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Ciao Proprio!

C’è stato un periodo, forse un paio di anni fa, che se non avevi letto questo libro eri guardato come un reietto.

Proprio per la serie “come?! Ma non hai letto Arrivederci, amore ciao?! E che campi a fare!”.E vabbè, per una serie di cose ci ho messo un po’ ma poi finalmente l’ho comprato. E dopo mesi che stava sul kobo l’ho finalmente cominciato e finito. 

E lo sapete che vi dico?! Ma io vivevo benissimo pure senza averlo letto.

Ma vi dirò, nessun valore aggiunto al mio leggere.

Mi è sembrata una storia trita e ritrita: uno pseudo terrorista, assassino, delinquente, che scappa in centro America, dove diventa assassino, poi torna e va in galera, poi esce e siributta nella mala vita perché il suo ideale è “fare soldi”. Fa una rapina, soldi ne arriva ad avere molti; si apre un ristorante, viene riabilitato, fa un altro paio di omicidi sparsi ma se la cava e puff, fine della storia.

Questo è.

Il tutto scritto, per carità, in maniera scorrevole. Non c’è che dire. Fluida.

Ma davvero niente di eccezionale.

Il titolo del libro poi lo capisci praticamente in un’appendice verso la fine e pure abbastanza irrilevante come storia nella storia.

Non so che altro dirvi, riterrei che se non lo leggete è la stessa cosa, manco mi ha suscitato più di tanto fastidio da stroncarlo.

Direi piuttosto che tra leggerlo e non leggerlo andate in pari.

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Burdel!

“E dove vai stavolta?”

“A Marsiglia”

“Ma dai, allora ti devo troppo regalare la trilogia di Jean Claude Izzo che è ambientata lì, vedrai che ti piacerà!”

E così il mio amico mi ha regalato il primo libro della trilogia di Izzo, Casino totale, e… mi è piaciuto assai.

L’ho cominciato a Marsiglia e finito a Roma e devo dire che è andata bene così, nel senso che leggendo ho capito di più ed odiato di meno quella città, la quale non mi ha particolarmente affascinato ma, come dice Izzo, tipo a pagina 3 del libro: “Marsiglia non è una città per turisti. Non è una città da fotografare”.

E’ una città da vivere o la si odia o la si ama, ci si deve schierare. Ed io penso abbia ragione.

Leggendo il libro ho imparato ad apprezzarla di più, l’avessi letto prima forse l’avrei vissuta meglio.

Ma non parliamo di Marsiglia, parliamo del libro anche se non si può parlare dell’uno senza comprendere l’altra perché Marsiglia è in tutte le pagine, in tutti i discorsi. Raramente mi è capitato di leggere un libro in cui l’ambientazione è essa stessa racconto, non si può prescindere da essa.

Comunque, storia di delinquenza, brutta delinquenza.

Il protagonista, Fabio Montale, è un francese di origini italiane che, dopo aver avuto un’adolescenza turbolenta, diventa poliziotto e cerca di combattere quello che inizialmente assecondava.

Nel fare questo si scontra con il suo vecchio mondo, con lo schifo della delinquenza, con la sporcizia della città, con l’orrore della violenza.

In primo piano c’è un giallo da scoprire, un colpevole da trovare ma il racconto è tale per cui ci si infila in talmente tante storie e tanti personaggi che all’inizio si fa un po’ fatica a stargli dietro.

Fabio, però, riesce a sbrogliare le matasse: raccontando, descrivendo, portandoci in ogni angolo di Marsiglia, accompagnandoci tra prostitute e brave ragazzi, tra delinquenti e persone per bene.

Ad un certo punto pensi che non si arriverà mai a trovare il colpevole perché tutto troppo ingarbugliato: chi può fidarsi di chi?! Non si capisce niente e poi, nelle ultime 20 pagine, colpi di scena a gogò. E rimani a bocca aperta e pensi, cazzarola, devo andare a comprare il resto della trilogia anche se è un libro completo che non fa presumere un seguito.

Tra l’altro il burbero poliziotto, con finto cuore d’acciaio, nonostante i morti ammazzati, le violenze sessuali, le botte, i tradimenti, ci regala anche una speranza alla fine del libro perché “il mondo si stava rimettendo in ordine. Le nostre vite. Tutto quello che avevamo perso, sbagliato, dimenticato, trovava finalmente un senso. Con un solo bacio. Quel bacio”…ora ditemi voi, a me che sono l’ultima delle romantiche, come poteva non piacermi questo libro?!?!??!?!?!?

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Sciò…taram

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Avete presente un esame di diritto commerciale a giurisprudenza? No?! Ok, ve lo dico io com’è o almeno com’era con il vecchio ordinamento: 1300 pagine di noia mortale.
Che c’entra? E c’entra se vi siete imbattuti in Shantaram perché per tutte le 1170 pagine che lo compongono ho pensato che mi stavo ripreparando per l’esame di diritto commerciale.
Che brutto libro.
Lungo, troppo lungo, interminabile ed assolutamente inutile.
Arzigogolato, con una prosa artefatta, antica, pomposa… Manzoni avrebbe fatto di meglio.
Non so a voi ma a me hanno insegnato a non perdermi in dettagli nello scrivere a meno che non siano strettamente necessari; allo scrittore direi che hanno detto il contrario se, nel bel mezzo di un’epidemia di colera, si mette a descrivere la sfumatura di colore di una trave di legno, ma per piacere.
Il protagonista è un delinquente australiano evaso da una prigione che si rifa una vita in India. Una vita, manco a dirlo, da malvivente in una società indiana sporca, logora, culturalmente inaccettabile.
In 1170 pagine che può succedere?! Più o meno di tutto ma le stesse cose potevano succedere, se l’autore non si fosse perso in chiacchiere, in 500pagine.
Le lunghe e inutili descrizioni; la miriade di personaggi di contorno; le varie ambientazioni nulla aggiungono alla storia di un malavitoso che: si innamora subito di una; si vuole redimere vivendo nel posto peggiore in cui si possa vivere; viene incastrato finendo torturato in una prigione; ne esce decidendo di vendicarsi e cedendo di nuovo alla malavita; parte per l’Afganistan, combattendo una guerra Santa non sua; scopre che l’hanno tradito tutti; torna in India e salda i conti con tutti pure con l’orso danzatore che, insieme a Prabu, sono le presenze più azzeccate del libro. Insomma Lin, c’hai rotto le palle. Ad un certo punto del libro pensi: ma perché non t’hanno ammazzato in prigione?! Tu facevi la figura dell’eroe e noi ci risparmiavamo 700 pagine di inutile e arcaica prosa.