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Ho detto: NO

L’altro giorno in uno dei 200 gruppi whats’app in cui sono (devo dire in uno di quelli più divertenti!) una mia nuova amica (mezza psicopatica che si sente esclusa dall’universo… ti adoro e lo sai 🙂 ) chiede: “ma le splipper mules?!” allegando la seguente foto.

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La mia risposta è stata un semplice, conciso, secco: NO!

Ora, ragazzi/e, voi sapete quanto io ami la moda, ma sapete anche quanto affermi che “se una cosa è brutta, non mi interessa che vada di moda: io non la indosserò!”.

Ora, al di là della scelta della mia amica che tra tutte forse ha scelto le più brutte (per quanto griffatissime) secondo voi come meglio potrebbero catalogarsi queste scarpe se non CIAVATTE?! Badate bene che ho scritto “ciavatte” e non “ciabatte” perché il romano viene in soccorso in alcuni casi, in quanto dà proprio il senso della sciattaggine che è intrinseca nell’oggetto.

Al di là del fatto che io odio le ciabatte anche in casa, piuttosto raffreddore tutto l’anno ma non riesco a metterle neanche tra le mura domestiche, figuriamoci se mi viene in testa di uscirci e magari spendere fior fiori di € per averle ai piedi.

Ora Alessandro Michele (stilista di Gucci, lo dico solo per quei 4 che non lo sanno) è un estroso e questo tipo di “ciavatte” devono piacergli parecchio perché le propone in varie salse, per uomini e donne…

…purtoppo, però, non è l’unico… la Ferragni ne fa spesso sfoggio e le ha prodotte con il suo brand; poi Steve Madden; poi Prada; poi D&G…

e tutti prevedono prezzi che vanno dai 200 ai 1.000€.

A questo punto mi sento di darvi un consiglio: all’inizio della strada in cui abito, ma comunque ce ne sono a centinaia sparsi sul territorio italico, c’è Risparmio casa. Ora in genere, davanti alle casse per lo più, installano dei fantastici stand con le ciavatte (da uomo e da donna) che vanno dai 10 ai 12€ . Ecco, io penso che di più un paio di pantofole non debbano costare perché, se proprio non se ne può fare a meno, IN CASA CI SI DEVE STARE CON LORO, quindi spendere più di tanto mi sembrerebbe un sacrilegio, un oltraggio alla corona, un attentato alla Costituzione.

Non uscite dal seminato: ciabatte in casa; scarpe fuori… e, quando dico, “scarpe” penso a tutta un’altra cosa!

Siete stati avvertiti.

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Divise estive 

Ieri facevo una considerazione sulle divise.Eh, le divise.

Avete presente: vigili urbani, Polizia, Carabinieri, vigilantes, steward e Hostess… insomma tutti quei lavoratori che, per la propria professione, sono costretti ad indossare una divisa?!

Bene, pensavo a loro perché d’estate trovo inaccettabile (soprattutto per gli uomini) che gli si fornisca una camicia a maniche corte per divisa.

Lo trovo inaccettabile.

E voi direte: vabbè, ma fa caldo, che dovrebbero indossare?! 

Ecco, io non lo so (e francamente non mi interessa) so solo che esteticamente è inaccettabile rendere istituzionale le camicie a maniche corte, soprattutto per gli uomini (come da mio precedente post modaiolo). 

Ora, però, mentre quando entri in un negozio e ne acquisti una per me sei penalmente perseguibile per la tua responsabilità personale; quando te la danno in dotazione i datori di lavoro siamo nell’ambito di una responsabilità collettiva, ai limiti del disagio sociale.

Li vedi porelli, con queste camicie orribili (per lo più bianche e celesti) con le braccia mozzate da questi pezzi di stoffa che arrivano a metà braccio. 

Al di là dei borselli e dei pinocchietti, che mi sembrano per lo più debellati, credo che sia la cosa più brutta dell’estate.

Ora io dico che non è che 10cm di stoffa risolvano il problema, in più se prendiamo esempio dai berberi del deserto quelli vanno tutti coperti. Chi siamo noi per costringere dei poveri lavoratori ad andare in giro come degli sfollati cafoni?! Chi siamo noi, nella patria della moda, per promuovere il cattivo gusto a livello istituzionale?! Chi siamo noi?! 

Se serve una legge per impedire lo scempio me ne faccio promotrice, ora mi informo ed, in caso, vi chiederò di firmarne la proposta.

Stay tuned.

Rondini d’inverno

Prima dicono: esce l’11 luglio.Poi dicono: esce prima in alcune regioni.

Quindi provo ma a scaricarlo sul Kobo ma non riesco.

Arriva l’11 luglio e c’è una serata al Massenzio con De Giovanni e che fai non lo compri il libro per fartelo autografare?!

Ovvio. 

E così siamo al paradosso di averlo comprato (ma non scaricato) sul Kobo e comprato, e addirittura autografato, in cartaceo.

L’11 sera, dunque, comincio la lettura.

L’avrei finito la stessa sera perché quello che ho letto a pagina 34 mi ha fatto subito svegliare: finalmente Ricciardi, ci hai messo 10 libri e circa 3000 pagine per fare quello che avresti dovuto fare a pagina 100 del primo libro… e con lo spoiler mi fermo qui.

Comunque l’estate è un mezzo guaio e non si sta mai a casa (o almeno io) e quindi la lettura è iniziata lenta anche perché non avevo voglia di finirlo subito.

Poi il 14 luglio di nuovo vedo De Giovanni, che presenta il libro, e lui stesso dice: “uno fa tanta fatica a partorirlo e voi in due sere lo avete finito?! Un poco di soddisfazione datemi!”.

Se lui chiede, io eseguo e così ho tirato il freno a mano ma poi come si fa a fermarsi?!

Vi dico solo che all’ultima pagina ho pianto, mi sono commossa.

Ma come si fa a non immedesimarsi in una storia tanto bella e travagliata e appassionante.

Con Napoli invasa dalla nebbia; con i protagonisti sofferenti: gli occhi verdi di Ricciardi, che vedono cose e sentono persone; Enrica combattuta; Nelide corteggiata; Maione che fa Nuvolari; Bambinella omertoso e canterino.

L’omicidio c’è, forse passionale (cioè io so se lo è o meno ma non ve lo dico); si svolge tutto in un teatro, lo Splendor (e dove altro?!) : un’attrice assassinata in scena. 

Chi è stato? Io lo so, in realtà pensano di saperlo tutti ma chi può dirlo?!

Non aggiungo altro alla storia, se non che quello che avviene parallelamente all’indagine è avvincente anche più dell’indagine stessa.

Mi fermo, mi verrebbe da dirvi: “oh, scrivetemi quando lo avete finito così ne parliamo un po’!”.

A De Giovanni devo dire due cose: 

1) bello, bravo, bis;

2) io sono d’accordo sul chiuderla tra due libri che non si esagera con le storie perfette.

Buona lettura. 

Fomenti Mattutini

Lo so, sono già stata sull’argomento ma ho bisogno di tornarci!

Ho qualche fomento da condividere con voi.

Fomento nr. 1

Accompagnamento bambini a scuola.

Perché?! Perché?! Perché?!

Usate la macchina per portare i vostri pargoli a scuola!

Perché perché perché?!

Tendenzialmente le scuole, almeno dalla materna alle medie (e poi chi se ne frega perché se ne vanno da soli!) non dovrebbero stare sotto casa?! Io così penso e credo sia così. Ecco, allora mi chiedo TUTTE LE MATTINE perché c’è una doppia fila davanti alle scuole all’entrata che manco in un centro commerciale sotto Natale?!

Perché perché perché?!

Poi dice: “vabbè ma magari poi le Madonne delle mamme vanno a lavoro” e no, qua vi voglio perché non vanno a lavoro, vanno a casa tendenzialmente dato il look da sfollate e allora mi chiedo: “perché non prendete i vostri cazzo di ragazzini per la manina e ce li portate a piedi a scuola?! Perché?!?!?

Fomento nr. 2.

Vigili all’incrocio.

Mi chiedo: ma perché ad un incrocio enorme con semaforo perfettamente funzionante ci mettete i Vigili?! Ho provato a chiedere alla Polizia municipale ma non ho ottenuto risposta. Ma perché se: verde cammino, rosso sto fermo e funziona, io devo vedere quel povero omino in mezzo alle macchine che giocano a tetris e che non fa altro che incastrarle peggio?! Perché?!?!

Fomento nr. 3

Spazio tutto a destra.

Ora, automobilista, che hai ben tre corsie per fare i tuoi porchi comodi, per quale motivo mi occupi pure quello spazietto a destra dove possono passare i motorini?! Perché?! Tanto tu non passi uguale e così non fai passare neanche noi: levati, stronzo!

Fomento nr. 4

E poi ci sei tu.

Tu, donna con la coda che esce dal casco (e questo già dovrebbe farci capire che non sei un’esperta dal momento che, se lo fossi, i capelli li terresti sotto la giacca per proteggerli!); tu, con la borsa a appesa alla spalla anche sul motorino; tu, che hai paura di andare sul motorino e non so perché alla soglia dei 50 anni hai deciso di salire sul due ruote; ecco, proprio tu, ti devi levare dalle palle che fai una fila come sopra… evita, riprendi la macchina, anzi, guarda tendenzialmente ti consiglierei di prendere i mezzi pubblici che secondo me sei un pericolo pure sulle 4 ruote! Levati dalle palle!!!

Oh, e ora che mi sento meglio: buona giornata!

 

Ricorrenze

Oggi, un anno fa, vivevo il giorno più bello della mia vita.

Oggi, un anno fa, ero in un posto magico.

Oggi, un anno, ero con l’uomo della mia vita.

Oggi, un anno fa, vedevo cose, sentivo odori che mi porto ancora dietro.

Oggi, un anno fa, ho ricevuto un regalo.

Oggi, un anno fa, mi è stata fatta una promessa.

Oggi, un anno fa, ero felice.

Era meglio se soffrivi 

La colpa non è sua che l’ha scritto ma la mia che l’ho comprato.Io raramente ho letto un libro così inutile.

Mi sono fatta affascinare dal titolo “D’amore si muore ma io no” ed il titolo rimane l’unica cosa da apprezzare.

Assolutamente inconcludente: quando sei quasi alla fine pensi “ma dove vuole arrivare lo scrittore?!”.

E da nessuna parte vuole arrivare lo scrittore.

La storia è quella dell’ultimo poeta professionista vivente che, a Torino (e ve lo dico perché lui ci tiene) vive una storia d’amore; la quale storia d’amore non è né tragica, nè infelice, nè felice… è una storia d’amore come mille altre e, per questo, inutile da raccontare. Ma proprio inutile!

Giacomo e Agata: lui il poeta, lei l’aracnologa e già qui dici “vabbè”; si conoscono, si amano. Manco flirtano più di tanto. Pure una storia d’amore facile. Poi interviene una distrazione, poi lei parte per lavoro, poi si lasciano e forse si ritrovano.

Punto, finita la storia. È o non è inutile?!

Il tutto scritto come potrei scriverlo io su questo blog. Ecco, forse proprio questo mi ha infastidito: la scrittura.

Il modo di raccontare, come fosse un diario, non so, o una chiacchiera tra amici.

Poi a me se vuoi fare il simpatico a tutti i costi (e lo scrittore vuole farlo!) è il momento che mi diventi proprio antipatico.

Ma poi ventimila inutili digressioni sulle vecchie storie d’amore del poeta vivente.

Il fastidio proprio.

La cosa più bella del libro è la fine, ma non il finale, proprio la fine quando leggi i ringraziamenti.

Andiamo avanti va.

Ce ne fossero di queste catastrofi

Ve lo dico con il cuore: acquistate questo libro.

E’: esilarante, tenero, comico, drammatico. E’ da leggere.

Di che libro parlo? Di Mia madre e altre catastrofi di Francesco Abate.

Ok, io ho una passione per lui. Lo trovo adorabile. E’ vero, non lo posso negare, ma questo libro fa morire dal ridere.

Seguendolo su Facebook avevo avuto già modo di apprezzare questi dialoghi surreali tra lui e quella santa donna della mamma e devo ammettere che me li andavo a ricercare se li perdevo di vista, ma leggerli tutti insieme è davvero esilarante.

La mamma di Francesco è una donna tutta d’un pezzo, è marxista neocatecumenale… riuscite ad immaginare due caratteristiche più lontane tra loro?! No, ma vi assicuro che nella sig.ra Mariella si miscugliano perfettamente.

Moglie devota di Gabriele, che perde troppo presto; madre di tre figli, uno dei quali (quello malato e scapestrato) è proprio Francesco Abate.

Ora in una famiglia con chi te la puoi prendere se non con quello che ti dà più pensieri sia da un punto di vista fisico che mentale?! Ne sono nati dei dialoghi assolutamente surreali, ma reali di fatto, che trasposti in un libro ti rendono meravigliosa la lettura, piacevole, veloce, come tutti i libri di Abate, del resto.

Gli episodi saranno un centinaio e divisi per argomenti tipo: la malattia, il cimitero, la redazione; e ognuno regala delle chicche imperdibili.

Ora per chi non ha proprio 20 anni, come non immedesimarsi nell’avere una mamma come quella di Checco che: intervalla le tue affermazioni con un “lo so già” o “lo so io”; considerava il battipanni uno strumento educativo; “il motorino è pericoloso, già sei sfigato di tuo”; non ti accompagnava a scuola manco a 6 anni perché sei capace di farlo da solo (e per questo sempre lunga vita alle nostre mamme che ora neanche un genitore basta, ne servono due per portare i pargoli a scuola… e con due macchine separate!).

Ora, dato che non c’è proprio una trama, non voglio rovinarvi la sorpresa perché sarebbe un peccato non farvi leggere questo libro che è proprio quello che ci vuole in una piovosa giornata di marzo; ve la renderà più allegra e vi dimenticherete che sta piovendo.

Solo un altro paio di cose:

  • anche se alcuni dialoghi possono ingannare, non c’è niente di superficiale in questo libro. La comicità nasconde, a volte, una tragicità grave; la risata un pianto a dirotto; la durezza delle parole una dolcezza infinita;
  • come se non fosse già abbastanza comica la situazione del libro sono stati creati degli sketch, visibili via web, che sono altrettanto irrinunciabili, con Piera degli Esposti che interpreta la sig.ra Mariella. E scusate davvero se è poco!

Non finirò mai di dire: bravo Checco!  🙂