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Basta poco, che c’ vo’?!

Parto con una confessione: a me Conchita De Gregorio sta antipatica.

Ecco.

E’ per questo che, a parte il titolo (Mi sa che fuori è primavera), ero scettica quando una mia amica me lo ha prestato per leggerlo.

Succedeva ieri, ore ve ne sto scrivendo: indi, per cui, poscia, direi che quanto meno mi ha coinvolta.

Come al solito ho aperto il libro senza sapere cosa stessi leggendo e a pagina 2 ho capito che non trattavasi di semplice storia d’amore o simili perché si accenna ad un dramma che ti spinge ad andare avanti.

E così ti ritrovi in una storia di cronaca di qualche anno fa.

Me la ricordavo benissimo: un papà svizzero del cantone tedesco (Matthias) che prende le sue due gemelle (Alessia e Livia) e sparisce con loro, salvo poi buttarsi sotto un treno a Foggia senza lasciar detto nulla sulle bambine. Puff, sparite nel nulla!

Qui la De Gregorio si fa raccontare la storia dalla mamma delle bimbe (Irina). E’ un racconto “felice” tutto sommato, nel senso che Irina parte dalla fine, da oggi, dalla ritrovata felicità con Luis in Spagna e, a ritroso, racconta la sua vita con Matthias, con le bimbe, la scomparsa, la disperazione.

Ben scritto, ben articolato, con una struttura interessane. Irina scrive una serie di lettere: alla baby sitter, al PM, al Giudice, al fratello, alla nonna. Lettere che la aiutano a ricostruire, a fare il punto della situazione, a mostrarci quanto lacunosa sia stata l’indagine; quanto la ricca Svizzera l’abbia trattata da ignorante italiana. Lei, colta e affermata donna d’affari, trattata come l’ultima degli emigranti.

Non è stata considerata da nessuno questa donna che ha perso, senza sapere che fine abbiano fatto, le proprie bambine; che ha vissuto con un pazzo che le riempiva la casa di post it indicandole tutto quello che doveva fare, addirittura come e in che ordine vestire le bambine.

Povera donna: due gemelle, scomparse a 6 anni e non avere più alcuna notizia di loro.

Eppure, reagisce, lotta e si innamora, è felice di nuovo perché “per essere felici non ci vuole tanto. Per essere felici non ci vuole quasi niente. Niente, comunque, che non sia già dentro di noi”.

Bene, segnatevelo, che potrebbe tornarvi utile.

Vatti a fidare

L’altro giorno un mio collega, che segue il blog, mi ha chiesto se utilizzassi qualche metodo di lettura veloce data la grande quantità di recensioni di libri che ho pubblicato. In verità no e devo ammettere che i libri non sono stati letti tutti nell’ultima settimana (sarei un genio!) piuttosto dall’inizio dell’anno. Alcune recensioni, infatti, sono quelle che avevo pubblicato sul vecchio blog e che mi piace riproporre.

Devo dire, però, che la mia ultima capatina in libreria è stata fortunata perché ho finalmente comprato un libro di Carofiglio. Ora io non so perché non l’ho fatto prima. Cioè, tutti che mi dicevano “leggilo” e io niente. Cretina io. Comunque, mi sono approcciata a lui con questo “libretto”, nel senso di lunghezza, che ho finito in due sere, Una mutevole verità. E che mi ha folgorata.

Il maresciallo Fenoglio ma chi è?! Un personaggio da portarsi a casa, uno di cui diventare amica, un duro dal cuore tenero ma non come lo sborone di turno, lui è proprio duro per copione e tenero di indole. Marito carino, carabiniere attento.

Omicidio e indagine. Un’indagine così semplice da non poter non destare sospetti al Maresciallo che non si fida perché, quando segui un’indagine, devi stare attento a tutto quello che si vede, e che non si vede, ma forse soprattutto a quello che non si vede; che si sente e che non si sente, ma forse soprattutto a quello che non si sente; che si dice e che non si dice, ma forse soprattutto a quello che non si dice.

E quindi: Bari. Fine anni ’80. Trovano uno morto in casa. Trovano una vicina attenta. Scoprono l’assassino. In 40 pagine, in 4 ore di indagine. Non è possibile. Allora bisogna approfondire e “stare attenti a tutto”: a chi c’è a chi non c’è; a cosa c’è, a cosa non c’è; a quello che si è detto ed al non detto; agli odori, ai profumi; a quello che ti dice la “bella” alla quale si è più propensi a credere proprio perché così.

Guardate, il giallo in sé è banale, grossolano, appena compare l’assassino lo individui. Facile, troppo facile ma non è tanto quello che colpisce. Colpisce la scrittura, l’intreccio, l’indagine, i personaggi.

Fortarello anzichè no Carofiglio, potrei diventarne fan. Ora mi dedico a leggere altro ma ci tornerò… ah se ci tornerò.