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Dafne non Fiore 

La prima domanda che ti fai quando appaiono i titoli di coda è: perché Fiore? Il titolo del film è questo e allora uno pensa che la protagonista si chiami così; e invece no perché quella si chiama Dafne, che poi, per inciso, è il nome che da piccola pensavo di dare ad una mia eventuale figlia poi, crescendo, ho cambiato idea perché, dopo essere stata in croce io con Nunzia, non potevo mettere in croce pure lei! 

Ma andiamo avanti.

Dicevo che la protagonista di questo film si chiama Fiore. 

È un’adolescente, disadattata, presumibilmente senza madre (che non si nomina mai), con un padre carcerato, che commette piccoli furti, che la porteranno in carcere.

Brava devo dire la ragazza, il film si regge su di lei, gli altri sono solo un contorno ad una figura principale.

Dafne è problematica assai, combina un sacco di casini e ha una sfiga cosmica: avete presente Calimero, piccolo e nero, ecco più o meno così.

Il padre che non la vuole a casa; le guardie che la sgamano sempre; le amiche carcerate che ce l’hanno con lei etc. Etc.

Una vita un po’ così se non fosse che in carcere incontra Josh, milanese, diciottenne in carcere anche lui e i due, dai oggi e dai domani, si innamorano: lettere e chiacchiere dalla finestra.

Lui termina la pena ed esce; lei resta in carcere.

Non vi dico altro altrimenti vi rovino la sorpresa.

Mi incuriosiscono gli adolescenti, figuriamoci quelli problematici, quindi ho trovato il film abbastanza interessante. 

Delicato nel raccontare il rapporto dei due ragazzi, tenero.

Solo che alla fine esci e pensi “carino” perché a loro ti sei affezionata; il film poteva regalare qualcosa di più: diluito nel tempo ma non lento, a tratti forse noioso ma la ragazza è brava a tenere l’attenzione.

Nuovo e inquietante lo spaccato di vita del carcere minorile.

Belli Dafne e Josh: teneri, dolci, temerari.

Loro sì meritano la visione ma potreste anche soprassedere. 

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Fatto e finito 

Tanto per cominciare vi devo dire due cose:
1) mi sta dicendo un gran bene con i libri in questo periodo: ho una serie positiva da fare invidia;

2) il Premio Campiello è un gran bel premio.

Ho appena finito, infatti, L’ultimo arrivato di Marco Balzano.

Che dire?! Premio meritatissimo.

Parla di una storia di emigrazione giovanile, ma più che giovanile, da neonati perché uno che si trasferisce dalla Sicilia a Milano all’età di 9 anni, non è un giovane è un bambino.

E il bambino in questione, Ninetto pelleossa, ti fa tenerezza dalle prime righe.

Studioso, innamorato del suo maestro, è costretto ad emigrare a causa del colpo (immagino sia stato un ictus o un’emorragia cerebrale) che prende alla mamma e che lo costringe e lavorare nei campi con il padre. Padre, più o meno padrone, che lo affida ad un compaesano e lo manda a lavorare al nord ribadisco, all’età di 9 anni.

Scopro, però, nella nota che l’autore inserisce alla fine del libro, che era abbastanza in uso questa pratica, assolutamente impensabile ai giorni nostri dove a 9 anni ci manca poco che non diano ancora la tetta ai bambini, ma questa è un’altra storia.

Andiamo avanti.

Insomma, Ninetto arriva a Milano e qui lavora (dall’addetto alle consegne, poi muratore fino ad approdare, e rimanere, 30 anni all’Alfa Romeo); nel frattempo, a 15 anni, conosce Maddalena e la sposa e con lei rimane tutta una vita.

La storia è raccontata in prima persona da Ninetto con passaggi tra passato e presente e nel presente troviamo Ninetto in carcere e poi nel difficile tentativo di reinserirsi nella vita di tutti i giorni. Si scopre solo alla fine il motivo che l’ha portato in carcere e un po’ te lo aspetti perché te lo fa capire da subito che tipo di soggetto è Ninetto.

Comunque, bello, ben scritto, bello.

Bella la storia, bella la struttura, bello tutto.

Se ti affidi a Ninetto sembra tutto facile, ti scordi in un minuto che stai leggendo di un bimbo di 9 anni per la durezza, la forza, la caparbietà. Forse lui fa un po’ il percorso inverso: diventa bambino da adulto. Cerca coccole e attenzioni quando la gente comincia a non averne più bisogno e così, il solitario Ninetto, comincia a parlare con gli sconosciuti, ad aver voglia dell’affetto di una famiglia e di una figlia e di una nipote.

Ninetto ti conquista piano piano, ti affascina, ti impaurisce, ti stupisce; Ninetto va letto perché con il suo modo semplice di raccontarti la sua vita ti cattura.

Bravi lui e bravi voi a leggerlo!

Loser

Dopo aver passato quasi tutta l’estate a leggere libri gialli, con due o tre distrazioni romanzesche, ho pensato che fosse necessario cambiare genere.

Così mi hanno consigliato Liminov di Carrère e l’ho preso.

Come al solito non avevo idea di cosa fosse perché, in tutta sincerità, se avessi saputo mai lo avrei approcciato.

Liminov è una biografia, e io odio le biografie, di un esponente non proprio pulito della politica russa.

Tanto per cominciare, lo scrittore francese, che racconta tutto in prima persona, si esprime come se raccontasse una cosa “per sentito dire” e non proprio per aver chiesto all’interessato e già questa cosa mi ha lasciato perplessa.

Ora, ripeto, non mi piacciono le biografie quindi non ne leggo e non ho idea di come vadano scritte ma, sinceramente, non immaginavo questo.

Liminov si vanta tanto (e ne vanta soprattutto l’autore) di questa fantastica vita avventurosa.

Nasce povero, vuol emergere; diventa criminale poi poeta, poi sarto; si introduce al sesso, si innamora; lascia l’URSS e va a New York, pensando di non poter mai più far rientro in patria; qui vita da poveraccio, dissoluta; prova ad essere gay e scrive il fantastico libro ” Il poeta russo preferisce i grandi negri” (io boh!), poi diventa maggiordomo, poi scrittore; poi si innamora di nuovo; cade il muro; torna in Russia, combatte; fa parte dell’opposizione al governo di Eltsin con un gruppo di scalcinati; viene arrestato con accusa di terrorismo, ma non è vero; sconta 4 anni e lo liberano.

Fine della vita avventurosa.

Per carità, magari di cose ne ha fatte, di avventure ne ha passate ma non quelle che avrebbe voluto fare o dire lui.

Si presenta, o meglio lo presenta Carrère, fin dalle prime pagine come una specie di eroe, uno che ha intenzione di spaccare il mondo e poi? Un loser, ecco cos’è: un perdente. Ne esce fuori uno che parla parla ma alla fine non conclude niente, lui stesso della sua vita dice che é stata “una vita di merda”.

Fai lo scrittore e basta, mi verrebbe da dirgli che mi pare che per il resto non hai neanche troppo le idee chiare.

Mi ha urtato dal primo momento che è comparso nel libro, cioè da subito.

La cosa fantastica è che, secondo me, pure lo scrittore che ne scrive, non lo apprezza più di tanto. Ed è questo che mi ha lasciata perplessa.

Come minimo dovresti stimarlo uno per scriverne la biografia, o no?

Comunque, interessante il libro soprattutto per il quadro che dà della storia russa anche se pure qui: mi sembra tutto lisciato, tutto superficiale.

E poi Carrère si parla addosso, ci sono capitoli e capitoli sulla vita privata sua e della di lui madre che sinceramente “ma chi te l’ha chieste?”, “ma che c’entrano ai fini della storia?”.

Non capisco, ancora mi interrogo.

Intanto, il mio esercizio intellettuale pure per quest’anno l’ho fatto. Forse non sarò abbastanza all’altezza, per quanto mi riguarda è già tanto che l’ho finito.

E se io fossi Carrère ora mi dilungherei a raccontarvi i miei studi, le mie letture, quante volte vado al bagno, cosa mangio, cosa bevo ma grazie a Dio non lo sono quindi vi saluto e vado oltre.