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Fatto e finito 

Tanto per cominciare vi devo dire due cose:
1) mi sta dicendo un gran bene con i libri in questo periodo: ho una serie positiva da fare invidia;

2) il Premio Campiello è un gran bel premio.

Ho appena finito, infatti, L’ultimo arrivato di Marco Balzano.

Che dire?! Premio meritatissimo.

Parla di una storia di emigrazione giovanile, ma più che giovanile, da neonati perché uno che si trasferisce dalla Sicilia a Milano all’età di 9 anni, non è un giovane è un bambino.

E il bambino in questione, Ninetto pelleossa, ti fa tenerezza dalle prime righe.

Studioso, innamorato del suo maestro, è costretto ad emigrare a causa del colpo (immagino sia stato un ictus o un’emorragia cerebrale) che prende alla mamma e che lo costringe e lavorare nei campi con il padre. Padre, più o meno padrone, che lo affida ad un compaesano e lo manda a lavorare al nord ribadisco, all’età di 9 anni.

Scopro, però, nella nota che l’autore inserisce alla fine del libro, che era abbastanza in uso questa pratica, assolutamente impensabile ai giorni nostri dove a 9 anni ci manca poco che non diano ancora la tetta ai bambini, ma questa è un’altra storia.

Andiamo avanti.

Insomma, Ninetto arriva a Milano e qui lavora (dall’addetto alle consegne, poi muratore fino ad approdare, e rimanere, 30 anni all’Alfa Romeo); nel frattempo, a 15 anni, conosce Maddalena e la sposa e con lei rimane tutta una vita.

La storia è raccontata in prima persona da Ninetto con passaggi tra passato e presente e nel presente troviamo Ninetto in carcere e poi nel difficile tentativo di reinserirsi nella vita di tutti i giorni. Si scopre solo alla fine il motivo che l’ha portato in carcere e un po’ te lo aspetti perché te lo fa capire da subito che tipo di soggetto è Ninetto.

Comunque, bello, ben scritto, bello.

Bella la storia, bella la struttura, bello tutto.

Se ti affidi a Ninetto sembra tutto facile, ti scordi in un minuto che stai leggendo di un bimbo di 9 anni per la durezza, la forza, la caparbietà. Forse lui fa un po’ il percorso inverso: diventa bambino da adulto. Cerca coccole e attenzioni quando la gente comincia a non averne più bisogno e così, il solitario Ninetto, comincia a parlare con gli sconosciuti, ad aver voglia dell’affetto di una famiglia e di una figlia e di una nipote.

Ninetto ti conquista piano piano, ti affascina, ti impaurisce, ti stupisce; Ninetto va letto perché con il suo modo semplice di raccontarti la sua vita ti cattura.

Bravi lui e bravi voi a leggerlo!

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Liquore sì, premio no! 

Ma con quale criterio vengono assegnati i premi letterari?! In particolare quelli Strega?No, perché io mi faccio sempre fregare.

Nella mia ingenuità penso che un libro che riceve un premio abbia qualcosa da dirmi, una scrittura particolare, che ne so?!

E invece, puntualmente rimango fregata!

È successo così con Caos calmo (l’ho maledetto!); Canale Mussolini (che sta sul comodino da quando è uscito!) e ora con La ferocia.

Ora io scrivo questa cosa così me la ricorderò l’anno prossimo e il mio scopo è: non comprare più libri che vincono il premio Strega. 

Ecco.

Una storia banale, scritta male, senza capo nè coda. L’ho odiato e finito!

Una ragazza che cammina contromano su una strada statale, tutta sporca di sangue, che viene investita da uno che nell’incidente perde una gamba. Si scopre che la ragazza è figlia di una famiglia ricca e scompigliata di Bari. 

Si aprono certi altarini che era meglio tenerli chiusi: una madre depressa; una figlia piccola scema; un fratello genio ma puttaniere; un altro fratello che pare scemo ma che è più genio di tutti e che poi tanto fratello manco è; un padre traditore, intrallazzino, palazzinaro.

Di tutto un po’ ma una storia così banale, così già sentita, così poco interessante, così scritta in modo didattico e artefatto che davvero, ragazzi, non vale la pena.

Ma sulla base di che questo ha vinto un premio?! Perché gliel’hanno dato??? 

I misteri dell’editoria! 

Non li voglio scoprire, io mi voglio solo ricordare che l’anno prossimo NON devo comprare il vincitore del premio Strega. 

Lo ripeterò tipo mantra fino all’anno prossimo! 

Dai un bacio a Giacomo

Io stavo leggendo un altro libro.
Poi domenica sono entrata in libreria e non ho resistito: ho dovuto comprare quello di Giorgio Fontana.
E questo non perché ha vinto il premio Campiello (perchè, sinceramente, tutti i libri che ho letto vincitori di premi mi hanno deluso: mi sembrano, soprattutto quelli letterari, più un riconoscimento alla carriera che un omaggio all’opera) ma perché ho pensato che per aver vinto il premio uno scrittore così giovane, il libro (Morte di un uomo felice)  dovesse essere davvero bello e lui davvero bravo.
E, signori e signore, così è: il libro è davvero bello e lui davvero bravo.
Leggi e capisci perché tu scrivi un blog e lui, nato nell’81, scrive un libro e ci vince pure un premio.
Lui è scrittore, tu no. Ed è giusto così.
Il libro è ambientato nel suo anno di nascita, con una dovizia di particolari nel descriverne il clima, che pensi l’abbia lui stesso vissuto.
La storia è quella di un magistrato qualunque, brava persona, che indaga su uno (ma potrei dire 10, 100, 1000) omicidi commessi dalle BR in uno dei periodi più bui della nostra Repubblica.
E fin qui niente di nuovo: io non ne ho letti, ma immagino ce ne saranno migliaia di libri sull’argomento.
Quello che affascina è il modo di scrivere; sono i pochi ma definiti personaggi; è il mondo di questo orfano di partigiano, di questo magistrato che crede nella giustizia e nelle persone e che, addirittura, vorrebbe conoscere le ragioni alla base di tanta rabbia, di tanta violenza (ti lascia senza fiato lo scambio di accuse con il brigatista); che sa mandare in galera un terrorista ma non può aiutare suo figlio Daniele, vessato dai coetanei.
E, parallela alla sua, si racconta la storia del padre (Ernesto) ucciso dai fascisti: e pure lì non respiri quando muore perché il suo unico pensiero è lasciare un biglietto con su scritto “dai un bacio a Giacomo”.
E vi chiederete: Giacomo chi è?! Ma Giacomo è il nostro protagonista, che custodisce gelosamente quel foglietto e ne fa il suo baluardo per la giustizia.
Insomma brividi e applausi. Tanti.
PS: lo scrittore spiega che il
libro è legato (“dittico ideale” dice lui) a Per legge superiore e, manco ve lo devo dire, sto andando in libreria.