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Furore

Vi dovete fare questo regalo: dovete andare a vedere Furore con Popolizio al Teatro India. Avete tempo fino al 1’ dicembre se siete di Roma, invito gli altri a vederlo appena sarà a casa loro.

È una performance straordinaria.

Lui è bravissimo. Lui attualmente è il teatro.

Rilegge brani di Furore di Steinbeck e lo fa in un modo travolgente, sconvolgente, accompagnato da batteria e percussioni varie.

È uno spettacolo straordinario.

Raramente ho visto a teatro qualcosa di più emozionante.

C’è tutto: l’angoscia della emigrazione, della fame, della disperazione; c’è la rabbia di un popolo che deve lasciare casa sua; il furore della rabbia, della paura.

Popolizio è di una bravura disarmante: cambia il tono della voce, i movimenti del corpo in funzione del racconto.

E la musica che accompagna è, come vi posso dire, perfetta?!

“Come faremo a vivere senza le nostre vite?”: é la sintesi del dramma che ha vissuto questo popolo, che vivono tutti i popoli costretti a lasciare la propria vita per cercare di viverne un’altra, per loro e per i propri figli.

Pensiamoci quando trattiamo male qualcuno che a casa sua non sta, quando chiudiamo la porta, quando chiudiamo i porti.

PENSIAMOCI, che loro già stanno facendo la fatica di vivere una vita che non è la loro.

Fatevi un regalo: andate a vedere questo spettacolo.

Fatto e finito 

Tanto per cominciare vi devo dire due cose:
1) mi sta dicendo un gran bene con i libri in questo periodo: ho una serie positiva da fare invidia;

2) il Premio Campiello è un gran bel premio.

Ho appena finito, infatti, L’ultimo arrivato di Marco Balzano.

Che dire?! Premio meritatissimo.

Parla di una storia di emigrazione giovanile, ma più che giovanile, da neonati perché uno che si trasferisce dalla Sicilia a Milano all’età di 9 anni, non è un giovane è un bambino.

E il bambino in questione, Ninetto pelleossa, ti fa tenerezza dalle prime righe.

Studioso, innamorato del suo maestro, è costretto ad emigrare a causa del colpo (immagino sia stato un ictus o un’emorragia cerebrale) che prende alla mamma e che lo costringe e lavorare nei campi con il padre. Padre, più o meno padrone, che lo affida ad un compaesano e lo manda a lavorare al nord ribadisco, all’età di 9 anni.

Scopro, però, nella nota che l’autore inserisce alla fine del libro, che era abbastanza in uso questa pratica, assolutamente impensabile ai giorni nostri dove a 9 anni ci manca poco che non diano ancora la tetta ai bambini, ma questa è un’altra storia.

Andiamo avanti.

Insomma, Ninetto arriva a Milano e qui lavora (dall’addetto alle consegne, poi muratore fino ad approdare, e rimanere, 30 anni all’Alfa Romeo); nel frattempo, a 15 anni, conosce Maddalena e la sposa e con lei rimane tutta una vita.

La storia è raccontata in prima persona da Ninetto con passaggi tra passato e presente e nel presente troviamo Ninetto in carcere e poi nel difficile tentativo di reinserirsi nella vita di tutti i giorni. Si scopre solo alla fine il motivo che l’ha portato in carcere e un po’ te lo aspetti perché te lo fa capire da subito che tipo di soggetto è Ninetto.

Comunque, bello, ben scritto, bello.

Bella la storia, bella la struttura, bello tutto.

Se ti affidi a Ninetto sembra tutto facile, ti scordi in un minuto che stai leggendo di un bimbo di 9 anni per la durezza, la forza, la caparbietà. Forse lui fa un po’ il percorso inverso: diventa bambino da adulto. Cerca coccole e attenzioni quando la gente comincia a non averne più bisogno e così, il solitario Ninetto, comincia a parlare con gli sconosciuti, ad aver voglia dell’affetto di una famiglia e di una figlia e di una nipote.

Ninetto ti conquista piano piano, ti affascina, ti impaurisce, ti stupisce; Ninetto va letto perché con il suo modo semplice di raccontarti la sua vita ti cattura.

Bravi lui e bravi voi a leggerlo!