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Una donna normale

Sapete qual é la cosa che mi piace di più del mio nuovo incarico a lavoro, a parte il non dover frequentare più i Tribunali?!

È il fatto che viaggiando molto ho la possibilità di leggere di giorno e questo per me é un privilegio. In aereo che fai? Leggo! Vi sembrerò stupida ma io ne sono felice.

Detto questo, mi sono letta d’un fiato Una donna normale di Roberto Costantini che ha iniziato questo nuovo progetto seriale il che mi rende particolarmente contenta.

La donna normale é Aba, ossia la dott.ssa Abate, noiosa impiegata ministeriale per tutti; per altri (pochi) é invece una spia di nome Ice, che lotta contro il terrorismo.

Come al solito Costantini costruisce impalcature grandiose dove, oltre all’intrigo, c’è una storia personale sottesa, un punto di non ritorno, un momento 0 che ha trasformato i protagonisti. In questo caso se ne conosce la data ma non ancora l’evento.

Aba è una donna, mamma, moglie (un po’ come la Meloni) che si barcamena tra la sua vita normale e la avventurosa e pericolosa vita da spia, di nome Ice. E così mentre Aba organizza per pranzi e cene, gestisce due adolescenti, spinge il marito a realizzare il suo sogno; Aba, prende Falcon del Governo, fa su e giù con la Libia, si divide tra spie e funzionari di Governo.

Ben costruito, ben scritto, si legge che é un piacere e quando finisce pensi: e ora?! A quando il prossimo?!

Mentre io aspetto voi leggetene tutti.

Salvali tutti Jeeg

Ma quanto abbiamo bisogno di favole.

Ma quanto abbiamo bisogno di fumetti, di eroi, di supereroi?!

Direi tanto a giudicare dalla quantità di film sull’argomento che stanno uscendo.

E pure noi in Italia, pure noi a Roma ci siamo cimentati nel genere e, devo dire, con successo.

Mi è piaciuto assai Lo chiamavano Jeeg Robot, ma assai proprio.

Ammetto che la prima volta che ho visto il trailer la cosa che mi spingeva a dire “andrò” era la presenza di Santamaria, poi mi sono convinta sul film.

Zozzo, tanto zozzo ma non nel senso di porno quanto proprio di sporco. Sporca l’ambientazione, sporchi i personaggi, la prima scena finisce con un bagno nel Tevere e la voglia di farsi la doccia è immediata!

Lui è un piccolo delinquente che vive nella spazzatura praticamente e con lui anche quelli, al pari delinquenti ma più organizzati, con un capo tanto violento quanto ridicolo.

Uno dei tanti, quindi, se non fosse che si trova ad avere una forza straordinaria a seguito di un episodio che non vi sto qui a dire…sennò vi rovino la sorpresa.

Aiuta il padre di una mezza matta in un colpo e la sua vita, proprio grazie a questa mezza matta/principessa, cambia.

Il bene e il male. In realtà c’è più male: Roma sotto attacco terroristico; i criminali in balia di criminali più grossi; Roma contro Napoli; buoni contro cattivi.

Ma che passione doveva avere questo regista (Gabriele Mainetti) per i cartoon, ma quanto deve averci pensato prima di realizzarlo, ma quanto sono stati coraggiosi ad andargli dietro.

Sono bravi. Tutti. È bravo Santamaria, appesantito ma sempre notevole con un’espressione che passa dall’incredulo all’orgoglioso; è bravissima Alessia, la nostra principessa, perfetta per la parte: dolce, svampita, intensa; fa davvero ridere Lo zingaro, soprattutto per i suoi gusti musicali.

Splatter, schifoso (in alcune scene: si menano, tagliano dita, spaccano teste che la mano davanti agli occhi è necessaria), violento, tarantinesco ma anche dolce e romantico (la mia scena preferita, manco a dirlo, è quella del tram!).

Ben fatto il film, riuscita la trama, bravi i protagonisti. Un gioiellino. Assolutamente da vedere, consigliatissimo!

PS: per una volta che trovo il mio nome (Nunzia) in una pellicola cinematografica l’hanno affibbiato ad una camorrista senza scrupoli. Quale giustizia c’è a questo mondo?

Loser

Dopo aver passato quasi tutta l’estate a leggere libri gialli, con due o tre distrazioni romanzesche, ho pensato che fosse necessario cambiare genere.

Così mi hanno consigliato Liminov di Carrère e l’ho preso.

Come al solito non avevo idea di cosa fosse perché, in tutta sincerità, se avessi saputo mai lo avrei approcciato.

Liminov è una biografia, e io odio le biografie, di un esponente non proprio pulito della politica russa.

Tanto per cominciare, lo scrittore francese, che racconta tutto in prima persona, si esprime come se raccontasse una cosa “per sentito dire” e non proprio per aver chiesto all’interessato e già questa cosa mi ha lasciato perplessa.

Ora, ripeto, non mi piacciono le biografie quindi non ne leggo e non ho idea di come vadano scritte ma, sinceramente, non immaginavo questo.

Liminov si vanta tanto (e ne vanta soprattutto l’autore) di questa fantastica vita avventurosa.

Nasce povero, vuol emergere; diventa criminale poi poeta, poi sarto; si introduce al sesso, si innamora; lascia l’URSS e va a New York, pensando di non poter mai più far rientro in patria; qui vita da poveraccio, dissoluta; prova ad essere gay e scrive il fantastico libro ” Il poeta russo preferisce i grandi negri” (io boh!), poi diventa maggiordomo, poi scrittore; poi si innamora di nuovo; cade il muro; torna in Russia, combatte; fa parte dell’opposizione al governo di Eltsin con un gruppo di scalcinati; viene arrestato con accusa di terrorismo, ma non è vero; sconta 4 anni e lo liberano.

Fine della vita avventurosa.

Per carità, magari di cose ne ha fatte, di avventure ne ha passate ma non quelle che avrebbe voluto fare o dire lui.

Si presenta, o meglio lo presenta Carrère, fin dalle prime pagine come una specie di eroe, uno che ha intenzione di spaccare il mondo e poi? Un loser, ecco cos’è: un perdente. Ne esce fuori uno che parla parla ma alla fine non conclude niente, lui stesso della sua vita dice che é stata “una vita di merda”.

Fai lo scrittore e basta, mi verrebbe da dirgli che mi pare che per il resto non hai neanche troppo le idee chiare.

Mi ha urtato dal primo momento che è comparso nel libro, cioè da subito.

La cosa fantastica è che, secondo me, pure lo scrittore che ne scrive, non lo apprezza più di tanto. Ed è questo che mi ha lasciata perplessa.

Come minimo dovresti stimarlo uno per scriverne la biografia, o no?

Comunque, interessante il libro soprattutto per il quadro che dà della storia russa anche se pure qui: mi sembra tutto lisciato, tutto superficiale.

E poi Carrère si parla addosso, ci sono capitoli e capitoli sulla vita privata sua e della di lui madre che sinceramente “ma chi te l’ha chieste?”, “ma che c’entrano ai fini della storia?”.

Non capisco, ancora mi interrogo.

Intanto, il mio esercizio intellettuale pure per quest’anno l’ho fatto. Forse non sarò abbastanza all’altezza, per quanto mi riguarda è già tanto che l’ho finito.

E se io fossi Carrère ora mi dilungherei a raccontarvi i miei studi, le mie letture, quante volte vado al bagno, cosa mangio, cosa bevo ma grazie a Dio non lo sono quindi vi saluto e vado oltre.

Dai un bacio a Giacomo

Io stavo leggendo un altro libro.
Poi domenica sono entrata in libreria e non ho resistito: ho dovuto comprare quello di Giorgio Fontana.
E questo non perché ha vinto il premio Campiello (perchè, sinceramente, tutti i libri che ho letto vincitori di premi mi hanno deluso: mi sembrano, soprattutto quelli letterari, più un riconoscimento alla carriera che un omaggio all’opera) ma perché ho pensato che per aver vinto il premio uno scrittore così giovane, il libro (Morte di un uomo felice)  dovesse essere davvero bello e lui davvero bravo.
E, signori e signore, così è: il libro è davvero bello e lui davvero bravo.
Leggi e capisci perché tu scrivi un blog e lui, nato nell’81, scrive un libro e ci vince pure un premio.
Lui è scrittore, tu no. Ed è giusto così.
Il libro è ambientato nel suo anno di nascita, con una dovizia di particolari nel descriverne il clima, che pensi l’abbia lui stesso vissuto.
La storia è quella di un magistrato qualunque, brava persona, che indaga su uno (ma potrei dire 10, 100, 1000) omicidi commessi dalle BR in uno dei periodi più bui della nostra Repubblica.
E fin qui niente di nuovo: io non ne ho letti, ma immagino ce ne saranno migliaia di libri sull’argomento.
Quello che affascina è il modo di scrivere; sono i pochi ma definiti personaggi; è il mondo di questo orfano di partigiano, di questo magistrato che crede nella giustizia e nelle persone e che, addirittura, vorrebbe conoscere le ragioni alla base di tanta rabbia, di tanta violenza (ti lascia senza fiato lo scambio di accuse con il brigatista); che sa mandare in galera un terrorista ma non può aiutare suo figlio Daniele, vessato dai coetanei.
E, parallela alla sua, si racconta la storia del padre (Ernesto) ucciso dai fascisti: e pure lì non respiri quando muore perché il suo unico pensiero è lasciare un biglietto con su scritto “dai un bacio a Giacomo”.
E vi chiederete: Giacomo chi è?! Ma Giacomo è il nostro protagonista, che custodisce gelosamente quel foglietto e ne fa il suo baluardo per la giustizia.
Insomma brividi e applausi. Tanti.
PS: lo scrittore spiega che il
libro è legato (“dittico ideale” dice lui) a Per legge superiore e, manco ve lo devo dire, sto andando in libreria.