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Leviatano

Qualche settimana fa, parlando con un mio amico, viene fuori il nome di Paul Auster e lui mi dice che ne stava leggendo un libro e mi consigliava di riprenderlo; gli rispondo di aver letto solo Trilogia di New York e mi ripromettevo di farlo.

L’altra settimana entro da Feltrinelli ed hanno lì un’iniziativa troppo carina: libri al buio. Una parete con tanti libri impacchettati, di vari prezzi e con su scritto degli indizi per indovinare il titolo (ovviamente io ho capito solo a libro aperto). E insomma, ne prendo uno e cos’era?! Leviatano di Paul Auster… tu guarda il caso alle volte.

E così ho ripreso in mano il libro e l’ho divorato.

Paul Auster ha questa capacità di coinvolgerti che pochi hanno.

Il libro è proprio come il titolo, parla di un mostro, di un groviglio di rapporti, di persone, di sentimenti. Un turbinio di incastri, di affetti, di relazioni. Uno scrittore ci racconta di un altro scrittore che ha conosciuto, che è stato il suo migliore amico per un periodo della vita, al quale succede di tutto, fino a farsi esplodere come un kamikaze. Il protagonista racconta le sue vicende e quelle dell’amico Sachs, il kamikaze, per inquadrare il contesto affettivo nel quale questi matura la decisione della bomba.

Tutto quello che può venirvi in mente capita a Sachs, non ultimo rendersi protagonista di un omicidio, ma vi dico una serie di cose che pensi pure ad un certo punto “e vabbè, ma anche meno!”, non può essere. Quando la tensione scende, e sono ad una festa per dire, e pensi vabbè ora mi sta venendo sonno batabam succede qualcosa che ti risveglia e se ne vanno altri 20 minuti a leggere.

Le pagine e la storia scorrono così, fluide.

Quanti sentimenti, quanto amore, quanta amicizia ma anche disperazione e contrasti.

Il tutto condito da un’America di contraddizioni, ma come accade sempre nei libri di Auster che è proprio “ammmericano” vero.

Penso che ripeterò la prova del libro al buio. Questa mi è andata benissimo, vi farò sapere della prossima.

Leggetene tutti.

 

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La moglie perfetta

L’amico che mi ha regalato questo libro l’ha fatto per farmi fare pace con l’autore; questo perché l’ultimo libro che ne avevo letto mi aveva fortemente deluso.

L’autore è Roberto Costantini e l’ultimo libro è Ballando al buio.

Questo che ho finito ora, invece, è La moglie perfetta, precedente a Ballando al buio, ed è l’unico che mi mancava.

Il mio amico ha fatto bene perché, effettivamente, questo libro mi ha fatto rivalutare Costantini, dal momento che mi è piaciuto moltissimo.

Tipo dalle prime 5 pagine mi è piaciuto.

Vi avrò detto mille volte tra queste righe che adoro i libri in cui una stessa storia viene narrata da più punti di vista e qui abbiamo: marito, moglie e Balistreri.

Le indagini sono condotte sempre da lui, Balistreri, il burbero commissario ormai sessantenne, che beve e fuma ed è mezzo fascista e litiga con tutti e bla bla … inutile che ve lo sto a raccontare perché vi meritate di leggere la trilogia. Comunque, l’indagine è la sua e si svolge nel 2001. In mezzo c’è la mafia, ci sono gli americani, c’è una coppia, c’è un amore, c’è un magistrato, uno psichiatra, una ragazzina un po’ sciacquetta, ci sono tanti soldi. Fate un mix di tutti questi elementi e viene fuori un libro davvero godibile, interessante, affascinante, ben scritto.

A Costantini piacciono tantissimo i flashback che usa nella trilogia come stile di vita proprio, qui ci sono ma sparsi; qui c’è, soprattutto, una struttura narrativa che tiene con il fiato sospeso.

Mi è piaciuto un sacco.

Il giallo sembra banale ma è un casino vero. I personaggi sono tutti impicciati: “il più pulito c’ha la rogna” per dirla in francese. Balistreri ci rimette sempre. La moglie perfetta non esiste (e non è uno spoiler) ma la triste realtà.

Il libro invece c’è ed è bello e vi consiglio di acquistarlo.

Grazie amico.

Bene bene bene…

…ma non benissimo! Sapete che uno ha lanciato questa canzone assurda che, però, fa ridere devo ammettere.

Allora il post in questione non riguarda la canzone ma il fatto che mi sono accorta che posso scrivere nmila post sui libri e poi ne scrivo uno sulla moda (o simile) e boom, faccio il botto.

Sono d’accordo con voi, la moda è un grande argomento (forse il mio preferito) e quella genia della Ferragni (e del di lei ex fidanzato nonché grandissimo gnocco) ne sono la prova vivente.

E allora, ragazzi/e, vi parlo un altro po’ del vostro argomento preferito, che poi è pure il mio, ma io non tralascerò mai le recensioni di libri… tra l’altro ne sto leggendo uno che mi fa un sacco di tenerezza ma poi vi dirò.

Ritornando alla Ferragni, sapete tutti – e se non lo sapete ve lo sto dicendo io – che si è messa con Fedez (proposta di matrimonio all’Arena di Verona per i suoi 30 anni etc etc). Ora hanno creato questo binomio di moda in cui lei ci sta perdendo, secondo me, e lui ci sta guadagnando… parlo stilisticamente. Al di là del fatto che lei è sempre vestita Top (e vorrei pure vedere tra Dior, Prada, Ferretti e chiunque altro vi venga in mente) mi sta prendendo questa deriva un po’ coatta che io non posso condividere. Lui, di contro, ogni tanto va vestito caruccio ma ora ha creato questa collezione per Bershka che “il Signore ce ne scampi e liberi!”…ma io dico: perché?! Se ne sentiva il bisogno: un secco NO, mi viene da dire.

Il simbolo è una tigre colorata che è di un brutto ma di un brutto che levatevi… poi stampata su abiti informi: giacchettoni oversize, magliette da bulletto di periferie, calzini bianchi di spugna che mi auguravo fossero caduti nel dimenticatoio.

Ora io non ce l’ho con loro, anzi io li stimo moltissimo, la Ferragni è una maga del marketing e lui mi sta pure simpatico, ma io mi dispero perché mi toccherà vedere in giro ragazzini conciati come i peggiori rapper di periferia. Una cosa che preferirei andare a vedere negli USA per mia scelta e non sul suolo italiano per scelta di un altro. Eppure non vi dico che delirio alla presentazione a Milano, forse mancavo io e tre quarti della palazzina mia perché il resto stava tutto lì. La cosa grave è che il marchio è pure parecchio low cost, quindi è un attimo che i ragazzini procedano all’acquisto.

Ora, Chiara, faccio un appello a te: REDIMITI! Dall’alto del mese della moda che ti sei sparata tra Milano e Parigi, dall’olimpo delle meraviglie che hai visto con i tuoi stessi occhi, passati una cavolo (per non dire cazzo!) di mano sulla coscienza e insegna ai ragazzini a vestirsi, non a coprirsi. Anche il Dio denaro te ne sarà grato. 

Saluti affettuosi.

 

 

Non una sola verità sul caso Quebert

E niente io sono la gioia del marketing; io sono quella che se alla cassa trova la gomma viola, se la compra; io sono quella che se sente parlare del “caso letterario” dell’anno se lo compra.

Io sono quella che si è comprata La verità sul caso Henry Quebert e, vi diró, ho fatto bene.
Ho fatto bene perché se la sera pensi a spegnere la tv prima del tempo per andare a leggere; se ad un certo punto ti accorgi che sono le 2 e stai ancora leggendo; se non vedi l’ora di sapere che altro impiccio nasconde la trama, beh io dico che hai in mano un un bel libro.

La verità sul caso Henry Quebert è giallo, ma non solo: è un libro nel libro.
Protagonista ed io narrante è Marcus, scrittore di successo newyorkese, che incappa nel blocco dello scrittore e, per superarlo, torna ad Aurora (cittadina nel cuore del New Hampshire) dal suo vecchio professore, che rimane invischiato in un caso di cronaca, accusato di un omicidio avvenuto trentacinque anni prima. Parte così un’indagine al fine di scagionare l’amato amico e professore e si scopre più o meno di tutto: chi ha ucciso chi; chi stava con chi; chi sapeva e non ha detto; chi ha gestito male l’indagine perché a sua volta toccato dalla stessa; chi ama; chi non ama; chi picchia; chi mente; chi muore; chi dipinge; chi paga; chi manipola; chi si pensava vivo ed è morto; chi si pensava colpevole ed è innocente; chi si pensava innocente ed è colpevole.

Il libro mi è piaciuto perché non è solo un giallo, con continui flashback si ripercorre la storia della Lolita morta e con essa la storia di un amore, ma si impara anche a scrivere un libro con i 31 consigli che il vecchio prof. elargisce al giovane allievo e amico.

Nora era una bambina ed una donna ed una vittima ed una carnefice (?); Henry è uno scrittore ed un innamorato ed una vittima ed un carnefice (?); Marcus è uno scrittore a sua volta ed un disperato ed una vittima ed un carnefice (?). E poi ci sono Jenny, la povera innamorata non corrisposta; Travis, il poliziotto di provincia; il mostro Caleb; il riccone Stern; e chi più ne ha più ne metta. Storie nelle storie: un impiccio.

Ad un certo punto non ti fidi più di nessuno e quando pensi che hai capito… eccolo là, arriva il colpo di scena e capisci che non hai capito una mazza, come succede nei gialli con la G maiuscola.
Se lo cominci lo devi finire e pure di corsa. E poi, quando lo finisci, pensi che ha ragione Henry, che dice a Marcus, “un bel libro è un libro che dispiace aver finito” anche se poi “il libri sono come la vita. Non finiscono mai del tutto”.

E comunque l’assassino è…paura eh?!