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L’Arminuta

Io ve lo dico, il premio Campiello non delude mai.

L’Arminuta è un grandissimo libro. 

Bello, bello, bellissimo.

Un pugno allo stomaco, uno di quelli che “mi metto a letto alle 22.00 così leggo un po’” e a mezzanotte e mezza spegni, per tenerti le ultime 40 pagine per il giorno dopo.

L’Arminuta in dialetto abruzzese è quella che ritorna ossia una bambina di 14 anni che torna alla casa paterna dopo essere stata cresciuta dagli zii in non si capisce bene quale città, forse Pescara.

Già a pagina 10 ti si stringe il cuore con lei che, appena entrata a casa (quella che dovrebbe essere sua) scende con il papà “adottivo” perché a casa sua non vuole restare.

Una storia terribile di abbandono è l’Arminuta ma anche di tanto amore. E sì, perché l’arminuta perde una mamma ma trova una sorella, Adriana, la vera forza del romanzo. Una ragazzina di 10 anni con una saggezza popolare che la rende molto più che adulta. Si legano e tali resteranno fino all’ultima pagina.

Insieme alla sorella un numero non meglio precisato di fratelli, sui quali spicca Vincenzo e del quale preferisco non dire.

C’è poesia, delicatezza, amore, tristezza nelle pagine di questo romanzo.

C’è un profondo senso di solitudine, che poi  se ne va anche se mai del tutto. 

C’è un segreto che non ti aspetti da scoprire e poi una verità da accettare.

Ci sono così tante cose in così poche pagine che te lo fanno divorare in un baleno, questo piccolo grande libro. 

Buona lettura e complimenti sempre al Campiello: non ne sbagliano uno! 

Analisi del testo

Serata tra amiche.
Ad un certo punto due delle 10 dicono: “assolutamente dovete ascoltare questa canzone perché è meravigliosa!”.
La cercano, la trovano, la ascoltiamo.
Ed ecco che le orecchie si riempiono ed il cuore si spacca.
La canzone è Da capo cantata da Mina ma scritta da Cocciante nel 1977.
Io avevo due anni eppure la canzone mi ha… come ve lo posso spiegare… dato una mazzata sulla “noce del capocollo” come direbbe Lino Banfi, che la metà bastava.
Lei: finisce una storia, sta a casa da sola a “sprecare le giornate”, sa che deve reagire ma passa “dalla sedia alla poltrona e sdraiata sul divano”; con la luce spenta perché fa male agli occhi, con la sabbia dentro gli occhi e il sale nella bocca.
Sta lì e sa che deve ricominciare ma il cuore “fa un casino di rumore” e non si vuole rassegnare che non c’è più niente da fare, “che tu non vuoi più ritornare”.
Ecco, e qui se fosse un film, sarebbe calato il sipario perché ad almeno 5 su 10 è scesa la lacrima.
E che cazzo, ma come fanno questi in una sola canzone a descrivere quanto di più crudele si possa passare nella vita affettiva. L’abbandono. La mancanza. La disperazione della perdita di un amore.
E stai lì e pensi che ci siamo passati tutti almeno una volta nella vita e che meglio non si poteva raccontare.
E poi però la speranza perché prima o poi la reazione e diventare “la donna più completa che tu possa immaginare” perché “per Dio non è finita” e CIAONE a te che te ne sei andato.
Oh, giusto!
Ecco, bene, la speranza… perché passa, da quella casa ci esci ma intanto, peró, passateci “da quella sedia alla poltrona e poi distesa sul divano”… ma li mortè (come si dice in Francia!) che mazzata sulla noce del capocollo, ragazze!