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Corruzione

E poi un giorno mi arriva un whatsapp da un mio amico senza parole ma solo con l’immagine della copertina di un libro: Corruzione di Don Winslow.

Il sottotitolo (sottinteso) all’immagine era: è uscito il nuovo di Don, io ce l’ho e tu no, che aspetti a comprarlo.

Detto fatto e sono andata oltre, l’ho pure letto… anche se forse sarebbe meglio: l’ho divorato.

Che vi devo dire?! Io amo Winslow. Ha un modo di scrivere che mette i brividi.

E’ perfetto.

Giustamente ammericano (alla Sordi, con due m); scarsamente “politically correct”; incredibilmente “sporco”.

Qualunque cosa vi venga in mente sullo stereotipo del poliziotto corrotto lo troverete nel romanzo, che è bello assai.

Denny Malone (potete immaginare un nome più newyorkese?!  Io no!) è un poliziotto della NYPD che presidia Harlem (lui bianco tra i neri) e la protegge dalla droga… per un po’, poi si lascia prendere la mano e fa molto altro. E’ il capo di una task force con altri 2/3 membri: Russo e Monty e poi altri due di cui non vi sto a dire perché poi vi rivelerei troppe cose.

Io non so come poter esprimere il piacere della lettura: la forza, l’arroganza, lo splatter, lo schifo, l’amore, la passione, il perbenismo, la corruzione che escono dalle pagine di Don. Lo potete solo leggere per provare le stesse sensazioni.

A voi donne piacerà questo eroe pieno di macchie ma dolce e romantico quando serve; a voi uomini piacerà questo duro senza paura a cui piace la bella vita senza dimenticare i valori della famiglia. 

Mi spiace averlo finito anche se a volte lo stereotipo la fa da padrone: New York, gli spacciatori, la mafia, il cartello della droga… sembra troppo già visto ma leggerlo con le parole di questo scrittore ha un altro fascino.

Lo ricomprerei e leggerei 100 volte, voi fortunati cominciate dalla prima.

See you.  

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Vacca Boia

Amico 1:”Nu, dobbiamo assolutamente andare a vedere Veloce come il vento” “Ma quale? Quello con Stefano Accordi?!” “Eh!” “Vabbè!”.
Amica 2. Luci spente, sta per iniziare il film “Io non sarei mai venuta ma poi il fidanzato dice che ne ha sentito parlare tanto bene”; “e lo so, manco io ma dice che è bello”.
Inizia.
Gli occhi azzurri di una ragazzina sbucano da un casco; volto sudato; voce che esce da un microfono; macchina che corre. La voce nel casco si interrompe; l’uomo che parlava si sente male. Muore. L’uomo che parlava si scopre essere il papà della ragazzina e del di lei fratello, un piccoletto di sette/otto anni.
Funerale del papà ed arriva il terzo fratello: un tossico grave. Stefano Accorsi.
Nel film ci sono una tale concatenazione di sfighe che solo tratto da una storia vera poteva essere.
La mamma li ha abbandonati; la casa in cui vivono è pignorata e rimarrà loro solo se lei vincerà il campionato; il fratello non ci pensa proprio a disintossicarsi; il piccoletto è un asociale; lei, a 17 anni, ha un carico di responsabilità che manco un capo di governo.
Insomma, ne succedono una dietro l’altra.
Ora io non nutro una gran simpatia per Stefano Accorsi, lo devo ammettere, ma in questo film ha dimostrato una bravura rara. La parte del “fattone” gli riesce benissimo.
Cerca di redimersi, capisce il dramma della sorella e prova ad allenarla (perché, manco a dirlo, anche lui è un ex campione poi diventato tossico chissà se il per la carriera mancata o per la mamma fuggita!).
La casa serve a tutti, non possono rimanere in mezzo ad una strada ed infatti l’allenamento funziona: Giulia comincia a vincere, tanto. Lui è un bravo allenatore, diventano una squadra ed alla fine prova ad essere pure un bravo fratello soprattutto per quel “minorato” del piccoletto, che poi minorato non è.
Ne succedono di tutti i colori, inutile che vi sto a dire.
Quello che vi dico, però, è che il film stramerita i soldi del biglietto; che è ben fatto, ben costruito; che Accorsi è bravissimo, ma insieme a lui lo sono la ragazzina e quel bimbo, che ti fa stringere il cuore ogni volta che è inquadrato.
La musica che accompagna le scene è “l’uomo in più” come si dice.
Ti emozioni più o meno dal primo minuto: l’ansia della gara; la tristezza della perdita; la rabbia della mancata disintossicazione; la paura del fallimento; la lacrima finale.
Livio (Accorsi), brutto come pochi e nelle sue immancabili ciabatte, distrugge e costruisce, anche se non vi dico come fa perché dovete andare al cinema, prima che lo tolgano dagli schemi.
Coraggio, mi saprete dire!

(Amore) chimico 

Mi sono detta: “ok, hai letto in 15 giorni ben 8 libri gialli infarciti con qualche storia d’amore ma sempre di libri gialli si trattava quindi basta, ora hai bisogno proprio di una storia d’amore!” E così mi ha bussato alla porta Amore chimico di Davide Venticinque.

E l’ho iniziato, un po’ scettica perché va bene che nel titolo c’è la parola amore ma forse non basta. 

E infatti, siamo sicuri che ho letto un libro d’amore?! NI.

Comunque, inizio e vado avanti ed entro nella vita di Matteo: ragazzo ventitreenne, non si capisce bene di dove ma sicuramente appena laureatosi a Bologna, che cerca casa e la trova sulle colline, nella dependance di Lana e Marco.

Fidanzati felici: architetto lei, falegname lui.

Tutto va per il meglio.

Salvo che Matteo, bello e donnaiolo, é uno strafattone: apparentemente con una vita normale ma dedito a qualsiasi tipo di droga durante i fine settimana. 

Mentre leggevo pensavo che certo questo libro non si può pubblicizzare, dopo tutto quello che é successo quest’estate con i ragazzi in discoteca. Qui prendere pasticche, tirare di coca, farsi una canna è all’ordine di pagina e pensavo “manco la recensione posso fare!”.

Poi continuo e finalmente esce la storia d’amore (?) o almeno di sesso e tenerezza tra Lana e Matteo, il quale però (contemporaneamente) frequenta assiduamente un’altra ragazza laddove Lana resta con Marco, per cui nulla questio.

Dura 10 mesi la storia e io, da inguaribile romantica quale sono, immagino già l’happy end: lui che per amore viene salvato dalla tossicità che lo circonda; lei che molla lo smidollato di Marco.

E invece… non posso dirvi molto altro altrimenti vi faccio perdere il gusto della lettura.

Vi posso dire, però, che: 

1) lo spottone alle droghe si frantuma contro il vetro di un autobus;

2) pensavo trattavasi di solo romanzo d’amore e mi sono imbattuta in molto di più;

3) il finale, che proprio mai ti aspetteresti, é da applauso. 

Il libro corre veloce, la scrittura é fluida, misurata nonostante l’iniziale intoppo sull’andare avanti e indietro nel tempo: oggi, poi 5 anni fa, poi oggi, poi 3 anni fa. All’inizio ti viene il mal di male poi quasi vuoi uscire dal presente.

Finito di corsa e apprezzato.

Ora vorrei stare solo in Messico con Matteo o forse no, anzi sicuro no, meglio non immischiarsi!

Fidatevi di me

Mi sono sempre chiesta come si faccia a scrivere un libro a quattro mani. Oddio, mi sono sempre chiesta anche come si faccia a scrivere un libro ma questa è un’altra storia.

Comunque, sono curiosa di sapere come si fa e, se mai avrò il piacere di conoscere Francesco Abate, mi sono ripromessa di chiederglielo. Perché mi immagino scene tipo: seduti a tavolino, tu dici una cosa, io ne dico un’altra e poi uno dei due scrive; oppure tu fai un pezzo, io ne faccio un altro e poi li uniamo; o ancora io mi occupo di questo personaggio, tu dell’altro e poi mettiamo insieme; insomma, non so e vorrei sapere.

Il tutto perché ho letto un altro libro di Abate (e lo sapete che c’ho il debole!) con Massimo Carlotto questa volta, di cui niente mai avevo letto.

Il libro è Mi fido di te ed è troppo divertente.

Si tratta della storia di un malavitoso che non puoi non amare perché come tutti i personaggi di Abate (e stavolta Carlotto) criminali, disgraziati, irrimediabilmente disonesti, fondamentalmente stronzi sono così affascinanti, bellocci e figli di una buona mamma, che si fanno adorare.

Lui è Gigi Vianello, e per tutta la lettura ho pensato a come cavolo gli è venuto in mente questo nome (ma d’altronde me lo chiedo per tutti i nomi dei personaggi dei libri di Frisko), che fa ridere di suo ma che poco c’entra con la figura di questo “bastardo” che prima droga il Veneto e poi intossica la Sardegna.

Bè la prestoria in Veneto è da lacrime agli occhi. Lui, incastrato in una famiglia di pazzi e straricchi criminali con la figlia oca ed i suoi piani telefonici, riesce ad incastrarli e scappare e si rifugia in Sardegna, che avvelena con cibo scadente, salvo aprire un ristorante di elìte. Qui, però, una donna segnerà la sua fine ed il passato ritornerà spedendolo in una “campagna di Russia” da dove chissà come uscirà… perché non è dato sapere.

Divertente, colorito, spassoso, con il gradito ritorno del “cattivo cronista” Rudy Saporito ed un sottofondo musicale di tutto rispetto “se fosse stato un film, ma questo non è un film” e meno male altrimenti avrei dovuto sentire “Mi fido di te” come canzone finale e io, consentitemi, ma Jovanotti e la sua zeppola proprio non li sopporto!

Io cuore Peppino

Delicato, tenero, incantevole ecco i tre aggettivi che userei se dovessi in 3 parole descrivere questo romanzo.
Un posto anche per me di Francesco Abate.
Non si può non rimanere affascinati da Peppino, non si può non essere toccati da lui, dalla sua gentilezza dalla sua solitudine, dalla sua tristezza.
Che bel personaggio; che bel libro.
Te ne accorgi subito, dalle prime pagine, che rimarrai legata a Peppino, che ti farà una pena indicibile, che vorresti conoscere e coccolare e volergli bene. Perché Peppino é un bimbo cicciottello, orfano di madre, che dalla ricca Svizzera viene deportato in Sardegna dai nonni paterni che non lo vogliono.
E non lo vuole nessuno a Peppino e, dopo un po’ che leggi, non puoi non volerlo tu. Vorresti entrare nel libro a prendertelo e a dargli un po’ d’amore.
Un po’ toccatello è Peppino e se ne approfittano tutti.
Lo conosci che fa le consegne al ristorante di Zio Mino, con un unico amico Tunisino con cui forma il nr. 10 (ciccione lui e magro l’altro) o Dolce e Gabibbo, nella notte di Capodanno.
È una storia dolce quella di Peppino che racconta lui stesso, con una serie di flashback, all’amata Marisa.
Non puoi non rimanere travolto dalla solitudine, l’amore, la disperazione, la malavita; non puoi non parteggiare per lui, unico buono in un mondo di cattivi; non puoi non sognare un lieto fine per questo ragazzo sovrappeso che fa il giro di Roma sui bus da Pomezia e che viene maltrattato e tradito da tutti, primo tra tutti, dal padre.
Si sovrappongono le figure intorno a Peppino: Nonna giovane e Nonna vecchia; Nonno; Marisa; Don Gibusi; Omero; il cane Tobia; zio Mino; i ragazzi del 167… tutti, o quasi tutti, con l’unico scopo di farlo sentire un perdente.
E allora il libro finisce e quando finisce pensi che vuoi bene a Peppino e che sia giusto che anche lui, come tutti, trovi un posto per tutto per sè.

Il perfetto potere del cane

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Io: “ciao, caro amico, mi consigli un libro?” Lui: “hai mai letto Il potere del cane? Compra questo”. Ho resistito a questo consiglio per un paio di mesi anche perché il “caro amico” è lo stesso che mi ha consigliato 1300 Giulia etc e avevo (secondo me pure giustamente) qualche resistenza. HO FATTO MALE perché Il potere del cane è il libro più bello che abbia letto almeno negli ultimi 10 anni, e non si può dire che io non legga!
Non vi documentate, non serve, perché qualsiasi cosa leggerete di questo libro vi scoraggerà: storia di narcotraffico dal 1977 al 2004; 714 pagine… non vi documentate, rinuncereste e NON dovete farlo! Questo libro VA letto!!!
All’inizio pensi di non farcela: 300 personaggi; 3000storie; da subito non sai di chi puoi fidarti e così devi “fidarti dello scrittore” come mi ha consigliato Andrea Vianello quando gli ho scritto che stavamo leggendo lo stesso libro.
Ed aveva ragione.
Cominci, continui, vai avanti e tutto si srotola con ordine… tutto va al suo posto. I buoni con i buoni e i cattivi con i cattivi… anche se non sembra … perché i buoni sono pure cattivi e i cattivi, va bè, tentano di redimersi ma non ce la possono fare, almeno non tutti!
Mi sono appassionata al libro dal capitolo di presentazione di Nora, che sembra non c’entri niente con il resto… e invece. Una puttana geisha, con una vita difficile, una macchia di colore giallo (biondo) in un mondo brutto e sporco di sangue. Lei, bellissima, che ama, inganna, redime un mondo di criminali fatto di mostri che di fronte a lei cedono, si fidano, crollano! Lei che “tienes l’alma” del cane “en su manos” e che lo fa barcollare e poi crollare.
Ma che poi: che è ‘sto potere del cane? Mi sono documentata, è menzionato in un salmo della bibbia e Don Winslow, mentre scriveva, si è accorto che parlava proprio del potere del cane ossia del potere dei ricchi sui poveri. E qui il potere è quello dei soldi, della Chiesa, della droga, del governo, tutti con tutti e tutti contro tutti. Un groviglio infinito, con tanti personaggi che si mischiano, si incrociano, si incastrano, si amano, si tradiscono. Mai avrei sperato che, leggendo di narcotraffico, mi ritrovassi a commuovermi per una storia d’amore, a tifare per un lieto fine.
Tutto questo è Il potere del cane, anche se poi, da canara quale sono, non mi piace quest’idea malvagia del cane ma in questo lo scrittore non c’entra niente, dovrei prendermela con la Bibbia e non mi sembra il caso.
Ricapitolando, fatevi e fate un regalo. Questo è perfetto.