1460 giorni

Sono passati 1460 giorni

1460 giorni di mancanza

1460 giorni di nessun “buongiorno amica”

1460 giorni di pensieri non condivisi

1460 giorni di frasi non dette

1460 giorni di risate ingoiate

1460 giorni di confidenze negate

1460 giorni di segreti rimasti nel cassetto

1460 giorni di viaggi rimandati

1460 giorni di lacrime nascoste

1460 giorni di cene non consumate

1460 giorni di mostre non visitate

1460 giorni di concerti non ascoltati

1460 giorni di opere non applaudite

1460 giorni di gossip non commentati

1460 giorni di foto non scattate

1460 giorni di noi senza te ❤️

Un abbraccio

Vorrei dare tantissimo un abbraccio a tutti i signori che vedo con i capelli di un innaturale color mogano.

Un abbraccio stretto stretto per dar loro coraggio e sussurrare all’orecchio che “si vede, si vede che i capelli sono tinti. Si vede, arrendetevi all’età, si vede!”.

Mi fanno davvero troppa tenerezza perché non c’è scampo: quel mogano è una freccia neon che dice “non riesco ad arrendermi ai capelli bianchi, sono stato da un barbiere, sono rimasto per 30/40 minuti con una pappetta in testa ed eccomi qua nel mio color mogano!”

E comunque è un mistero, ma come mai noi donne riusciamo a fare di tutto ai nostri capelli con le tinte e loro, poveri, niente di niente: rosso mogano for ever! Io sono passata dal castano scuro al platino in un battibaleno e quei poverini senza scelta. Dispiace, dispiace tantissimo.

Io dico che sareste tutti immensamente più belli con il vostro brizzolato che non invecchia, tutti molto più belli perché ricordatevi che “si vede, si vede che sono tinti. Si vede, arrendetevi all’età, si vede!”

L’amore

Sono mesi e mesi che non scrivo su questo blog se non per recensire libri e da un po’ neanche più quello, non so perché. Forse mi si è esaurita la vena creativa. Vedremo. Comunque sentivo l’esigenza di raccontarvi il seguente episodio.

Ieri, per mia fortuna, sono andata da Tiffany, a Via del Babbuino a Roma.

Non so se ci siete mai andati ma io penso che sia uno dei posti più belli del mondo: rilassante, fondamentalmente bellissimo.

Comunque entri, ti fanno accomodare e aspetti le assistenti. Al piano terra ci sono i solitari e l’argento, ti accolgono e poi ti indirizzano in base alle esigenze. Stavamo lì, in attesa che preparassero il nostro pacchetto, ed è entrato un signore, di mezza età, solo.

Il buon padre di famiglia mi verrebbe da dire, uno di quei signori che quando lo vedi vorresti affidargli le chiavi di casa tua. Quello che vorresti come nonno. Dolce, dolcissimo.

Aspetta, arriva il suo turno e spiega alla signora che voleva fare un regalo a sua moglie. E la sig.ra subito dice “così, dopo Natale? C’è una ricorrenza?” E lui: “no, volevo farle una sorpresa!”.

Si mette lì e comincia a guardare tutti i solitari, lui e il suo borsello: guarda, chiede, si informa del taglio della pietra, si fa spiegare, alla fine ne sceglie uno.

Non l’ho visto, era di spalle, non mi sembrava il caso di chiedere di poterlo vedere, non mi sembrava rispettoso ma so che era bellissimo. Stava proprio tra gli anelli di fidanzamento e sfido a trovarne uno brutto da Tiffany.

E poi, mentre la sig.ra gli preparava il pacchetto, lui ha detto: “Sa, abbiamo 5 nipoti, è tanto che stiamo insieme ma con questa famiglia ci siamo un po’ dimenticati di noi e così le volevo fare una sorpresa”.

Ecco, dall’Amore è tutto.

Gli ultimi giorni di quiete

La capacità di Antonio Manzini di uscire dalla sua confort zone di Rocco Schiavone è straordinaria.

È il secondo libro suo che leggo, ma forse che scrive, fuori dalla serie di Rocco e vi devo dire che ne rimango sempre strabiliata.

Che bel libro, belli miei.

Quante emozioni, quanti pianti, quanti nodi in gola in queste pagine.

Antonio Manzini ha una capacità straordinaria di raccontare l’amore genitoriale, quell’amore che ti fa uscire di senno, che ti toglie la vita se non può essere più ricambiato, quell’amore che ti riempie, che ti fa fare cose insensate, che ti riscalda, che dà senso alla vita.

L’avevo già detto con l’altro libro (Orfani Bianchi) che era stata una scoperta straordinaria, questo libro è stata una conferma.

Tosto, potente, emotivamente impegnativo.

I protagonisti, Nora e Pasquale, sono legati da un amore profondo e perpetuo per il figlio che, purtroppo, non c’è più. Il libro racconta come questo tipo di tragedia possa avvicinare e dividere, far impazzire e rinsavire; come il dolore possa scavare solchi profondi e ricucirli.

È stato tragico e bellissimo entrare nel dolore dei protagonisti: in quello più composto di Pasquale e in quello straordinario e devastante di Nora.

Vi dico EMOZIONANTE, straordinariamente emozionante. Ho pianto diverse volte e ringraziato Antonio per questo regalo.

Leggetene tutti, vi servirà.

PS: in questa assenza ho letto anche De Giovanni con la sua Mina a settembre che sempre vale la pena.

Lacci

Ieri sera, sfruttando una promozione per la quale mi hanno regalato il cinema avendo visto un altro film nell’ultima settimana (Padrenostro che, caldamente, consiglio!), ho visto Lacci.

E’ uscito giusto ieri e mi incuriosiva.

Lacci è un libro di Domenico Starnone da cui hanno tratto uno spettacolo teatrale ed ora il film.

Non ho mai letto il libro ma ho visto lo spettacolo teatrale, che non mi aveva entusiasmato, ed ora il film.

Andava tutto bene fino all’ultimo quarto d’ora ma vado con ordine.

Il film, seppure a tratti lento soprattutto nella parte iniziale, si fa ben vedere.

Ho trovato gli attori molto bravi: soprattutto Alba, come si chiama lei di cognome che non so scrivere nè pronunciare e Lo Cascio, a cui avrei però dato la parte del figlio, invertendo quella del marito con Giannini junior; Morante e Orlando, che ho trovato perfetti.

Il film, ma prima il libro, narra la storia di una coppia nella quale il marito si innamora di un’altra e lascia la famiglia, salvo poi tornare?! Chissà. Comunque non una storia particolarmente originale.

Mi sono piaciute molto: le ambientazioni, la regia, la fotografia, gli abiti anni ’80 di Alba.

NON mi è piaciuta, affatto, e qui arriviamo all’ultimo quarto d’ora: GIOVANNA MEZZOGIORNO. Al di là che non mi faccio una ragione di come si sia ridotta, non tacciatemi di body shaming e non venitemi a dire che era la parte che lo richiedeva perchè non ci credo, ma poi sempre forzata nella parte, sempre sopra le righe, sono anni che si ripropone con la stessa parte, sempre “urlata”, sempre FASTIDIOSA.

Sono certa che se non ci fosse stata lei vi avrei parlato in maniera diversa di questo film ma lei proprio mi ha urtato i nervi.

Quindi, che dire? Fate voi. Potrebbe piacervi, io non ne do un giudizio del tutto negativo, anzi… peccato quel quarto d’ora finale.

Buona visione.

La signora del martedì

Ci ho messo un mese a finire questo libro, non perché sia particolarmente complicato ma perché non ho avuto testa.

Sono finite le vacanze, se n’è andata l’abbronzatura e il tempo per leggere di giorno; la sera faccio fatica ma ora rientrerò nei ranghi.

Per tornare al libro, trattasi dell’ultimo di Carlotta che devo dire mi é piaciuto e vi consiglio.

La signora del martedì parla di una signora appunto che tutti i martedì si reca in una casa di appuntamenti dove, ad attenderla c’è un attore porno che, per ragioni di salute e di età, ha dovuto abbandonare la carriera.

Nonostante l’argomento, che potrebbe sembrare particolare e scabroso ma assolutamente non lo è, il libro è molto piacevole, ben scritto.

I protagonisti sono “delicati”, raccontati con una certa dolcezza. Carini, tanto. Mi ci sono affezionata, forse per questo ho anche centellinato il libro.

Non è un giallo, sebbene ci sia un omicidio (anzi due) ma non c’è da scoprire nessun assassino, solo seguire una storia particolare, direi abbastanza originale e ben narrata.

Leggetene tutti, io mi butto su De Giovanni, a usual.

Il metodo del dott. Fonseca

Niente, non sono fortunata questo periodo.

Andrea Vitali che, in genere, non dico mi piaccia ma mi fa passare qualche ora tranquilla, non mi è piaciuto affatto.

Un protagonista inconcludente, di cui non si sa neanche il nome; un capo a cui viene dato un soprannome brutto; un caso tra il surreale e il ridicolo; un’ambientazione indefinita.

Ma partiamo dall’inizio.

C’è un tipo, credo poliziotto, che dopo due anni dietro una scrivania viene mandato a risolvere un caso di omicidio sui monti. Parte da una città che non si sa quale sia, arriva sui monti che non si sa quale siano e cerca di risolvere un omicidio, in realtà non deve fare nulla perché l’omicida pare si sappia chi è.

In realtà può esserci un mistero, ma come le indagini sono pressoché ridicole.

Vi dico un libro buttato lì, scritto male con protagonisti non definiti, ma come si fa?! Ma perché scrivere ‘ste minchiate?! Terribile.

Non leggetene, non ve ne pentirete.

L’enigma della stanza 622

Quest’estate di letture è stata un po’ strana per me.

Dopo aver finito i 3 della Cassar Scalia, ho vagato alla ricerca di un personaggio che mi appassionasse.

Ho iniziato e NON finito 3 libri.

Ho letto una specie di lungo racconto di De Giovanni e poi mi sono imbattuta in questa “cagata pazzesca” per dirla alla Fantozzi.

Un libro orribile: L’enigma della stanza 622 di Jöel Dicker.

Potrei chiuderla qui ma mi sento di dovervi di più.

Prima di tutto, vorrei dire all’autore che se il suo editore Bernard fosse ancora in vita questo libro certo lui non lo avrebbe pubblicato.

Parte da qui l’autore de “La verità sul caso Quebert”, dalla morte del suo editore e dalla voglia di scrivere un libro su di lui.

Non lo fa, fa una schifezza.

Una storia senza nè capo nè coda, una specie di 50 sfumature di grigio a tratti e poi un giallo ma senza senso. Vi dico: brutto!

Mi chiederete perché questo l’ho finito: e perché?! Perché intanto non volevo lasciarne un quarto iniziato e non finito e poi perché comunque si fa leggere. È costruito in un modo che ti trattiene ma vi dico brutto.

Tornassi indietro non lo comprerei mai.

La storia d’amore letta mille volte, uno scopiazzamento di altri mille amori ostacolati: la bellezza straordinaria dei protagonisti, il destino che si mette contro, il padre di lui, la madre di lei, 10 happy end e poi la distruzione.

L’enigma da risolvere una confusione che non ve la posso raccontare e poi gli intermezzi dell’autore protagonista con “ma lei è il famoso scrittore” e pure lì bello lui e belle le donne che lo accompagnano. Ma che è?! Harmony?!

Per carità, non leggetene assolutamente o fatelo e poi venitemi a dare ragione.

Io cerco altro.

La salita dei saponari

Andato, finito pure questo.

Mannaggia la miseria, finito pure con l’acquolina in bocca, con la suspance, con un filetto di ansia che ti massacra, mannaggia la miseria.

Caso internazionale fu:  un mix tra Cuba, Stati Uniti e Catania.

Storia politica, storia di corna, storia di famiglia.

Spanò è distratto; Marta e il compagno in vena di svelarsi; Adriano e Luca stanno impicciati; Giuli ha una lieta novella; Paolo in partenza; Patanè sempre risolutivo; Vanina un caos che ne basta la metà tra uomini e caso.

Tutto facilmente complicato. Adoro che i colpevoli non sono mai scontati anche se per come si evolve il caso potrebbero sembrarlo.

Del caso non voglio parlarvi ma sappiate che i morti sono due; delle vicende personali non voglio parlarvi ma sappiate che niente è come sembra, impicci ce ne sono diversificati; Palermo è protagonista più che nei casi precedenti così come il passato di Vaniva che torna in ultima pagina lasciandoti con un nodo in gola che se ora la sig.ra Cristina non si sbriga a scriverne un altro finisce a schifio.

Leggetene tutti e io ora?!

La logica della lampada

E niente, finito anche il secondo… è stato un attimo.

Sono innamorata di Vanina Guarassi anche se fuma troppo per i miei gusti; sono innamorata dell’eleganza del Commissario Patanè, dell’acume di Spanò, della dedizione di Marta; sono innamorata di tutti questi protagonisti.

E subito entri nella storia e diventa tua e cerchi l’inghippo, la soluzione, l’assassino.

Qui c’è una ragazza scomparsa, presumibilmente morta; un giro di sesso, droga e rock and roll; tanti soldi, tanti impicci, tante persone.

Poi c’è Paolo e una new entry.

Me ne manca uno solo e poi ho pure terminato la saga di Vanina ma non mi pare giusto.

Ma che bella scrittura, che velocità, che freschezza. A volte e leggi dei passaggi che pensi: “ma anche non c’era bisogno di raccontarla così” e invece sì, c’era bisogno era proprio necessario, perché immagini la scena come se stessi guardando uno di quei film che a Vanina piacciono tanto, antichi ma moderni.

Insomma, cari tutti, ancora una volta leggetene tutti… io attacco l’ultimo!