Lady Las Vegas

Essendo lui l’autore del mio libro preferito, tutte le volte che esce con un libro nuovo io ho l’obbligo morale di acquistarlo.

Lui è Don Winslow e l’ultimo libro è Lady Las Vegas.

Visto, preso, acquistato, letto.

Non mi è piaciuto, neanche un po’.

Lo dico subito per fugare ogni dubbio.

Mi è sembrato uno di quei libri da scrivere perché si ha un contratto con l’editore: quei libri proprio tirati per i capelli e che una volta che li hai finiti pensi: “e quindi?!”.

Una storia trita e ritrita: una donna di reputazione dubitabile (Polly) che fa l’amante del Raimondo Vianello americano (Jack) con una Sandra Mondaini (Candy) che ha in testa le corna; ad un certo punto Jack violenta Polly e lei lo denuncia ma nessuno (ovviamente) le crede. Non vi sembra discutibile anche la scelta dei nomi dei protagonisti?!

Poi ci metti la malavita organizzata e viene fuori un’accozzaglia di personaggi, una storia banale, un finale scontato.

Che rabbia quando pensi che uno scrittore che è riuscito a scrivere un capolavoro (Il potere del cane) si deve perdere in questi libri da lettura estiva ma di quelle per chi legge un mezzo libro l’anno, che poi lo lascerebbe pure perché il groviglio è semplice ma la costruzione complicata con una marea di personaggi inutili collegati a casaccio.

Insomma, un netto “no grazie!”.

Giuro che non ti mollo Don ma magari mettici più impegno la prossima volta.

Grazie.

Io passo avanti e pure voi quando lo vedete in Liberia, soprassedete.

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Leviatano

Qualche settimana fa, parlando con un mio amico, viene fuori il nome di Paul Auster e lui mi dice che ne stava leggendo un libro e mi consigliava di riprenderlo; gli rispondo di aver letto solo Trilogia di New York e mi ripromettevo di farlo.

L’altra settimana entro da Feltrinelli ed hanno lì un’iniziativa troppo carina: libri al buio. Una parete con tanti libri impacchettati, di vari prezzi e con su scritto degli indizi per indovinare il titolo (ovviamente io ho capito solo a libro aperto). E insomma, ne prendo uno e cos’era?! Leviatano di Paul Auster… tu guarda il caso alle volte.

E così ho ripreso in mano il libro e l’ho divorato.

Paul Auster ha questa capacità di coinvolgerti che pochi hanno.

Il libro è proprio come il titolo, parla di un mostro, di un groviglio di rapporti, di persone, di sentimenti. Un turbinio di incastri, di affetti, di relazioni. Uno scrittore ci racconta di un altro scrittore che ha conosciuto, che è stato il suo migliore amico per un periodo della vita, al quale succede di tutto, fino a farsi esplodere come un kamikaze. Il protagonista racconta le sue vicende e quelle dell’amico Sachs, il kamikaze, per inquadrare il contesto affettivo nel quale questi matura la decisione della bomba.

Tutto quello che può venirvi in mente capita a Sachs, non ultimo rendersi protagonista di un omicidio, ma vi dico una serie di cose che pensi pure ad un certo punto “e vabbè, ma anche meno!”, non può essere. Quando la tensione scende, e sono ad una festa per dire, e pensi vabbè ora mi sta venendo sonno batabam succede qualcosa che ti risveglia e se ne vanno altri 20 minuti a leggere.

Le pagine e la storia scorrono così, fluide.

Quanti sentimenti, quanto amore, quanta amicizia ma anche disperazione e contrasti.

Il tutto condito da un’America di contraddizioni, ma come accade sempre nei libri di Auster che è proprio “ammmericano” vero.

Penso che ripeterò la prova del libro al buio. Questa mi è andata benissimo, vi farò sapere della prossima.

Leggetene tutti.

 

Pare che io non stia bene bis

Aggiornamento. Ve lo avevo promesso e ve lo do.

Per chi non avesse letto sto aggiornando questo post: Pare che io non stia bene (se ci cliccate sopra dovreste aprirlo).

Signori e Signore, sono lieta di comunicarvi che gli anfibi sono arrivati.

Allego foto:

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Devo aggiungere altro?! Mah, forse non servirebbe perché la foto mi pare parli da sola.

Penso, però, che sia giusto svolgere una funzione sociale e dirvi un paio di cose sull’argomento.

Intanto vorrei rassicurare il gentile pubblico che io non sono esattamente una sprovveduta dell’acquisto online. Compro da anni e forse un paio di volte (ma neanche) ho rimandato delle cose indietro, perché tendenzialmente mi documento, guardo, cerco, mi assicuro che quello che sto acquistando sia verificato e verificabile. SEMPRE, lo faccio SEMPRE tranne che quando mi si chiude la vena, mi si offusca il cervello, mi si annebbia la vista e mi si abbassa il quoziente intellettivo per la mancanza di un paio di scarpe necessarie. Il mio primo consiglio è, dunque, il seguente:

“quando compite un acquisto online non fatevi MAI, e sottolineo MAI, prendere dall’ansia del “non si trova” perché probabilmente (ed effettivamente) l’oggetto non si trova perché è ESAURITO, della vostra taglia, del modello che volete, del numero vostro non c’è più e fatevene una stracazzo di ragione”.

Poi, sempre per quanto indicato precedentemente, non acquisto MAI e sottolineo MAI su siti che non conosco tranne che quando mi si chiude la vena, mi si offusca il cervello, mi si annebbia la vista e mi si abbassa il quoziente intellettivo per la mancanza di un paio di scarpe necessarie. E da qui il secondo consiglio:

“non comprate mai su siti che non conoscete, MAI. Ce ne sono miliardi al mondo, non fatevi fottere come me, che è un attimo che finite in un sito sconosciuto in mano di non si sa bene chi, che vi manda un fottuto (ed inutile) paio di sneakers cinesi in luogo degli adorati ed agognati anfibi”.

Ora, la cosa che mi sta consolando è che io gli anfibi in cantina li ho ritrovati e che, ad oggi, la mia carta di credito non è stata clonata ma immaginate se a causa di quando mi si chiude la vena, mi si offusca il cervello, mi si annebbia la vista e mi si abbassa il quoziente intellettivo per la mancanza di un paio di scarpe necessarie, io mi vedevo arrivare queste scarpe al posto degli anfibi. Mi avrebbero ricoverato per un attacco di cuore. E, dunque, giungiamo al terzo consiglio:

“quando vi dicono che non state bene, magari credetegli che può essere che è vero. Vi risparmierete in sequenza: un acquisto inutile, su un sito sconosciuto, con un probabile attacco di cuore”.

Passo e chiudo.

 

Il diavolo nel cassetto

Allora, succede che gironzolando su Instagram si trovino dei personaggi davvero interessanti.

Vi racconto, la sequenza è stata questa: seguo l’@estetistacinica, che lo dice lo stesso nome è una troppo “cattiva”, non le manda a dire a nessuno e a me ora, dopo lo scetticismo iniziale, piace molto. In uno dei suoi “spiegoni” su come funzionano le influencer di Instagram ha smascherato un po’ di personaggi piuttosto squallidi che comprano follower ed invitava a non seguirli (per mia fortuna non li seguivo già); di contro, però, consigliava altri profili e tra questi, per gli amanti dei libri (e non solo), @tegamini.

Da lettrice accanita sono andata subito a vedere e me ne sono innamorata. Al di là che lei è davvero troppo simpatica ed ha dei capelli pazzeschi, ascoltarla è un piacere perché gode di una proprietà di linguaggio non comune per il popolo di Instagram, ma non solo per quello.

In due minuti netti di ascolto mi ha fatto appassionare ad un “libricino” che si intitola Il diavolo nel cassetto ed è di Paolo Maurensing. Lo consigliava ad una ragazza che le aveva scritto di amare il  noir e, sebbene lei Tegamini non lo ami altrettanto, le consigliava questo per cambiare un po’ genere senza discostarsi troppo dal suo preferito. Mi sono subito infilata in mezzo perché sembravo io la ragazza.

Che dirvi? Una vera scoperta, ho rischiato di fare l’una di notte per finirlo ma poi mi sono data pace ed ho pensato che il libricino meritasse almeno due “messe a letto” (poi ce ne sono volute tre perché sono stata a cinema la seconda e quando sono tornata ero troppo stanca). Non è facile raccontarvene la trama, o forse lo è talmente tanto che vi toglierei la sorpresa di leggerlo. Vi basti sapere che è tutto un “sentito dire”: a. che trova manoscritto di b. che racconta storia di c. … insomma una catena ma che si regge benissimo.

Scorrevole, veloce, intrigante, appassionante, ammaliatore il libro, un po’ come il diavolo che descrive ma che poi racconta del diavolo o di una banale truffatore ed un banale truffatore, eventualmente, potrebbe essere il diavolo?! Non so, lascio a voi, posteri lettori (nel senso che lo leggerete dopo di me) “l’ardua sentenza” (cit.).

Guardate, ce ne fossero di libricini così che magari senza raccontarti la verità assoluta ti tengono incollate alle proprie pagine perché corri corri per sapere, per conoscere la storia e poi chissà se c’è una storia. Voglio lasciarvi così, con la suspense.

Io, intanto, mi dedico ad altro e ringrazio Tegamini.

Buona lettura.

 

The dogman

Beh, ragazzi, io non so darvi la definizione di “capolavoro” ma se un film ti tiene con il fiato sospeso per almeno tre quarti della sua durata; se quando finisce stai mezz’ora con le palpitazioni per lo sforzo di portare quel peso; se quando ci ripensi ti viene da dire “raramente ho visto un film di tale intensità”, allora forse ho visto un capolavoro.

The dogman è questo.

E’ un film di un’intensità tale da lasciarti senza parole e senza fiato.

Non tanto la storia che richiama, neanche troppo lontanamente, quella del canaro della Magliana, quanto la recitazione dei personaggi, l’atmosfera che vivono, il clima che c’è, il luogo dove stanno, la sporcizia (intesa in senso lato) della situazione.

Lui è straordinario, eccelso, bravissimo. Riesce ad essere di una dolcezza sterminata e di una ferocia efferata nel giro di un paio di scene. Secondo me la Palma d’oro non basta, ci vuole l’Oscar.

Penso che nella vita chiunque prima o poi potrebbe essere Marcello e la bravura di Garrone è quella di farti affezionare al personaggio, renderlo empatico, descriverne la dolcezza, la gentilezza, l’amore che prova per gli animali e la figlia, e poi spiazzarti con la sua ferocia, che però non dico che giustifichi (questo mai) ma in qualche modo comprendi.

La storia in sé non dice niente di eclatante, nel senso che è la storia di un omicidio, efferato come ne sentiamo (ahimè) ogni giorno. Mi sono documentata un minimo ed ho letto qualcosa sul canaro della Magliana ed effettivamente la storia è la sua, meno cruenta, meno efferata nella descrizione dei dettagli ma senz’altro la sua. Non ambientata alla Magliana ma in quel di Castel Volturno, in un posto che fa concorrenza a Scampia per lo squallore.

Lui, Marcello, è un povero cristo che, nel suo piccolo, si è creato una posizione; ama i cani alla follia e vi dico che il trailer è ingannevole perché nessun animale viene in nessun modo, non dico trattato, ma neanche guardato male; e poi c’è Simone, un cristone, invece, drogatissimo, pugile, che ne commette di ogni e Marcello, suo malgrado, lo subisce.

Il film però non mi ha lasciato la sensazione di Spartaco che rompe le catene, non c’è nessuna rivalsa nella morte, nessuna liberazione; solo una disperazione infinita, feroce, tragica.

La potenza del film è questo senso di smarrimento che ti lascia, questo profondo senso di giustizia inespresso, questa sensazione di sconfitta da tutti i punti di vista. Ti fa affezionare ad un personaggio che sbaglia e tu con lui, perché penso chiunque in un angolo remoto del proprio cervello, guardando, abbia pensato “e però, te la sei meritata Simo’!” e un secondo dopo, come Marcello, pensi “e adesso, che ho risolto?! Tutto questo ho fatto e per chi?! Per cosa?!”.

Sconvolgente, non mi vengono altri aggettivi.

E tutti straordinariamente bravi i protagonisti: Marcello, vabbè, oltre la bravura; ma anche Simone fa decisamente più del suo; e tutti i comprimari: i due bravissimi di Suburra, la bambina, i cani tutti.

Insomma, Garrone non delude, anzi per me è da standing ovation.

Attendo Vostre.

 

Mio caro serial killer

Dunque, quando ci metto quello che a me sembra un tempo infinito a leggere un libro ci rimango sempre un po’ male, poi vado a vedere e sono passati 20 giorni ora, considerato che leggo solo la sera, e che (soprattutto) ho un sonno esagerato che fatico ad aprirlo proprio il libro, alla fine non mi posso lamentare.

Comunque, Mio caro serial killer mi ha richiesto più di quello che secondo me sarebbe stato il tempo dovuto.

Parte in quarta il libro, la scrittura è scorrevole solo che a volte ho arrancato e fatto un po’ fatica, ve lo dico subito ma soprattutto perché non c’è bisogno che mi racconti che tutte le mattine andate a fare colazione e, soprattutto, quello che mangiate perché può darsi che non ce ne freghi niente. Ecco, questo ho riscontrato nel libro: delle inutili lungaggini.

Mettiamo in fila le cose. il libro si intitola Mio caro serial killer ed è stato scritto da Alicia Giménez-Bartlett, siamo in Spagna. La protagonista sembra carina, è una poliziotta; un primo omicidio,  una donna massacrata e lei viene messa a lavorare con i nostri Nos tipo (come si chiamano i Carabinieri fotonici che abbiamo noi, ecco, comunque si chiamino); all’inizio ci rimane un po’ male poi le cose ingranano; gli omicidi aumentano, si cerca un serial killer.

Ora, la storia e il giallo più o meno ci sono solo che dei meccanismi risultano fin troppo scontati da individuare, non ci vuole molto. Quello che, però, più di altro mi ha infastidito è che ci sono delle cose raccontate che davvero sono inutili, non aggiungono nulla alla storia se non appesantirla e renderla noiosa. Arriviamo al dunque, cioè per carità, tiriamo anche il brodo ma non ci possono volere 470 pagine a trovare un assassino quando ne basterebbero 250 forse. Inutile.

Sinceramente non capisco il successo planetario, secondo me non merita tanto: è scorrevole ma se ci metti più di una settimana a scoprire un serial killer vuol dire che più di tanto il libro non ti ha preso. Non trovate?

Comunque i tre investigatori sono simpatici, soprattutto uno. Lei un po’ fredda, ma un bel personaggio. Insomma, non mi sono annoiata ma neanche troppo divertita.

Ora, per distrarmi, passo ad altro. Ho scoperto una blogger troppo fica che consiglia libri e ne proverò uno. Vi farò sapere com’è andata.

Buona lettura a voi, sempre.

Non mi raccapezzo

Io vi devo troppo parlare di questa cosa.

Dunque, mi piace tantissimo Instagram, è il mio social preferito attualmente.

Immagino lo conosciate tutti: è quel social dove si pubblicano foto per lo più e dove impazzano le stories, ossia la pubblicazione della storia di una giornata: quello che ti capita, come ti vesti, con chi esci, dove mangi etc. etc.

Può rientrare nel famoso contest dello #sticazzi, non metto in dubbio, ma nessuno deve sentirsi obbligato:

  • a stare su Instagram;
  • a visionare le stories degli altri.

Di base vige il principio di libertà di pensiero, espressione e parola, quindi se ci stai, e ti va, guardi; sennò ti fai i fatti tuoi e nessuno verrà mai a dirti niente.

BENISSIMO.

Instagram oltre ad essere una vetrina, un luogo virtuale in cui scoprire tendenze, per quanto mi riguarda anche brand nuovi etc. etc. è un posto dove spopolano le fashion blogger, e ci sta perché essendo il regno dell’immagine quale luogo migliore?!

Io adoro, invidio, stimo molto chi riesce a campare così e vorrei tanto farlo io ma quello di cui vi voglio parlare (ed alla 100sima riga arrivo al dunque) è il fenomeno di alcune “cesse” vere (e quando dico cesse, badate bene, non mi riferisco all’aspetto fisico perchè puoi essere una gnocca spaziale e non avere gusto) che si spacciano per fashionblogger, che hanno un sacco di followers e che lavorano di questo. Io mi chiedo: come cazzo è possibile? Soprattutto, perché?

Io dico che tendenzialmente:

  1. se non ti lavi mai i capelli e li hai (dichiarandolo) perennemente sporchi;
  2. se hai il gusto di una “zambra” brindisina;
  3. se non sai abbinare due cavolo di colori per nessun motivo;
  4. se la tua pelle è perennemente lucida;
  5. se i tuoi piedi sono senza smalto con i sandali e le dita in bella vista;
  6. se ti metti 10 volte lo stesso vestito;
  7. se hai il gusto di Barbie fior di pesca a 40 anni…

…non ti puoi spacciare per fashionblogger perché di fashion non hai proprio niente.

Devi fare un altro lavoro, non accetto che ti paghino per questa “cessità” (neologismo, vedo se l’Accademia della crusca me lo passa).

Ora, lo so, voi direte: “ma non li seguire questi personaggi” e avete ragione ma io studio fenomeni incomprensibili, per capire dove sbaglia il mondo o dove sbaglio io.

Penso anche che siano un modello da non pubblicizzare: perché una potrebbe pensare “e se ce l’ha fatta lei ma perché io no?!”, cioè lo possono pensare tutte ma magari qualcuna con un’intensità tale da  rovinarsi la vita dietro sogni irrealizzabili. Tra l’altro, spesso, c’è dietro la truffa dei followers: e di quelli che ti seguono e di quelli che ti mettono like ed in base a quelli ti cercano i brand e più brand ti danno prodotti e più ti crescono i followers, ma che ne sapete, è un circolo vizioso che magari è meglio non alimentare, ma non tutto fa schifo, perché ci sono anche delle persone veramente interessanti, quindi quando seguite stateci attenti. Valutate, vagliate e scegliete.

Se posso, nel mio piccolo, vi inviterei a non seguire quelle che rispondono ai punti da 1 a 7, a meno che non siate dei feticisti del capello sozzo ed allora è tutto concesso.

Bene, ve l’ho detto e passo e chiudo.

PS: ora non mi venite a fare il discorso “ognuno è libero di vestirsi come vuole; di lasciarsi i capelli sozzi  (questo no, scusate ma per me è intollerabile); di non curarsi i piedi” perché rientriamo nel qualunquismo del “grazie al cazzo” quindi dispensateci!