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Tutta la vita davanti 

E ora sono un po’ in difficoltà per due motivi.

Il primo é che mi ero ripromessa di iniziare tra un po’ un’altra saga letteraria, per disintossicarmi, diciamo così. E quindi, pur avendo già acquistato due dei libri dei quattro di cui é composta la saga di Lojacono di De Giovanni, ci ho messo un po’ ad iniziare. 
Poi, un po’ perché il libro che stavo leggendo mi faceva orrore, un po’ perché ho letto che Lojacono avrà il volto di Gassman nella fiction televisiva, non ho potuto aspettare oltre e finalmente l’ho cominciato e finito in una mattinata.

Il secondo motivo di difficoltà é che sono stata accusata da un mio amico di scrivere che i libri li leggo di un fiato, o che mi lasciano senza fiato, e allora ora non so come esprimere a parole le modalità di lettura di questo che é, a tutti gli effetti, un giallo.

Il libro é Il metodo del coccodrillo di Maurizio De Giovanni, che ho imparato ad amare grazie al Commissario Ricciardi.

Qui protagonista é, appunto, l’ispettore Lojacono mandato diciamo “al confino”, per una brutta storia, da Agrigento a Napoli: lontano da moglie, figlia, affetti vari che comunque lo hanno ripudiato.

E così si trova da solo in una città di mare ma ostile rispetto alla sua a giocare al solitario del Pc, in compagnia del compagno di stanza Giuffré, in quanto allontanato dalle indagini attive.

Fino a che non arriva una telefonata proprio mentre sta facendo il turno di notte e le cose cambiano. 

Lojacono esce piano piano: burbero ma non troppo; stropicciato ma piacente; silenzioso ma aperto. 

Un buon poliziotto che non può non fare il suo lavoro quando gli si presenta l’occasione, subito colta da chi dirige le indagini: la bella dott.ssa Laura Piras, sarda e con un passato non proprio felice alle spalle.

E così, passo dopo passo, ricostruiscono il puzzle e scoprono il coccodrillo. 

Brutta e triste storia. Tanto dolore, tanta sofferenza, tanto amore che porta ad una spietata vendetta. 

É avvincente seguire le indagini che De Giovanni segue più direttamente e in maniera più dettagliata che con il Commissario Ricciardi: lí c’é più cuore nel descrivere; qui il cuore c’è sempre ma le indagini sono più precise, cercare l’assassino é più necessario, più urgente.

Ovviamente mi é piaciuto, ma deve essere proprio che mi piace come scrive De Giovanni e non lo dico tanto per piaggeria, lo dico perché scrive in un modo secco, pulito, senza troppe sbavature, senza troppi giri di parole, dritto al punto che é poi quello che si richiede quando si deve risolvere un giallo. No?! O almeno io la vedo così. 

E non voglio essere il Fazio delle recensioni ma semplicemente se un autore non mi piace non gli do più di tante possibilità.  Per esempio, il libro che stavo leggendo, di Carrisi, hai voglia a rimanere sul comodino, perché non so se avrò mai voglia di finirlo ergo scriverne male. Non ne vale la pena.

Vale, invece, la pena di consigliare questo, di spingervi a lasciarvi catturare da una corsa al colpevole che non é detto vi farà arrivare in tempo… Mannaggia i contrattempi, tipo i reality… Capite a me! 

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10 cum laude

“Te lo dico, mi sto appassionando a Manzini! Pure questa la saga di un poliziotto!” (come il mio meraviglioso Ricciardi di De Giovanni) e che dovevo fare io?!Corro subito su Wikipedia a scopro qual è il primo della serie e zac: Pista nera.

Comprato, subito.

Letto, subitissimo.

Mare, lettino e in meno di una giornata il libro scorre e se ne va. 

E quanto mi sono divertita? Parecchio! 

Perché il libro è prima di tutto divertente come la figura di questo vicequestore (non Commissario, per carità non vi sbagliate che ci rimane male!) che per punizione viene sbattuto da Roma ad Aosta.

In mezzo ai monti. 

E qui con le sue Clarks va sulla pista nera da sci a scoprire l’omicidio di un emigrante siciliano, insediatosi dalle parti di Aosta per amore.

Smaciullato da un gatto delle nevi sembra impossibile risalire a chi sia e chi l’abbia ucciso ma il nostro Rocco (vicequestore) romano trasteverino, con il Loden e le mani congelate riuscirà ad uscire dalla immensa rottura di coglioni livello 10 cum laude.

La scrittura è scorrevole e veloce; il giallo è forse un po’ scontato ma ben costruito e subito ti affezioni a Rocco.

Simpatico e scontroso, corrotto al punto giusto, sfacciato, misogino ed innamorato di una moglie che pare di capire non ci sia più ma ancora non si scopre come e perché. 

Con lui due poliziotti alla Stanlio e Ollio; altri due giovani e volenterosi; un amico che viene da Roma per traffici non proprio puliti; una donna che prova a fare breccia nel suo cuore.

Ma carino tanto,con alcuni pezzi esilaranti. 

Ora io, manco ve lo sto a dire, devo correre a comprare l’altro libro perché come minimo devo capire che fine ha fatto ‘sta moglie con cui lui continua a parlare nel silenzio della sua triste e già ammobiliata abitazione.

Vado e torno, aspettatemi. 

Burdel!

“E dove vai stavolta?”

“A Marsiglia”

“Ma dai, allora ti devo troppo regalare la trilogia di Jean Claude Izzo che è ambientata lì, vedrai che ti piacerà!”

E così il mio amico mi ha regalato il primo libro della trilogia di Izzo, Casino totale, e… mi è piaciuto assai.

L’ho cominciato a Marsiglia e finito a Roma e devo dire che è andata bene così, nel senso che leggendo ho capito di più ed odiato di meno quella città, la quale non mi ha particolarmente affascinato ma, come dice Izzo, tipo a pagina 3 del libro: “Marsiglia non è una città per turisti. Non è una città da fotografare”.

E’ una città da vivere o la si odia o la si ama, ci si deve schierare. Ed io penso abbia ragione.

Leggendo il libro ho imparato ad apprezzarla di più, l’avessi letto prima forse l’avrei vissuta meglio.

Ma non parliamo di Marsiglia, parliamo del libro anche se non si può parlare dell’uno senza comprendere l’altra perché Marsiglia è in tutte le pagine, in tutti i discorsi. Raramente mi è capitato di leggere un libro in cui l’ambientazione è essa stessa racconto, non si può prescindere da essa.

Comunque, storia di delinquenza, brutta delinquenza.

Il protagonista, Fabio Montale, è un francese di origini italiane che, dopo aver avuto un’adolescenza turbolenta, diventa poliziotto e cerca di combattere quello che inizialmente assecondava.

Nel fare questo si scontra con il suo vecchio mondo, con lo schifo della delinquenza, con la sporcizia della città, con l’orrore della violenza.

In primo piano c’è un giallo da scoprire, un colpevole da trovare ma il racconto è tale per cui ci si infila in talmente tante storie e tanti personaggi che all’inizio si fa un po’ fatica a stargli dietro.

Fabio, però, riesce a sbrogliare le matasse: raccontando, descrivendo, portandoci in ogni angolo di Marsiglia, accompagnandoci tra prostitute e brave ragazzi, tra delinquenti e persone per bene.

Ad un certo punto pensi che non si arriverà mai a trovare il colpevole perché tutto troppo ingarbugliato: chi può fidarsi di chi?! Non si capisce niente e poi, nelle ultime 20 pagine, colpi di scena a gogò. E rimani a bocca aperta e pensi, cazzarola, devo andare a comprare il resto della trilogia anche se è un libro completo che non fa presumere un seguito.

Tra l’altro il burbero poliziotto, con finto cuore d’acciaio, nonostante i morti ammazzati, le violenze sessuali, le botte, i tradimenti, ci regala anche una speranza alla fine del libro perché “il mondo si stava rimettendo in ordine. Le nostre vite. Tutto quello che avevamo perso, sbagliato, dimenticato, trovava finalmente un senso. Con un solo bacio. Quel bacio”…ora ditemi voi, a me che sono l’ultima delle romantiche, come poteva non piacermi questo libro?!?!??!?!?!?

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Je suis

Non vi dirò che sono Charlie Hebdo perché io fino a ieri in tarda mattinata non sapevo neanche cosa fosse Charlie Hebdo.
Sì, lo ammetto, dal bassissimo della mia ignoranza non sapevo chi fosse Charlie Hebdo.
E non fingerò di saperlo perché a me le vignette non sono mai piaciute, così come non mi sono mai piaciuti i fumetti e non sono francese, quindi neanche a dire che per sbaglio mi è capitata una delle riviste in mano.
Detto questo, sono comunque sconvolta e non tanto, e non solo, per l’aspetto diciamo “planetario” della questione quanto per quello umano.
Perché stamattina mi sono svegliata pensando che ieri mattina, come me, si sono svegliate; sono scese dal letto; hanno pensato “stamattina non mi va”; hanno bevuto il loro caffè; si sono fatte la doccia, lavate i denti, vestite; sono uscite di casa; hanno preso la macchina (la bici, il bus); sono entrate al lavoro 12 persone e non sono mai tornate a casa.
E, di contro, c’erano ieri mattina altre 3 persone che hanno fatto esattamente gli stessi movimenti fino ad una certa azione, salvo poi magari pregare il proprio Dio, ed in suo nome, imbracciare un fucile e sparare ed uccidere.
Ecco, questo mi sconvolge.
Mi sconvolge pensare che ancora in nome di Dio (qualunque esso sia!) si possano commettere degli omicidi.
Mi sconvolge pensare che questi 3 assassini abbiano trovato in Dio la forza di togliere la vita a qualcun altro.
Mi sconvolge pensare che quelli a cui la vita è stata tolta hanno avuto, come unica colpa, quella di disegnare.
Mi sconvolge pensare che nel 2015 non si possa manifestare con un disegno la propria idea senza paura di essere uccisi, così a sangue freddo.
Mi sconvolge pensare che conseguenze drammatiche si porterà dietro tutta questa storia.
Mi sconvolge pensare al poliziotto ferito che chiede pietà e viene giustiziato.
Mi sconvolge pensare che questo reciproco odio non finirà mai.
Mi sconvolge pensare che tutto questo, nulla ha a che vedere con la satira e con la religione.
Mi sconvolge pensare che quelle 12 persone non si sveglieranno più la mattina e non scenderanno più dal letto, non diranno più “non mi va stamattina”; non berranno più il loro caffè, non entreranno più in doccia, non si vestiranno più, non prenderanno più la macchina (la bici, il bus), non entreranno più a lavoro perché quelle 12 persone non ci sono più e con loro non c’è più anche una parte di me. Quella che ancora crede che certe cose, in nome di Dio (ma diciamo pure in nome di nessuno!) non dovrebbero mai avvenire.
RIP.

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