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La clausola della moralità 

No perché va bene tutto ma anche alla leeeeeennnnnnntttttttteeeeeezzzzzzaaaaaaaa c’è un cavolo di limite.Io non vi posso dire che Carol sia un brutto film.

Parliamo di una storia lesbo ante litteram, cioè in un periodo storico in cui magari non ti aspetti tanta libertà. 

Siamo a New York, negli anni 50; Carol, una donna mediamente matura, si innamora di lei che manco mi ricordo come si chiama tanto mi è rimasta impressa; lei è molto più giovane, fa la commessa, classe sociale più bassa di quella di Carol e così né carne né pesce: non sa né di me ne di te.

Comunque si conoscono, si innamorano da qui il disastro perché Carol è sposata ed ha una bambina.

Niente è brutto nel film.

Cate è la fine del mondo: bella, bellissima, elegante; perfetta nelle sue mise anni ’50. Vi dico nulla da eccepire. Brava, bravissima.

La giovane personalmente mi urtava, ma non posso dire che non fosse bella o magari anche brava.

Belle le case; la macchina (dove si svolge mezzo film); i vestiti; la neve. 

Una bellissima cartolina ma il film è di una lentezza imbarazzante! 

Troppo, troppo, troppo.

Un fastidio esagerato.

Come se stessero girando proprio un film degli anni ’50. Forse è proprio questo il segreto: ho visto un film degli anni ’50. Allora, in questo caso, il regista è stato bravissimo.

Peccato però che il 2016; forse si poteva fare qualcosa di più.

2 ultime cose:

1) hanno fumato un tale quantitativo di sigarette nel film che adesso non c’è permesso neanche pensarle;

2) la scena più bella è indubbiamente quella finale, ma non perché finisce il film, proprio perché trionfa l’amore ed io sono inguaribile romantica, si sa. E poi lei è così tremendamente bella che farebbe diventare lesbica chiunque. 

A meno che non abbiate taaaaaantooooo tempo da perdere io starei a casa fossi in voi! 

Semplicemente noi

L’altro giorno parlavo con una  mia amica la cui figlia ha quasi superato l’adolescenza ma non si piace.

Strano.

Poi stavo a cena con delle amiche e l’argomento ricorrente, mentre mangiavamo, era la dieta che avrebbero cominciato il giorno dopo.

Strano.

Poi mi guardo allo specchio e non mi piaccio

Strano.

Poi ho cominciato a riflettere: ma quale donna si piace? Ma quale donna si accetta per quello che è, almeno fisicamente?! Nessuna.

Strano.

Io sono convinta che anche se parlassi con Gisele o Irina, il top delle top per me, si troverebbero il difetto che nessuno viene.

E allora io sottoscrivo l’hashtag del mio negozio di fiducia, o bottega, come lo chiama la proprietaria, che si è inventata la formula #semplicementenoi, che dovrebbe essere proprio uno stile di vita secondo me.

Ragazze, è inutile: se uno nasce tondo non può morire quadrato; se sei nata con i fianchi pronunciati non puoi far finta di non averli; se sei secca un chiodo, senza forme, non te le puoi inventare; se sei nanetta, inutile tentate di stiracchiarti.

E’ molto semplice, ci si deve accettare per quello che si è: possibilmente evitando i leggins se si hanno le gambotte o la mini girof se non si hanno più 20 anni; oppure scegliendo un maglione che copra la pancia invece di mostrare l’ombelico.

Insomma, basta prendere delle piccole accortezze che ti permettono di fare pace con te stessa ed entrare nel favoloso mondo del #semplicementenoi.

Poi, certo, va da sé che se hai la fortuna di abitare dietro la botteguccia di Cosa mi metto, viene più facile (anche se le genie fanno spedizioni in ogni dove).

Per esempio: ieri, giornata un po’ così. Mi sentivo un po’ moscetta con saudade a livelli esponenziali; allora ho pensato “bè, magari, puoi andare a dare un’occhiata ai saldi di Cosa mi metto!” e infatti, lì trovi conforto…trovi Francesca, o Maddalena, o Veronica che si mettono lì e pazientemente realizzano il tuo desiderio: tirando fuori proprio quel maglioncino, esattamente quel paio di jeans; giusto appunto quel paio di scarpe che zac, improvvisamente, per 10/15/20 minuti, un’ora ti fanno sentire semplicemente in pace con te stessa nonostante i  difetti, che ognuno ha, perché la perfezione, grazie a Dio, non esiste: RASSEGNAMOCI, RASSEGNATEVI!

Non pretendo di convincervi, non pretendo di non farvi venire quel momento di sconforto che tanto arriva ma vi do la possibilità di riflettere sul “semplicemente” normale che si nasconde in ognuna di noi e contro il quale è inutile combattere; usatelo, piuttosto, come punto di forza.

Pensateci.

Io, intanto, ieri dopo la seduta “a bottega”, sono tornata a casa senza saudade, più serena per essere entrata in quel paio di pantaloni o in quella maglietta e se quel vestito proprio non entra è quella data marca che fa i vestiti strani non è mica colpa dei miei difetti perché quelli sono normali sono semplicemente parte di  noi!

 

W il posto fisso 

Apro il 2016 cinematografico con una recensione che forse da me non vi aspettereste: e fate male perché a me Zalone fa ridere! Ammetto: sono stata a vedere l’ultimo film di Zalone come il 50% degli italiani andati al cinema nell’ultima settimana.

Quo vado?

Che film ho visto? Un film comico.

Un film che, per un’ora e mezza, non ti fa pensare a niente. Ti fa solo ridere.

Evviva Dio! 

È vero pure che mezz’ora dopo averlo visto non ti ricordi neanche di averlo fatto perché non ti lascia niente, almeno per me è andata così.

Io non ci vedo niente delle polemiche che sono venute fuori in questi giorni: è talmente infarcito di luoghi comuni che sarebbe un oltraggio all’intelligenza degli spettatori vederla così.

Per me è quello che sembra: un film comico.

E l’intento di Zalone era solo quello di far ridere. Punto. Nient’altro.

Il posto fisso, il lavoro, l’Italia, il nord Europa, le coppie di fatto, le famiglie multietniche, etc etc. sono solo un mezzo per buttare in mezzo battute intelligentemente demenziali.

Entri, ridi, esci.

Bello. Leggerezza. 

Zalone ha questo pregio: fa ridere. E, secondo me, lo sa fare anche con intelligenza.

Poi può piacere o meno e infatti non tutti sono disposti a pagare il prezzo del biglietto. Giusto, ci sta.

Se volete staccare la spina, però, fate questo acquisto: non ve ne pentirete. 

Io, intanto, sono contenta di aver iniziato il mio anno cinematografico così: ridendo!!! 

Prometto che dal prossimo week end tornerò al pallosissimo cinema impegnato che la mia reputazione richiede 😉.

2015—>2016

Sono giorni che provo a scrivere qualcosa su questo 2015.Impossibile, non ce la faccio. 

Troppe cose, troppa roba, troppo da dire.

E allora sto zitta e mi auguro che l’anno nuovo sia pieno di vita come questo che sta andando.

Pieno di cose: belle, soprattutto, ma serve tutto così come mi sono servite tutte quelle del 2015 per capire, crescere, apprezzare.

E così, di questo anno che va via, terrò: le amicizie e gli amori; le gioie e i dolori; le scarpe e i vestiti; i libri letti; i film visti; gli abbracci dati e quelli ricevuti; le litigate, le delusioni; le risate; gli sguardi di complicità; le nuove passioni; le vecchie fedi; i pianti fatti e quelli che avrei dovuto fare ma non ho fatto; le cose scritte e quelle dette; tutto perché tutto valeva la pena di essere vissuto.

Che l’anno nuovo sia per voi, cari lettori, Felice e che questa felicità possiate condividerla con chi amate. 

Lo auguro a Voi, come a me, perché la felicità è l’unica cosa che conta ed è vera solo se condivisa.

Happy New Year! 

Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 15.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 6 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Ficaggine 

Ieri sera ho visto un film.Dal minuto numero tre fino alla fine del film pensi solo: “ma quanto è bello Vincent Cassel?”.

Il film si intitola Mon Roi. 

Che vi posso dire? 

Mi ha messo un po’ il nervoso.

Intanto la scelta degli attori: perchè ok che il tipo fico non deve stare necessariamente con la tipa fica, però manco con la sciattona. 

Lui affascinante fino alla nausea (con la barba e senza, coi capelli lunghi e corti, insomma sempre!); lei slavata, biondina insulsa, senza trucco, con i capelli senza senso e vabbè. 

Che poi uno dice “de gustibus” ma si potevano impegnare un minimo di più nella scelta di lei.

Comunque andiamo avanti. 

Lei, ovviamente, nota lui in discoteca e si approccia e la cosa incredibile è che lui ci sta. Anche se si capisce subito che lui è uno che starebbe pure con un sampietrino.

Comunque cominciano a frequentarsi. 

Lui mezzo matto da subito; lei mezza scema da prima. 

Si frequentano; si amano; si sposano (una delle scene più belle è quella del matrimonio);hanno un figlio.

Lui, appena lei rimane incinta, comincia a distrarsi e lei ne passa di tutti i colori. Roba che ad un certo punto ti verrebbe da urlarle “ma basta, mandalo a quel paese!”.

Ovviamente, tutte le volte che lei cerca di allontanarsi lui la ricerca altrimenti come sarebbe lui il suo re degli stronzi?!

Il tutto ci viene raccontato da lei, rinchiusa in una clinica di riabilitazione, dopo aver avuto un incidente sugli sci… Perché le sciagure non vengono mai da sole.

Il film è tutta una serie di flashback fino ad arrivare al presente: quando lei esce dalla clinica e va dai professori a sentire come va il figlio, il povero Sindad (messo in croce pure con questo nome come se non gli bastassero i genitori); lì arriva anche lui e capisci che, nonostante tutto quello che lei ha passato, la storia non finisce.

Il film è un’analisi sulle relazioni di coppia “malate”. Ne sentiamo parlare tutti giorni, molti ne hanno vissuta una, ma vederla riprodotta su uno schermo ti dà il nervoso perché pensi ad un certo punto: “si vabbè ma mo basta, lascialo”.

Il 90% delle donne che conosco, me compresa, ci cascherebbe con un tipo come Cassel ma ad un certo punto una deve dire basta!

E invece no: un’ora, due ore, tre ore (non so più perché a un certo punto ho perso il conto) di stronzaggine di quest’uomo nei confronti della passiva donna.

Il film è lento. 

Bellissimi gli interni: le case, belle tutte quelle presenti; mentre quasi assente Parigi.

La protagonista è un po’ sopra le righe nella recitazione, non mi è piaciuta; lui non lo so tanto perché ero distratta dalla sua fisicità.

Tantissime chiacchiere, comunque, forse un po’ troppe e poi mi sembra che sia tutto raccontato con una certa superficialità.

Facciamo così, donne (perché per gli uomini è inutile andare) se volete rifarvi gli occhi andate tranquille; diversamente state a casa che mi sono sacrificata già io. 

Scoppia la coppia

Già è difficile che uno decida di andare da un analista.

Già è quasi impossibile che decida di andarci una coppia.

Figuriamoci quanto possa essere verosimile che decida di andarci una coppia di amanti.

Dai, la commedia dell’assurdo!

Ma partiamo dall’inizio.

Ho letto Terapia di coppia per amanti, l’ultimo libro di De Silva.

Mi fa sempre ridere lui e lo ha fatto anche con questo libro che racconta la storia di due persone, Modesto e Viviana, che vivono una simpatica relazione extraconiugale. Entrambi sposati, entrambi con un figlio, si conoscono e diventano amanti. E fino a qui niente di strano.

Anzi, la prima parte del libro scorre benissimo: piacevole, divertente, veloce.

Ogni capitolo regala il punto di vista di uno dei due protagonisti.

Ve lo dico: i capitoli più divertenti sono quelli di Modesto, che fa troppo ridere, musicista, tranquillone, se la vive e non si arrovella il cervello come la bella Viviana. Non c’è niente da fare: le donne (e lo dico da donna) sono PESANTI!!!

E bravissimo è De Silva, da uomo, a descrivere perfettamente la noia delle disamine femminili, anche se a mano a mano il punto di vista di lei si rimpicciolisce a favore di quello di lui e la lettrice (ossia me medesima) ringrazia!

Per chi ha avuto un rapporto di questo tipo ci sono due o tre pugnalate al cuore che fanno la differenza: lei che chiama nel cuore della notte sul telefonino acceso di lui e che rischia di far scoppiare un cataclisma; lui che riflette su quanto questo tipo di relazione potrebbe durare una vita; il marito di lei che capisce ma tace e così via dicendo.

Tutto procede per il meglio fino a che lei non decide di andare da un terapista.

Ora: è vero che il libro si intitola così ma mai pensavo che si scadesse nel surreale con questa storia.

A metà libro la storia poteva finire e invece no, i due vanno dal luminare dei terapisti a parlare della loro relazione e così gli analizzati diventano analisti; gli analisti vengono analizzati.

Il Guru arriva a più di metà del libro e gli si dà anche poca enfasi, per fortuna. Anche perché, diciamocelo, fa anche una figura piuttosto tapina. E De Silva introduce il terzo punto di vista della storia, proprio quello del Dott. Malvolta, sul quale vince sempre Modesto, non c’è che dire.

Come finisce?!

Bè, un po’ come tutte le storie di amanti. E che vuol dire?! Che io non vi dico niente perché tutto sommato la lettura è piacevole, rilassante, divertente a tratti comica e vale anche la pena fare l’acquisto.

Eviterei, però, di regalare il libro ad una delle due parti di una coppia “clandestina”, non si sa mai che esiti potrebbe avere, che poi va a sapere chi è una delle due parti di una coppia clandestina se è clandestina… fatevi i fatti vostri, sentite a me, regalatelo ad un single!

 

 

Torta di noi

Silenzio in sala, titoli testa, nome del regista “Zanasi” e quello accanto a me che dice “e chi è questo?!”.

Ed effettivamente neanche io lo conoscevo ma dopo averne visto il film, La felicità è un sistema complesso, penso rientrerà nella rosa dei miei registi preferiti.

Ma che film ha fatto?! BEL-LIS-SI-MO!

Non è che mi è piaciuto, di più… molto di più!

Mastandrea, in stato di grazia, è uno che conquista per poi fregare Amministratori di Società inconcludenti, disfattisti, fondamentalmente “Figli di papà” per affidare tutto nelle mani di un’altra Società gestita da un padre despota ed un figlio drogato.

Brutto lavoro ma fatto con estrema professionalità.

Scusate la colta citazione ma mi ha ricordato il lavoro di Richard Gere in Pretty woman e lì arriva la Roberts per fargli cambiare stile di vita e lavoro.

Qui non arriva la Roberts ma diciamo un trio: FIlippo e Camilla, due ragazzi sventurati che perdono i ricchissimi genitori in un incidente stradale; e la ex fidanzata del fratello, israeliana, mezza matta, che dorme sul pavimento e mangia noccioline.

Il trio in questione smuoverà quello che già si muove da 5 anni nel protagonista, ossia l’insoddisfazione per quello che sta facendo e che lo porterà a cambiare vita.

Ora la storia va bene, ci siamo: carina, non banale, ben costruita ma quello che fa la differenza del film sono, secondo me, tre elementi: gli attori, la regia e la musica.

Gli attori. Ho già detto che Mastandrea è in stato di grazia: bravo bravo. Simpatico, ironico, drammatico, divertente. Tutto quello che gli si richiede per la storia. Davvero grande prova. Come bravi sono il solito Battiston, che adoro; i due ragazzi, provati dal dolore ma nella parte; la ex del fratello, mezza depressa, ma fondamentale per la storia.

La regia. Io ora non è che me ne intendo, non è che posso farvi un trattato di cinematografia sulla regia perché non lo saprei fare ma quello che posso dirvi è che se le inquadrature, alcuni passaggi (tipo l’inquadratura che gira come l’automobile in fondo al lago) hanno colpito me che non ci capisco una mazza, e che in genere non faccio caso a queste cose perché seguo più che altro la storia, penso che la regia di questo film sia un pezzo forte: finalmente qualcosa di innovativo all’orizzonte.

E poi la musica: perfetta, costante, originale, azzeccata. La musica è davvero quell’elemento in più che ti fa apprezzare il film. Nessuno nella sala si è alzato ai titoli di coda perché tutti aspettavano di leggere i brani utilizzati nel film. Se avesse preso internet in sala, sarei stata attaccata a Shazam tutto il tempo. Standig ovation per la scelta.

Detto questo due annotazioni:

  • Trento, protagonista indiscussa di film italiani nelle sale. Qui è stato girato “Loro chi?” e qui è stato girato questo film. A questo punto vale la pensa di visitarla, ritengo.
  • E’ il terzo film italiano che vedo di seguito e l’unico non sovvenzionato perché evidentemente non ritenuto di “interesse nazionale” dal Ministero. Bene, vorrei conoscere chi dà queste sovvenzioni per spiegargli quanto non ci capisce una mazza di cinema.

Ora, domani è festa, non prendete impegni ed andate a vedere questo piccolo capolavoro.

Buona visione.

Lingua indigena

Prima di raccontarvi del libro, vi racconto una storia di campanilismo campano.

Martedì 1° dicembre (perché la data è importante!) ero a Napoli; prima di partire entro da Feltrinelli, tappezzata dai Cuccioli di De Giovanni, e chiedo l’ultimo libro di Manzini. Il signore alle informazioni mi guarda e mi fa: ”Antonio chi?” e io: “Antonio Manzini, dovrebbe essere uscito l’ultimo libro Sull’orlo del Precipizio” e lui: “no, non è uscito!” e io “come non è uscito?” e lui “in realtà doveva uscire il 26 novembre ma non è uscito!”; non ho fatto una piega e sono uscita perché mi veniva troppo da ridere.

Il libro è uscito sicuramente il 26 novembre ma a Napoli arriverà con qualche giorno di ritardo perché Manzini è romano e di fronte a De Giovanni o De Silva non ce n’è.

Comunque, io il libro l’ho poi comprato, o meglio me lo hanno regalato, a Roma e l’ho letto e finito in un paio di ore perché è troppo divertente ma del resto come tutto quello che scrive Manzini.

Uno scrittore di successo finisce, finalmente, il suo capolavoro. Piace a tutti. La casa editrice deve pubblicarlo. Si gode una settimana di vacanza, torna e nulla è più come prima.

La casa editrice è diventata un colosso dell’editoria; chi c’era prima non c’è più e il nuovo che avanza è quanto meno fuori di testa.

A casa del nostro Giorgio Volpe arrivano due loschi figuri che gli stravolgono il romanzo, “moccizzandolo” diciamo. Giorgio cerca di trovare una soluzione ma non è facile. Ci riuscirà o dovrà piegarsi ai nuovi eventi?

E se ve lo dico vi tolgo il gusto della lettura, quindi taccio; vi dico, però, che il libro è inquietante ma divertente. Tanto divertente.

Vi consiglio di prenderlo perché, laddove non riempie di angoscia, è davvero esilarante.

La narrativa che diventa “comunicazione in lingua indigena”; i canoni di scrittura; il numero di fellatio per rendere un libro interessante; la “ristrutturazione”, diciamo così, di Guerra e Pace di Toltoj, che diventa solo pace;  e de I promessi sposi di Manzoni , che al posto dei bravi hanno due coatti.

Ho promesso di non dire la fine perché già ho detto troppo ma quando leggo queste cose capisco perché io rimarrò legata solo a questo blog senza potermi mai permettere una storia più articolata. Non che mi dispiaccia ma quando leggo queste storie non posso non pensare: ma come cavolo gli vengono ‘ste idee a questi?! Io non ce l’ho questa fantasia!

Bello, bravo, divertente, giusto il romano Manzini: e qua scatta il campanilismo romano! E Daje!.

STripAdvisor

No vabbè, ma veramente bisogna sentire e leggere qualsiasi cosa se si aprono i giornali.

L’ultima che ho letto è che i ristoratori/albergatori offrono denaro per far cancellare le recensioni su Tripadvisor, ma veramente?! Ma questa cosa è fuori dalla grazia di Dio, per chi ci crede!

Allora, premetto che su tripadvisor ci sono dal 2010 quando ce lo filavamo in pochi e che scrivo recensioni vere.

Tanto vere che quando un mio parente prossimo, molto prossimo, mi ha chiamato per chiedermi di modificare la recensione che avevo fatto al ristorante di un suo amico, ho disconosciuto il rapporto di parentela e mantenuto la recensione perché poi brutta non era e dava solo un consiglio di aerazione.

Quindi non mi venite a dire “da che pulpito!”.

Io penso sia assurdo perché parto da un’assoluta buona fede e poi perché ritengo che proprio perché nessuno ti paga ma chi te lo fa fare a scrivere?!

Capisco che il rischio di venire denigrati c’è ma basterebbe sfruttare le recensioni, anche quelle negative, a proprio favore, invece di cercare di cancellarle.

A me è capitato che mi abbiano scritto i gestori per:

  • ringraziarmi, per la recensione positiva; oppure ringraziarmi per quelle in cui davo consigli che poi, vedi albergo in Amman, hanno prontamente seguito;
  • risentirsi, per la recensione negativa, cosa che non mi ha smosso di una virgola perché se la rimostranza era sul preconto al quale non è seguito il conto, la recensione te la tieni e se potessi ti manderei pure la Finanza.

Mai uno che mi abbia voluto offrire un centesimo per cambiare la recensione, non che lo avrei accettato, ma io i soldi proprio non sono destinati a farli al di fuori del mio dignitoso lavoro!

Tra l’altro l’sms (vedi foto in evidenza) che è arrivato al tipo per chiedergli di cancellare la recensione negativa dietro ricompensa di ben 150€ è così grammaticalmente scorretto che prima di preoccuparsi della recensione negativa dovrebbe preoccuparsi del suo livello di istruzione elementare, manco media.

Ovviamente io ci credo: leggo le recensioni su Tripadvisor, faccio una media tra quelle negative e positive e mai ho sbagliato. D’altro canto continuerò a scrivere le mie dicendo la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità e a chi mente che peste lo colga.