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La prima cosa bella di domenica 22 dicembre 2019

Ve lo dico: sto rubando l’idea (e la rubrica!) a Gabriele Romagnoli, uno dei miei giornalisti preferiti, che tanto la domenica non la scrive… vi aggiorno se ne parlerà domani.

La prima cosa bella di oggi è la serata di ieri quando all’Auditorium (uno dei miei posti preferiti a Roma) ho ascoltato, proprio con Gabriele Romagnoli seduto due file dietro di me, l’orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che ha suonato Beethoven, diretta da Ezio Bosso (una delle mie persone preferite).

La potrei chiudere qua perché già mi pare abbastanza bello così.

Vi dico però che vedere Ezio Bosso, il suo entusiasmo, la sua bravura nel dirigere, la sua gioia nel farlo è un regalo tutte le volte che succede.

Ezio Bosso è gioia di vivere, è passione, è felicità, è emozione.

Per carità, io sono una profana, ma la sua bravura mi è parsa straordinaria.

Il colpo d’occhio della sala piena; gli applausi; le varie standing ovation sono state uno spettacolo speciale, un regalo di Natale anticipato.

Lui è indescrivibile, la musica oltre la bellezza, la gente in piedi commovente.

Bravo Ezio e grazie sempre di ricordarci come si dovrebbe vivere: con il tuo entusiasmo, la tua felicità nell’ascoltare la musica dirigendo un’orchestra.

Grazie.

Il concerto di Daniele

Oddio Amica, ho fatto ‘sta cosa grandissima: ho visto il mio primo concerto di Daniele Silvestri senza di te.

Che botta.

Bello bellissimo,  c’eri.

Ci sei sempre. C’eri ancora di più.

Tanto che mi veniva di girarmi per chiederti: “ti sta piacendo?!”.

Ma domanda retorica: ci è piaciuto, ci piace e ci piacerà sempre.

Ma quante nmila volte lo abbiamo visto?! Quante?! “In tutti i luoghi in tutti i laghi” mi verrebbe da dire!

Lo sai la cosa che mi ha impressionato di più?!

È stato pensare all’ultima volta: era quella della laringite di Daniele, quando ci ha rimandato a casa e poi fatte tornare dopo 3 settimane, quando eravamo tutte e due con la maglietta e ci siamo fatte il selfie sotto il palco.

È stata dura, amica mia, stasera.

Sono stata piuttosto brava ma è stata dura.

È dura ogni volta che il fatto che non mi puoi essere fisicamente accanto mi arriva come un pugno in faccia, così alla sprovvista e mi mette ko.

Come l’altra settimana quando sono venuta a trovarti nel posto dove stai ora. Sempre lo stesso effetto mi fa, mi sembra roba da pazzi.

Tornando a Daniele ha fatto il solito concerto strepitoso, ci ha messo quasi tutte quelle che ci piacciono e, colpo di scena, non ha chiuso con Cohiba (che pure ha fatto!) ma con una nuova.

Molto bella.

E, presentando la canzone, ha detto che poiché il valore delle cose lo apprezzi quando le perdi, a mano a mano faceva smettere di suonare i musicisti rimanendo solo lui con la chitarra.

Bello, bellissimo.

E ha anche aggiunto che “dall’alto c’è sempre qualcuno che ci guarda“: ho pensato che ce l’avesse con te anche se io il tuo valore lo conoscevo anche quando c’eri, non c’era proprio bisogno che te ne andassi.

E ricorda, amica, per citare lui, Niccolò (il tuo preferito) e Max: “L’amore non esiste ma esistiamo io e te” questo é un fatto. Sempre e per sempre é un fatto.

La collina

Dunque, qualche anno fa, girando su Twitter, sono incappata in una foto di questa ragazza bellissima che aveva un paio di scarpe spaziali e che stava, credo, alle Invasioni barbariche (o qualcosa di simile) a presentare il suo libro.

Le scrivo per sapere di chi erano le scarpe e lei mi risponde, dandomi subito il nome del brand (erano di Patrizia Pepe).

Il libro non lo compro ma comincio a seguire lei.

Lei è Andrea Delogu e io la trovo troppo fica (o figa se siete milanesi): bella, simpatica, spigliata e divertente; si sposa con Francesco Montanari ed il video di lei che canta “T’appartengo” di Ambra allo sposo mi fa sempre ridere e commuovere.

Lei fa la presentatrice, la dj, varie ed eventuali.

Poi, qualche settimana fa, ritira fuori il libro e dice che lo hanno ripubblicato. Questa volta non posso non averlo e lo compro.

Tra l’altro lo ha presentato all’Isola tiberina con l’Orchestraccia (che io amo) e non sono riuscita ad andare ed ho rosicato tantissimo anche perché lei ha un altro grande pregio: è amica di quello gnocco senza pari di Giorgio Caputo… ma questo è un altro discorso, andiamo avanti.

Il libro è La collina ed è bellissimo, avvincente, emozionante.

É un tuffo negli anni ottanta e in una delle “situazioni” più controverse di quel periodo: la comunità di San Patrignano che qui, appunto è la Collina.

La protagonista, Valentina, é nata ed ha vissuto lì fino ai 12 anni ed i suoi genitori hanno superato l’inferno della droga e di quella comunità, che ne ha salvati molti e ne ha rovinati altrettanti.

La vicenda è raccontata da Valentina che è una piccola sana in un mondo di grandi con problemi importanti.

Ora io so che dovrò andare a leggermi tutto quello che trovo sul tema perché nel libro la cronaca si infila nelle storie e voglio approfondire. Ero piccola in quel periodo e non ricordo bene le vicende: mi ricordo bene di quell’omone, che nel libro si chiama Riccardo.

Valentina vive con i genitori, Barbara e Ivan, e questi diventa un pezzo grosso della comunità, suo malgrado. Valentina è amata sopra ogni cosa e i suoi occhi sono quelli dell’innocenza dei bimbi che vedono cose che non dovrebbero vedere, che pagano delle colpe non proprie.

Valentina, però, è stata una bambina felice, lo si percepisce dal racconto ed è bello leggerla mentre racconta.

Succede di tutto: gioie, dolori, botte, processi, fughe, violenze, amori, tradimenti. Di tutto. Ad un certo punto sembra un thriller, poi un romanzo d’amore, poi una biografia o un romanzo storico.

Non ti molla mai, hai sempre una rotella del cervello che pensa: “chissà che sta succedendo in collina”.

È brava Andrea Delogu nel raccontare la sua esperienza da Valentina ed è stato bravo nell’aiutarla a farci entrare in quel mondo sconosciuto Andrea Cedrola.

Passo ad altro io, voi andate in Collina che fa caldo e lì si sta pure freschi di questi tempi.

Buona lettura.

Made in Italy

Allora, premessa: sbaglio io.

E vi spiego: se uno mi sta antipatico (nella fattispecie Ligabue); se non sopporto la di lui musica, le di lui canzoni, la di lui faccia, come mi viene di andare al cinema a vederlo?! Avete ragione ma volevo:

1) accompagnare una mia amica, che poi siamo diventate 9;

2) superare i miei pregiudizi;

3) a me Radio Freccia era piaciuto e volevo dargli una possibilità, quindi non è che sono andata proprio prevenuta eh.

Detto ciò, ho visto un film davvero brutto.

E mi spiego meglio.

Sempre la stessa ambientazione, e dice “vabbè, ma quella è la sua, quella conosce!” ok, ma allora rimani nel tuo perché se ad un certo punto ci piazzi Roma e il resto d’Italia senza motivo, o forse solo perché il film (ma soprattutto la canzone) si intitola Made in Italy,  allora non capisco più.

Ma voglio andare con ordine.

E la prima cosa che mi viene di dirvi è che trattasi di film: NOIOSO.

Storia trita e ritrita: lui e lei in crisi.  Più o meno perché poi non è che si capisce bene, o meglio: a intuito capisci che sono in crisi; a intuito capisci che l’amico di lui ha dei problemi; a intuito capisci che l’Italia è in crisi (che bella novità). E vai ad intuito nonostante il film duri un’eternità e soprattutto il primo tempo sia aaaaaalllllll raaaaaaaalllllleeeeeennnnnnntttttttaaaaaaatttttooooooooreeeeeee. Praticamente fermo.

Accorsi è bravo ma Ligabue ha il potere di fargli fare sempre la stessa parte; la Smutniak è di una bellezza strabiliante, anche brava ma le dà una parte nella quale sta fino ad un certo punto. I comprimari bravini ma inutili, il figlio della coppia un fantasma.

Io non vi posso spoilerare ma mi sento di dirvi che la storia la conoscete perché l’avete vista mille volte. E non vi voglio raccontare dell’inutilità del finale.

Ora io mi chiedo: ma tu, Ligabue, di che ci volevi parlare? Di una coppia in crisi? Di quanto è bella l’Italia? Di quanto ci sia la crisi economica? Di cosa?! Perché io francamente non l’ho capito, mi sfugge tutto.

Personalmente ritengo che se fossi rimasta a casa a vedere quel gran gnocco di Favino, non avrei fatto un soldo di danno… a parte lo stare con le mie amiche che è sempre cosa buona e giusta!

Ah, poi, un’ultima cosa: secondo me per trovare il lavoro che trova Accorsi alla fine del film non c’è bisogno di spostarsi manco dal quartiere… ma è una mia opinione.

 

Bravi senza fine 

E poi un piccolo grande capolavoro.Capisco i 10 minuti di applausi a Cannes, mi sarei alzata in piedi ad applaudire anche io La pazza gioia di Paolo Virzì.

Ma quanto è bravissimo lui?! E quanto sono bravissime loro: Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi.

(Piccola parentesi che non c’entra niente ma ve la voglio dire: le prime volte che vedevo Valeria Bruni Tedeschi pensavo che vitaccia la sua con la bellissima Carla Bruni come sorella… beh, dopo aver visto i due film di Virzì, che la vedono protagonista, penso che Carla non sia degna neanche di allacciarle le scarpe, anche in fatto di bellezza, soprattutto per come è invecchiata, ma andiamo avanti!).

Dicevamo: bravissime le protagoniste!

Belle e brave.

Sono due “pazze” accolte in una struttura per persone con dei problemi, diciamo così perché “matti” non mi piace.

Una con un passato da signora benestante che dilapida il suo patrimonio per amore; l’altra disgraziata dalla nascita che incontra un maledetto che finisce di rovinarle la vita.

Si incontrano, si piacciono, nasce un’amicizia che sarà la loro salvezza!

Un po’ Thelma e Louise ma più profondo.

Dietro queste due “pazze” bellissime storie di solitudine, di abbandoni, di disperazione, di disagio.

È tutto ben fatto: l’ambientazione, le musiche, i colori, la fotografia, i costumi, i dialoghi, il dramma, la malattia, la voglia di ricominciare a vivere.

È tutto ben reso.

E si piange, ve lo dico, portate i fazzoletti perché le emozioni sono intense e sfido chiunque a resistere!

La Ramazzotti è un fascio di nervi, disperazione; intensa, brava.

La Bruni Tedeschi sembra nata per fare la pazza: isterica, divertente, bella, simpatica, matta vera.

Anche gli altri attori, che sono un mero contorno, tutti adatti. Ci sono anche i camei della mamma vera della Tedeschi e di Francesca Archibugi che, insieme a Virzì, ha curato il soggetto.

Insomma: bello, da vedere, andate… e ricordatevi i fazzoletti, non dite che non ve lo avevo detto poi che vi dovete pulire con la manica della giacca e non vi si può vedere!

Perché Sanremo è…

Le vogliamo spendere due parole su Sanremo?!

E spendiamole va!

Si sa che io lo guardo solo per i vestiti.

La prima serata non l’ho vista, ho visto la seconda.

Poi la mattina dopo, per i vestiti, ho provveduto.

Bene, non mi è piaciuto nessuno a parte “spallucce strette con tettone e fianchi alla Loren”, che sarebbe la Madalina, vestita da Alberta Ferretti. Belli tutti e tre i vestiti, forse meno il leopardato ma son gusti.

Sempre per la prima sera, vi segnalo la Pausini, che per me non merita mai di essere menzionata e poi sembrava un porcellino d’india. Davvero un immenso: CAMBIATI!

Faccio finta di niente per Arisa, perché non mi piace sparare sulla Croce Rossa.

Sono stata presente, invece, ma solo fino alle 22.50 durante la seconda serata.

La tipa dei giovani con il Domopack non ho capito cosa mi volesse rappresentare e andiamo avanti.

Madalina era vestita come JLo ed infatti l’ha vestita lo stesso stilista (Zuhir Murad); Dolcenera pronta per il palio di Siena; Patti Pravo per essere messa su uno stendardo e portata in processione come la Madonna.

Chi proprio avrei preso a pizze è la Michelin, ma io dico: vanno bene i 20 anni, va bene che vuoi fare la moderna ma NON puoi, e sottolineo il NON , presentarti con una salopette altezza metà polpaccio e con camicietta a fiori (o qualcosa di simile) abbottonata come una suora. Il tutto sui toni del rosa salmone e del blu. Come se non bastasse coroni il cattivo gusto con un sandaletto tacco 3cm argentato e calzino. Ok, al cattivo gusto ci deve essere un limite e per quanto tu sia giovane, per quanto tu voglia fare l’alternativa, sempre sempre devi pensare che ti guardano milioni di persone e che se non ci arrivi da sola ti devi far aiutare.

Per il resto non so altro perché dopo che sullo schermo è apparso Ezio Bosso, che mi ha dato una stupefacente lezione di vita e mi ha riempito di brividi ed emozioni, ho ritenuto di dover spegnere la tv, perché la serata altro non mi poteva dare.

Bravo, bello, con una forza da eroe.

Un esempio da seguire, una forza a cui ambire, una frase da segnare “la musica come la vita si fa può fare solo in un modo: insieme”.

Per me Sanremo finisce qui.

Torta di noi

Silenzio in sala, titoli testa, nome del regista “Zanasi” e quello accanto a me che dice “e chi è questo?!”.

Ed effettivamente neanche io lo conoscevo ma dopo averne visto il film, La felicità è un sistema complesso, penso rientrerà nella rosa dei miei registi preferiti.

Ma che film ha fatto?! BEL-LIS-SI-MO!

Non è che mi è piaciuto, di più… molto di più!

Mastandrea, in stato di grazia, è uno che conquista per poi fregare Amministratori di Società inconcludenti, disfattisti, fondamentalmente “Figli di papà” per affidare tutto nelle mani di un’altra Società gestita da un padre despota ed un figlio drogato.

Brutto lavoro ma fatto con estrema professionalità.

Scusate la colta citazione ma mi ha ricordato il lavoro di Richard Gere in Pretty woman e lì arriva la Roberts per fargli cambiare stile di vita e lavoro.

Qui non arriva la Roberts ma diciamo un trio: FIlippo e Camilla, due ragazzi sventurati che perdono i ricchissimi genitori in un incidente stradale; e la ex fidanzata del fratello, israeliana, mezza matta, che dorme sul pavimento e mangia noccioline.

Il trio in questione smuoverà quello che già si muove da 5 anni nel protagonista, ossia l’insoddisfazione per quello che sta facendo e che lo porterà a cambiare vita.

Ora la storia va bene, ci siamo: carina, non banale, ben costruita ma quello che fa la differenza del film sono, secondo me, tre elementi: gli attori, la regia e la musica.

Gli attori. Ho già detto che Mastandrea è in stato di grazia: bravo bravo. Simpatico, ironico, drammatico, divertente. Tutto quello che gli si richiede per la storia. Davvero grande prova. Come bravi sono il solito Battiston, che adoro; i due ragazzi, provati dal dolore ma nella parte; la ex del fratello, mezza depressa, ma fondamentale per la storia.

La regia. Io ora non è che me ne intendo, non è che posso farvi un trattato di cinematografia sulla regia perché non lo saprei fare ma quello che posso dirvi è che se le inquadrature, alcuni passaggi (tipo l’inquadratura che gira come l’automobile in fondo al lago) hanno colpito me che non ci capisco una mazza, e che in genere non faccio caso a queste cose perché seguo più che altro la storia, penso che la regia di questo film sia un pezzo forte: finalmente qualcosa di innovativo all’orizzonte.

E poi la musica: perfetta, costante, originale, azzeccata. La musica è davvero quell’elemento in più che ti fa apprezzare il film. Nessuno nella sala si è alzato ai titoli di coda perché tutti aspettavano di leggere i brani utilizzati nel film. Se avesse preso internet in sala, sarei stata attaccata a Shazam tutto il tempo. Standig ovation per la scelta.

Detto questo due annotazioni:

  • Trento, protagonista indiscussa di film italiani nelle sale. Qui è stato girato “Loro chi?” e qui è stato girato questo film. A questo punto vale la pensa di visitarla, ritengo.
  • E’ il terzo film italiano che vedo di seguito e l’unico non sovvenzionato perché evidentemente non ritenuto di “interesse nazionale” dal Ministero. Bene, vorrei conoscere chi dà queste sovvenzioni per spiegargli quanto non ci capisce una mazza di cinema.

Ora, domani è festa, non prendete impegni ed andate a vedere questo piccolo capolavoro.

Buona visione.