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L’amore è eterno finché non risponde

Ho appena finito il primo libro di Ester Viola L’amore è eterno finché non risponde.

Premesso che io non amo i libri da femminucce, quelli dove si racconta l’amore:lei ama lui, lui la lascia, lei soffre.

E non mi piacciono perché sembra sempre che la donna sia l’indifesa e l’uomo il mostro.

Non è così.

Poi odio, anche nella vita, il: lui ha detto e allora io gli ho detto e allora lui ha risposto; e poi leggi e rileggi messaggi; e poi la ricerca del l’interpretazione autentica; e poi conti le telefonate; e poi vai su tutti social per vedere quello che fa lui e com’è la ex, e com’è la nuova fiamma, ma che vi importa, vi dovrebbe bastare che non sta più con voi (o non ci è mai stato per rassegnarvi!) o no?!?

E non vi sta parlando una che ha messo su la famiglia Cuore, anzi, restituire un solitario di Tiffany (e non per colpa mia!) mi metterebbe di diritto nella categoria delle disilluse, di quelle che “tanto gli uomini sono tutti delle merde” e “l’amore non esiste” ma non sono io, non ci riesco.

Solo che considero un’inutile perdita di tempo stare lì a fare l’analisi logica del detto e non detto, se uno vuole dice sennò vai avanti. Io più o meno sull’argomento la penso così, comunque…

Tutto ciò premesso, per rimanere nel linguaggio “avvocatese”, che è quello che usa Ester Viola, il libro non mi è del tutto dispiaciuto, anzi alla fine mi ero pure un po’ affezionata ad Olivia, a Luca, a Viola, a Luciano, a Dario, tanto che mi compro pure subito il seguito.

Ester Viola è un avvocato divorzista che scrive per vari giornali e, tra questi, per Vanity Fair, il lunedì mattina tiene una rubrica, che io adoro, tipo la posta del cuore ma scritto in un modo così ironico, sarcastico, divertente che è un piacere leggerla.

E anche il libro è più o meno così.

La protagonista è Olivia, un avvocato divorzista (pure lei!) che vive a Napoli, che si è da poco lasciata con Dario, e che incappa in una serie di vicissitudini amorose. Neanche troppo fallimentari.

Al di là di una serie di luoghi comuni, necessari ai fini della storia, e di intrattenimento sulla noia dell’amore in una certa fase, il libro è carino.

È un libretto, come lei stessa lo definisce, che si fa leggere volentieri.

Lei dovrebbe essere una Bridget Jones nostrana, ma di Bridget Jones non ha molto perché è evidentemente una fica ed evidentemente ricercata da svariati uomini, al contrario dell’ubriacona inglese.

Carriera da Avv.to ben avviata, appartamento vista mare e già questo, di diritto, non la pone più nella categoria delle sfigate.

Comunque l’ho letto non aspettandomi niente e infatti è andata bene così.

Cioè se non ti aspetti, qualcosa ottieni ed infatti un paio di ore piacevoli il libro te le regala.

Ora è appena uscito il secondo, Gli spaiati, e quasi quasi resto a Napoli per vedere come si è sistemata Olivia.

Buona lettura a voi.

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L’idiota

Ecco, l’unica cosa azzeccata di questo libro è il titolo perché nulla è più inutile ed irritante di un idiota quindi l’immedesimazione è perfettamente riuscita.

Ma partiamo dall’inizio.

Visto che con un mio amico non ci troviamo mai sulle letture, gli ho proposto di scegliere un libro ciascuno, leggerlo in contemporanea e poi parlarne. La prima a scegliere il libro dovevo essere io e ho scelto L’Idiota di Elif Batuman.

Osannato dalla critica, con una bella copertina, avevo pensato fosse la scelta giusta.

Maledetta me.

Dopo 10 pagine ho cominciato a provare: fastidio, nervosismo, rabbia. Alla pagina 11 ho pensato di abbandonarlo poi un po’ perché non abbandono mai i libri anche quando mi fanno schifo, un po’ perché c’era quel povero Cristo che leggeva dall’altra parte di Roma ho continuato.

Io non vi posso dire il livello di rabbia che punte ha toccato nel leggere la storia di quest’altra (la solita) Ugly Betty, di origini turche questa volta, alta, che porta 44 di piedi, ignava come pochi, che studia ad Harvard e poi studia russo e poi va in Ungheria a insegnare inglese ai bambini negli anni ’80, o forse ’90, non lo so, non mi ricordo, non mi interessa.

Descrizioni inutili su un semestre ad Harvard che pensi “beh, se si studia così lì forse ad Harvard lo potevo fare anch’io”. Citazioni inutili, mediamente colte sugli scrittori russi e simili. Poi a russo incontra Ivan e comincia una tiritera che io non ve la voglio raccontare.

Raramente mi è capitato di odiare un personaggio così tanto, una (Selin si chiama) che di se stessa non sa niente: “ti piace questa cosa?” “Non lo so”; “ com’era la fidanzata di lui?” “Non lo so”; “ti piace questo piatto di pasta?” “Non lo so” … il fastidio. Frequenta corsi di qualsiasi cosa senza essere interessata niente, vince un concorso letterario e pure quello le rimbalza.

Una scrittura da settenne, con frasi brevi (ma roba che tipo soggetto e verbo), senza struttura narrativa, lenta come la storia e piena di particolari assolutamente NON RICHIESTI: l’ingravidamento dell’elefante Kika; il vocabolario di ungherese; quanto sia diverso dal classico il cinese moderno; allucinante la storia di Bill ed il mezzo triangolo che mi ha ricordato quella del pupazzetto “fai come Bill” o “non fare come Bill”:

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Sta un mese a Parigi (dico PA-RI-GI) questa inetta, e quando le chiedono qual è la cosa che le è piaciuta di più risponde “andare a correre la sera perché vedevo le lucine”. Ma maledetta tu e maledetta io, mille volte.

Io raramente ho letto una cosa così inutile e irritante e noiosa, raramente.

Ovviamente ho esonerato il mio amico, che in una settimana era arrivato a pag. 46 (e come dargli torto!) dal proseguire nella lettura. Non potevo accettare che un altro, poi per causa mia, perdesse tempo con questa roba.

Faccio mea culpa, chiedo venia a lui ed a me stessa e giuro solennemente che mai più mi farò incantare da una copertina, da un titolo e dall’acclamazione della critica.

 

Maria cucina punto it

L’altro giorno apro Facebook e tra le notizie leggo un post della mia amica Maria, la quale pubblica una delle tante ricette che conosce.

Mi metto lì, leggo la ricetta e (al di là del fatto che io non mangio il pesce) le seppie con humus (e non ricordo quale altro ingrediente) sembrano, magicamente, la cosa più facile da fare nella vita.

Ecco Maria, come tutte le cuoche, ha questa capacità del “che ci vuole”…cioè ti propone la torta a mille strati, la caponata di ogni tipo di vegetale, il riso in crosta di parmigiano, in 10 minuti.

Maria, per fortuna vostra, ha un blog di cucina che vi invito a consultare e si chiama mariacucina.it .

Ora, il mio spottone è legato al fatto che io la sua cucina l’ho provata.

Circa dieci giorni fa mi ha invitata a cena e che facevo?! Non ci andavo?!

A differenza di quello che si può immaginare lei non pesa 200kg e ti accoglie con la parannanza no, lei è secca un chiodo, apre la porta in minigonna e ti imbandisce una tavola che manco ad un pranzo di nozze!

Vegetariana io, vegetariana lei mi ha fatto assaggiare giusto due cose che tanto “che ci vuole”: crostini con burrata; guacamole preparato da lei; pasta pomodorini secchi e zucchine; felafel e caponata; e, per finire, creme caramel!

Ma che vi devo raccontare di più?! Dei felafel forse che, su tutto, mi hanno conquistata… perché la genia li ha fatti come vanno fatti, ossia con le fave, e non con i ceci.

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Ora, facciamo così: voi vi fate un giro sul blog, sperimentate le ricette, le mettete a punto e mi invitate; io confido nella magnanimità e nelle porzioni take away di Maria.

Daje, che squadra che siamo!

 

30 secondi

Ho 30 secondi e vi devo dire URGENTEMENTE questa cosa.

Dunque, ieri sera girovagavo su Instagram, ufficialmente ormai il mio social preferito, e ho beccato un paio di starlette che seguo con una borsa di Pinko.

In particolare una diceva che stava andando all’evento #iPinkolove Bag.

E che faccio secondo voi, non vado a sbirciare?! E certo!

Scopro così che Pinko ha ideato una borsa che può essere personalizzata con il proprio nome, in realtà non una grande novità perché già alcuni brand lo fanno, ma mi è sembrata una cosa carina da approfondire.

Allora, premesso che a me Pinko non piace (ma quello è un fatto mio personale), l’idea di poter personalizzare con il mio nome una borsa mi ha troppo incuriosito. Mi sono messa a sbirciare nella pagina dell’evento per scoprire che la borsa in questione è di un brutto ma di un brutto che io non ve la posso raccontare… solo di seguito mostrare.

Bicolor (laddove l’abbinamento di colori è francamente imbarazzante); un modello inutile anziché no (né grande né  piccola… quelle misure che non sanno né di me né di te!); con due uccelli che chiudono un cerchio ad aprire la borsa.

Ora, voi sapete che per me le borse sono una cosa seria… scherziamo su tutto ma non sui sentimenti… e per me quando le hai detto BRUTTA le hai fatto un complimento.

Il tutto per una modica cifra che parte da 260€.

Ora, senza paura, ditemi che ne pensate e aiutatemi a dire BRUTTA!

Tanto vi dovevo, saluti.

 

 

L’onda nr. 7

Domenica pubblico la foto su un gruppo Facebook del libro che avevo appena finito di leggere, Ti ho mai parlato del vento del nord, con tanto di recensione e ho scatenato un mare di commenti tutti del tenore “e ora devi leggere l’altro”.

Come già sapete, la mia amica illuminata mi aveva regalato anche l’altro libro così, prontamente, ho iniziato La settima onda, seguito del precedente.

Allora, se avete intenzione di comprare il primo, comprateli subito entrambi altrimenti impazzite e poi ve la prendete con me, quindi non voglio sentire che io non vi avevo detto niente, eh!

La lettura mi ha richiesto un po’ più delle poche ore previste perché, come potete immaginare, la settimana prima di Natale è tutta un’uscita perché se non ci si vede per gli auguri poi scadono.

Comunque, iniziato e finito anche La settima onda e ora Emmi e Leo mi mancheranno. Già mi mancano. Ieri sera non ho voluto leggere niente altro, per rimanere un altro po’ con loro.

Sapete già, avendo letto la mia precedente recensione, che trattasi di due sconosciuti che si incrociano per una mail sbagliata e da lì nasce qualcosa e poi qualcos’altro ma non vi ho detto, né vi voglio dire, di più perché sennò vi rovino la sorpresa.

Su questo specifico libro, vi posso però raccontare che mi è piaciuto meno del primo, che lo avrei tagliato almeno di 50 pagine; che a tratti lo volevo buttare dalla finestra perché: ma dai, svegliatevi, non potete essere così rincoglioniti!

Però scorre, scorre veloce ed è piacevole.

State lì e pensate “Ah, l’amore!”… ammazza quanto è complicato certe volte.

Aggiungo anche che Emmi che mi stava francamente antipatica nell’altro libro mi ha stupito in questo ed ha dimostrato che, se ci si mettono, le donne hanno sempre quella marcia in più che aiuta il mondo.

Bene, per il Natale avete di che leggere.

Io cerco altro.

Buona lettura.

 

Era meglio se soffrivi 

La colpa non è sua che l’ha scritto ma la mia che l’ho comprato.Io raramente ho letto un libro così inutile.

Mi sono fatta affascinare dal titolo “D’amore si muore ma io no” ed il titolo rimane l’unica cosa da apprezzare.

Assolutamente inconcludente: quando sei quasi alla fine pensi “ma dove vuole arrivare lo scrittore?!”.

E da nessuna parte vuole arrivare lo scrittore.

La storia è quella dell’ultimo poeta professionista vivente che, a Torino (e ve lo dico perché lui ci tiene) vive una storia d’amore; la quale storia d’amore non è né tragica, nè infelice, nè felice… è una storia d’amore come mille altre e, per questo, inutile da raccontare. Ma proprio inutile!

Giacomo e Agata: lui il poeta, lei l’aracnologa e già qui dici “vabbè”; si conoscono, si amano. Manco flirtano più di tanto. Pure una storia d’amore facile. Poi interviene una distrazione, poi lei parte per lavoro, poi si lasciano e forse si ritrovano.

Punto, finita la storia. È o non è inutile?!

Il tutto scritto come potrei scriverlo io su questo blog. Ecco, forse proprio questo mi ha infastidito: la scrittura.

Il modo di raccontare, come fosse un diario, non so, o una chiacchiera tra amici.

Poi a me se vuoi fare il simpatico a tutti i costi (e lo scrittore vuole farlo!) è il momento che mi diventi proprio antipatico.

Ma poi ventimila inutili digressioni sulle vecchie storie d’amore del poeta vivente.

Il fastidio proprio.

La cosa più bella del libro è la fine, ma non il finale, proprio la fine quando leggi i ringraziamenti.

Andiamo avanti va.

Nanna Moretti

Io ora mi dovrei mettere qui a farvi la critica del film di Moretti, Mia madre.

Lo so, dovrei ma… che vi posso dire se io, per tutti i 146 minuti del film, ho pensato:

“Gesù, che palle!”.

E forse non sono intellettualmente in grado di capire, forse non sono umoralmente in grado di capire, forse non sono in grado e basta ma ribadisco il concetto:

“Gesù, che palle!”.

Margherita Buy è Nanni Moretti, fa la regista di un film strampalato, inutile, e accompagna la mamma nei suoi ultimi giorni di vita, insieme al fratello (lo stesso Moretti) che fa, invece, l’ingegnere (in aspettativa).

La mamma in ospedale, loro che si alternano al suo capezzale.

Ora questa cosa che, ahimè, capita a tanti si poteva raccontare in mille modi, in mille e uno forse ma, raccontato alla Moretti, scusate, diventa un mattone dalle bibliche dimensioni.

A me Moretti piace, tanto, ma qui non c’è niente dei suoi precedenti film.

Non c’è la surrealtà, né la disperazione che, per dire, c’era nella Stanza del figlio c’è una linea retta costante, senza picchi in su o in giù. Forse una cunetta la realizza Turturro (FANTASTICO: fico fico fico!),che è l’unico a regalare la risata, la lacrima, la simpatia, l’antipatia… insomma, l’unico a fare qualcosa che sia di Moretti!

Per il resto: la Buy brava ma un personaggio non suo, non mi sembra manco credibile nei panni della regista; Moretti, quasi simpatico rispetto alla Buy, ma proprio invisibile; la mamma brava ma poverella, così nel letto di ospedale; la figlia della Buy e nipote di Moretti caruccetta; e basta, perché, tolto Turturro, sono finiti.

Una cosa, però, la devo dire: la scena che da sola vale l’ingresso al cinema è Turturro che balla, un po’ alla Pulp Fiction, con la truccatrice: beh, bravo lui e brava lei, scena pure questa un po’ avulsa dal contesto ma divertente, ben fatta, ridanciana.

Ecco, questo glielo dovevo poi NO NO NO, niente: sbuffi e noia.

Salvatevi e, Nanni, scusa, lo sai ti voglio bene e lo so che è la tua storia ma la prossima volta facciamo che ci riparli del papa o della nutella o cose simili?! Grazie!