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Ma che guaio è, questo amore

Quanto hai aspettato questo libro? Un anno.
E quanto ci hai messo a finirlo?

Due giorni. E perché sono andata lenta.

Ecco, e ora?!

Lo so, dovevo andare più piano ma come si fa?!

Come si fa quando ti sembra di rincontrare degli amici che non vedi da un po’ ed hai voglia di sentire come stanno, che hanno fatto nel frattempo. Mica puoi dire loro: “facciamo che un pezzo me lo dici stasera e il pezzo dopo davanti ad un aperitivo la prossima settimana” e non si può e, infatti, non lo fai.

Il libro è Serenata senza nome.

Te lo divori, metti pure che: c’è un giallo da risolvere; che Ricciardi è speciale nel suo essere particolare; che Maione ti fa ridere; che Bambinella sta impicciata parecchio stavolta; che c’è un valzer di donne intorno a Luigi Alfredo tra Enrica, Livia ed ora anche Bianca che manco Rodolfo Valentino; che Napoli d’autunno con la pioggia è affascinante e poi ti chiedi: “ma possibile che nella città del sole piove così tanto?!”… insomma metti uno più uno più uno ed eccolo lì che hai finito il libro e neanche te ne sei accorta.

Al solito una grande storia d’amore alla base dell’omicidio ma non solo di quello.

Una coppia di giovani innamorati: lui parte per l’America per cercare fortuna; lei resta; lui trova fortuna facendo il pugile con lei nella testa e nel cuore; lei si sposa; lui torna e la trova sposata; il marito di lei muore.

Non vi dico altro.

Devo confessare che qui ho ritrovato la meraviglia di Ricciardi, ma quanto è elegante, dolce, delicato. E poi l’emozione di vedere lui ed Enrica sotto braccio.

E Manfred?! Un guaio vero.

Il papà di Enrica: l’unico che capisce.

Luigi Alfredo Ricciardi che, invece, non capisce niente o forse troppo.

Che vi devo dire: io starò attraversando un periodo particolare ma mi sono commossa almeno 5/6 volte e Mannaggia!

Ora la mia unica richiesta sarebbe di non dover aspettare un altro anno ma mi rendo conto che non è facile rendere facile una storia così tragicamente complicata.

Maurizio, confido in te! Grazie.

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Libro nr. 8 

Ci ho messo tanto a finire questo libro perché sapevo che, per ora, é l’ultimo della saga del commissario Ricciardi che mi ha accompagnato negli ultimi 4 mesi.

Che tenerezza, che poesia, che gioia leggere le traversie di questo Commissario.

Adorabile, delicato, unico.

Mi piace sempre e sempre di più. 

Il numero 8 é Anime di vetro e protagonista indiscusso é l’amore.
Tutto lui fa.

É l’amore che spinge una donna a chiedere nuove indagini al commissario per la liberazione del marito che ha confessato un omicidio che, secondo lei, non ha commesso.

É l’amore per il proprio lavoro e per le sue donne – quello sofferente per la donna che ha perso (tata Rosa) e per la donna che vorrebbe ma teme di aver perso (Enrica)- che lo spinge a distrarsi seguendo le indagini.

É l’amore che causa la confessione falsa e scontata di questo omicidio che scontato non é.

É l’amore di quella “simpaticona” di Livia che rischia di mettere nei guai Ricciardi.

É l’amore di Falco per Livia che ci fa temere per il nostro eroe e potrebbe farci scoprire qualcosa di losco sul tedesco Manfred. 

É l’amore di Maione per la moglie che ci fa ancora credere che una relazione “normale” esiste.

É l’amore di Enrica che ci fa infuriare con il commissario.

É l’amore per Napoli “l’unico posto al mondo dove si può essere completamente felici” che spinge Enrica a ribellarsi a Manfred. 

É l’amore per la vita che aiuta Bianca a salvare il nostro commissario. 

É l’amore che permette a Ricciardi di indagare e soffrire e incontrare Enrica e finalmente parlarle della sua anima di vetro. 

É l’amore che ti fa finire il libro con il cuore in gola e pensare all’ultima riga “e adesso?!”.

Libro nr. 6 

E stavolta non vi dirò che è il mio libro preferito della serie perché L’inverno rimane L’inverno!Ma non posso non continuare a consigliarvi di leggere; non posso non consigliarvi di andare avanti nella lettura delle storia di questo super Commissario; non posso non dirvi che continuerete ad innamorarvi di lui; ecco non posso, quindi lo faccio. 

Leggete anche questo: Vipera, nessuna resurrezione per il Commissario Ricciardi.

Stavolta il contesto storico esce fuori, il fascismo fa capoccetta ed esce fuori, i compari del duce si mostrano per tutto il loro orrore. 

Ma andiamo con ordine…

L’omicidio è quello di una puttana, inutile usare mezzi termini, proprio di una puttana: bellissima, ambita, amata. Erano ancora attivi i bordelli e l’omicidio avviene lì, in Paradiso! 

Vari i potenziali assassini; varie storie che si intrecciano; vari, e sempre deliziosi, i retroscena. 

Ad un certo punto, peró, non si cerca più l’assassino della Vipera, non ci si districa più tra le varie ipotesi. Nè il lettore, nè il commissario si applicano più perché tutti gli sforzi si concentrano nel liberare dai fascisti il buon dottor Modo. 

Signori miei, che ansia; che tenerezza infinita quel cagnolino abbandonato; che strazio per il commissario, impotente di fronte a tali poteri! 

E la situazione la risolve chi?! Vi dico, per chi crede nelle storie d’amore romantiche (come me!), non è soddisfatto di questo questa soluzione! E perché?! Ma facile, perché è il preludio di qualcosa che probabilmente accadrà, che comincia ad essere nell’aria e che non mi piace, non mi può piacere. 

Cos’accadrà?! Lo scopriró solo leggendo il settimo libro, per cui scusatemi: ora ho da fare! 

Libro nr. 1

Io seguo un gruppo su Fb che si chiama “Sto leggendo questo libro” e più di una volta mi era apparsa l’immagine di libri di Maurizio De Giovanni.

Visto che lo scopo principale del fatto che seguo il gruppo è proprio quello di trovare spunti di lettura, lo vedi una volta, due e tre, alla quarta lo compro.

Come al solito non mi informo prima, quindi non so che De Giovanni ha scritto 7 libri sul Commissario Ricciardi che seguono, più o meno, un ordine logico.

E quindi ne compro uno… fortunella io perché prendo proprio il primo “Il senso del dolore – l’inverno del commissario Ricciardi”.

E così entro nel favoloso mondo di questo commissario, che vive a Napoli durante il periodo fascista ma, in realtà, potrebbe essere qualsiasi altro periodo perché almeno da questo primo libro, a parte qualche piccolo accenno, la presenza del duce è sfocatissima.

Il Commissario è un uomo sui 30/35 anni, di bella presenza che pensa solo al lavoro, che vive con una tata e condivide le giornate con il brigadiere Maione, suo fedele compagno di lavoro.

Il giallo da risolvere qui è quello di uno scorbutico, fastidioso, odioso tenore, Vezzi, che muore dissanguato nel proprio camerino con almeno 5/6 possibili assassini.

La meticolosità del Commissario, ovviamente, eviterà di mettere in carcere un innocente o, meglio, di farcelo stare per più del dovuto.

La scrittura è scorrevole, i personaggi ben delineati, il giallo ingarbugliato al punto giusto ma senza esagerare.

Lui, Ricciardi, un protagonista da scoprire (d’altronde è solo il primo libro) ma fa tenerezza, suscita umanità e un sorriso per la passione nascosta che nutre da dietro alla finestra della sua camera, in vestaglia e retina. Immagine d’altri tempi che ispira tenerezza e che mi ha spinto a comprare il secondo libro prima ancora di finire il primo.

Perché la cosa che adoro delle “serie” (chiamiamole così!) è che il giallo passa, è un pretesto, ma il protagonista rimane e se è un bel protagonista va seguito… stay tuned.

Chi viene e chi va

Vitali è davvero troppo divertente. Ormai leggere i suoi libri è diventato come seguire una serie a puntate.

Questo Olive comprese sembra (non mi sono documentata se lo sia veramente!) il seguito di 4 sberle benedette ed è altrettanto divertente.

Bisogna arrivare a pagina 100 su 400 per districarsi con i personaggi, ma piano piano ti appassioni.

Ritrovi il Maresciallo Maccadó, che dopo essersi stanziato definitivamente in questo paesino in riva al lago, continua con la moglie a mettere al mondo figli, fino ad arrivare alla cifra stabilita di sei. In disparte, quasi assente, il Prevosto ma presentissimo il Podestà con la moglie mezza matta. Esilarante la storia di Risto e del suo bambino di un paio di chili; e di Filzina col fratello Cucco; e preoccupante, ma con lieto fine, quella del disertore, figlio del direttore delle Regie poste.

Mi piace stare in quel paese in riva al lago per l’atmosfera che si respira, fatta di cose semplici; fraintesi; doppi sensi; misticismo; indagini a lieto fine.

Vitali è una garanzia, un porto sicuro di tranquillità, una finestra sul periodo più tragico della nostra storia eppure vissuto da persone normali e forse ignare di quello che sta succedendo sopra di loro. Insomma, Vitali andrebbe letto ad intervalli regolari, che poi è quello che sto facendo, tanto per non perdere l’abitudine. Vitali val bene una messa del prevosto… o forse due, tre, dieci!

X y z

Nonostante in quindici giorni abbia girato la Giordania; nonostante non avessi un attimo di tempo; nonostante la stanchezza mi chiudesse gli occhi la sera sono riuscita a leggere tre libri, il che mi sembra un’ottima cosa!
Dei primi due già sapete, il terzo l’ho preso perché già per me Andrea Vitali è una garanzia e, nel dubbio, mi piace immergermi nel ventennio fascista e scoprire qualche mistero che poi magari mistero non è.
Il libro in questione è Quattro sberle benedette e siamo alla fine degli anni 20.
Solito freddo nord; solito bordo lago e al solito abbiamo: il prevosto, i carabinieri, la perpetua ed un mistero misterioso da risolvere.
Il morbillo, un casino, delle lettere anonime, un trasferimento in sospeso, un bimbo che nasce, una salma da riesumare, celebrazioni del ventennio da rispettare, festa dei morti da onorare tutto condito da una prosa spassosa e colorita.
Insomma, Vitali mi diverte e mi piace scoprire che le lettere anonime le scrive “x” perché vuole che si sappia di “y” dal momento che è uno scandalo che si vada a “z”… Chiaro no?!

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