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Il purgatorio dell’Angelo

Quando De Giovanni chiama io rispondo.

In genere nell’ora successiva all’uscita del libri ma, in questo caso, sono stata più lenta. Avevo pensato, in realtà di prendere il libro per le ferie. Poi, venerdì sera torno a casa, penso che non mi va di portare il libro di carta al mare e che è il caso di ripristinare il kobo.

E niente, è stato un attimo, ho preso: Il purgatorio dell’Angelo ed è bastata una giornata di mare per finirlo.

Quando inizi un libro del Commissario Ricciardi è come ritrovare un amico che non vedi da un po’, da un anno per la precisione. Quegli amici che pure se non li senti, quando li ritrovi è come se non fosse passato un secondo perché li ami.

Quanta malinconia mi mette Ricciardi, soprattutto perché ho letto che é uno dei suoi ultimi “episodi” ed é anche giusto così.

Storia di preti: omicidio e confessione.

Storia di ladri: con Maione che viene ingannato e Bambinella che lo aiuta.

Storie di amori: uno su tutti, il più bello, il loro.

Sono criptica?! E per forza, come parlo spoilero. Mi devo stare zitta!!!

Comunque: io lo adoro Ricciardi ed Enrica; e Maione e Lucia; e Modo ed il cagnolino,che però si vede pochissimo.

È il 1933 ma la storia parte da molto più lontano: ci sono i Gesuiti, c’è un segreto, un omicidio, un uomo in punto di morte. C’è il solito amore difficile ma corrisposto.

C’è tanta roba che scorre troppo veloce e che quando hai finito pensi: eh no, già?!?!

De Giovanni è sempre una garanzia, con la sua scrittura pulita e veloce; con le sue metafore e quegli intermezzi poetici che sembrano non c’entrare ma c’entrano sempre.

Non posso pensare di averlo già finito.

Buona lettura a voi fortunati che ancora non lo avete iniziato, io per forza di cose passo ad altro!

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Strani fenomeni

Vorrei 5 minuti soffermarmi su questo strano fenomeno che è LA TUTA.

Ora la definizione di tuta da vocabolario è: “Indumento, composto in genere di un camiciotto e pantaloni uniti, di solito di tela, usato da operai, meccanici, aviatori; anche, il completo usato dagli atleti sopra la tenuta da gioco per mantenere costante la temperatura del corpo, prima e dopo la gara” quella che, però, noi tutti conosciamo è latuta da ginnastica (o tuta sportiva)”, che sarebbe quell’indumento composto “da casacca e pantaloni di tessuto morbido, tale da consentire ampia libertà di movimenti”. 

Bene, chi mi segue sa che sono più volte intervenuta sull’argomento e con il post Io Confesso  e con questa immagine:

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Ciò detto, voi mi dovete spiegare perché ci tocca assistere e questo strano fenomeno dell’uomo adulto, intendo essere umano maschile, che nei giorni festivi (sabato, domenica e feste comandate) si aggira con la “tuta sportiva” in ogni tipo di esercizio commerciale o per strada.

Ho attenzionato il fenomeno a partire da Pasquetta, che ho trascorso a Napoli. Beh, lì si potevano contare gli uomini che non avevano indosso la tuta, più facile che contare quelli che la indossavano: praticamente tutti!

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Napoli

Poi, sono andata allo stadio qui a Roma e stesso risultato, addirittura in combo:

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Roma – Stadio Olimpico

Analizzando la definizione voi mi dovete dire quale “ampia libertà di movimenti” doveva compiere il signore che andava allo stadio, data la stazza e considerando che i calciatori già stavano in campo (tra l’altro questo camouflage grigio asfalto io vorrei sapere dove l’ha comprato, per poi denunciare non solo lui ma anche chi gliel’ha venduta!).

Non so voi ma tra le cose che mi ammazzano ogni forma di attrazione nei confronti di un essere umano maschile in prima battuta c’è sempre il borsello, a seguire (ma tipo che fanno la staffetta) c’è la tuta.

Foste almeno dei fichi dici “vabbè, passi” ma uno fico la tuta non se la mette ed ecco lì che il cane si morde la coda e tanti saluti.

Sono orribili le tute in giro per la città a meno che non facciate parte di una squadra di calcio, di pallavolo, di pallacanestro, di qualsiasi sport di squadra ma da atleti non da accompagnatori.

Le ammetto solo: in palestra ed in casa, perché lì sì è l’unico momento che ammetto mi si dica “ma la tuta è comoda” perché altrimenti mi rientra nella categoria dello “sticazzi”, la comodità è un concetto che non vi deve appartenere; il buongusto non conosce comodità, manco di moda vi parlo ma di buongusto e rispetto nei confronti di chi vi guarda.

Sono stata abbastanza chiara?! Mi auguro di sì.

Saluti.

 

 

Sara al tramonto

Dunque, se ci metto circa un mese a leggere un libro di uno dei miei scrittori preferiti c’è qualcosa che non va. Sicuramente c’è qualcosa che non va in me (ma questo lo so da tempo) e però anche nel mio scrittore preferito, forse.

Identica sorte era toccata a I Guardiani, ugualmente ci ho messo una vita. Lì però era proprio l’argomento che non mi piaceva, una specie di paranormale che proprio non mi appartiene; qui il genere mi piace, sempre omicidi, noir, ma c’è qualcosa che non è andato come avrebbe dovuto.

Prima di tutto: lo scrittore è Maurizio De Giovanni ed il libro è Sara al tramonto.

Guardate, non è che sono io restia a nuove tematiche affrontate da scrittori che hanno creato delle serie di successo: per dire Manzini ha scritto uno dei miei libri preferiti Orfani bianchi e non c’entra niente con Rocco Schiavone, quindi mi sento tranquilla, non ho pregiudizi.

Ciò detto, ho approcciato al libro in modo neutro e ma, ragazzi, che vi devo dire: non mi è piaciuto. Dispiace eh, ma non mi è piaciuto.

Allora, Sara è una tristona che a 100 pagine dalla fine non si capisce ancora che cazzo di guaio ha passato; o meglio,  si capisce che: ha avuto un grande amore, che lui è morto, che per il suo grande amore ha abbandonato il marito ed il figlio, che è morto pure il figlio (roba che  o questa ha una grandissima sfiga o la porta lei!), che non vuole più lavorare ma che lavora poi alla fine, che è un’artista nel capire le persone anche solo leggendo il loro labiale o guardando la postura, diciamo che fa la profiler per usare un termine alla CSI.

Uno muore ma sembra che la cosa più di tanto scivoli nell’indifferenza; c’è una bambina che non sta bene, ma pure questo accennato; la mamma della bambina in galera; boh.

Io ve lo devo dire: a me Sara m’ha urtato da subito. Ho capito che hai passato una serie di guai ma una tinta dal parrucchiere credo non ti ruberebbe tanto tempo, cara Sara. C’è questo latente “uggly Betty” nell’aria: il fatto che sia bella sotto ma non si curi che mi ha dato fastidio da subito, la sciatteria MAI e sì che il suo amore, prima di morire, le ha anche detto “Stai molto attenta, amore, quando sarai senza di me, a non dimenticare quanto sei bella”. Ecco, ricordatelo Sara, fatti una cazzo di tinta in testa.

Comunque, il libro si legge eh, non è che lo lasci sul comodino ma non ti affezioni… non puoi fare a meno di leggerlo quando ti metti a letto…. poi magari sul finale ti ritrovi anche un minimo interessata e De Giovanni ti regala sempre una dolcezza finale che ti spingerà a non mollarlo mai ma aspetto Ricciardi con ansia per riappassionarmi.

Ora passo ad altro.

Buona lettura a voi.

Un ragazzo normale

Allora, Lorenzo Marone è uno scrittore adorabile, nel senso che:

  1. lo adoro;
  2. è ” adorabile” da definizione: “eccezionalmente grazioso, ammirevole sotto tutti i punti di vista; affascinante, delizioso, incantevole”.

Ecco.

Ho appena finito di leggere il suo ultimo libro: Un ragazzo normale, che mi è piaciuto talmente tanto da cominciare a rallentare nelle ultime pagine.

Marone mi piace perché ha questa capacità di raccontare, descrivere, immedesimarsi in figure apparentemente marginali che ti chiedi: ma come fa?! Ma come può essere prima un vecchietto, poi una ragazza disadattata, poi un adolescente di 12 anni e riuscirci così bene?!

Qui, nella fattispecie, è Mimì un prenerd di 12 anni che vive al Vomero a Napoli ma perché figlio del portiere. Convive con madre, padre, sorella e nonni all’inizio e poi con un altro amico che non vi posso svelare. Mimì è un piccolo genio: uno di quelli secchioni, che però legge e studia per curiosità, non per mettersi in mostra; saccente a sua insaputa, ma sopportato e supportato dall’ignorante mondo che lo circonda.

Mimì ha un grande amico, che è Sasà; una ragazzina di cui si innamora, che è Viola; un mito supereroe a cui ispirarsi, che è Giancarlo Siani. Sì, proprio lui, quel Giancarlo Siani: giornalista, napoletano, giovane eroe, ucciso dalla camorra negli anni ’80 per le sue inchieste. La storia è proprio ambientata a ridosso dell’uccisione di Siani, che Mimì considera una specie di supereroe. Siani vive nel palazzo di Mimì e ne diventa “amico” (per quanto un dodicenne possa essere amico di ventiseienne), proprio nell’estate precedente alla morte del giornalista.

Io non ve la posso descrivere la delicatezza, dolcezza, bontà, ingenuità di questo ragazzino che sta scoprendo il mondo (anche quello brutto); che fa tutto il genietto e poi non capisce la morte anche perché ha “sentito dire che finché si rimane nel cuore anche solo di una persona, non si muore mai”; che usa termini forbiti in una Napoli da dialetto; che ama supereroi dove sta nascendo il mito di Maradona; .

E’ bello Mimì nella sua innocenze ed è bravo, bravissimo Marone a raccontarcelo.

Sasà è bulletto; Viola è viziata; Bea, la sorella di Mimì, è divertente; Siani è Siani, che vive da “ragazzo normale” una normalità che non esiste.

Dire che mi è piaciuto è riduttivo, dire che è un libro che ho adorato (vedi prima riga) forse rende più l’idea.

Ora isolatevi e leggetelo, non ve ne pentirete.

 

Appunti di viaggio

Qualche settimana fa un mio amico napoletano mi ha scritto: ” Sono appena uscito da teatro, ho visto uno spettacolo bellissimo, se arriva a Roma devi assolutamente andare”.

L’altra settimana, girando in vespa, ho visto un autobus con su la pubblicità proprio di questo spettacolo (dovete sapere che una delle mie fonti per conoscere tutto quello che fanno a Roma è proprio guardare le pubblicità affisse sui bus… a volte l’Atac può tornare utile, non sempre va denigrata!). 

Lo spettacolo in questione era (ed è) Appunti di viaggio di e con Lina Sastri.

Avverto la mia nuova compagna di teatro e si va.

Ora, prima di tutto, devo dire a Neri Marcorè, che qualora gli saltasse nuovamente in mente di mettere in scena uno spettacolo con parola e canto, gli consiglio (al di là di rinunciare che non è cosa sua)  di studiare a memoria lo spettacolo della Sastri: perché è esattamente così che si mette in scena un mix di musica e parole.

Lina Sastri ripercorre la sua vita e la sua carriera, da sola sul palco, a piedi nudi, in un vestito rosso che la rende meravigliosa. Dalla nascita (bimba non troppo voluta di una famiglia povera) ai primi passi sul palcoscenico, all’incontro con i grandi De Filippo e Totò; di vari personaggi, come Filomena Marturano e fantastici artisti, come Pino Daniele. Il tutto intervallato da splendide canzoni napoletane con l’accompagnamento di percussioni, chitarra, violino, contrabbasso, fiati. 

Emozionante.

Lei è bravissima, affascinante, bella: lei è Napoli.

Le canzoni strappano applausi dall’attacco e anche lacrime, per chi come me è molto sensibile.

Il teatro stracolmo di superfan: tra tutti segnalo il Signore dietro di noi che si è spellato le mani per applaudire, consumato la voce a dire “Brava” e che, a fine spettacolo, ha fatto un gesto bellissimo: si è alzato e le ha portato un’unica rosa rossa, bellissima, con un gambo alto quanto lei.

Ecco, questa è stata la giusta chiusura di uno spettacolo che va assolutamente visto.

PS. alla signora che ha pensato bene di portare una bambina non ancora in grado di parlare allo spettacolo ho bisogno di dire, come ha fatto un’altra signora del pubblico: “E così no, però eh, nun se po’!”. Amen.

 

Napoli velata

Ci sono dei registi che quando escono al cinema con un nuovo film non posso non andarli a vedere.

Tra tutti Ozpetec credo sia imperdibile per me. Sempre.

E così, è uscito il film Napoli Velata ed eccomi pronta al cinema.

Buio in sala, film film film, fine e poi dico: ok, ora ci penso un po’, faccio sedimentare e poi vi dico.

Sono pronta a dirvi che a me il film è piaciuto.

Non so se la trama che vira un po’ sul giallo, Napoli che è troppo uno spettacolo, gli attori che sono bravissimi ma un po’ una cosa e un po’ l’altra sono quasi sicura che il film mi sia piaciuto.

Devo confessarvi che forse avrei scelto un’altra attrice ma perché io ho proprio un problema con la Mezzogiorno: mi rende pesante pure lo spritz; e poi qui in un fuori forma che per carità: vestita male, truccata male, pettinata male insomma tutto male ma inesorabilmente BRAVA.

Bellissimi gli altri invece: la zia; l’amica (super top la Ranieri); Lui; il fratello di Lui; l’amico; Napoli. Tutti bravi e belli.

Napoli poi protagonista: bella, lugubre, misteriosa, allegra, velata.

La trama è impegnativa, a tratti pesante, forse un po’ lenta ma il film c’è.

Mi è piaciuto.

Forse lo rivedrei per capire meglio delle sfumature.

Ora che vi sto a raccontare: la notte di sesso; la pazzia; il mistero?! I raduni dei soliti amici gay; che ve lo racconto a fare?!

Tutto si incastra abbastanza bene, certo devi stare concentrato che poco poco ti perdi un passaggio ti sei perso mezzo intrigo.

Per esempio c’è una scena dove dei vecchi trans fanno una tombola che veramente dici: “boh!”! Però, quel posto, ma quanto è meraviglioso?! Ecco, io devo dire che lì mi sono proprio distratta a guardare la straordinaria bellezza di Napoli. Straordinaria. E Ozpetec, con la sua fotografia, riesce sempre ad esaltare la bellezza dei luoghi che sceglie.

Ah poi, in tutto questo mistero, buio, tra tutte queste ombre un raggio di luce c’è; una figura estremamente positiva si fa spazio; la salvezza c’è. Guardare per credere.

Tirando le somme io direi: nè capolavoro, nè “sòla”, per rispondere alla domanda di una mia amica, ma da vedere.

Sì, lo consiglio.

Fatemi sapere.

Souvenir

Ho finito il libro precedente in tempo in tempo per il 6 dicembre quando è uscito l’ultimo della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, di uno dei miei scrittori preferiti che ormai sapete essere Maurizio De Giovanni.

In 20 giorni ho finito il libro che ne avrebbe richiesti molti di meno, se non fosse che è arrivato in un periodo in cui le cene prenatalizie mi hanno fatto leggere pochissimo.

Comunque, l’ho finito e Maurizio non delude. Mai.

Neanche se sapesse che ottobre è stato un mese decisamente particolare per me, il libro è ambientato proprio ad ottobre.

I Bastardi ormai sono una garanzia di riuscita e questa volta non sono alle prese con un omicidio ma con la brutale aggressione ad un cittadino americano.

Si scopre la storia del tipo che nasce da una storia di amore impossibile e a distanza. Una mamma attrice e un papà cameriere.

Come al solito non sto qui a raccontarvi la trama perché dovete leggere ma vi dico che, meno delle altre volte, le vite dei protagonisti entrano nel racconto.

Un po’ meno di sa di Laura e il cinese; meno si sa di Romano e le due Giorge e Susy (oddio, qui qualcosa di più si sa!); meno si sa di Alex e la sua love story; meno si sa di Aragona e la sua cameriera; meno si sa di Ottavia e Palma; meno si sa di Pisanelli e il frate… meno ma abbastanza per rimanere con il fiato sospeso fino alla prossima avventura.

E non vedo l’ora, anche se mi devo dedicare ai libri che mi hanno regalato a Natale perché, per fortuna, c’è sempre qualcuno che si ricorda quanto ami leggere.

Leggete tanto, leggete bene.

PS: “ottobre da dimenticare, ottobre da ricordare” è, per me, la frase migliore del libro non vi sto a dire perché ma Maurizio, manco lo sapesse, me l’ha immortalata. Grazie.