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Il talento del cuoco

Toccava a me.

Ho scelto Il talento del cuoco di Martin Suter.

Comincio a credere che leggere un capolavoro non sarà più possibile ma leggere una favoletta, abbastanza ben scritta forse sì.

Non so ancora cosa ne pensa il mio amico perché non lo ha ancora finito (poi dice che faccio la sborona… però è lento lui!), comunque sebbene nulla di che il libro non è proprio male. Un libretto mi verrebbe da dirvi, una favoletta, una letturetta piacevole.

Tutto con il suffisso -etto comunque.

Se poi pensate che l’ultimo libro che ho letto era la storia di un serial killer che strappava i denti alle sue vittime, vi renderete conto che la favoletta ci stava.

Questa è la storia di un cuoco Tamil che è chef ma fa lo sguattero e poi ridiventa chef; si innamora di una donna con la quale poi diventa socio. E detta così… niente di che. Se non fosse che la società che hanno è una società di catering per cibi afrodisiaci, a colpo sicuro, la società infatti si chiama Love food.

Da una parte abbiamo la rigidità dello chef che deve lottare anche con i suoi principi religiosi, dall’altra la razionalità della socia e, soprattutto, la necessità di fare soldi.

La cosa che mi è piaciuta di più del libro è proprio la preparazione dei piatti, che avrei addirittura approfondito di più, e il certo esito che ne deriva ma anche qui avrei approfondito di più.

Ecco, forse il più grande difetto del libro è la superficialità, il fatto che ad un certo punto si dia un po’ tutto per scontato.

Maravan è un protagonista che fa simpatia, tenerezza. Ti metti subito dalla sua parte anche se quel suo essere troppo dimesso dopo un po’ ti urta, o almeno ha urtato me. Sicuramente con lui condivido l’odio per l’odore di cibo di cui si riempie la casa quando si cucina ma io e lui adottiamo due soluzioni diverse: lui apre la finestra per far cambiare l’aria; io non cucino.

Consiglio la lettura del libro a stomaco pieno perché inevitabilmente vi verrà fame anche se metà degli ingredienti di cui si parla sono sconosciuti, per lo meno a me.

Alla fine c’è anche un piccolo colpo di scena, nonché le ricette che usa lui per far “quagliare” coppie che non lo fanno più da anni o che non lo hanno mai fatto.

Utile.

Non mi sento proprio di consigliarvi di lanciarvi in libreria per acquistarlo ma se capita non lo disdegnate.

Non sento di dovermi scusare con il mio amico di lettura, almeno non quanto fatto con L’idiota. Sicuramente la sua scelta è stata più fortunata anche di questa mia seconda, perché più stimolante, ma questo libretto può non essere buttato nel cestino.

Confidando nella sua prossima scelta, mi leggo i 4/5 libri in sospeso.

Aggiornamento: l’amico l’ha finito e si trova d’accordo con me con un 6 e mezzo alla lettura.

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Io resto qui

Quando leggo che tra i finalisti del Premio Strega c’è Balzano, penso che devo leggerlo; quando scopro che non ha vinto, penso che sia meglio così perché a me i libri vincitori del premio Strega non piacciono mai.

Infatti Resto qui di Balzano mi è piaciuto moltissimo.

Mi è piaciuto come tutti i libri di Balzano perché ti portano in un’epoca antica che non è la tua.

Qui vivi per qualche ora in Trentino, al confine con la Svizzera, a Curon un paese che subito dopo la guerra viene seppellito sotto una diga.

Balzano ci racconta la storia di una famiglia di lì che decide di non abbandonare mai la propria casa nè per i

Nazi fascisti nè per la diga.

Una famiglia in cui Eric e Trina si amano e affrontano tutto con una dignità rara: il rapimento di una figlia; il figlio nazista; la guerra; i soprusi; la fame; il freddo; gli italiani; i tedeschi.

La storia è raccontata da Trina in prima persona che, per essere figlia di contadini, ha studiato, è colta, conosce sia tedesco che francese e fa la maestra, quando c’è la pace; perché in guerra fa tutto, anche prendere scelte decisamente estreme.

Il libro ti travolge, ti cattura, lo finisci in poche ore.

Ti appassiona perché ti porta nella crudeltà della guerra; nello schifo della fame; nell’inspiegabilità del progresso; nella rabbia dell’abbandono.

È un libro che pur raccontando della seconda guerra mondiale è tragicamente attuale e andrebbe letto nelle scuole, per capire tante tante cose.

Bravo Balzano, io mi allontano, voi restate qui (cit.).

Una brutta faccenda

Come già sapete, dopo un libro che mi ha deluso devo tornare a casa: laddove per “casa” intendo quei libri di cui già conosco i protagonisti, le ambientazioni, l’atmosfera.

Quei libri con i quali è come rifugiarsi da un amico.

Sapete anche che ho da poco scoperto il commissario Bordelli di Vichi e, quindi, non potevo esimermi dall’acquistare il secondo libro della serie che è Una brutta faccenda.

Non so perché ad un certo punto tutti gli scrittori che si interfacciano con i gialli, i noir, devono affrontare l’argomento “omicidio bambini”: l’ha fatto De Giovanni, per esempio, sia nei Bastardi che con Ricciardi scrivendo – tra l’altro- i miei libri preferiti delle due serie.

Anche Vichi non è stato da meno e qui cerca di trovare un brutale assassino di bambine, ma anche quello di un suo amico ladro… chissà se saranno collegati?!

Vi dico: il libro scorre un po’ meno del precedente, forse perché l’argomento è talmente brutale che c’è davvero poco da ridere. Ci sono tantissimi (forse troppi) flashback sulla guerra, i tedeschi, i nazisti.

C’è un’incursione, però, anche nella vita privata del commissario che si dà da fare sebbene fumi una quantità esagerata di sigarette e davvero sfido una donna ad avvicinarcisi. Non riesco ancora a figurarmelo, sicuramente mangia come uno sfondato ma non mi so ancora immaginare se e quanto sia affascinante; emerge anche la figura di Piras, che è un po’ più che comprimario (vedi episodio cappelli).

Insomma, la primavera fiorentina che tarda ad arrivare in un marzo piovoso appassiona, indigna, affascina.

Bordelli mi piace, anche se a volte le escursioni in guerra sono un po’ faticose.

Ora stacco da lui e vi farò sapere del terzo libro a breve.

Buona lettura.

Ma dov’è la città di K?! 

“Sai, amica, mi hanno consigliato questo libro. Compralo che è bello”.“Ah sì, ne ho tanto sentito parlare e non mi sono mai decisa a prenderlo. Lo prendo”.

Ed è così che ho letto La trilogia della Città di k.

E Voi mi direte: “Seee, bella scoperta!” e io Vi rispondo: “Bè, ma se nessuno me lo dice che devo comprare un grande libro io che ne so?!”

Ecco. Scostumati.

Allora, che vi devo dire?! Che lo aprite, cominciate un po’ così per la serie “vediamo un po’ qua che c’è da leggere” e poi, dopo 5 minuti, capite che “cazzarola, ma che libro sto leggendo?! Capolavoro!” e va avanti così almeno per buone 200 pagine.

Devo dire che la prima parte la divori. Trattasi della storia di due gemelli che, a ridosso della seconda guerra mondiale, vengono lasciati dalla mamma a casa della nonna in una città non meglio identificata se non come la città di K.

I gemelli sono bambini, piuttosto piccoli, ma raccontano in prima persona e affrontano ogni tipo di disagio legato alla cattiveria della gente e all’avvicinarsi della guerra, insomma ne succedono di tutti i colori.

Sempre attaccati, sempre insieme, intercambiabili. Non se ne scoprono i nomi fino alla seconda parte quando sono costretti a separarsi e così apprendiamo lo sviluppo della vicenda prima dal punto di vista di Lucas, poi da quello di Klaus. 

Su Klaus mi sono un po’ persa, ve lo dico.

Tanto è travolgente il racconto dei due insieme, quanto diventa prima un po’ fastidioso quello di Lukas poi del tutto complicato quello di Klaus.

E’ come se si vedesse lo stesso film ma da angolazioni diverse; un film che, però, non racconta la stessa storia o meglio: qualcosa la si ritrova ma i particolari e la vita dei singoli perdono di unicità.

Non so, uno si aspetta che dal momento della separazione si raccontino le storie dei singoli e invece viene proprio messa in dubbio l’esistenza dell’altro fratello e non solo, viene proprio rivista anche la storia di loro due insieme.

In certi momenti ti viene il mal di testa e pensi: “Ma, dove mi sono persa?!”.

La prosa, però, è perfetta: asciutta, pulita, diretta, senza inutili giri di parole.

Nell’insieme è uno di quei libri che SI DEVONO LEGGERE, che fanno proprio curriculum, che sono imperdibili.

Uno di quei libri che non si perde tempo a leggere.

Buona lettura, a quei 2 che ancora non lo hanno letto! 

Quanto lo è?!

La colpa non è tanto la loro che fanno ‘sti film, la colpa è senz’altro la mia che li vado a vedere; che sull’onda del “sentito dire” mi vado a vedere ‘ste boiate; che mi lascio convincere dai trailer, dalle nomination all’Oscar e quant’altro!
Perché se sono contraria ad ogni forma di conflitto; se penso che non esisterà mai una guerra giusta ed una sbagliata perché sono tutte sbagliate; se penso che il popolo americano è un popolo di guerrafondai ma come mi è potuto venire in mente di andare a vedere la storia di un cecchino?!
Come?!
E non lo so, sta di fatto che sono andata e che per tutto il film mi sono chiesta “ma che ci sono venuta a fare?!”.
È così che ho visto American Sniper, alias la celebrazione di quanto più mi fa schifo sulla faccia della terra: la guerra!
Perché di questo si tratta. Si tratta di un film fatto dagli americani per gli americani, per autocelebrarsi, autoscagionarsi, autogiustificarsi agli occhi del mondo.
Prendi uno, considerato eroe, e raccontane la storia.
Non importa come lo fai, perché è la storia di un eroe.
Non importa che il film è lungo una vita e mal recitato, perché è la storia di un eroe.
Non importa che l’eroe in questione è un cecchino che ha mirato, puntato e ammazzato più di 150 persone, non importa perché l’ha fatto per proteggere i suoi Marines, il suo paese, mentre combatteva una guerra “giusta”.
Questo il messaggio del film, questo quello che deve passare.
Volete sapere quale messaggio ci ho letto io?!
Bè, a me non importa da che parte sta un cecchino, per me non sarà mai un eroe uno che mira, punta ed uccide più di 150 persone e che per questo viene chiamato “leggenda”.
A me non importa se muore in guerra o quando torna a casa perché per me è una storia da non raccontare, è un messaggio da non trasmettere.
Non esiste un cecchino migliore di un altro; non esiste una guerra migliore di un’altra.
La guerra è guerra ed un cecchino è sempre e comunque un assassino e, in quanto tale, non sarà mai un eroe per me.
Punto.
Questo ho pensato per tutto il film che è melenso, patetico, politicamente stracorretto, fumettato.
Ho pensato questo e, per la verità, anche un’altra cosa, che è questa. “ma Bradley Cooper quanto è infinitamente, assolutamente, miracolosamente gnocco?! Quanto?!”.
Basta.

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I’m so sorry

Mi chiedevo se anche a voi capita di dire “mi dispiace”; a me capita spesso ma magari non agli altri, a me stessa, nella mia testa.

Lo dico di continuo, perché penso a delle cose ed eccolo lì il “mi dispiace”.

Volete sapere quando, perché e di cosa mi dispiaccio? Ve lo dico.

  • Mi dispiace quando vedo un maledetto parcheggiato davanti allo scivolo dei disabili e non posso rigargli la macchina;
  • mi dispiace che non mi ami;
  • mi dispiace che sono tornati di moda gli anni ’80 (spero finisca presto!);
  • mi dispiace non poter passare più tempo con la mia meravigliosa cana;
  • mi dispiace che Gigi D’Alessio abbia successo;
  • mi dispiace che non sia sempre estate;
  • mi dispiace non poterti dimostrare quanto ti amo io;
  • mi dispiace che esistono le Hogan;
  • mi dispiace che questo blog non valga 8 milioni di € come quello della bocconiana;
  • mi dispiace non avere la possibilità di rispondere come vorrei sempre a chi voglio;
  • mi dispiace non poter spendere tutti miei soldi in abbigliamento e accessori;
  • mi dispiace vederti cambiare in poche ore e non capirne il motivo;
  • mi dispiace non essere stata in grado di lanciare l’hashtag #giannininudo e vederlo così in trasmissione;
  • mi dispiace non poter uccidere tutti quelli che maltrattano i cani e i bambini;
  • mi dispiace che c’è la crisi;
  • mi dispiace che ci sono le guerre;
  • mi dispiace che c’è la fame nel mondo;
  • mi dispiace non potermi sfondare di nutella;
  • mi dispiace non poter picchiare delle persone che reputo insopportabili;
  • mi dispiace che alcune persone non si lavano e puzzano;
  • mi dispiace non potermi “pelare” di nuovo…

ma soprattutto…

mi dispiace dover dire MI DISPIACE!

Premiamo la ditta

È stato troppo divertente soggiornare in un paesino della Lombardia in riva al lago, in un gelido inverno durante la prima guerra mondiale.
Troppo divertente osservare la storia delle Sorelle Ficcadenti e dello scompiglio che hanno portato al paese.
Troppo divertente immedesimarsi nella vita del “prevosto” e della sua perpetua illudendosi che i preti di campagna proprio questo facevano: decidere della vita dei parrocchiani; aiutarli nelle scelte; compatirli; ascoltarne le disavventure; non sopportarne le decisioni.
Andrea Vitali descrive un mondo che non c’è più, e chissà se c’è mai stato, e lo fa in maniera esilarante, ironica, divertente.
Poche anime in paese: il prete, la perpetua, una famiglia con un tonto e un padre invalido, un maresciallo. Poche anime e povere, di quelle che si lavavano una volta al mese, in un’unica stanza con la zuppa solo il giorno dell’epifania.
Tutte vengono toccate, travolte e stravolte da due sorelle: bellissima l’una e orribile l’altra. Sulle due aleggia un mistero che forse mistero non è; un omicidio, che forse non si consuma; un matrimonio, che forse non si celebra.
Tutto così il libro, e questa ne è la forza, tutta una tensione; tutto intorno a qualcosa da scoprire: ma ci sarà davvero qualcosa da scoprire poi? Ma succede davvero qualcosa? Da dove arrivano queste sorelle Ficcadenti e cosa hanno in mente?!
È un mistero misterioso così ben scritto che vale in sè la lettura a prescindere da quello che scopri: forse niente, forse non importa, forse meglio non sapere.