haiti. Insopportabile.

Ma uno che deve fare per vedere un film decente, se lo deve girare?! Se vi dico che dall’inizio dell’anno la cosa migliore che ho visto è Zalone devo cominciare a farmi qualche domanda.

Forse per questo 2016 devo alimentare solo la mia passione letteraria, posso lasciar perdere quella cinematografia. Meglio che la sera me ne sto a casa con un buon libro che al cinema a vedere film inutili.

E anche per questo, risparmiate i soldi del biglietto che li ho spesi io.

Meglio lavorare, sentite a me!

Dovrei fare una recensione sull’ultimo film che ho visto, che è The Pills – sempre meglio che lavorare.Dovrei, ma l’unica parola che mi viene in mente è: BRUTTO.

È orribile, davvero non si può guardare.

Loro, i ragazzi, hanno avuto un lampo di genio nella creazione dei loro mini video su YouTube. Bravi, carini, divertenti.

Ora, però, ragazzi il cinema è un’altra cosa. 

Io dico: se vi chiamate The Pills da soli avevate capito che queste gag dovevano durare il tempo di una pillola. 

Poco.

Poi c’è questa mania di grandezza che colpisce chi ha mediamente successo e zac, si fanno le scemenze.

Che poi può anche andare bene fare il salto di qualità ma fatevi aiutare, costruite una trama. Non si possono allineare una 20 di “pillole” senza senso, pure i temi delle elementari devono avere un filo che li lega!

Ma poi la lunghezza?! Un sequestro di persona.

Per tutto il tempo ho pensato: vabbè, ci hanno creduto, sperato ed era il loro sogno, ok; ma questi hanno presentato un progetto, c’è qualcuno che gli ha creduto e li ha finanziati. Un mondo di matti! 

L’unica idea carina sono i ragazzini che ti fregano perché il film comincia con loro e ti placano l’istinto di uscire dal cinema appena si spengono le luci. 

Risparmiate questi soldi. 

Li ho spesi io, per carità, salvatevi!