Sulla mia pelle

Ieri ho visto Sulla mia pelle.

Ieri, dopo averlo visto, ho pensato che non sarei riuscita a scriverne sul blog ed ho solo scritto un tweet perché dovevo spiegare come mi sentivo. Il tweet è questo:

Cattura

Oggi, che il film si è assestato sulla mia pelle, sento proprio il bisogno di raccontarvi.

Punto 1.

Alessandro Borghi, che è di una bravura che va oltre l’immaginabile, sta insistendo affinché il film vada visto al cinema, ed ha sicuramente ragione. C’è anche da dire, però, che #bastanetflix, e il silenzio di casa, per entrare in una storia che drammaticamente potrebbe essere la storia di tutti.

Punto 2.

Il film non è un atto di accusa verso le forze dell’ordine. Il film è un atto di accusa verso un sistema nel quale ci sono tutti: le forze dell’ordine, i giudici, gli avvocati, i medici, gli infermieri, noi. Il film è una denuncia di un fatto di cronaca in cui è tutto sbagliato. Non ci sono botte ma lividi, non ci sono domande ma risposte taciute, non ci sono cure ma attese, non c’è condivisione ma solitudine.

Punto 3.

Stefano Cucchi non era innocente e nel film si dice.

Stefano Cucchi ha rifiutato le cure e nel film di dice.

Stefano Cucchi non meritava di morire così e nel film si capisce.

Punto 4.

L’aggettivo che ho sentito più spesso in queste 12 ore dalle persone che hanno visto il film, e che ho usato anche io nel tweet, è “devastante”. Questo è un film che ti prende il cuore e te lo tiene in mano fino a che non è finito; è un film che quel cuore te lo spezza. E’ un film che ti sconvolge così profondamente, che ci vuole del tempo per ricominciare a parlare.

Punto 5.

La cosa più sconvolgente è che non è un film. Non è solo un film. E’ una storia vera, è la storia vera di una morte, la storia vera di una solitudine profonda, la storia vera di una negligenza (spero) rara, a tutti i livelli, di un sistema che, almeno in questo meccanismo, non ha funzionato.

Punto 6.

Il film, inteso come scelta e bravura degli attori, regia, fotografia, scenografia, sceneggiatura è PERFETTO.

Punto 7.

Se proprio devo fare un appunto il film doveva intitolarsi “Nella mia pelle” e non “Sulla mia pelle” perché il film ti entra nella pelle e poi scende fino alle ossa e non ti lascia. Stefano diventi tu in quella stanza dei Carabinieri, in carcere, in ospedale, Stefano sei tu.

Punto 8.

Vedetelo tutti, dove vi pare: a casa, al cinema, alle proiezioni collettive.

Vedetelo tutti perché solo così avrete la consapevolezza di quanto sia necessario non voltare la testa mai, di quanto sia obbligatorio diventare un paese più civile, di quanto non bisogna fermarsi alle apparenze mai, di quanto dire “Stefano scusaci” non sia abbastanza.

Vedetelo tutti perché vi serve.

vedetelo tutti.

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Di Sangue e di ghiaccio

Se il libro te lo consiglia uno dei tuoi scrittori preferiti come fai a non prenderlo?!

Lui dice, quindi, ed io eseguo e parliamo ora Di sangue e di ghiaccio di Mattia Conti che, credo, sia stato finalista al premio Campiello.

Ora se guardate la foto di Mattia Conti rimarrete impressionati perché a stento gli dareste 12 anni, poi scoprirete che è nato nel 1989 e quindi vi renderete conto che, a poco meno di 30 anni, ha scritto questo gioiellino.

Di sangue e di ghiaccio è un libro che all’inizio ti fa pensare: ma cosa sto leggendo?! Ma che scrittura è?! Ma quanto è arzigogolata questa storia?! E i nomi?! Ranocchia che vuol dire?!

Poi ti fai trascinare e come niente sei alla fine dell’800 a Lecco e ti ritrovi in nell’ambiente sporco e trasandato degli artisti di strada; poi in un manicomio; poi tra le streghe; poi alla ricerca di una maestrina cercando di decifrare un codice segreto.

Ora, per me, leggendo abbastanza è difficile trovare qualcosa di innovativo eppure Mattia, tornando all’antico, ci è riuscito.

Il punto non è tanto scrivere una storia ambientata nell’ottocento ma farlo cercando un lessico che sia più o meno quello dell’epoca. E questo non è facile.

La difficoltà iniziale sta proprio in questo: nel ritrovarsi a leggere qualcosa in una scrittura che non è la nostra, con dei termini ed una costruzione che non è dell nostra epoca. Una volta che prendi la mano la storia corre veloce però e le pagine si leggono da sole.

Al di là della storia che, comunque, é appassionante e appassionata colpisce il modo in cui è raccontata.

Trattasi ad ogni modo di una storia di amore che porta alla pazzia, alla fuga da un manicomio, alla ricerca della verità.

È travolgente ed erano criminali in questi manicomi, solo questo posso dirvi, il resto lo leggete da soli perché ne vale veramente la pena.

D’altronde credete che il “mio” scrittore poteva mai deludermi anche nel consiglio?! Io dico di no!

Eleanor Oliphant sta benissimo

Dunque, dopo che Repetti di Stile libero mi ha risposto in modo non proprio carino su Twitter, come potete vedere nella seguente foto:

ho puntato su un’altra fonte per scegliere la mia nuova lettura.

Il sig. Repetti infatti non sa, perché non si è preso proprio la briga di chiedere, che non sono proprio una lettrice da ombrellone e che leggo una quantità interessante di libri all’anno.

Ciò detto, per fortuna di tutti, il web è pieno di influencer “letterari” ed infatti stamattina Il sole 24 ore ne ha stilato una classifica (anche qui allego foto):

e la mia preferita è quella che trovate al nr. 5, la sig.ra Tegamini.

È carina, simpatica, semplice, diretta e più di una volta mi sono affidata al suo consiglio ed ho fatto bene.

Anche questo Eleanor Oliphant sta benissimo è uno dei c.d. Libri Tegamini.

Bene, come la stessa Francesca ha detto, questo libro non vi cambierà la vita ma si fa ben leggere, è ben strutturato e, pur non essendo un capolavoro, può essere una lettura consigliabile.

Ho letto poi che trattasi di una specie di best sellers che provoca opinioni contrastanti. Posso capirlo.

Dopo le prime 10 pagine volevo lasciarlo perché ho pensato “ma di Bridget Jones già ne abbiamo avuta una, anche basta” ma non mi sono fermata, sono andata avanti ed ho fatto bene perché qui non si tratta solo di una Uggly Betty che ad un certo punto diventa fica ma c’è qualcosa in più.

C’è un dramma familiare sotteso, che si capisce ma che viene fuori in tutta la sua crudeltà alla fine del libro; c’è la storia di un’amicizia che potrebbe trasformarsi; c’è un’infinita solitudine che scompare con un minimo di gentilezza.

Non è male il libro, a volte può mettere il nervoso ma mi ha fatto anche sorridere il modo di esprimersi di Eleanor ed il suo uscire dalle regole in una società fin troppo stereotipizzata.

La scrittura è giustamente semplice, nulla di pretenzioso.

C’è anche pensatezza perché a mano a mano che si scopre il passato ti viene l’angoscia ma poi passa.

Si può fare ed io ora mi butto sui 10 libri che altri lettori, in risposta al sig. di Stile Libero, mi hanno consigliato.

A presto.

Il lido

È ufficiale ormai: quando non so cosa leggere perché i miei autori preferiti non hanno pubblicato oppure ne ho letti tutti i libri, quando non ho nessun titolo che mi incuriosisce, accetto consigli di amici.

Questo è quanto è successo con gli ultimi quattro libri letti e quindi anche con questo, che mi ha consigliato una mia carissima amica con la quale condivido varie cose, tra cui la passione per la lettura.

Il libro è Il lido di Libby Page.

Ora io penso che quando un libro ti accompagna nella giornata anche quando è chiuso sta facendo il suo lavoro. Se, in un momento x mentre stai facendo tutt’altro ti ritrovi a pensare ai protagonisti (in questo caso Rosemary e Kate) e a quello che sta loro succedendo, allora il libro ti ha preso e ti sta portando dove vuole lui.

In questo caso in un lido, una piscina, comunale di Brixton, Londra, che le logiche imprenditoriali fallate degli ultimi anni vogliono chiudere. Parte, quindi, una gara di solidarietà per tenerlo aperto capeggiato da una battagliera ottantaseienne, Rosemary appunto.

La storia del lido è quella di una comunità che non si arrende, che lotta per le proprie ragioni perché una piscina non è solo una piscina e nuotare non è solo un esercizio fisico ma è: una liberazione, uno sfogo, una cura.

Rosemary ha vissuto circa ottanta anni intorno alla struttura. È lì che ha festeggiato la fine della guerra, è lì che ha studiato ma è soprattutto lì che ha conosciuto il grande amore della sua vita, George, che l’ha da poco lasciata.

Intorno alla storia di Rosemary e George si sviluppa quella del lido con dei flashback che li vedono felici ed insieme con lo sfondo della piscina.

La aiuta nella lotta una giovane giornalista, Kate, con mille problemi che oltre ad aiutare si fa aiutare nella battaglia della sua vita.

È un libro godibile, semplice, veloce, emozionante. A volte ridondante: si racconta di George che si tuffa forse qualche volta di troppo, alcuni pezzi sembrano un po’ inutili ma nell’insieme ci stanno e servono ad aumentare la suspance per la sorte della struttura.

Sono carine le figure dei vari sostenitori della piscina: la coppia gay con cagnolino; il custode; la sorella della giornalista, Erin; il fotografo, Jay; l’amica di Rosemary, Hope.

Sapete cosa?! Non c’è cattiveria in questo libro, non ci sono figure negative, il bene predomina, l’amore è una costante e certe volte leggere cose così ti rimette in paca con il mondo, soprattutto se questo sta diventando un posto dove comincia ad essere difficile vivere.

È sano estraniarsi in questi contesti, la lettura serve anche a questo.

Quindi, se avete voglia di rifugiarvi in un’isola felice e sana affrontate questa lettura, non ve ne pentirete.

Ricordi

Sono appena tornata dalla Grecia.

Io amo la Grecia, ci sono stata nmila volete ed nmila volte ci tornerei.

Beh, ero lì, chiacchieravo e mi è venuto in mente un episodio che prontamente ho raccontato alla mia nuova (e meravigliosa) compagna di viaggio.

L’episodio era questo: io e te a Skiatos, che a momenti finivamo in mare lanciate dal ponte di una di quelle barchette per le crociere giornaliere. Tu, che non sapevi nuotare, presente a te stessa che mi davi indicazioni su come mi dovevo reggere su quella barchetta; io, che so decisamente nuotare, in preda al panico perché pensavo “se qua caschiamo, pensa prima a lei che non sa reggersi a galla e poi pensa a te, ce la puoi fare”. Poi siamo, ovviamente sopravvissute, perché mai in realtà abbiamo corso un serio pericolo, e ci siamo fatte un sacco di risate alla scena di me che, prima di essere scaraventata a terra, mi sistemavo la gonnellina perché mi faceva schifo stare su quel legno senza protezione con il mare sotto a forza 200.

Ecco, ho raccontato tutto questo e poi ho cominciato a piangere perché ho pensato ai ricordi, a quanto dannatamente mi manchi, a quanto non sia giusto che tu non ci sia più.

Allora ho realizzato che ci sono delle cose (milioni) che io ho vissuto solo con te, dei ricordi (centinaia di migliaia) che avevamo in comune solo io e te e che, raccontati, non potranno mai fare lo stesso effetto.

Ci avete mai pensato?

Ci avete mai pensato che quando ricordi una cosa e lo fai con chi era con te è una cosa diversa dal raccontarlo ad un terzo che non c’era?! Magari è una banalità ma c’è una complicità nel ricordo che si può condividere solo con chi ha vissuto la stessa cosa.

Ora per me quelle centinaia di migliaia di ricordi di cose che abbiamo fatto solo io e te insieme sono il mio tesoretto, sono la mia isola felice, quell’isola in cui rifugiarmi quando penso che sia insopportabile la tua perdita, quando ho bisogno di pensare che non è vero che te ne sei andata ma che sei ancora con me.

Su quella barca a dirmi come fare ci sei solo tu con me (e vabbè la famiglia albanese che forse mi sarà difficile ritrovare); a Petra di notte ci sei solo tu con me; all’ingresso dell’Ermitage da sole ci sei solo tu con me; nel castello di Edimburgo, sotto la neve di Cracovia, a meno 20 gradi a Varsavia, nella chiesetta di Mamma mia a Skopelos, a fare snorkeling ad Aqaba, a 20 gradi a Stoccolma (e noi con il piumino), al Guggenheim di Bilbao, alla festa greca di Ferragosto ad Alonissos, a reggerti sul Mar Morto, sulla piazza rossa di Mosca, nella repubblica della felicità di Vilnius ci sei solo tu con me.

E ci sei sempre, ci sarai sempre, viva e felice come solo tu sapevi essere.

Io me li tengo stretti quei ricordi e li racconterò a chi avrà voglia di ascoltarli perché mai mai mai dovrò dimenticare; mai mai mai dovrò dimenticare di quando eri viva e felice come solo tu sapevi essere.

Maschio bianco etero

Poi il libro te lo consiglia l’amico con cui condividi diverse passioni letterarie (tra cui Don Winslow), con il quale vi trovate praticamente su tutto quello che leggete (forse solo su De Giovanni siamo in disaccordo perché lui si è stancato e io ne leggerei ancora uno a settimana), con cui fate a gara a chi legge prima il capolavoro di turno per condividerlo e allora non puoi non leggere un libro che ti piace.

In una giornata, in otto ore.

Maschio bianco etero di Jhon Niven è tutto quanto sopra.

Che bel libretto: leggero (ma non troppo) scorrevole, divertente, riflessivo.

Che bel libretto!

La storia forse é anche un po’ già letta ma è scritta in maniera così vivace che scorre via che non te ne accorgi proprio.

Ambientato tra gli USA e l’Inghilterra, è la storia di uno scrittore, ubriacone, puttaniere, con una ex moglie ed una figlia, con mille mostri alle spalle e che, ad un certo punto, deve mettere ordine nella sua vita a causa (o grazie) al fisco americano.

Le donne non possono non innamorarsi di Kennet; gli uomini non possono non aver voglia di essere come lui.

Mi è piaciuto tantissimo.

Lo so, non è nuova la storia di quello che fa mille casini e poi si redime. Lo so, ma è sempre divertente. Soprattutto se il lui in questione è uno scrittore di successo che vive a Los Angeles e che si ritrova a dover insegnare nel bel mezzo di niente, in Inghilterra, dove ritrova ex moglie e figlia e svariati ricordi che lo mettono spalle al muro.

Di Niven non avevo letto nulla ma mi hanno sempre affascinato le sei copertine, ora (oltre alle copertine) mi lascerò affascinare dalle trame perché la scrittura già ci ha pensato da sè.

Kenneth è un personaggio che già mi manca, le figure femminili sono di passaggio, va detto, ma c’è di bello che la redenzione è meno banale di quanto ci si possa immaginare. Quando sembra che tutto va male le cose si riprendono e qui è lì lascia poi delle perle di saggezza da sottoscrivere,

Caldamente vi invito ad entrare per qualche ora nella vita di questo “maschio bianco etero” e di affezionarvi a lui come ho fatto io.

E adesso?! Chi mi consiglia cosa?!?!

Ninfee nere

Ecco, lo vedi?! Non sono io ad essere difficile: se un libro è affascinante, interessante è un attimo che mi piace.

È proprio facile.

Ninfee nere di Michel Bussi mi è piaciuto, molto.

Un libro non proprio nuovo, pare sia del 2010 ma non per questo non attuale e godibile.

Un giallo istruttivo nel senso che, ambientato nei luoghi in cui visse Monet, racconta molto della di lui vita.

Poetico, romantico, arzigogolato al punto giusto. Da leggere.

Ci sono tre donne che si avvicendano e vivono storie da raccontare, tutte legate da un unico filo conduttore: le ninfee.

O almeno questo sembra per buoni tre quarti di libro poi, pouf, il colpo di scena… anzi, i colpi di scena perché uno non basta ce ne sono vari ed eventuali.

Per chi ama come me l’arte e gli impressionisti è un libro istruttivo, affascinante, colorato, artistico.

Ben scritto, ben strutturato, l’ho già detto che mi è piaciuto?!

Il punto è che, essendo un giallo, non posso mica starvi a raccontare tutto… devo vagheggiare!

Mi è venuta una voglia di tornare in Francia che non ce la posso raccontare, leggete e fatemi sapere.