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L’Arminuta

Io ve lo dico, il premio Campiello non delude mai.

L’Arminuta è un grandissimo libro. 

Bello, bello, bellissimo.

Un pugno allo stomaco, uno di quelli che “mi metto a letto alle 22.00 così leggo un po’” e a mezzanotte e mezza spegni, per tenerti le ultime 40 pagine per il giorno dopo.

L’Arminuta in dialetto abruzzese è quella che ritorna ossia una bambina di 14 anni che torna alla casa paterna dopo essere stata cresciuta dagli zii in non si capisce bene quale città, forse Pescara.

Già a pagina 10 ti si stringe il cuore con lei che, appena entrata a casa (quella che dovrebbe essere sua) scende con il papà “adottivo” perché a casa sua non vuole restare.

Una storia terribile di abbandono è l’Arminuta ma anche di tanto amore. E sì, perché l’arminuta perde una mamma ma trova una sorella, Adriana, la vera forza del romanzo. Una ragazzina di 10 anni con una saggezza popolare che la rende molto più che adulta. Si legano e tali resteranno fino all’ultima pagina.

Insieme alla sorella un numero non meglio precisato di fratelli, sui quali spicca Vincenzo e del quale preferisco non dire.

C’è poesia, delicatezza, amore, tristezza nelle pagine di questo romanzo.

C’è un profondo senso di solitudine, che poi  se ne va anche se mai del tutto. 

C’è un segreto che non ti aspetti da scoprire e poi una verità da accettare.

Ci sono così tante cose in così poche pagine che te lo fanno divorare in un baleno, questo piccolo grande libro. 

Buona lettura e complimenti sempre al Campiello: non ne sbagliano uno! 

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Fatto e finito 

Tanto per cominciare vi devo dire due cose:
1) mi sta dicendo un gran bene con i libri in questo periodo: ho una serie positiva da fare invidia;

2) il Premio Campiello è un gran bel premio.

Ho appena finito, infatti, L’ultimo arrivato di Marco Balzano.

Che dire?! Premio meritatissimo.

Parla di una storia di emigrazione giovanile, ma più che giovanile, da neonati perché uno che si trasferisce dalla Sicilia a Milano all’età di 9 anni, non è un giovane è un bambino.

E il bambino in questione, Ninetto pelleossa, ti fa tenerezza dalle prime righe.

Studioso, innamorato del suo maestro, è costretto ad emigrare a causa del colpo (immagino sia stato un ictus o un’emorragia cerebrale) che prende alla mamma e che lo costringe e lavorare nei campi con il padre. Padre, più o meno padrone, che lo affida ad un compaesano e lo manda a lavorare al nord ribadisco, all’età di 9 anni.

Scopro, però, nella nota che l’autore inserisce alla fine del libro, che era abbastanza in uso questa pratica, assolutamente impensabile ai giorni nostri dove a 9 anni ci manca poco che non diano ancora la tetta ai bambini, ma questa è un’altra storia.

Andiamo avanti.

Insomma, Ninetto arriva a Milano e qui lavora (dall’addetto alle consegne, poi muratore fino ad approdare, e rimanere, 30 anni all’Alfa Romeo); nel frattempo, a 15 anni, conosce Maddalena e la sposa e con lei rimane tutta una vita.

La storia è raccontata in prima persona da Ninetto con passaggi tra passato e presente e nel presente troviamo Ninetto in carcere e poi nel difficile tentativo di reinserirsi nella vita di tutti i giorni. Si scopre solo alla fine il motivo che l’ha portato in carcere e un po’ te lo aspetti perché te lo fa capire da subito che tipo di soggetto è Ninetto.

Comunque, bello, ben scritto, bello.

Bella la storia, bella la struttura, bello tutto.

Se ti affidi a Ninetto sembra tutto facile, ti scordi in un minuto che stai leggendo di un bimbo di 9 anni per la durezza, la forza, la caparbietà. Forse lui fa un po’ il percorso inverso: diventa bambino da adulto. Cerca coccole e attenzioni quando la gente comincia a non averne più bisogno e così, il solitario Ninetto, comincia a parlare con gli sconosciuti, ad aver voglia dell’affetto di una famiglia e di una figlia e di una nipote.

Ninetto ti conquista piano piano, ti affascina, ti impaurisce, ti stupisce; Ninetto va letto perché con il suo modo semplice di raccontarti la sua vita ti cattura.

Bravi lui e bravi voi a leggerlo!

Dai un bacio a Giacomo

Io stavo leggendo un altro libro.
Poi domenica sono entrata in libreria e non ho resistito: ho dovuto comprare quello di Giorgio Fontana.
E questo non perché ha vinto il premio Campiello (perchè, sinceramente, tutti i libri che ho letto vincitori di premi mi hanno deluso: mi sembrano, soprattutto quelli letterari, più un riconoscimento alla carriera che un omaggio all’opera) ma perché ho pensato che per aver vinto il premio uno scrittore così giovane, il libro (Morte di un uomo felice)  dovesse essere davvero bello e lui davvero bravo.
E, signori e signore, così è: il libro è davvero bello e lui davvero bravo.
Leggi e capisci perché tu scrivi un blog e lui, nato nell’81, scrive un libro e ci vince pure un premio.
Lui è scrittore, tu no. Ed è giusto così.
Il libro è ambientato nel suo anno di nascita, con una dovizia di particolari nel descriverne il clima, che pensi l’abbia lui stesso vissuto.
La storia è quella di un magistrato qualunque, brava persona, che indaga su uno (ma potrei dire 10, 100, 1000) omicidi commessi dalle BR in uno dei periodi più bui della nostra Repubblica.
E fin qui niente di nuovo: io non ne ho letti, ma immagino ce ne saranno migliaia di libri sull’argomento.
Quello che affascina è il modo di scrivere; sono i pochi ma definiti personaggi; è il mondo di questo orfano di partigiano, di questo magistrato che crede nella giustizia e nelle persone e che, addirittura, vorrebbe conoscere le ragioni alla base di tanta rabbia, di tanta violenza (ti lascia senza fiato lo scambio di accuse con il brigatista); che sa mandare in galera un terrorista ma non può aiutare suo figlio Daniele, vessato dai coetanei.
E, parallela alla sua, si racconta la storia del padre (Ernesto) ucciso dai fascisti: e pure lì non respiri quando muore perché il suo unico pensiero è lasciare un biglietto con su scritto “dai un bacio a Giacomo”.
E vi chiederete: Giacomo chi è?! Ma Giacomo è il nostro protagonista, che custodisce gelosamente quel foglietto e ne fa il suo baluardo per la giustizia.
Insomma brividi e applausi. Tanti.
PS: lo scrittore spiega che il
libro è legato (“dittico ideale” dice lui) a Per legge superiore e, manco ve lo devo dire, sto andando in libreria.