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Le otto montagne 

“Chi ha vinto il premio Stega quest’anno?””Paolo Cognetti”

“Non lo conosco. Titolo del libro?”

“Le 8 montagne”

“Ok, non lo compro. Io le odio le montagne”

E poi, invece, l’ho comprato e finito in 24h.

Che vi posso dire?! Da anni non trovavo un premio Strega così incredibilmente strameritato!

Un libro bello, bellissimo.

Poetico, delicato, romantico, modernamente classico, dolce, duro.

Bello.

Le montagne sono lo sfondo, sono la cornice e la radice. Poi ci sono la famiglia e l’amicizia. Una profonda, grande e commovente amicizia tra Pietro e Bruno.

Un cittadino il primo, un montanaro il secondo; un solitario per scelta il primo, un solitario per necessita il secondo.

C’è anche un irrisolto rapporto padre-figlio; ci sono tante di quelle cose che non ti stacchi fino a che non l’hai finito.

È proprio bello.

Mi sono commossa ad un certo punto e non è la fine.

Ci sono richieste di aiuto più o meno velate; ci sono risposte più o meno dirette; c’è l’amore non manifesto, la complicità naturale, la necessità di condividere.

La montagna pure è presente, molto presente ma discreta come lo è naturalmente.

Meno irruente del mare, più silenziosa, più delicata eppure crudele come da copione.

Davvero bello, bravi voi dello Strega, ottima scelta quest’anno.

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Friendship

È un po’ di giorni che rifletto sui rapporti interpersonali ed in particolare sull’amicizia e penso che per me esistono delle sostanziali differenze tra gli amici.

Gli amici sono un regalo. Gli amici sono un miracolo. Quando li trovi devi baciare per terra. Sono quelle persone con cui non servono parole; a cui non hai bisogno di raccontare nulla perché già sanno tutto; a cui non serve descrivere sfumature di colore perché le sfumature di colore sono loro; quelli con i quali basta uno sguardo, due sono troppi. Sono loro e punto.

Diversi da loro ma prossimi all’arrivo sono i quasi amici quelli con i quali è subito amore, che conosci da poco ma che già sai  diventeranno importanti; quelli con i quali ritrovi quasi subito un’affinità elettiva che va sviluppata e svilupperai.

Ben altro discorso va fatto per coloro che ambirebbero a diventare amici ma non lo diventeranno mai ossia i conoscenti. Questi fanno parte di una cerchia più o meno ampia. Ci sono, è piacevole, può essere divertente passarci una serata, pranzare insieme a loro ma poi tu a casa tua e io a casa mia. Senza esagerare, non c’è bisogno, non serve a nessuno. Ci sei, va bene; non ci sei va bene uguale.

Poi, purtroppo o per fortuna, la vita ci porta a condividere l’esistenza con altri personaggi che poco c’entrano con te ma con i quali sei costretto a convivere e questi si chiamano: colleghi. Questi non sono amici, nè quasi amici, nè conoscenti eh! Questi sono come i parenti: te li trovi, non li scegli. Ci devi passare una media di 8/10 ore al giorno e devi sperare che ti vada bene. Certo puoi trovare il modo di farlo andar meglio ma non illuderti. Lavoro da 13 anni nello stesso posto e quelli che hanno raggiunto il grado di amici si contano sulle dita di una mano ed è giusto così!

Da ultimo (come quando decido di parlare bene), ci sono i SOLI e di questi bisogna aver paura. I soli sono fondamentalmente dei sociopatici che per non affrontare la realtà della loro solitudine si attaccano a chiunque, anche a chi hanno denigrato fino ad un minuto prima. Sono quelli che girano come gira il vento; che hanno talmente tanta paura di rimanere con loro stessi che si attaccano allo zerbino del vicino. Ecco, questi mi fanno paura sono più falsi di una moneta da 3€, questi vanno evitati come la peste perché oggi lo zerbino sei tu domani quello del piano di sopra ma, carissimi, i sentimenti sono un’altra cosa; l’amicizia è una cosa seria e non va sprecata con cotali personaggi.

 

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Io cuore Peppino

Delicato, tenero, incantevole ecco i tre aggettivi che userei se dovessi in 3 parole descrivere questo romanzo.
Un posto anche per me di Francesco Abate.
Non si può non rimanere affascinati da Peppino, non si può non essere toccati da lui, dalla sua gentilezza dalla sua solitudine, dalla sua tristezza.
Che bel personaggio; che bel libro.
Te ne accorgi subito, dalle prime pagine, che rimarrai legata a Peppino, che ti farà una pena indicibile, che vorresti conoscere e coccolare e volergli bene. Perché Peppino é un bimbo cicciottello, orfano di madre, che dalla ricca Svizzera viene deportato in Sardegna dai nonni paterni che non lo vogliono.
E non lo vuole nessuno a Peppino e, dopo un po’ che leggi, non puoi non volerlo tu. Vorresti entrare nel libro a prendertelo e a dargli un po’ d’amore.
Un po’ toccatello è Peppino e se ne approfittano tutti.
Lo conosci che fa le consegne al ristorante di Zio Mino, con un unico amico Tunisino con cui forma il nr. 10 (ciccione lui e magro l’altro) o Dolce e Gabibbo, nella notte di Capodanno.
È una storia dolce quella di Peppino che racconta lui stesso, con una serie di flashback, all’amata Marisa.
Non puoi non rimanere travolto dalla solitudine, l’amore, la disperazione, la malavita; non puoi non parteggiare per lui, unico buono in un mondo di cattivi; non puoi non sognare un lieto fine per questo ragazzo sovrappeso che fa il giro di Roma sui bus da Pomezia e che viene maltrattato e tradito da tutti, primo tra tutti, dal padre.
Si sovrappongono le figure intorno a Peppino: Nonna giovane e Nonna vecchia; Nonno; Marisa; Don Gibusi; Omero; il cane Tobia; zio Mino; i ragazzi del 167… tutti, o quasi tutti, con l’unico scopo di farlo sentire un perdente.
E allora il libro finisce e quando finisce pensi che vuoi bene a Peppino e che sia giusto che anche lui, come tutti, trovi un posto per tutto per sè.