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Come un gatto in tangenziale

Mai avrei pensato di andare a vedere un film intitolato Come un gatto in tangenziale.

Mai avrei pensato che il film mi piacesse.

Mai avrei pensato che la Cortellesi, quando la smette di voler a tutti i costi dimostrare quanto é brava, è brava davvero.

Mai avrei pensato che Albenese, quando esce da uno dei suoi personaggi, ci azzecca e si fa guardare.

Mai avrei pensato che a Roma esiste una periferia che si chiama Bastoggi (ed io a Roma ci sono nata).

Vedi quanti “mai avrei” mi ha regalato questo film?! Perché mai dire mai.

“Come un gatto in tangenziale” è un film divertente; una commedia amara il giusto; una storia che ti fa riflettere; due belle ore da riempire.

Sono davvero tutti bravi, forse troppo “caricato” Amendola, ma credo sia necessario.

La storia parte da un amore adolescenziale, una specie di Romeo e Giulietta dei giorni nostri, anche se l’amore poi non è così travolgente come poteva sembrare.

Ed è giusto così.

La Cortellesi coatta sembrerebbe sulla carta poco credibile e invece non lo è; Albanese intellettuale sta perfettamente nella parte; la moglie svampita pure.

Fantastica (come sempre) la Leosini, che interpreta se stessa.

Ci sono parecchi spunti davvero simpatici: le gemelle; il carrozziere; Coccia de morto; insomma varie cose davvero divertenti.

Il film scorre benissimo: si ride e si riflette… per un gatto che muore in tangenziale non è affatto male.

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Napoli velata

Ci sono dei registi che quando escono al cinema con un nuovo film non posso non andarli a vedere.

Tra tutti Ozpetec credo sia imperdibile per me. Sempre.

E così, è uscito il film Napoli Velata ed eccomi pronta al cinema.

Buio in sala, film film film, fine e poi dico: ok, ora ci penso un po’, faccio sedimentare e poi vi dico.

Sono pronta a dirvi che a me il film è piaciuto.

Non so se la trama che vira un po’ sul giallo, Napoli che è troppo uno spettacolo, gli attori che sono bravissimi ma un po’ una cosa e un po’ l’altra sono quasi sicura che il film mi sia piaciuto.

Devo confessarvi che forse avrei scelto un’altra attrice ma perché io ho proprio un problema con la Mezzogiorno: mi rende pesante pure lo spritz; e poi qui in un fuori forma che per carità: vestita male, truccata male, pettinata male insomma tutto male ma inesorabilmente BRAVA.

Bellissimi gli altri invece: la zia; l’amica (super top la Ranieri); Lui; il fratello di Lui; l’amico; Napoli. Tutti bravi e belli.

Napoli poi protagonista: bella, lugubre, misteriosa, allegra, velata.

La trama è impegnativa, a tratti pesante, forse un po’ lenta ma il film c’è.

Mi è piaciuto.

Forse lo rivedrei per capire meglio delle sfumature.

Ora che vi sto a raccontare: la notte di sesso; la pazzia; il mistero?! I raduni dei soliti amici gay; che ve lo racconto a fare?!

Tutto si incastra abbastanza bene, certo devi stare concentrato che poco poco ti perdi un passaggio ti sei perso mezzo intrigo.

Per esempio c’è una scena dove dei vecchi trans fanno una tombola che veramente dici: “boh!”! Però, quel posto, ma quanto è meraviglioso?! Ecco, io devo dire che lì mi sono proprio distratta a guardare la straordinaria bellezza di Napoli. Straordinaria. E Ozpetec, con la sua fotografia, riesce sempre ad esaltare la bellezza dei luoghi che sceglie.

Ah poi, in tutto questo mistero, buio, tra tutte queste ombre un raggio di luce c’è; una figura estremamente positiva si fa spazio; la salvezza c’è. Guardare per credere.

Tirando le somme io direi: nè capolavoro, nè “sòla”, per rispondere alla domanda di una mia amica, ma da vedere.

Sì, lo consiglio.

Fatemi sapere.

La tenerezza 

Poi dice che una non va al cinema.Sapete no, che quest’anno l’ho frequentato poco perché mi sono data al teatro e ok ma, sapete che vi dico?! Ho fatto bene.

È il secondo film che vedo in 10 giorni ed, a parte la bravura degli attori, non riesco proprio a trovare niente da segnalare.

Allora: il primo è stato Lasciati andare con Servillo. Film carino ma niente di imperdibile a parte Servillo, è ovvio, di cui sono innamorata.

Poi ieri vado a vedere La tenerezza e ci vado pure di corsa, perché è uscito ieri. Avevo letto, infatti, che è tratto da un libro che ho amato moltissimo La tentazione di essere felice di Lorenzo Marone. 

Ok “liberamente tratto” ma quel liberamente non può voler dire che l’unica cosa presa dal libro è la location, ossia Napoli.

Per il resto: dal nome del protagonista, all’incipit all’epilogo, tutto è diverso… che nervi… allora, non dite “tratto” seppur liberamente perché il film è un’altra storia proprio.

Poi, Gianni Amelio… Gianni, ti voglio bene ma la leeeeenteeeeeeeezzaaaaaa… la lentezza… una cosa anche non si può sopportare. Ad un certo punto pensi: ma da quante ore stiamo chiuse qua dentro?!

Nel libro il protagonista è scontroso ma ironico e divertente, qui è un bravissimo attore che ci regala una splendida interpretazione ma di un altro protagonista, di un’altra storia.

La Mezzogiorno, per la quale provo una personale antipatia, è brava ma da prendere a pizze per come si veste. Elio Germano è sempre il numero uno con un perfetto accento triestino e matto il giusto; la Ramazzotti, se uscisse un po’ dalla parte della svampita, riuscirebbe anche a farci capire se è brava.

La storia è pesantissima e il libro non lo era. E poi: La tenerezza?! Nel film si racconta una brutta tragedia, altro che tenerezza. 

Vabbè, lo so, sono monotona ma il film di più. 

Grazie, penso di tornare a teatro. 

Io non ti odio mai

Era un po’ che non andavo al cinema e ho ricominciato vedendo un film bellissimo. Uno di quei film che finisce, torni a casa e ci ripensi perché ti dá un pugno nello stomaco che non puoi dimenticare così. 

Il film è La vita possibile di Ivano (e non Ivan come lo avevo ribattezzato) De Matteo.

Trattasi di bellissimo film.

Storia di violenza sulle donne. Moglie e mamma picchiata dal marito. Denuncia. Si scappa dalla propria città per andare a vivere dall’altra parte dell’Italia. 

Da chi si va in questi casi?! Da chi ti può accogliere e qui c’è la fortuna di avere una scapestrata (e perfetta) Golino che ti apre la sua casa a Torino. 

Ora, però, dimenticate la coraggiosa donna che ha subito violenza e decide di scappare e mettetevi nei panni del tredicenne di lei figlio che, pur comprendendo e accettando la scelta della mamma, si trova a dover abbandonare il suo tutto di adolescente per piombare in un niente siderale.

Ti annienta. 

Il protagonista tredicenne ti sconvolge per la bravura; ti emoziona per la verità che ti sbatte davanti; ti intenerisce fino alle lacrime per la dolcezza.

Con lui vivi il dramma della situazione, attraverso i suoi enormi occhi azzurri ti rendi conto di quanto riesca ad essere ingiusta la vita; e poi emozionante per la prima cotta; e poi triste per la delusione; e poi assurda per la solitudine; e poi meravigliosa per la rinascita.

Io non so, mi è piaciuto tutto: la Golino, la Buy, il bambino (che si chiama Andrea Pittorino e che è straordinario), Torino, la musica.

Mi è piaciuto tutto. 

Mi sono fatta un sacco di pianti ma la speranza c’è. E va sempre coltivata.

Di storie così purtroppo ce ne sono tante ma di registi che le sanno raccontare così bene purtroppo pochi. 

Bravo Ivano (detto Ivan)!

Buona visione a tutti. 

Dafne non Fiore 

La prima domanda che ti fai quando appaiono i titoli di coda è: perché Fiore? Il titolo del film è questo e allora uno pensa che la protagonista si chiami così; e invece no perché quella si chiama Dafne, che poi, per inciso, è il nome che da piccola pensavo di dare ad una mia eventuale figlia poi, crescendo, ho cambiato idea perché, dopo essere stata in croce io con Nunzia, non potevo mettere in croce pure lei! 

Ma andiamo avanti.

Dicevo che la protagonista di questo film si chiama Fiore. 

È un’adolescente, disadattata, presumibilmente senza madre (che non si nomina mai), con un padre carcerato, che commette piccoli furti, che la porteranno in carcere.

Brava devo dire la ragazza, il film si regge su di lei, gli altri sono solo un contorno ad una figura principale.

Dafne è problematica assai, combina un sacco di casini e ha una sfiga cosmica: avete presente Calimero, piccolo e nero, ecco più o meno così.

Il padre che non la vuole a casa; le guardie che la sgamano sempre; le amiche carcerate che ce l’hanno con lei etc. Etc.

Una vita un po’ così se non fosse che in carcere incontra Josh, milanese, diciottenne in carcere anche lui e i due, dai oggi e dai domani, si innamorano: lettere e chiacchiere dalla finestra.

Lui termina la pena ed esce; lei resta in carcere.

Non vi dico altro altrimenti vi rovino la sorpresa.

Mi incuriosiscono gli adolescenti, figuriamoci quelli problematici, quindi ho trovato il film abbastanza interessante. 

Delicato nel raccontare il rapporto dei due ragazzi, tenero.

Solo che alla fine esci e pensi “carino” perché a loro ti sei affezionata; il film poteva regalare qualcosa di più: diluito nel tempo ma non lento, a tratti forse noioso ma la ragazza è brava a tenere l’attenzione.

Nuovo e inquietante lo spaccato di vita del carcere minorile.

Belli Dafne e Josh: teneri, dolci, temerari.

Loro sì meritano la visione ma potreste anche soprassedere. 

Bravi senza fine 

E poi un piccolo grande capolavoro.Capisco i 10 minuti di applausi a Cannes, mi sarei alzata in piedi ad applaudire anche io La pazza gioia di Paolo Virzì.

Ma quanto è bravissimo lui?! E quanto sono bravissime loro: Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi.

(Piccola parentesi che non c’entra niente ma ve la voglio dire: le prime volte che vedevo Valeria Bruni Tedeschi pensavo che vitaccia la sua con la bellissima Carla Bruni come sorella… beh, dopo aver visto i due film di Virzì, che la vedono protagonista, penso che Carla non sia degna neanche di allacciarle le scarpe, anche in fatto di bellezza, soprattutto per come è invecchiata, ma andiamo avanti!).

Dicevamo: bravissime le protagoniste!

Belle e brave.

Sono due “pazze” accolte in una struttura per persone con dei problemi, diciamo così perché “matti” non mi piace.

Una con un passato da signora benestante che dilapida il suo patrimonio per amore; l’altra disgraziata dalla nascita che incontra un maledetto che finisce di rovinarle la vita.

Si incontrano, si piacciono, nasce un’amicizia che sarà la loro salvezza!

Un po’ Thelma e Louise ma più profondo.

Dietro queste due “pazze” bellissime storie di solitudine, di abbandoni, di disperazione, di disagio.

È tutto ben fatto: l’ambientazione, le musiche, i colori, la fotografia, i costumi, i dialoghi, il dramma, la malattia, la voglia di ricominciare a vivere.

È tutto ben reso.

E si piange, ve lo dico, portate i fazzoletti perché le emozioni sono intense e sfido chiunque a resistere!

La Ramazzotti è un fascio di nervi, disperazione; intensa, brava.

La Bruni Tedeschi sembra nata per fare la pazza: isterica, divertente, bella, simpatica, matta vera.

Anche gli altri attori, che sono un mero contorno, tutti adatti. Ci sono anche i camei della mamma vera della Tedeschi e di Francesca Archibugi che, insieme a Virzì, ha curato il soggetto.

Insomma: bello, da vedere, andate… e ricordatevi i fazzoletti, non dite che non ve lo avevo detto poi che vi dovete pulire con la manica della giacca e non vi si può vedere!

Per niente benvenuti 

Se c’è una cosa che mi manda in bestia sono le cose inutili.Quando leggo un libro o vedo un film inutile mi sale il sangue al cervello.

Ieri sera è successo questo vedendo Benvenuti ma non troppo.

Che fastidio.

Questi francesi hanno le idee ma rimangono solo quelle, non le sanno sviluppare o, pure se lo sanno fare, si perdono.

Crisi degli alloggi in Francia, a Parigi, e il Governo “di sinistra” si inventa di aprire le case dei ricchi per ospitare i poveri.

Incappano in questo decreto, 2 famiglie straricche nel centro di Parigi.

La prima conservatrice; la seconda radical chic. Nessuno vuole in casa nessuno e così cominciano sotterfugi che si rileveranno inutili perché il palazzo diventa una specie di comune.

Al solito, come in tutti i film francesi, tantissime chiacchiere; belle locations; personaggi meschini; attori fastidiosi; outfit osceni.

Che altro vi posso dire: ad un certo punto mi faceva male la testa per quanto urlavano, ma che bisogno c’è di mettere tante parole?!

E poi la lunghezza. La noia. E l’inconcludenza del finale: così, di punto in bianco, quello che c’era in c’è più senza spiegazioni!

Vabbè, se vi dico inutile credetemi.