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La questione

C’è questa questione della morte che io non riesco tanto a capire.

C’è questa questione delle lacrime che scendono e non si vogliono fermare.

C’è questa questione del dolore enorme, profondo, infinito che arriva e non ti lascia mai.

C’è questa questione dei ricordi che ti stanno nel cuore e nella testa e ti accompagnano ma ti fanno male.

C’è questa questione del non riuscire a rassegnarsi al non vedersi più.

C’è questa questione del senso di vuoto che si sente in ogni momento della giornata, come se ti mancasse una gamba, un braccio, una sorella.

C’è questa questione della mancanza che ti accompagna da quando ti alzi la mattina a quando ti metti a letto la sera.

C’è questa questione della rabbia che spaccheresti tutto perché ci hai provato ma non ci sei riuscita.

C’è questa questione della forza che hai perso e ti sembra di non trovarne più.

C’è questa questione che pensi di stare vivendo un incubo, ma vai a letto la sera e ti alzi la mattina e dall’incubo non ti svegli mai.

C’è questa questione del cuore che ti fa male perché ha perso un pezzo che sta lì con te.

C’è questa questione dell’amore profondo che nasce all’improvviso e non finisce.

C’è questa questione del “per sempre” che con te ha finalmente un senso.

Grazie.

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Il mare dove non si tocca

Finito.Dopo tanti omicidi, sangue, fughe, intrighi mi sono concessa un’altra pausa di lettura con Fabio Genovesi ed il suo ultimo libro Il mare dove non si tocca.

È la storia di Fabio, non so se proprio autobiografica, che è un bimbo dolcissimo di dieci anni che vive con mamma, papà, nonna ed una serie, non meglio precisata, di zii pazzi perché nella sua famiglia c’è la maledizione per cui, se non ti sposi entro i 40 anni, diventi matto.

Ora il libro, per quanto mi riguarda, non parte subito di slancio: cioè ci ho messo un po’ per appassionarmi perché all’inizio è un po’ lento, sembra che non succeda niente.

Poi, mentre leggi, succede una cosa: ti affezioni, ma tantissimo, al protagonista.

Questo bimbo è troppo dolce e la cosa fantastica è che Genovesi diventa lui e non scrive più l’adulto ma il bambino, e vedere il mondo con i suoi occhi è straordinario.

Ti stupisci, ti intristisci, non capisci delle banalità proprio come può fare un bambino di 10 anni.

In più a questo bimbo succede una cosa abbastanza drammatica (non voglio fare spoiler ma il papà non si sente tanto bene!) ma la squadra di pazzi che lo circonda riuscirà a non fargliela pesare.

Allora, pur non volendo spoilerare, io qualche episodio che proprio ho adorato ve lo devo raccontare:

1) la mamma, che per non deludere Fabio, gli racconta che il medico che cura il papà è un pazzo e non deve credergli se dice che non si riprenderà più;

2) lui che legge il libro alle vecchiette;

3) la storia della mina (vi dico solo questo e capirete… la frase dello zio “ora vai su, che devo piangere” è stupenda);

4) lui che vuole diventare santo;

5) lui e la coccinella, con la lettura di come si mangia.

È una pausa di lettura fantastica questo libro perché non ti fa pensare alle brutture del mondo ma solo alla purezza, e non può essere diversamente se ti immedesimi in un bambino di 10 anni.

Genovesi scrive bene: è pulito, scorrevole, per nulla macchinoso.

Insomma, ragazzi, leggetelo che mi ringrazierete.

Io mi rituffo in un omicidio, see you soon.

Ho detto: NO

L’altro giorno in uno dei 200 gruppi whats’app in cui sono (devo dire in uno di quelli più divertenti!) una mia nuova amica (mezza psicopatica che si sente esclusa dall’universo… ti adoro e lo sai 🙂 ) chiede: “ma le splipper mules?!” allegando la seguente foto.

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La mia risposta è stata un semplice, conciso, secco: NO!

Ora, ragazzi/e, voi sapete quanto io ami la moda, ma sapete anche quanto affermi che “se una cosa è brutta, non mi interessa che vada di moda: io non la indosserò!”.

Ora, al di là della scelta della mia amica che tra tutte forse ha scelto le più brutte (per quanto griffatissime) secondo voi come meglio potrebbero catalogarsi queste scarpe se non CIAVATTE?! Badate bene che ho scritto “ciavatte” e non “ciabatte” perché il romano viene in soccorso in alcuni casi, in quanto dà proprio il senso della sciattaggine che è intrinseca nell’oggetto.

Al di là del fatto che io odio le ciabatte anche in casa, piuttosto raffreddore tutto l’anno ma non riesco a metterle neanche tra le mura domestiche, figuriamoci se mi viene in testa di uscirci e magari spendere fior fiori di € per averle ai piedi.

Ora Alessandro Michele (stilista di Gucci, lo dico solo per quei 4 che non lo sanno) è un estroso e questo tipo di “ciavatte” devono piacergli parecchio perché le propone in varie salse, per uomini e donne…

…purtoppo, però, non è l’unico… la Ferragni ne fa spesso sfoggio e le ha prodotte con il suo brand; poi Steve Madden; poi Prada; poi D&G…

e tutti prevedono prezzi che vanno dai 200 ai 1.000€.

A questo punto mi sento di darvi un consiglio: all’inizio della strada in cui abito, ma comunque ce ne sono a centinaia sparsi sul territorio italico, c’è Risparmio casa. Ora in genere, davanti alle casse per lo più, installano dei fantastici stand con le ciavatte (da uomo e da donna) che vanno dai 10 ai 12€ . Ecco, io penso che di più un paio di pantofole non debbano costare perché, se proprio non se ne può fare a meno, IN CASA CI SI DEVE STARE CON LORO, quindi spendere più di tanto mi sembrerebbe un sacrilegio, un oltraggio alla corona, un attentato alla Costituzione.

Non uscite dal seminato: ciabatte in casa; scarpe fuori… e, quando dico, “scarpe” penso a tutta un’altra cosa!

Siete stati avvertiti.

Tutti matti

Apprendo ora di una circolare e che vieta ai professori delle scuole medie di far uscire i ragazzi preadolescenti, fino ai 14 anni, da soli per tornare a casa. Devono essere affidati alle cure di mamma, papà, nonni, zii, baby sitter e forse pure del Papa, laddove si è credenti. Alla base di questo dictat ci sarebbe un articolo del codice penale che considera i minori di 14 anni assolutamente incapaci. 

Ora, si dà il caso che da quando è iniziata la scuola io TUTTE le mattine tiro giù qualche santo del calendario per venire a guardare cosa accade davanti alle scuole che incontro sulla strada per il lavoro. Perché è assolutamente inconcepibile, per quanto mi riguarda, il blocco del traffico a causa di centomila genitori che accompagnano (possibilmente con SUV) i pargoli a scuola, da 0, a questo punto, ai 14 anni. 

Ma che cosa stiamo crescendo, mi chiedo io?! Una massa di incapaci?! Altro che “bambacioni”, pure questi sono certa abbiano goduto di una loro autonomia nella fase preadolescenziare. 

Pensate che io istituirei un premio per tutti i genitori che accompagnano i bimbi delle elementari a scuola a piedi perché, come ho avuto modo di dire mille volte, le scuole dovrebbero stare nel quartiere, potenzialmente nella via, in cui risiedono le famiglie quindi lo scopo di  sfoggiare macchinoni francamente lo ignoro.

A maggior ragione mi viene da pensare che “bello di genitore, alle medie a scuola vai e torni da solo!”… magari con loro che alle prime volte ti guardano da lontano. E d’accordo che la scuola ha la sua responsabilità, e d’accordo che il codice penale ha l’articolo che parla dei 14 anni, ma a che età sarà il caso di responsabilizzarli secondo voi?! Ai 18?!

Senza contare che chi non ha nonni, baby sitter, zii disponibili dovrebbe rinunciare a lavorare!

Mi permetto, poi, di fare un’altra considerazione: i genitori saranno o non saranno in grado di valutare la maturità dei propri pargoli, al di là della campana di vetro sotto la quale li spolverano?! Io mi auguro di sì e sennò non li fate i figli che non è un obbligo eh!

E poi ci vuole sempre un minimo di buon senso nel fare e nel non fare, nel dire e nel non dire, nell’accompagnare o nel lasciarli liberi: usiamolo, tutti!

 

 

 

 

Bene bene bene…

…ma non benissimo! Sapete che uno ha lanciato questa canzone assurda che, però, fa ridere devo ammettere.

Allora il post in questione non riguarda la canzone ma il fatto che mi sono accorta che posso scrivere nmila post sui libri e poi ne scrivo uno sulla moda (o simile) e boom, faccio il botto.

Sono d’accordo con voi, la moda è un grande argomento (forse il mio preferito) e quella genia della Ferragni (e del di lei ex fidanzato nonché grandissimo gnocco) ne sono la prova vivente.

E allora, ragazzi/e, vi parlo un altro po’ del vostro argomento preferito, che poi è pure il mio, ma io non tralascerò mai le recensioni di libri… tra l’altro ne sto leggendo uno che mi fa un sacco di tenerezza ma poi vi dirò.

Ritornando alla Ferragni, sapete tutti – e se non lo sapete ve lo sto dicendo io – che si è messa con Fedez (proposta di matrimonio all’Arena di Verona per i suoi 30 anni etc etc). Ora hanno creato questo binomio di moda in cui lei ci sta perdendo, secondo me, e lui ci sta guadagnando… parlo stilisticamente. Al di là del fatto che lei è sempre vestita Top (e vorrei pure vedere tra Dior, Prada, Ferretti e chiunque altro vi venga in mente) mi sta prendendo questa deriva un po’ coatta che io non posso condividere. Lui, di contro, ogni tanto va vestito caruccio ma ora ha creato questa collezione per Bershka che “il Signore ce ne scampi e liberi!”…ma io dico: perché?! Se ne sentiva il bisogno: un secco NO, mi viene da dire.

Il simbolo è una tigre colorata che è di un brutto ma di un brutto che levatevi… poi stampata su abiti informi: giacchettoni oversize, magliette da bulletto di periferie, calzini bianchi di spugna che mi auguravo fossero caduti nel dimenticatoio.

Ora io non ce l’ho con loro, anzi io li stimo moltissimo, la Ferragni è una maga del marketing e lui mi sta pure simpatico, ma io mi dispero perché mi toccherà vedere in giro ragazzini conciati come i peggiori rapper di periferia. Una cosa che preferirei andare a vedere negli USA per mia scelta e non sul suolo italiano per scelta di un altro. Eppure non vi dico che delirio alla presentazione a Milano, forse mancavo io e tre quarti della palazzina mia perché il resto stava tutto lì. La cosa grave è che il marchio è pure parecchio low cost, quindi è un attimo che i ragazzini procedano all’acquisto.

Ora, Chiara, faccio un appello a te: REDIMITI! Dall’alto del mese della moda che ti sei sparata tra Milano e Parigi, dall’olimpo delle meraviglie che hai visto con i tuoi stessi occhi, passati una cavolo (per non dire cazzo!) di mano sulla coscienza e insegna ai ragazzini a vestirsi, non a coprirsi. Anche il Dio denaro te ne sarà grato. 

Saluti affettuosi.

 

 

L’Arminuta

Io ve lo dico, il premio Campiello non delude mai.

L’Arminuta è un grandissimo libro. 

Bello, bello, bellissimo.

Un pugno allo stomaco, uno di quelli che “mi metto a letto alle 22.00 così leggo un po’” e a mezzanotte e mezza spegni, per tenerti le ultime 40 pagine per il giorno dopo.

L’Arminuta in dialetto abruzzese è quella che ritorna ossia una bambina di 14 anni che torna alla casa paterna dopo essere stata cresciuta dagli zii in non si capisce bene quale città, forse Pescara.

Già a pagina 10 ti si stringe il cuore con lei che, appena entrata a casa (quella che dovrebbe essere sua) scende con il papà “adottivo” perché a casa sua non vuole restare.

Una storia terribile di abbandono è l’Arminuta ma anche di tanto amore. E sì, perché l’arminuta perde una mamma ma trova una sorella, Adriana, la vera forza del romanzo. Una ragazzina di 10 anni con una saggezza popolare che la rende molto più che adulta. Si legano e tali resteranno fino all’ultima pagina.

Insieme alla sorella un numero non meglio precisato di fratelli, sui quali spicca Vincenzo e del quale preferisco non dire.

C’è poesia, delicatezza, amore, tristezza nelle pagine di questo romanzo.

C’è un profondo senso di solitudine, che poi  se ne va anche se mai del tutto. 

C’è un segreto che non ti aspetti da scoprire e poi una verità da accettare.

Ci sono così tante cose in così poche pagine che te lo fanno divorare in un baleno, questo piccolo grande libro. 

Buona lettura e complimenti sempre al Campiello: non ne sbagliano uno! 

Pulvis Et Umbra

“L’ho finito?!”

“Quale?”

“L’ultimo di Manzini, Pulvis et umbra”

“Ma quanto ci hai messo?!”

“Quanto ci vuole per non finirlo subito!”

Non l’ho letto, effettivamente, l’ho centellinato perché proprio non mi andava di far uscire  Rocco dalle mie serate, dal mio letto, in un paio di giorni perché tanti ce ne sarebbero voluti se avessi dato retta alla voglia di finirlo.

Rocco è un amico che ritrovi troppo volentieri. Ora poi che ha anche la faccia di Giallini (anche se per me l’ha sempre avuta pure prima della fiction) è ancora più amico.

Quanta malinconia in questo libro.

La rottura di coglioni del decimo grado è l’omicidio di un trans ma un impiccio grosso, più grosso della piccola Aosta, molto di più. Roma – Aosta- Roma con la macchina e la piccola Lupa come fosse un giro di Raccordo per Rocco.

In questo libro mi ha fatto tanta tenerezza perché è sempre meno “accompagnato” e sempre più consapevole della fine di Marina. Si affacciano vecchi e nuovi personaggi nella sua vita: Gabriele, l’adolescente “bullizzato”  vicino di casa è di una dolcezza infinita; Caterina è… lasciamo stare; Sebastiano, Bizio e Furio sono i suoi amici di sempre e “per sempre” anche se su questo si comincia a dubitare;  Gianni e Pinotto della Procura fanno troppo ridere… insomma, la squadra c’è ed è fortissima.

La spiegazione dell’uso dello “sticazzi” andrebbe insegnata a tutti quelli che pretendono di parlare romano pur non essendoci nati.

Quando il libro finisce pensi “noooo, e ora?!”… e ora si aspetta come sempre ma con più ansia perché lasciare Rocco lì da solo è stato un colpo stavolta.

Anto’, vedi che puoi fare!

PS: una piccola parentesi, ho dovuto girare due librerie per trovare il libro, il che è bellissimo, solo che poi pensi “comunque Rocco c’era anche prima della TV, cari amici”… ma l’importante è che la gente legga, chi dà l’input diventa indifferente.