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Ogni riferimento è puramente casuale

Esce Manzini e io lo compro qualunque cosa scriva perché io lo adoro.

Faccio bene, faccio sempre bene.

La serie di Schiavone, sapete già, che è tra le mie preferite e Orfani Bianchi è uno dei miei libri preferiti addirittura: poetico, malinconico, bello.

Ora ho comprato anche Ogni riferimento è puramente casuale.

E voi mi direte: e?!

E sono racconti: divertenti; carini; come al solito ben scritti; originali ma sempre racconti sono e a me i racconti stanno sul cazzo.

Amen, scusatemi ma mi è caduta la corona. Avevo pensato di andarci più soft ma solo quella parolaccia rende l’idea.

Non ce la faccio, è più forte di me non li sopporto.

Mi hanno sempre infastidita perché non faccio in tempo ad affezionarmi, perché hanno quella lunghezza stupida che non sa né di me né di te, perché non rispettano quello sviluppo della trama che io mi aspetto in un libro, perché c’è poco spazio per definire i personaggi e la storia e poi mi sembra ci sia la corsa a finirli.

Non li sopporto.

Detto questo, i racconti di Manzini sono piacevoli, divertenti, al solito ben scritti con il tema di fondo che è l’editoria.

Quelli che mi sono piaciuti di più sono i più lunghi ovviamente: quello del critico e quello dello scrittore peruviano.

Ora, sviluppando un po’ più i temi magari ne veniva un libretto. O magari no, non lo so ma così io ci rimango male.

Avessi saputo, e potevo saperlo se avessi letto la sinossi, che erano racconti il libro non lo avrei preso perché i racconti non mi lasciano niente: tempo di leggere quello dopo e quello prima già me lo sono dimenticato, è più forte di me.

Manzini fa una critica alle varie figure dell’editoria: al critico cattivo a tutti i costi, al ghost writer, all’ufficio stampa… proprio lui che ha un editore superbo e che, infatti, non manca di ringraziare alla fine.

Vi direi “fate voi”: leggetene tutti perché è sempre un piacere leggere Manzini a meno che i racconti non vi piacciano (come non piacciono a me) e allora soprassedete!

Io ora mi cerco un romanzo.

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L’ultimo ballo di Charlot

Quando io, ma ormai lo sapete, sbaglio un paio di libri di seguito mi butto sul sicuro. Se è uscito De Giovanni prendo lui, o Manzini o qualcuno che conosco e che male non mi può fare. Ora nel mio albo dei preferiti è entrato a gamba tesa Fabio Stassi (colui che ha scritto Ogni coincidenza ha un’anima di cui vi ho abbondantemente parlato).

Stassi ha un modo di scrivere così delicato, pulito, poetico, semplice (senza essere banale) che potrebbe fare anche una lezione sulla fisica quantistica e risulterebbe comprensibile.

Costruisce storie raffinate ma accessibile.

È bravo. Punto.

Qui la storia è quella di Charlie Chaplin, L’ultimo Charlot. Si muove su due binari: la sfida di Chaplin con la morte e la storia della sua vita raccontata al figlio più piccolo, Christopher.

Stassi immagina che Chaplin con la morte se la giochi , lei lo passa a trovare una notte di Natale e lui le propone una sfida: se la farà ridere tornerà l’anno successivo e così va avanti per ben sei anni. E’ macabro e divertente il rapporto che si instaura tra i due e fa da intercalare alla biografia di Charlot raccontata al figlio piccolo in una lunga lettera che termina con una frase bellissima: “solo nel disordine dell’amore ogni acrobazia è possibile”: punto, partita, incontro, match, Roland Garros, Wimbledon, Australian Open e tutta la compagnia del tennis.

Non sto qui a raccontarvi la storia di Chaplin, non so quanto romanzata da Stassi, ma non fa niente. Si legge che è un piacere. Il suo rapporto con il cinema, con il teatro, con il circo, con i mille e uno mestieri fatti prima di trovare la strada giusta.

E’ un gioiellino questo libro e Stassi una boccata d’aria in mezzo a un mare di gente che non sa scrivere.

Leggetene tutti.

Ride

Ho visto il film di Mastandrea, Ride.

È davvero un bel film, mi verrebbe da dirvi un “gioiellino”.

Uno di quelli che il film finisce e non ti alzi, che resti lì fino alla fine dei titoli di coda e ne vorresti ancora.

Bravo Mastandrea, bravo a rendere il momento in cui ti si spezza il cuore e fa talmente male che non riesci a piangere.

E non che tu non lo voglia, lo vuoi, ci provi, ma niente, la botta non arriva.

E non arriva perché?! Non lo sai neanche tu, forse perché fa troppo male.

È bravissima lei a provarci, sta lì, si concentra, mette su la musica, prende i fazzoletti ma la “bomba d’acqua” non scoppia; non arriva quello tsunami di lacrime che ti aiuta a liberarti del dolore.

Niente.

E allora che fai se tuo marito a 35 anni muore sul lavoro e ti lascia con un figlio di 12?! Ridi: “mamma ride”.

Sono bravi tutti a rendere questo film emozionante.

Ti prende un groppo in gola più volte nel corso della proiezione che, però, poi spesso si scioglie in una risata.

Ci sono tante cose da vedere: un amore forte; un’amicizia tra adolescenti; un rapporto padre/figlio complesso; una provincia, che aspetta la televisione; un lavoro piuttosto infame.

Davvero ben fatto.

Ci sono varie scene che mi hanno emozionata, senza spoilerare, prestate attenzione all’esplosione della bomba d’acqua. Bel momento.

La musica è perfetta nell’accompagnamento, sopratutto alla fine quando la canzone di Ivan Graziani, ti dà quel colpo di grazia che non ti aspetti.

Sbrigatevi perché vale davvero la pena e tra poco lo tolgono, come direbbe Mastandrea: “Daje tutti!”.

Torpedone trapiantati

Il fatto è questo: mi dovevo sparare in 24h viaggio andata e ritorno da Foggia.

Un mio amico legge un libro e mi consiglia di prenderlo; io ho già quel libro da mesi sul comodino ma ne leggo sempre altri e così, sebbene ne stia già leggendo un altro, mi porto quello in treno perché tra andata e ritorno sicuro lo finisco.

Poi succede che arrivo alla stazione quei 20 minuti prima e che non ci vuoi passare in libreria?! E così ci passo e compro, aspettandolo da tempo, il libro di Francesco Abate “Torpedone trapiantati”.

Ora chi mi legge sa che io adoro Abate, lo trovo uno scrittore “gentile”, uno di quelli educati che non strafá, uno di quelli che sono una certezza, sui quali puoi contare.

E infatti non mi è servito neanche il ritorno in treno, è bastata l’andata.

È sempre così con Frisco: ti acchiappa e non ti molla fino a che non hai finito.

Lui ed il suo modo pulito di raccontare anche le tragedie e qui ne racconta eh!

La storia è quella di una gita fuori porta di un’associazione di trapiantati, dei quali lui fa parte.

La gita è, ovviamente, in Sardegna e questo gruppo di Highlander sgangherati ne fanno di tutti i colori: a partire dal rapimento di uno di loro che si portano in giro in pigiama e su una sedia a rotelle destinata alla discarica.

Sono divertenti. È divertente la scrittura, il modo di raccontare, i personaggi che però sono tragicamente verosimili.

Identificati con un numero in base all’ordine in cui hanno ricevuto il proprio organo che può essere: un rene, un cuore, un fegato.

E così scopri quanto sia meravigliosa e triste la storia di ogni organo perché dietro una persona che rinasce ce n’è sempre una che muore, come Cinzia la donatrice di Abate che viene celebrata ogni anno il 1’ febbraio.

Vedete, la storia di Cinzia è tristissima (una mamma di due figli che muore, troppo giovane, in un incidente stradale) e, come la sua, lo sono quelle di tutti i donatori ma spetta ai trapiantati renderla meravigliosa e degna di essere stata vissuta: i donatori sono, inconsapevolmente e loro malgrado, i veri eroi moderni, altro che Superman e Wonder Woman!

Dal canto loro i trapiantati rinascono con un doppio carico: quello di resistere fisicamente e quello di non rendere il sacrificio del donatore vano.

Il libro, però, non è triste. Anzi.

Il libro è divertente, scorrevole e con la presenza meravigliosa della mamma Abate, che è l’80enne più smart della narrativa italiana, accompagnata dalla mitica sig.ra Corrias.

Lo so, io sono al solito di parte, ma starei qui a parlare ore di queste 140pagine che vanno assolutamente lette perché ti fanno fare pace con le tue mille piccole cazzate con le quali ti scontri ogni giorno.

La forza della vita che rinasce non può non farti fare una riflessione su quella che stai vivendo; quindi fatelo e dite “grazie” ad Abate per questo spaccato meraviglioso che vi regala ed al vostro Dio, se ne avete uno, per avervi regalato la salute.

Buona lettura, io viaggio con l’altro libro aperto, pensando di voler abbracciare Abate e ripromettendomi che prima o poi lo farò!

Napoli velata

Ci sono dei registi che quando escono al cinema con un nuovo film non posso non andarli a vedere.

Tra tutti Ozpetec credo sia imperdibile per me. Sempre.

E così, è uscito il film Napoli Velata ed eccomi pronta al cinema.

Buio in sala, film film film, fine e poi dico: ok, ora ci penso un po’, faccio sedimentare e poi vi dico.

Sono pronta a dirvi che a me il film è piaciuto.

Non so se la trama che vira un po’ sul giallo, Napoli che è troppo uno spettacolo, gli attori che sono bravissimi ma un po’ una cosa e un po’ l’altra sono quasi sicura che il film mi sia piaciuto.

Devo confessarvi che forse avrei scelto un’altra attrice ma perché io ho proprio un problema con la Mezzogiorno: mi rende pesante pure lo spritz; e poi qui in un fuori forma che per carità: vestita male, truccata male, pettinata male insomma tutto male ma inesorabilmente BRAVA.

Bellissimi gli altri invece: la zia; l’amica (super top la Ranieri); Lui; il fratello di Lui; l’amico; Napoli. Tutti bravi e belli.

Napoli poi protagonista: bella, lugubre, misteriosa, allegra, velata.

La trama è impegnativa, a tratti pesante, forse un po’ lenta ma il film c’è.

Mi è piaciuto.

Forse lo rivedrei per capire meglio delle sfumature.

Ora che vi sto a raccontare: la notte di sesso; la pazzia; il mistero?! I raduni dei soliti amici gay; che ve lo racconto a fare?!

Tutto si incastra abbastanza bene, certo devi stare concentrato che poco poco ti perdi un passaggio ti sei perso mezzo intrigo.

Per esempio c’è una scena dove dei vecchi trans fanno una tombola che veramente dici: “boh!”! Però, quel posto, ma quanto è meraviglioso?! Ecco, io devo dire che lì mi sono proprio distratta a guardare la straordinaria bellezza di Napoli. Straordinaria. E Ozpetec, con la sua fotografia, riesce sempre ad esaltare la bellezza dei luoghi che sceglie.

Ah poi, in tutto questo mistero, buio, tra tutte queste ombre un raggio di luce c’è; una figura estremamente positiva si fa spazio; la salvezza c’è. Guardare per credere.

Tirando le somme io direi: nè capolavoro, nè “sòla”, per rispondere alla domanda di una mia amica, ma da vedere.

Sì, lo consiglio.

Fatemi sapere.

Perché?! 

Questa storia di Sara mi ha sconvolta. E non perché non ce ne siano altre ma questa di Sara mi ha scioccata.

22 anni lei, 27 anni lui.

Giovani e belli e non ci sono più.

Perché lei è morta ma lui meglio non sta.

Cosa porta una persona ad ucciderne un’altra è qualcosa che, grazie a Dio, non riesco ad arrivare a capire e ne vado fiera.

Cosa porta una persona ad essere ossessionata da un’altra al punto da decidere che se non sarà sua meglio di nessuno, anch’essa é una cosa che, grazie a Dio, non riesco ad arrivare a capire e ne vado fiera.

Non sopporto la parola “femminicidio” non sopporto la locuzione “delitto passionale” perché l’unica che mi viene in mente è omicidio. 

E per quanto siano omicidi che sembrano arrivare al culmine di un raptus, io li trovo sempre, in parte, premeditati perchè se uno esce di casa con una tanica di benzina in macchina non può non aver pensato, in un angolo del cervello, di usarla e non per far camminare la macchina.

Ci sono tante, troppe di queste storie. Essendo una fan accanita della ben fatta trasmissione Amore criminale, ne vedo a decine; se apro il giornale, ogni giorno c’è una notizia simile.

Tutte le volte che ne leggo una mi chiedo: ma dov’è l’amore in questa notizia?! ma perché trattasi sempre di omicidio/suicidio è mai di suicidio prima di “omicidiare”?! Ma perché quello che era un amore diventa a tal punto odio da spingere ad uccidere?! Perché?! 

Perché Sara non potrà più godere dei suoi 22 anni e studiare, danzare, uscire come amava fare? Perché un mostro ha deciso di porre fine alla sua esistenza? Perché una madre ed un padre non potranno mai più darsi pace? Perché dobbiamo stare qui ad analizzare gli ultimi minuti di vita di Sara invece di ignorarla come una qualsiasi delle sue coetanee che vivono una vita tranquilla? 

Ma perchè chiedersi perché quando non serve e non si può tornare indietro?! 

Piuttosto: parliamone; educhiamo al rispetto degli altri; confidiamoci se qualcuno supera i limiti; cerchiamo di evitare di dover leggere ancora di Sara o di chi, come lei, sarà costretta a non poter più studiare, danzare, uscire come ama fare perché qualcuno deciderà di porre fine alla sua esistenza.

State attente, stiamo attente e nessuno si farà male. 

Dio ci odia 

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In due giorni ho visto due cose che mi hanno fatto pensare: è l’idea che mi manca!La prima è stata la mostra di Nathan Sawaya che fa arte con i lego; la seconda il film Dio esiste e vive a Bruxelles.
Ora la prima può sembrare anche una cosa banale ma vi assicuro che non lo è; la seconda è un film la cui idea di fondo c’è, ed è quasi geniale, poi per il resto…

proprio del film vi voglio parlare.

Vedi i trailer e pensi di andare a vedere una pellicola quasi comica e dopo 20 minuti, anche meno, tocca ricrederti!

Intanto la scelta della città centro del

mondo è quanto meno assurda: Bruxelles.

A parte che il film è stato prodotto e girato lì, non mi sembra che Bruxelles possa essere scelta da Dio come sua base.

E andiamo avanti.

Dio è sporco, ma soprattutto cattivo, con un odio verso il genere umano che ne basterebbe la metà. Fuma, beve e passa il tempo a vedere sport e inventare disastri per far soffrire l’umanità. Non mostra, per tutta la durata del film, un minimo di compassione.

Ha due figli, perché uno non bastava, e quindi Gesù, che tutti conosciamo, e l’altra è Ea (non so come si scrive), che è la vera protagonista del film, devo dire brava per essere una ragazzina di 10 anni.

La ragazzina svela a tutti la data della propria morte e cominciano le avventure alla ricerca di altri 6 apostoli perché pure qua 12 non bastavano. E i 6 scelti sono uno peggio dell’altra: vi dico solo che la Deneuve si innamora di un gorilla.

Che vi devo dire?! Troppo surreale; troppo cattivo; troppo lento; troppo noioso ad un certo punto.

L’idea c’è ma è abbozzata. Ad un certo punto si ferma il genio ed esce il cinema noioso.

Il trailer andrebbe cambiato perché fuorviante, tutte le battute sono condensate nei 30 secondi del promo.

Carine le leggi della sfiga che compone l’Onnipotente; simpatico il tipo che fa di tutto per morire, avendo scoperto che camperà altri 60 anni; insopportabile la moglie di Dio, che alla fine ci mette una pezza colorata.

Niente, non mi è piaciuto.

Si poteva fare molto di più!

Poi l’happy end, dopo tanto odio del genere umano, l’ho trovato anche fuori luogo.

Visto per voi, saltatelo!