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Vento in scatola

Ho appena finito il libro di Malvaldi e Gammouri che si intitola Vento in scatola.

Mi chiedo sempre come si faccia a scrivere una cosa a quattro mani quando per me é gia difficile farlo con due, ma in questo libro Marco e Glay ci sono riusciti piuttosto bene.

Malvaldi ha conosciuto Gammouri in un corso di scrittura che ha tenuto presso il carcere di Pisa dove Gammouri, un ex militare tunisino,  sta scontando una pena per essersi macchiato di un non meglio specificato delitto.

Sicuramente Gammouri ha aiutato Malvaldi nella stesura del libro ad entrare in carcere e raccontarne la vita di tutti i giorni: il senso di oppressione, la mancanza di libertà, di sbocchi, la necessità di inventarsi un’alternativa per non impazzire, la voglia di uscire, la fatica di fidarsi degli altri,  di trovare compagni, amici.

Nel libro tutto questo è descritto perfettamente: perfettamente è descritta una vita fatta di giorni tutti uguali, scanditi dall’ora d’aria e da qualche altro, ben poco significativo, avvenimento.

Il protagonista è Salim, un tunisino, che si trova in carcere per “sfiga” mi verrebbe da dirvi. Non posso dire molto della trama perché intanto non parliamo di intrecci avvincenti e poi la forza del libro è l’ambiente, è lo stato d’animo dei protagonisti, sono i rapporti interpersonali che si creano tra i detenuti e tra i detenuti ed i secondini, è questo senso di ansia che ti viene pensando che sono costretti lì dentro. E ok, se la sono cercata, ma non si parla quasi mai dei crimini commessi, non si giudica, si prende atto di una situazione nel libro e quella si descrive. Si racconta, a chi sta fuori, che vuol dire stare dentro. O almeno personalmente è questo che ho colto ed è questo che mi rimarrà.

Di base poi c’è pure un intreccio, un giallo da risolvere ma lo capisci dopo, con lo scorrere delle pagine. Non è immediato.

Se proprio devo essere sincera il finale mi ha un po’ delusa ma perché io non apprezzo molto i finali a favoletta ed un po’ scontati ma  ci sta, nell’insieme non guasta.

Resta del libro il chiuderlo, guardarsi intorno e ringraziare di essere liberi.

Direi buona lettura a voi perché ne vale la pena, anche solo per questo senso di benessere che ti regala la libertà.

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Drin Drin

E’ successo questo.

Ho scelto un libro perché mi piaceva l’edizione, mi piaceva il titolo, insomma mi piaceva. Lo comincio, poi in sequenza:

  • mi contatta un’autrice su twitter, compro il librosu  Amazon, arriva e lo leggo;

e quello iniziato lì

  • esce il quarto libro della Ferrante lo compro e lo leggo;

e quello iniziato lì

  • mi contatta un altro scrittore su twitter, compro il suo libro su kobo lo inizio, lo finisco

e quello iniziato sempre lì

  • finalmente, finiti tutti, riprendo il mano quello iniziato e… LO FINISCO!

Oh, un libro sfortunato direi ma non per questo meno piacevole.

Telefono senza fili di Malvaldi.
Sono stata sempre incuriosita da questa saga dei vecchietti e mi è sembrato giusto (anche se forse non lo è) partire dall’ultimo uscito, non fosse altro per una questione di comodità.

Per chi non conosce i vecchietti: si tratta della storia di avventori di un bar, gestito da Massimo, e capitanati da Ampelio a Livorno (o provincia non so bene) che aiutano la polizia a risolvere dei casi.

Non vi sto a dire qual è il caso in questione perché non sono qui per fare spoiler.

Vi posso dire che, però, il libro e senz’altro ben scritto, la scrittura è divertente con delle incursioni in dialetto toscano del tutto comprensibili; il giallo in sé non è molto appassionante, ve lo dico, ma è divertente tutto il contorno: Massimo ed il cappuccino della Commissaria Alice, su tutto.

Lettura scaccia pensieri, insomma consigliata.

Un altro consiglio che vi do è quello di leggere i ringraziamenti dell’autore che ho trovato deliziosi, delicati, veri.

Let me know.

 

 

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