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Christmas Party

C’era una volta Kiuky che amava il Natale, poi Kiuky è cresciuta ed è diventata un Grinch.

E come mai?! Come mai?!

Il perché è racchiuso nella frase “ma la organizziamo una cena prima di Natale, sì?!” alternata a “ma che non ci vediamo prima di Natale?!”.

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Ecco, il mio istinto primordiale mi spingerebbe a dire: “E no, NON CI VEDIAMO PRIMA DI NATALE, perché se non ti vedo da sei mesi (e non ti vedrò probabilmente per i prossimi sei) perché ti devo vedere a Natale?! Perché?!”.

Il risultato è che già da metà novembre ho praticamente una serie di cene incastrate che manco a tetris e l’unica salvezza sono un paio di biglietti per eventi presi in tempi non sospetti.

L’ansia di questa cosa “ma quando sei libera così ci vediamo?!” MAI, non sono libera MAI. Non mi interessa vederti per farti gli auguri, avrei più piacere ad incontrarti il 2 gennaio quando mi prenderà quella malinconia brutta del rientro a lavoro, quando la corsa al regalo di Natale sarà finita così come pure la meravigliosa richiesta “e cosa fai a Capodanno?!” (ma questa domanda meriterà un post a parte).

Ma c’è qualcuno che sa spiegarmi perché l’esigenza di organizzare tutte queste cene?!

E voi direte: vabbé, ma se devi andare contro voglia non andare!

Eh sì, bravi. Intanto, mi dispiace perché poi mi diverto sempre e poi io non sono una che dice di no alle uscite, chi poco poco mi conosce lo sa. Il mio è più un discorso di carattere generale e magari banale ma seguitemi un attimo, vi do qualche spunto di riflessione:

  1. non è che se non ci vediamo nella settimana che precede il santo Natale (per chi ci crede!) io ti voglio meno bene. NO, anzi forse te ne vorrei di più se non mi rompessi con la famosa domanda;
  2. vuoi il regalo?! Guarda che se te lo meriti io non te lo faccio solo a Natale, ma te ne faccio 10, 100, 1000 non richiesti nell’arco dei 365 giorni;
  3. perché dobbiamo ingozzarci prima di quella che sarà già una grande abbuffata (cena, pranzo di Natale e Santo Stefano)?! Tra l’altro in ristoranti sovraffollati, spendendo soldi che scarseggiano dal momento che bisogna pensare ai 300 amici a cui fare il famoso “pensierino”, magari tra un mese le finanze sono rientrate, la calca pure, la voglia di vedersi no.

Fermatevi e riflettete. Poi mi fate sapere, ma così tanto per fare due chiacchiere perché ormai per quest’anno è andata e l’anno prossimo si risalirà sulla giostra.

Solo per la cronaca tra il 27 dicembre ed il 2 gennaio, ma pensate, voglio esagerare, anche dopo la Befana, la possibilità di vederci permarrà, non so la voglia. Una cosa è certa però non scadiamo come l’albero di Natale, quindi ce la possiamo rischiare.

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Paolina

Vi ricordate l’amico che ho prima costretto e poi esonerato dal leggere L’idiota?!

Bene, ora toccava a lui scegliere il libro da leggere insieme ed ha scelto Paolina di Marco Lodoli.

Ci ha messo un po’ (io nel frattempo ho letto altri 4 libri), la scelta è stata ponderata, e comunque: individuato e letto.

Il libro si compone di sole 100 pagine il che, per quanto mi riguarda, lo classifica più tra i racconti (magari lunghi) che tra i romanzi.

Dunque, sicuramente la sua scelta è stata più azzeccata dalla mia, sicuramente ci ha pensato di più (ma lui legge la terza di copertina e magari gli è più facile!), sicuramente la prossima volta dovrò applicarmi meglio, sicuramente però non ho letto un capolavoro.

Paolina è una ragazzina di 15 anni che scopre di essere incinta e nella giornata in cui deve decidere cosa fare di questo bimbo attraversa varie parti di Roma nord, a piedi, compiendo una serie di incontri quanto meno surreali: una zingara, un professore, 3 ragazzi probabili padri, 3 cartomanti e poi varie ed eventuali.

Ragazzi, il libro è di una tristezza rara. Questa Paolina ti prende allo stomaco, ti fa tenerezza e poi ti fa incazzare e poi pensi: “ma che sto leggendo?!” e poi ti riappassioni e poi la prenderesti a pizze e poi la accarezzeresti. In 100 pagine non è da tutti suscitare queste emozioni quindi magari Lodoli è stato anche bravo ma c’è qualcosa che mi è sfuggita forse.

Paolina è sola sola, troppo sola per una ragazzina di 15 anni che non va a scuola, fa sesso 3 volte in vita sua e resta incinta. Nel favoloso mondo di Kiukylandia, che è un po’ parente di quello di Amelie, Paolina non può esistere così sola, a 15 anni. Ed è vero che ha solo una mamma ed è figlia di un errore (o una violenza non sappiamo bene) però troppo.

È talmente tutto così assurdo che ad un certo punto diventa normale.

È normale che non vada a scuola, che passi la giornata girovagando, che nessuno la cerchi; è normale che incontri una zingara e riveli ai 3 possibili padri di aspettare un bambino; è normale che venga trattata male da tutti; è normale secondo voi?

Io non so, soprattutto non so se mi piacciono queste storie assurde che stanno a metà tra la realtà e la fantasia.

Comunque il libro è scritto bene, lo leggi volentieri, è tanto breve che io un’altra cinquantina di pagine magari le avrei lette pure per capire da dove viene e dove va Paolina.

Certo una sfiga, povera figlia!

Io dico che dobbiamo ritentare la lettura condivisa perché pure questa, sebbene meglio della prima, non mi ha convinta.

Andiamo avanti!

Il lido

È ufficiale ormai: quando non so cosa leggere perché i miei autori preferiti non hanno pubblicato oppure ne ho letti tutti i libri, quando non ho nessun titolo che mi incuriosisce, accetto consigli di amici.

Questo è quanto è successo con gli ultimi quattro libri letti e quindi anche con questo, che mi ha consigliato una mia carissima amica con la quale condivido varie cose, tra cui la passione per la lettura.

Il libro è Il lido di Libby Page.

Ora io penso che quando un libro ti accompagna nella giornata anche quando è chiuso sta facendo il suo lavoro. Se, in un momento x mentre stai facendo tutt’altro ti ritrovi a pensare ai protagonisti (in questo caso Rosemary e Kate) e a quello che sta loro succedendo, allora il libro ti ha preso e ti sta portando dove vuole lui.

In questo caso in un lido, una piscina, comunale di Brixton, Londra, che le logiche imprenditoriali fallate degli ultimi anni vogliono chiudere. Parte, quindi, una gara di solidarietà per tenerlo aperto capeggiato da una battagliera ottantaseienne, Rosemary appunto.

La storia del lido è quella di una comunità che non si arrende, che lotta per le proprie ragioni perché una piscina non è solo una piscina e nuotare non è solo un esercizio fisico ma è: una liberazione, uno sfogo, una cura.

Rosemary ha vissuto circa ottanta anni intorno alla struttura. È lì che ha festeggiato la fine della guerra, è lì che ha studiato ma è soprattutto lì che ha conosciuto il grande amore della sua vita, George, che l’ha da poco lasciata.

Intorno alla storia di Rosemary e George si sviluppa quella del lido con dei flashback che li vedono felici ed insieme con lo sfondo della piscina.

La aiuta nella lotta una giovane giornalista, Kate, con mille problemi che oltre ad aiutare si fa aiutare nella battaglia della sua vita.

È un libro godibile, semplice, veloce, emozionante. A volte ridondante: si racconta di George che si tuffa forse qualche volta di troppo, alcuni pezzi sembrano un po’ inutili ma nell’insieme ci stanno e servono ad aumentare la suspance per la sorte della struttura.

Sono carine le figure dei vari sostenitori della piscina: la coppia gay con cagnolino; il custode; la sorella della giornalista, Erin; il fotografo, Jay; l’amica di Rosemary, Hope.

Sapete cosa?! Non c’è cattiveria in questo libro, non ci sono figure negative, il bene predomina, l’amore è una costante e certe volte leggere cose così ti rimette in paca con il mondo, soprattutto se questo sta diventando un posto dove comincia ad essere difficile vivere.

È sano estraniarsi in questi contesti, la lettura serve anche a questo.

Quindi, se avete voglia di rifugiarvi in un’isola felice e sana affrontate questa lettura, non ve ne pentirete.

The dogman

Beh, ragazzi, io non so darvi la definizione di “capolavoro” ma se un film ti tiene con il fiato sospeso per almeno tre quarti della sua durata; se quando finisce stai mezz’ora con le palpitazioni per lo sforzo di portare quel peso; se quando ci ripensi ti viene da dire “raramente ho visto un film di tale intensità”, allora forse ho visto un capolavoro.

The dogman è questo.

E’ un film di un’intensità tale da lasciarti senza parole e senza fiato.

Non tanto la storia che richiama, neanche troppo lontanamente, quella del canaro della Magliana, quanto la recitazione dei personaggi, l’atmosfera che vivono, il clima che c’è, il luogo dove stanno, la sporcizia (intesa in senso lato) della situazione.

Lui è straordinario, eccelso, bravissimo. Riesce ad essere di una dolcezza sterminata e di una ferocia efferata nel giro di un paio di scene. Secondo me la Palma d’oro non basta, ci vuole l’Oscar.

Penso che nella vita chiunque prima o poi potrebbe essere Marcello e la bravura di Garrone è quella di farti affezionare al personaggio, renderlo empatico, descriverne la dolcezza, la gentilezza, l’amore che prova per gli animali e la figlia, e poi spiazzarti con la sua ferocia, che però non dico che giustifichi (questo mai) ma in qualche modo comprendi.

La storia in sé non dice niente di eclatante, nel senso che è la storia di un omicidio, efferato come ne sentiamo (ahimè) ogni giorno. Mi sono documentata un minimo ed ho letto qualcosa sul canaro della Magliana ed effettivamente la storia è la sua, meno cruenta, meno efferata nella descrizione dei dettagli ma senz’altro la sua. Non ambientata alla Magliana ma in quel di Castel Volturno, in un posto che fa concorrenza a Scampia per lo squallore.

Lui, Marcello, è un povero cristo che, nel suo piccolo, si è creato una posizione; ama i cani alla follia e vi dico che il trailer è ingannevole perché nessun animale viene in nessun modo, non dico trattato, ma neanche guardato male; e poi c’è Simone, un cristone, invece, drogatissimo, pugile, che ne commette di ogni e Marcello, suo malgrado, lo subisce.

Il film però non mi ha lasciato la sensazione di Spartaco che rompe le catene, non c’è nessuna rivalsa nella morte, nessuna liberazione; solo una disperazione infinita, feroce, tragica.

La potenza del film è questo senso di smarrimento che ti lascia, questo profondo senso di giustizia inespresso, questa sensazione di sconfitta da tutti i punti di vista. Ti fa affezionare ad un personaggio che sbaglia e tu con lui, perché penso chiunque in un angolo remoto del proprio cervello, guardando, abbia pensato “e però, te la sei meritata Simo’!” e un secondo dopo, come Marcello, pensi “e adesso, che ho risolto?! Tutto questo ho fatto e per chi?! Per cosa?!”.

Sconvolgente, non mi vengono altri aggettivi.

E tutti straordinariamente bravi i protagonisti: Marcello, vabbè, oltre la bravura; ma anche Simone fa decisamente più del suo; e tutti i comprimari: i due bravissimi di Suburra, la bambina, i cani tutti.

Insomma, Garrone non delude, anzi per me è da standing ovation.

Attendo Vostre.

 

Made in Italy

Allora, premessa: sbaglio io.

E vi spiego: se uno mi sta antipatico (nella fattispecie Ligabue); se non sopporto la di lui musica, le di lui canzoni, la di lui faccia, come mi viene di andare al cinema a vederlo?! Avete ragione ma volevo:

1) accompagnare una mia amica, che poi siamo diventate 9;

2) superare i miei pregiudizi;

3) a me Radio Freccia era piaciuto e volevo dargli una possibilità, quindi non è che sono andata proprio prevenuta eh.

Detto ciò, ho visto un film davvero brutto.

E mi spiego meglio.

Sempre la stessa ambientazione, e dice “vabbè, ma quella è la sua, quella conosce!” ok, ma allora rimani nel tuo perché se ad un certo punto ci piazzi Roma e il resto d’Italia senza motivo, o forse solo perché il film (ma soprattutto la canzone) si intitola Made in Italy,  allora non capisco più.

Ma voglio andare con ordine.

E la prima cosa che mi viene di dirvi è che trattasi di film: NOIOSO.

Storia trita e ritrita: lui e lei in crisi.  Più o meno perché poi non è che si capisce bene, o meglio: a intuito capisci che sono in crisi; a intuito capisci che l’amico di lui ha dei problemi; a intuito capisci che l’Italia è in crisi (che bella novità). E vai ad intuito nonostante il film duri un’eternità e soprattutto il primo tempo sia aaaaaalllllll raaaaaaaalllllleeeeeennnnnnntttttttaaaaaaatttttooooooooreeeeeee. Praticamente fermo.

Accorsi è bravo ma Ligabue ha il potere di fargli fare sempre la stessa parte; la Smutniak è di una bellezza strabiliante, anche brava ma le dà una parte nella quale sta fino ad un certo punto. I comprimari bravini ma inutili, il figlio della coppia un fantasma.

Io non vi posso spoilerare ma mi sento di dirvi che la storia la conoscete perché l’avete vista mille volte. E non vi voglio raccontare dell’inutilità del finale.

Ora io mi chiedo: ma tu, Ligabue, di che ci volevi parlare? Di una coppia in crisi? Di quanto è bella l’Italia? Di quanto ci sia la crisi economica? Di cosa?! Perché io francamente non l’ho capito, mi sfugge tutto.

Personalmente ritengo che se fossi rimasta a casa a vedere quel gran gnocco di Favino, non avrei fatto un soldo di danno… a parte lo stare con le mie amiche che è sempre cosa buona e giusta!

Ah, poi, un’ultima cosa: secondo me per trovare il lavoro che trova Accorsi alla fine del film non c’è bisogno di spostarsi manco dal quartiere… ma è una mia opinione.

 

Ode alle Ferie 

Libertà. Che bella sensazione la libertà.

Personalmente mi sento libera tutte le volte che prendo un giorno di ferie, qualsiasi cosa debba fare.

L’idea di poter disporre del mio tempo, senza renderne conto a nessuno, mi sembra una grande conquista della civiltà moderna.

Lo so, sono fortunata a poter prendere ferie perché implica avere un lavoro.

Lo so.

E infatti chi dice niente. Sono fortunatissima.

Ma mi ci sento ancora di più quando sono in ferie. 

Apprezzare il tempo che ho anche per non fare niente è una cosa meravigliosa.

Poter oziare a letto, fare shopping, leggere un libro, vedere gli amici, senza dover guardare l’orologio e pensare “devo andare che domani si lavora” è una cosa meravigliosa.

Un piccolo passo per l’uomo ed un grande passo per la propria anima.

Godetene: riposatevi, state con i vostri cari o da soli, a seconda di quello che vi aggrada di più; non usate la sveglia, mai! Ritrovatevi, che poi si ricomincia. E il traffico, il lavoro, la palestra, gli incastri, i bambini (per chi ce li ha!). 

Godetevi questo meraviglioso senso di libertà che vi regalano le ferie. 

Godetevi questa sensazione di potenza nel fare o non fare che le ferie vi permettono.

Godetevi il tempo, che ne abbiamo sempre troppo poco! 

Vorrei, vorrei…

Ho pensato che, alla soglia di un compleanno importante, fosse necessario scrivere.

Ho pensato che, in vista dei 40 anni, fosse necessario dire la mia.

Ho pensato che, per il 19 luglio 2015, fosse necessario esprimere dei desideri.

Inciso: è incredibile come l’età si e ti relativizzi. Mi spiego: a 20 anni avevo le idee chiarissime su quello che volevo fare e su dove sarei stata a 40 anni; a 30 ho cominciato ad avere dei dubbi; a 40, invece, ho capito che non è importante tanto dove devo arrivare ma con chi lo faccio.

E proprio per questo vorrei, per questo compleanno e per la vita futura, intanto ringraziare i Miei (mamma, papà, fratello e cana!), sempre e comunque, per tutto quello che hanno fatto per me e che continuano a fare; per esserci in ogni momento della mia vita con le loro parole ed i loro silenzi; per avermi reso una persona equilibrata, stabile, felice perché se sono così è solo merito loro.

E poi vorrei…

… vorrei che la persona che mi sta accanto si svegliasse tutte le mattine con la gioia di svegliarsi accanto a me, con l’entusiasmo del primo giorno, lo stesso che provo io svegliandomi accanto a lui; vorrei che mai mi facesse sentire trasparente, inadatta, inutile ma sempre speciale come un giorno in Camargue;

… vorrei che i miei amici (TUTTI) stessero, prima di tutto bene, fossero sani: mai un dolore, mai una sofferenza e, laddove ci fosse, vorrei poterla superare con loro; e li vorrei sempre felici, come davanti a un piatto di tagliolini all’astice in Sardegna; emozionati, come davanti al Tesoro di Petra; allegri, come ad una cena in terrazza da loro; rilassati, come davanti un tramonto a Sabaudia;

… vorrei che i bimbi delle mie amiche crescessero felici, perché i bimbi solo questa preoccupazione devono avere per essere degli adulti sani;

… vorrei mai dovermi pentire delle scelte fatte;

… vorrei mai più sentirmi dire (anche se mi è successo una volta sola, ma una sola è già troppo!) che sono una che “non si occupa degli altri”, “bipolare” e ” superficiale”  oppure, pur sentendolo, vorrei immensamente FOTTERMENE e non starci male come faccio;

… vorrei un Amore per le mie amiche single ma di quelli puri, sinceri, semplici come solo gli amori felici sanno essere;

… vorrei continuare la mia strada con le vecchie e solide amicizie ma anche con quelle nuove che sembrano vecchie;

… vorrei chiedere scusa a chi non amo abbastanza, a chi non curo abbastanza, a quelli per cui ho poco tempo, a quelli che in questo momento sto odiando con tutta me stessa, a chi ho fatto del male volontariamente o involontariamente;

… vorrei avere più pazienza;

… vorrei, banalmente, essere sempre felice e che voi tutti lo foste con me.

Cheers!