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Perché?! 

Questa storia di Sara mi ha sconvolta. E non perché non ce ne siano altre ma questa di Sara mi ha scioccata.

22 anni lei, 27 anni lui.

Giovani e belli e non ci sono più.

Perché lei è morta ma lui meglio non sta.

Cosa porta una persona ad ucciderne un’altra è qualcosa che, grazie a Dio, non riesco ad arrivare a capire e ne vado fiera.

Cosa porta una persona ad essere ossessionata da un’altra al punto da decidere che se non sarà sua meglio di nessuno, anch’essa é una cosa che, grazie a Dio, non riesco ad arrivare a capire e ne vado fiera.

Non sopporto la parola “femminicidio” non sopporto la locuzione “delitto passionale” perché l’unica che mi viene in mente è omicidio. 

E per quanto siano omicidi che sembrano arrivare al culmine di un raptus, io li trovo sempre, in parte, premeditati perchè se uno esce di casa con una tanica di benzina in macchina non può non aver pensato, in un angolo del cervello, di usarla e non per far camminare la macchina.

Ci sono tante, troppe di queste storie. Essendo una fan accanita della ben fatta trasmissione Amore criminale, ne vedo a decine; se apro il giornale, ogni giorno c’è una notizia simile.

Tutte le volte che ne leggo una mi chiedo: ma dov’è l’amore in questa notizia?! ma perché trattasi sempre di omicidio/suicidio è mai di suicidio prima di “omicidiare”?! Ma perché quello che era un amore diventa a tal punto odio da spingere ad uccidere?! Perché?! 

Perché Sara non potrà più godere dei suoi 22 anni e studiare, danzare, uscire come amava fare? Perché un mostro ha deciso di porre fine alla sua esistenza? Perché una madre ed un padre non potranno mai più darsi pace? Perché dobbiamo stare qui ad analizzare gli ultimi minuti di vita di Sara invece di ignorarla come una qualsiasi delle sue coetanee che vivono una vita tranquilla? 

Ma perchè chiedersi perché quando non serve e non si può tornare indietro?! 

Piuttosto: parliamone; educhiamo al rispetto degli altri; confidiamoci se qualcuno supera i limiti; cerchiamo di evitare di dover leggere ancora di Sara o di chi, come lei, sarà costretta a non poter più studiare, danzare, uscire come ama fare perché qualcuno deciderà di porre fine alla sua esistenza.

State attente, stiamo attente e nessuno si farà male. 

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Dio ci odia 

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In due giorni ho visto due cose che mi hanno fatto pensare: è l’idea che mi manca!La prima è stata la mostra di Nathan Sawaya che fa arte con i lego; la seconda il film Dio esiste e vive a Bruxelles.
Ora la prima può sembrare anche una cosa banale ma vi assicuro che non lo è; la seconda è un film la cui idea di fondo c’è, ed è quasi geniale, poi per il resto…

proprio del film vi voglio parlare.

Vedi i trailer e pensi di andare a vedere una pellicola quasi comica e dopo 20 minuti, anche meno, tocca ricrederti!

Intanto la scelta della città centro del

mondo è quanto meno assurda: Bruxelles.

A parte che il film è stato prodotto e girato lì, non mi sembra che Bruxelles possa essere scelta da Dio come sua base.

E andiamo avanti.

Dio è sporco, ma soprattutto cattivo, con un odio verso il genere umano che ne basterebbe la metà. Fuma, beve e passa il tempo a vedere sport e inventare disastri per far soffrire l’umanità. Non mostra, per tutta la durata del film, un minimo di compassione.

Ha due figli, perché uno non bastava, e quindi Gesù, che tutti conosciamo, e l’altra è Ea (non so come si scrive), che è la vera protagonista del film, devo dire brava per essere una ragazzina di 10 anni.

La ragazzina svela a tutti la data della propria morte e cominciano le avventure alla ricerca di altri 6 apostoli perché pure qua 12 non bastavano. E i 6 scelti sono uno peggio dell’altra: vi dico solo che la Deneuve si innamora di un gorilla.

Che vi devo dire?! Troppo surreale; troppo cattivo; troppo lento; troppo noioso ad un certo punto.

L’idea c’è ma è abbozzata. Ad un certo punto si ferma il genio ed esce il cinema noioso.

Il trailer andrebbe cambiato perché fuorviante, tutte le battute sono condensate nei 30 secondi del promo.

Carine le leggi della sfiga che compone l’Onnipotente; simpatico il tipo che fa di tutto per morire, avendo scoperto che camperà altri 60 anni; insopportabile la moglie di Dio, che alla fine ci mette una pezza colorata.

Niente, non mi è piaciuto.

Si poteva fare molto di più!

Poi l’happy end, dopo tanto odio del genere umano, l’ho trovato anche fuori luogo.

Visto per voi, saltatelo!

Wonder Anna 

Non so che dire: l’ho aspettato tanto ed è già finito!Che peccato, che brutta cosa, che disdetta.

Anna di Niccoló Ammaniti.

Sarà che io lo adoro, sarà che è suo uno dei miei libri preferiti, sarà che era tanto che non leggevo qualcosa così fuori dal comune ma Anna non l’ho letto, l’ho divorato e mi sono pure dovuta trattenere… ho anche dovuto rallentare.

Ma come fa?! Ma come gli vengono?!

Un virus, partito chissà poi perché dal Belgio, uccide tutti tranne i bambini.

Il mondo è deserto.

Il mondo, nella fattispecie, si ferma in Sicilia dove vive Anna che, insieme al fratello Astor, cerca di sopravvivere.

Nonostante non ci siano che bambini succede di tutto: la ricerca del cibo; le lotte con i cani e la loro amicizia incondizionata; la speranza di salvezza; il primo amore; la ribellione del fratello; seguire le regole del quaderno della mamma; lottare, sperare, sopravvive, vivere.

E come poterlo fare se non attraverso gli occhi di una preadolescente?!

Peccato che intorno a lei solo distruzione e morte.

Affascinante, intrigante, angosciante questi aggettivi mi vengono in mente per descriverlo perché ci sono così tante cose in questo libro che non va descritto va letto.

Anna è fantastica, non si ferma davanti a niente: nessun dolore, nessuna sofferenza, nessuna paura per una ragazzina di 13 anni che ne ha viste di ogni.

Ammaniti è sempre una garanzia: ambientazioni surreali; descrizioni splatter; idee geniali; ragazzi protagonisti; cani fedeli.

Ammaniti o lo si odia o lo si ama, non può lasciare indifferenti ed io lo amo.

Lo so, sono di parte, ma come si fa a non volergli bene?! Come?!

Uno che ti descrive una vita che “non ci appartiene, ci attraversa”; che dice che “l’amore è mancanza”, perché “sai cos’è solo quando te lo levano”; che rende una ragazzina di 13 anni un’eroina lo puoi solo amare e io lo amo.

Punto. Leggete.

Ci sono notti che non accadono mai

“E ora sto dietro al Commissario Ricciardi di De Giovanni, tra un po’ finisco e non so proprio a chi dedicarmi” e lui “Ma hai mai letto Missiroli?” E io “No” e lui “E allora inizia”. E così ho fatto.

E dato che non sapevo da dove cominciare, ho cominciato da Atti osceni in luogo privato perché mi piaceva la copertina, perché mi piaceva il titolo.

Non so come siano gli altri ma ho fatto molto bene.

Mi é piaciuta molto la storia di Libero, il romanzo della vita di un uomo che va dall’adolescenza alla maturità.

Dal trasferimento a 13 anni da Milano a Parigi, con sciopero della fame di due giorni per impedirlo, al ritorno ed alla stabilizzazione su Milano dai 20 anni in poi.

É un bel libro per chi, come me, é affascinato dalla letteratura e dal cinema e dai turbamenti amorosi.

A 13 anni non sei nessuno, cominci piano piano a scoprire te stesso e poi gli altri: dal sesso all’amore, dall’insofferenza ad ogni cosa agli interessi per l’universo mondo; dai libri al cinema.

Libero é un bimbo intelligente prima, un uomo stabile e realizzato poi, ma per diventarlo deve passare, come tutti, in mezzo a mille e uno episodi.

La scoperta dell’onanismo prima e del sesso lo porteranno all’amore.

La voglia di giustizia prima e di altruismo poi segneranno la sua professionalità. 

Una famiglia come tante squartata dal migliore amico del papà. 

Un papà colto e un po’ depresso che lo introduce a Camus e Sartre e Buzzati E per finire con Rodari.

Un primo amore bellissimo e doloroso.

Una madre teatrale e affettuosa.

Un amico da tradire.

Un mondo letterario da scoprire e attuare nella vita di tutti i giorni.

Un’amica da preservare.

Una donna da sposare contro la propria coscienza.

Una Milano da conquistare.

Un Togliatti da seppellire.

Un’Alda Merini da incontrare e non riconoscere.

Una Parigi da lasciare.

Insomma, questo libro é tante cose: una scrittura veloce; una prosa semplice; un faticoso e affascinante nozionismo; un curioso sforzo di memoria.

Tante cose e piacevoli da immagazzinare anche se poi mentre divori il libro e stai lí e ti chiedi ma come l’hai già finito?!”, l’unica risposta che ti viene in mente é “eh sì, perché “Eravamo insieme, tutto il resto l’ho dimenticato””.

Liquore sì, premio no! 

Ma con quale criterio vengono assegnati i premi letterari?! In particolare quelli Strega?No, perché io mi faccio sempre fregare.

Nella mia ingenuità penso che un libro che riceve un premio abbia qualcosa da dirmi, una scrittura particolare, che ne so?!

E invece, puntualmente rimango fregata!

È successo così con Caos calmo (l’ho maledetto!); Canale Mussolini (che sta sul comodino da quando è uscito!) e ora con La ferocia.

Ora io scrivo questa cosa così me la ricorderò l’anno prossimo e il mio scopo è: non comprare più libri che vincono il premio Strega. 

Ecco.

Una storia banale, scritta male, senza capo nè coda. L’ho odiato e finito!

Una ragazza che cammina contromano su una strada statale, tutta sporca di sangue, che viene investita da uno che nell’incidente perde una gamba. Si scopre che la ragazza è figlia di una famiglia ricca e scompigliata di Bari. 

Si aprono certi altarini che era meglio tenerli chiusi: una madre depressa; una figlia piccola scema; un fratello genio ma puttaniere; un altro fratello che pare scemo ma che è più genio di tutti e che poi tanto fratello manco è; un padre traditore, intrallazzino, palazzinaro.

Di tutto un po’ ma una storia così banale, così già sentita, così poco interessante, così scritta in modo didattico e artefatto che davvero, ragazzi, non vale la pena.

Ma sulla base di che questo ha vinto un premio?! Perché gliel’hanno dato??? 

I misteri dell’editoria! 

Non li voglio scoprire, io mi voglio solo ricordare che l’anno prossimo NON devo comprare il vincitore del premio Strega. 

Lo ripeterò tipo mantra fino all’anno prossimo! 

Libro nr. 7

Mai tranquilli, neanche in una torrida estate fascista, con il sole che squaglia i marciapiedi si può stare tranquilli con il commissario Ricciardi.

Segui lo spettacolare volo di un Professore da un piano alto dell’ospedale.

Dici: è suicidio!

Ma secondo voi?! Con il Commissario che deve indagare, può essere mai suicidio?! E dai, su!

E infatti, suicidio non è.

E scopri che: il prof. è un “figlio ‘e ‘ntrocchia” per dirlo alla napoletana, con moglie figlio e amante; arrivista ed arrivato sulla pelle altrui; luminare ma non senza macchia, per qualche errore di troppo. E indaghi e scopri insieme al Commissario l’assassino, che mai e poi mai ti aspetteresti, ve lo dico!

Al solito, però, sullo sfondo succede di tutto.

Vi avevo anticipato che nel sesto libro succedeva qualcosa che non mi piaceva e, infatti, qui se ne vedono le conseguenze: Enrica parte; Livia resta e insiste; Alfredo Maria non capisce una mazza, lasciatemelo dire.

E continua a capire ancora meno quando la tata si ammala. E questo è il primo momento, dopo 6 libri e mezzo, in cui Ricciardi mostra un sentimento vero, vero e manifesto. Diventa un bambino al cospetto della tata nel letto di ospedale.

Tata che ha lasciato il testimone a Nelide, sua nipote.

Tata che parla con la mamma morta del “signorino”.

Tata che lotta tra la vita e la morte.

Ricciardi, con l’aiuto del sempre presente Maione, scopre l’assassino mentre: Livia organizza una festa; la tata è in ospedale; Enrica si lascia corteggiare da un altro e lo stesso Maione è alle prese con il peggiore dei sospetti: il tradimento della moglie.

Ed è la gelosia che scuote Ricciardi ma non ancora abbastanza, mannaggia a lui.

Avvincente, godibile, scorrevole, delicato, fresco, esilarante,

Tutto questo e molto altro ci assicura De Giovanni, del quale (ahimè!) inizio l’ultimo della serie… già mi manca.

PS: mio malgrado, non avendo fatto in tempo ad andare in libreria, ho letto il libro su kindle ma sto andando in libreria a comprare anche il cartaceo. State senza pensiero.

Libro nr. 4

Che vi avevo detto?! Che il libro nr. 3 era stato il mio preferito?! Ok, sbagliavo.Dopo aver letto il quarto penso che sia questo il mio preferito… Il che mi fa capire che più leggo del Commissario Ricciardi e più lo adoro.

Trattasi di Il giorno dei morti. L’autunno del Commissario Ricciardi.

Ma andiamo con ordine: finita l’estate inizia il piovoso autunno. In prossimità del giorno dei morti si trova il cadavere di un bambino e giá ti parte da dentro una tristezza che levati.

Ma qual è la novità?! Bé, la novitá é che Ricciardi non lo vede, non lo sente, non ne coglie il messaggio prima della dipartita. E allora che fa?! In una Napoli pronta ad ospitare il Duce, che ha bisogno di tranquillità e ordine e che vuole catalogare la morte del piccolo come un incidente, il Commissario Ricciardi non ci sta e decide di mettersi in ferie per cercare il bambino, per cercare il suo messaggio di morte.

É bellissimo questo libro, bellissimo! 

Meno intensa, ma sempre presente, la vita privata del protagonista: qui il protagonista é davvero l’omicidio e la ricerca dell’assassino del piccolo balbuziente con una vita di inferno ed un unico amico, il cane.

Non ci si può pensare, un groppo in gola ogni volta che appare sulle pagine Matteo Diotallevi, angustiato dai compagni, povero e infelice tranne che con il suo “Angelo”, la dama di carità che lo accudisce.

Un groppo in gola tutte le volte che Ricciardi, il vero Tette, arriva in un luogo e non lo trova e si deve ricominciare da capo. 

Dovete leggere, non vi posso raccontare, dovete leggere: l’angoscia della pioggia, che cade incessantemente; la tristezza e poi la gioia sincera del bimbo nei suoi momenti di libertà con l’Angelo; la frustrazione di Ricciardi, che indaga in ferie per non essere ostacolato dall’arrivo del Duce; il lento avvicinamento del Commissario ad Enrica e quello più veloce a Livia; la pressione del cane; lo schifo del prete; lo sconcerto della fine della storia e della scoperta dell’assassino.

Non vi posso dire tutto questo, meritate di leggerlo.

PS: vi avverto che c’è un capitolo, sulla domenica di pioggia autunnale, che nei miei sogni di scrittrice vorrei aver scritto io. Fatemi sapere.