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Le otto montagne 

“Chi ha vinto il premio Stega quest’anno?””Paolo Cognetti”

“Non lo conosco. Titolo del libro?”

“Le 8 montagne”

“Ok, non lo compro. Io le odio le montagne”

E poi, invece, l’ho comprato e finito in 24h.

Che vi posso dire?! Da anni non trovavo un premio Strega così incredibilmente strameritato!

Un libro bello, bellissimo.

Poetico, delicato, romantico, modernamente classico, dolce, duro.

Bello.

Le montagne sono lo sfondo, sono la cornice e la radice. Poi ci sono la famiglia e l’amicizia. Una profonda, grande e commovente amicizia tra Pietro e Bruno.

Un cittadino il primo, un montanaro il secondo; un solitario per scelta il primo, un solitario per necessita il secondo.

C’è anche un irrisolto rapporto padre-figlio; ci sono tante di quelle cose che non ti stacchi fino a che non l’hai finito.

È proprio bello.

Mi sono commossa ad un certo punto e non è la fine.

Ci sono richieste di aiuto più o meno velate; ci sono risposte più o meno dirette; c’è l’amore non manifesto, la complicità naturale, la necessità di condividere.

La montagna pure è presente, molto presente ma discreta come lo è naturalmente.

Meno irruente del mare, più silenziosa, più delicata eppure crudele come da copione.

Davvero bello, bravi voi dello Strega, ottima scelta quest’anno.

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Vacca Boia

Amico 1:”Nu, dobbiamo assolutamente andare a vedere Veloce come il vento” “Ma quale? Quello con Stefano Accordi?!” “Eh!” “Vabbè!”.
Amica 2. Luci spente, sta per iniziare il film “Io non sarei mai venuta ma poi il fidanzato dice che ne ha sentito parlare tanto bene”; “e lo so, manco io ma dice che è bello”.
Inizia.
Gli occhi azzurri di una ragazzina sbucano da un casco; volto sudato; voce che esce da un microfono; macchina che corre. La voce nel casco si interrompe; l’uomo che parlava si sente male. Muore. L’uomo che parlava si scopre essere il papà della ragazzina e del di lei fratello, un piccoletto di sette/otto anni.
Funerale del papà ed arriva il terzo fratello: un tossico grave. Stefano Accorsi.
Nel film ci sono una tale concatenazione di sfighe che solo tratto da una storia vera poteva essere.
La mamma li ha abbandonati; la casa in cui vivono è pignorata e rimarrà loro solo se lei vincerà il campionato; il fratello non ci pensa proprio a disintossicarsi; il piccoletto è un asociale; lei, a 17 anni, ha un carico di responsabilità che manco un capo di governo.
Insomma, ne succedono una dietro l’altra.
Ora io non nutro una gran simpatia per Stefano Accorsi, lo devo ammettere, ma in questo film ha dimostrato una bravura rara. La parte del “fattone” gli riesce benissimo.
Cerca di redimersi, capisce il dramma della sorella e prova ad allenarla (perché, manco a dirlo, anche lui è un ex campione poi diventato tossico chissà se il per la carriera mancata o per la mamma fuggita!).
La casa serve a tutti, non possono rimanere in mezzo ad una strada ed infatti l’allenamento funziona: Giulia comincia a vincere, tanto. Lui è un bravo allenatore, diventano una squadra ed alla fine prova ad essere pure un bravo fratello soprattutto per quel “minorato” del piccoletto, che poi minorato non è.
Ne succedono di tutti i colori, inutile che vi sto a dire.
Quello che vi dico, però, è che il film stramerita i soldi del biglietto; che è ben fatto, ben costruito; che Accorsi è bravissimo, ma insieme a lui lo sono la ragazzina e quel bimbo, che ti fa stringere il cuore ogni volta che è inquadrato.
La musica che accompagna le scene è “l’uomo in più” come si dice.
Ti emozioni più o meno dal primo minuto: l’ansia della gara; la tristezza della perdita; la rabbia della mancata disintossicazione; la paura del fallimento; la lacrima finale.
Livio (Accorsi), brutto come pochi e nelle sue immancabili ciabatte, distrugge e costruisce, anche se non vi dico come fa perché dovete andare al cinema, prima che lo tolgano dagli schemi.
Coraggio, mi saprete dire!

Happyness

Oh, finalmente!

Finalmente ho letto La tentazione di essere felice, che volevo leggere da tanto tempo.

Finalmente mi sono liberata dai gialli che mi hanno accompagnato per tutta l’estate.

Finalmente un libro a dir poco interessante.

Non so perché mi incuriosisse: senz’altro il titolo.

Il concetto di felicità non è mai trattato abbastanza secondo me.

Questo libro è DE – LI – ZIO – SO! Forse una definizione un po’ banale ma così è, questo aggettivo rende l’idea.

Protagonista il napoletano Cesare Annunziata, 77 anni, vecchio e burbero.

Napoli accompagna le sue avventure che poi di fatto avventure non sono. Nel senso che succede tanto ma niente di importante: è il racconto della vita normale di un anziano qualunque, rimasto vedovo con due figli ed un nipote e che vive da solo.

A parte il travolgente incontro con la vicina di casa Emma, non succede molto, diciamo che si sistemano “cose di famiglia”: la figlia con cui litiga a oltranza; il figlio che si decide a confessare al padre una sessualità che non è un segreto per nessuno; lui che si decide a mostrare qualche emozione.

La cosa che più mi ha affascinato di questo libro è il punto di vista del protagonista. A parte che è divertente, tanto divertente ma poi in genere quando i protagonisti dei libri sono gli anziani si parla del loro passato, qui il passato c’è ma a tratti, è il presente che la fa da protagonista con la sua routine, con la sua apparente inutilità per un uomo che ormai ha vissuto più dei due terzi della propria vita.

Non ne sapevo niente del libro, a parte il titolo, e non posso non esserne soddisfatta.

La scrittura è semplice e immediata, senza troppi giri laddove i giri sarebbero fuori luogo data la linearità della storia da raccontare.

Fantastico, perché lo faccio anche io spesso (e chi legge il blog lo sa), l’elenco delle cose che piacciono a Cesare e su tutte “mi piace quando una donna ti dice ti amo con gli occhi” cosa c’è di più romantico?

Alla fine “i vecchi” come Cesare vanno ascoltati, seguiti, amati.

Non ve ne pentirete.

 

 

Fotografie

Perché perché perché sbattere quella foto del povero bimbo morto a Bodrum in ogni dove?

Perché perché perché mostrare quell’orrore? 

Perché perché perché?

Pensate forse che cambi qualcosa?

Io dico di no.

Non serve la foto di un Bimbo morto per cambiare le cose, purtroppo non serve e non basta.

Quando vedo quella foto penso al dramma di un padre, di una famiglia che ha dato peso zero alla propria vita, disposta a morire in mare pur di avere una speranza. 

Una sola speranza.

Se guardo quella foto penso al dramma di un padre che ha perso moglie e di figli per essersi preso la responsabilità di regalare loro una vita diversa. 

Se guardo quella foto penso a quanto sia inutile guardarla.

Quella foto non dobbiamo guardarla noi, dovrebbero guardarla i governi, quelli conniventi con questo genocidio.

E non serve comunque una foto a cambiare le cose.

Non serve una foto.

Basterebbe costringerli a passare un giorno sul molo di Lampedusa o in un campo profughi.

Basterebbe ragionare. 

Pensare. 

Concentrarsi per trovare una soluzione, insieme che da soli é evidente non ci si riesce.

Se guardo quella foto penso ad una vita ancora non nata e già spezzata.

Se guardo quella foto penso a quanto siamo fortunati noi e i nostri figli e a quanto stiamo sempre a lamentarci.

Se guardo quella foto penso ad un sorriso che non ci sarà mai più.

Se guardo quella foto penso a quanto sia inutile guardarla. 

Basta poco, che c’ vo’?!

Parto con una confessione: a me Conchita De Gregorio sta antipatica.

Ecco.

E’ per questo che, a parte il titolo (Mi sa che fuori è primavera), ero scettica quando una mia amica me lo ha prestato per leggerlo.

Succedeva ieri, ore ve ne sto scrivendo: indi, per cui, poscia, direi che quanto meno mi ha coinvolta.

Come al solito ho aperto il libro senza sapere cosa stessi leggendo e a pagina 2 ho capito che non trattavasi di semplice storia d’amore o simili perché si accenna ad un dramma che ti spinge ad andare avanti.

E così ti ritrovi in una storia di cronaca di qualche anno fa.

Me la ricordavo benissimo: un papà svizzero del cantone tedesco (Matthias) che prende le sue due gemelle (Alessia e Livia) e sparisce con loro, salvo poi buttarsi sotto un treno a Foggia senza lasciar detto nulla sulle bambine. Puff, sparite nel nulla!

Qui la De Gregorio si fa raccontare la storia dalla mamma delle bimbe (Irina). E’ un racconto “felice” tutto sommato, nel senso che Irina parte dalla fine, da oggi, dalla ritrovata felicità con Luis in Spagna e, a ritroso, racconta la sua vita con Matthias, con le bimbe, la scomparsa, la disperazione.

Ben scritto, ben articolato, con una struttura interessane. Irina scrive una serie di lettere: alla baby sitter, al PM, al Giudice, al fratello, alla nonna. Lettere che la aiutano a ricostruire, a fare il punto della situazione, a mostrarci quanto lacunosa sia stata l’indagine; quanto la ricca Svizzera l’abbia trattata da ignorante italiana. Lei, colta e affermata donna d’affari, trattata come l’ultima degli emigranti.

Non è stata considerata da nessuno questa donna che ha perso, senza sapere che fine abbiano fatto, le proprie bambine; che ha vissuto con un pazzo che le riempiva la casa di post it indicandole tutto quello che doveva fare, addirittura come e in che ordine vestire le bambine.

Povera donna: due gemelle, scomparse a 6 anni e non avere più alcuna notizia di loro.

Eppure, reagisce, lotta e si innamora, è felice di nuovo perché “per essere felici non ci vuole tanto. Per essere felici non ci vuole quasi niente. Niente, comunque, che non sia già dentro di noi”.

Bene, segnatevelo, che potrebbe tornarvi utile.

Se (e sottolineo se)!

È un po’ che vorrei scrivere qualcosa su Loris, il suo orrore e la sua mamma.

È un po’ che ci penso, che inizio un post e poi mi fermo.

È un po’ che mi dico “ma cosa si può scrivere al riguardo?!”.

Questa storia di Loris mi ha turbato molto e da subito!

Da subito ho pensato che era una cosa orribile: prima la scomparsa, poi il ritrovamento di questo bimbo con la faccia simpatica, che ci hanno subito fatto conoscere con i capelli dritti in testa e la tuta da Karate immagino.

Doveva essere simpatico, Loris; aveva lo sguardo sveglio, divertente.

Quindi, già un orrore averlo perso; già una disperazione ritrovarlo morto; ma orrore nell’orrore, disperazione nella disperazione immaginare che a farlo sia stata la mamma.

Io non credo nei processi sommari; non credo nei processi mediatici; voglio credere, però, nella magistratura e penso che se un magistrato arriva a fermare, e poi convalidare il fermo, di una mamma, bè uno straccio di prova deve pur averlo, sebbene lei professi la sua innocenza.

E io, da quando ho saputo del fermo della mamma, non posso non pensare alle ultime ore di vita di Loris.

La mamma è per tutti l’unica certezza che abbiamo da quando veniamo al mondo; non me ne vogliano i padri, ma credo che il legame che lega i figli alle mamme sia il legame più forte e viscerale che esista.

Non si può spiegare a parole.

Ecco, e allora non posso non pensare cosa deve aver pensato il piccolo Loris negli ultimi istanti di vita, quale livello di disperazione, di paura… se (e sottolineo se) è stata la mamma.

Non me lo so immaginare.

Non me lo voglio immaginare.

Non lo voglio sapere cosa sia passato per la testa della mamma.

Non me lo voglio nè posso immaginare, se (e sottolineo se) è stata lei.

Penso solo che se arrivi a fare questo non meritavi di avere un figlio; probabilmente non meriti di vivere dopo aver fatto quello che hai fatto, ma io nn sono ora (nè sarò mai) a favore della pena di morte.

E quindi, se (e sottolineo se) è stata la mamma, la peggiore delle pene penso che sia convivere con la colpa di quello che ha fatto: alzarsi tutte le mattine e rivedere, nella testa, gli occhi di chi ti amava più della sua stessa vita mentre gliela toglievi.

Vivere il resto della tua vita con questo orrore è molto peggio di morire.

Se (e sottolineo se) è stata la mamma, io le auguro questo e niente comunque sarà anche solo paragonabile a quello che ha fatto passare al piccolo Loris.

Se (e sottolineo se) è stata la mamma perché se poi non é stata lei…

 

Chi viene e chi va

Vitali è davvero troppo divertente. Ormai leggere i suoi libri è diventato come seguire una serie a puntate.

Questo Olive comprese sembra (non mi sono documentata se lo sia veramente!) il seguito di 4 sberle benedette ed è altrettanto divertente.

Bisogna arrivare a pagina 100 su 400 per districarsi con i personaggi, ma piano piano ti appassioni.

Ritrovi il Maresciallo Maccadó, che dopo essersi stanziato definitivamente in questo paesino in riva al lago, continua con la moglie a mettere al mondo figli, fino ad arrivare alla cifra stabilita di sei. In disparte, quasi assente, il Prevosto ma presentissimo il Podestà con la moglie mezza matta. Esilarante la storia di Risto e del suo bambino di un paio di chili; e di Filzina col fratello Cucco; e preoccupante, ma con lieto fine, quella del disertore, figlio del direttore delle Regie poste.

Mi piace stare in quel paese in riva al lago per l’atmosfera che si respira, fatta di cose semplici; fraintesi; doppi sensi; misticismo; indagini a lieto fine.

Vitali è una garanzia, un porto sicuro di tranquillità, una finestra sul periodo più tragico della nostra storia eppure vissuto da persone normali e forse ignare di quello che sta succedendo sopra di loro. Insomma, Vitali andrebbe letto ad intervalli regolari, che poi è quello che sto facendo, tanto per non perdere l’abitudine. Vitali val bene una messa del prevosto… o forse due, tre, dieci!