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La bastarda di Istanbul

Allora, scusate, è da stamattina che voglio raccontarvi dello spettacolo teatrale che ho visto ieri sera ma non ne ho avuto il tempo,

Devo dire che questa settimana non ho avuto un attimo per fare nulla perché da una parte si lavora e dall’altra si esce. Tutte le sere.

Comunque, ripartiamo dall’inizio: ieri sera sono stata a vedere La bastarda di Istanbul.

Questa volta sono andata alla prima, con tante aspettative, perché ho pensato che se mi fosse piaciuto avreste potuto vederlo anche a voi.

Ecco: io ho visto spettacolo, era la prima, a me lo spettacolo non è piaciuto e potrete evitare di andarlo a vedere.

Una cosa buona l’ho fatta comunque.

Allora, forse le aspettative erano troppe: forse proprio questo è stato il problema.

È uno dei miei libri preferiti, l’ho trovato sempre un libro perfetto, abbastanza impegnativo, ma perfetto.

Mi aspettavo, non dico tanta perfezione, ma almeno una situazione all’altezza e invece no.

Tra l’altro tra le interpreti c’è anche una delle mie attrici preferite, che tutti conosciamo per Ozpetec, e che è Serra Yilmaz.

Forse lei l’unica cosa interessante dello spettacolo, per il resto più o meno da dimenticare.

Le attrici, quasi tutte, sembravano quelle della parrocchietta in particolare potrei esagerare su un paio di loro, ma preferisco non sparare sulla Croce Rossa.

La messa in scena in realtà è una lettura, neanche troppo divertente, del libro.

Una noia mortale, una lunghezza infinita che ha portato, la mia compagna di teatro, a schiacciare qualche pisolino.

Io non l’ho fatto solo perché quando vedo queste cose mi si muove dentro una rabbia, un fastidio, un voglia di andarmene, che mi fa scalpitare tipo tarantolata sulla sedia.

La cosa più inquietante è che, finito lo spettacolo, è partito un applauso lunghissimo. Io, nella mia immensa cattiveria, ho pensato che, essendo la prima, ci fosse anche la maestra delle elementari delle attrici sul palco perché diversamente non me lo spiego. L’alternativa è che io non capisca proprio niente di teatro e volendo anche questa può essere un’interpretazione.

Quindi, fate sentitevi liberi di decidere, io vi ho avvertito, se andate fatemi sapere.

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Appunti di viaggio

Qualche settimana fa un mio amico napoletano mi ha scritto: ” Sono appena uscito da teatro, ho visto uno spettacolo bellissimo, se arriva a Roma devi assolutamente andare”.

L’altra settimana, girando in vespa, ho visto un autobus con su la pubblicità proprio di questo spettacolo (dovete sapere che una delle mie fonti per conoscere tutto quello che fanno a Roma è proprio guardare le pubblicità affisse sui bus… a volte l’Atac può tornare utile, non sempre va denigrata!). 

Lo spettacolo in questione era (ed è) Appunti di viaggio di e con Lina Sastri.

Avverto la mia nuova compagna di teatro e si va.

Ora, prima di tutto, devo dire a Neri Marcorè, che qualora gli saltasse nuovamente in mente di mettere in scena uno spettacolo con parola e canto, gli consiglio (al di là di rinunciare che non è cosa sua)  di studiare a memoria lo spettacolo della Sastri: perché è esattamente così che si mette in scena un mix di musica e parole.

Lina Sastri ripercorre la sua vita e la sua carriera, da sola sul palco, a piedi nudi, in un vestito rosso che la rende meravigliosa. Dalla nascita (bimba non troppo voluta di una famiglia povera) ai primi passi sul palcoscenico, all’incontro con i grandi De Filippo e Totò; di vari personaggi, come Filomena Marturano e fantastici artisti, come Pino Daniele. Il tutto intervallato da splendide canzoni napoletane con l’accompagnamento di percussioni, chitarra, violino, contrabbasso, fiati. 

Emozionante.

Lei è bravissima, affascinante, bella: lei è Napoli.

Le canzoni strappano applausi dall’attacco e anche lacrime, per chi come me è molto sensibile.

Il teatro stracolmo di superfan: tra tutti segnalo il Signore dietro di noi che si è spellato le mani per applaudire, consumato la voce a dire “Brava” e che, a fine spettacolo, ha fatto un gesto bellissimo: si è alzato e le ha portato un’unica rosa rossa, bellissima, con un gambo alto quanto lei.

Ecco, questa è stata la giusta chiusura di uno spettacolo che va assolutamente visto.

PS. alla signora che ha pensato bene di portare una bambina non ancora in grado di parlare allo spettacolo ho bisogno di dire, come ha fatto un’altra signora del pubblico: “E così no, però eh, nun se po’!”. Amen.

 

Quello che non ho

Allora, se c’è una cosa che mi fa incazzare è la… aspettate, però, andiamo con ordine!
Dunque, in questo mese di gennaio (che sembrava non finire mai) ho ricominciato ad andare a teatro.

Nell’ordine ho visto: “Ragazzi di vita” con Lino Guanciale, bellissimo ma di cui non vi ho parlato perché sono andata all’ultima replica a Roma; “Cous cous Klan” altrettanto bello, più impegnativo, ma di cui non vi ho parlato perché non mi andava di scrivere; Favino, in un monologo molto impegnativo ma in cui lui è bravissimo; e, per chiudere il mese, mi sono sparata, il 30, le Russian Stars nello “Schiaccianoci” (e per quanto io non ci capisca niente di balletto vi posso dire che erano abbastanza delle zappe) ed il 31 Neri Marcoré in “Quello che non ho” ed è proprio di quest’ultimo che vi voglio parlare.

Il fastidio, la rabbia, la delusione, l’imbarazzo per lui che mette in scena una tale accozzaglia di banalità.

Ma anche qui voglio andare con ordine.

Ricorre il diciannovesimo anniversario della morte di De Andrè e Marcoré ha pensato bene di mettere in scena uno spettacolo in cui canta le sue canzoni intervallandole con degli intermezzi parlati, che non so definire, su qualsiasi qualsiasi qualsiasi cosa.
Per lo più trattasi di banalità, di retorica, di demagogia allo stato puro.
E, quindi, torniamo all’inizio: se c’è una cosa che mi fa incazzare è la demagogia!

Allora, qualunque cosa vi venga in mente lui l’ha nominata. Qualunque cosa vi venga in mente che faccia parte di una campagna elettorale della parrocchietta. Qualunque cosa che sia già stata detta dall’età della pietra ad oggi.

La fiera dei luoghi comuni: i bambini muoiono di fame ma, grazie al progresso, la mortalità infantile è diminuita del 99%, lo stesso progresso che poi li uccide provocando loro tumori; nel mondo ci sono triliardi di telefonini, che aiutano nelle comunicazioni, ma ammazzano i signori che in Congo estraggono non so quale minerale per farli funzionare; e poi pensate, nel mondo c’è: la povertà, l’inquinamento, la prostituzione, l’odio per gli immigrati, i rom.

Pensate che scoop ieri sera in un’ora e 15 di spettacolo ci ha fornito Marcorè.

In mezzo, qui e lì, canzoni di De Andrè scelte peraltro a caso perché davvero di nessuna attinenza con i pippozzi che ci lesinatva l’attore. Poi: attore?! Anche la parte recitata era recitata per davvero, cioè impostata che penso manco uno ai primi corsi di recitazione.

Ora io mi chiedo: quanti ne ha rovinati, e quanti ancora ne può rovinare, Grillo?! Solo che quello, più di 30 anni fa, ha avuto l’originalità di inventare questo tipo di spettacoli in cui lanciava invettive su tutto senza poter dare (GIUSTAMENTE) alcuna soluzione (cosa che, tra l’altro, continua a fare con il suo Movimento).

La domanda che mi sono posta per tutto lo spettacolo è stata: “ma che mi vuoi significare Marcorè?!”; ma la scoperta dell’acqua calda che stiamo facendo stasera con questo spettacolo, dove dovrebbe portarci?! Mi spiace che gli hanno chiuso le liste perché  forse ambiva ad una candidatura.

Imbarazzante tutto; odiosa qualsiasi cosa; fastidioso in ogni sua parte.

Ad un certo punto mi era venuta voglia di alzare il dito e dire: “Scusi Marcorè, ma si ascolta mentre parla?! Ma si rende conto del becero populismo che sta mettendo in scena?!”. Ecco, dal momento che non si poteva perché non era un dibattito le domande gliele faccio ora.

Risparmiatevi i soldi dello spettacolo perché basta aprire qualsiasi sito di qualsiasi giornale per leggere le stesse cose, magari con l’approfondimento che meritano e non tanto per guadagnarci sopra.

Vergogna!

 

A ruota libera

E’ successo questo.

Nella trance teatrale che ha acchiappato me e la mia amica, quando siamo andate all’Ambra Jovinelli a vedere Mastandrea abbiamo comprato anche i biglietti per la Morante e per Haber, Rubini, Veronesi e Papaleo racchiusi in un unico spettacolo. Era il 6 gennaio e i biglietti acquistati erano per spettacoli, rispettivamente, del 1° marzo e del 5 aprile.

Ora io sono moderatamente, sfegatatamente , tifosa della Roma e capita che, per quella che era la Coppa Italia, il 1° marzo si giocava un derby. Vabbè, hai i biglietti, vai a teatro. Disfatta, la Roma ha perso. Controllo la data del ritorno del derby ed inizialmente pare dovesse essere proprio il 5 aprile, data di altro biglietto per altro spettacolo. Dico alla mia amica: “Scusa tanto ma non posso abbandonare la Roma per due volte di seguito. A teatro vai tu, io vedo la partita”. Passa il mese e scopro, a due giorni dalla partita, che la stessa si sarebbe giocata il 4 e non il 5 aprile. Salvi tutti: il 4 la Roma, il 5 a teatro!

Ora sulla Roma stendo un pietoso velo, sappiamo tutti com’è andata e non voglio aggiungere altro se non ” MAI ‘NA GIOIA”!

Sullo spettacolo, però, posso dirvi un sacco di cose.

Intanto ammetto il mio assoluto scetticismo perché non amo tanto gli spettacoli corali e poi per la presenza di Giovanni Veronesi che, devo ammettere, non mi è mai stato simpaticissimo. Invece, appena arrivata in sala ho cominciato a ricredermi. Perché? Ma perché i musicisti erano in platea e accompagnavano, suonando, gli spettatori al proprio posto. Già mi è sembrata questa una genialata. Sempre in mezzo al pubblico presente Papaleo che, con la sua faccetta simpatica, dispensava battute e selfie.

Inizia lui, salendo sul palco e comincia a cantare e raccontare aneddoti e presenta Veronesi il quale, per me, è stata la vera scoperta della serata: simpatico, divertente, abile nel gestire la serata perché è lui una specie di presentatore degli altri tre. Racconta anche aneddoti divertenti su De Niro, De Laurentis e Cecchi Gori che strappano applausi e risate.

Di Papaleo in parte vi ho detto. E’ simpatico e la simpatia parte già dalla sua fisicità. ha una faccia che già di suo fa ridere ma poi è bravo, divertente, acuto. Simpatico.

Haber è “il grande vecchio” della serata, quello che si finge (o è) malandato e che sta al gioco degli altri, di Giovanni e Rocco soprattutto. Bravo, bravissimo nelle parti recitate e da brividi in quelle cantate: Margherita (accompagnato con la chitarra da Papaleo) e La valigia dell’attore (diretto per gli attacchi sempre da Rocco) sono i momenti più emozionanti dello spettacolo. Anche se poi vi devo dire che Veronesi più volte ripete che lo spettacolo varia di sera in sera, io mi auguro, per chi non lo abbia ancora visto, di intercettare questi due pezzi perché sono davvero da brividi.

Rubini è il furetto della situazione. Con un’aria un po’ assente e trasognata, sembra quello capitato lì per caso che, però, ti spara due o tre momenti da standing ovation. Il rap in barese sui soprannomi che si danno alle persone nei paesi è da morire dal ridere, oltre a farti capire la bravura del personaggio.

Il tutto è condito e accompagnato da un’orchestrina chiamata “Il ripostiglio” che orchestrina non è perché i musicisti altro che -ini, spaccano proprio.

Mi è piaciuto tutto: bravo Giovanni, al quale chiedo scusa per lo scetticismo. A lui anche il plauso dei ringraziamenti perché alla fidanzata (Solarino), presente in scena, dice alla fine “grazie, perché so che non mi meriti!”; carina la scena con un palco sul palco; perfetta la durata né troppo né troppo poco; fica la commistione tra teatro e cinema con uno schermo che viene calato dall’alto.

Insomma, bello e bravi tutti.

Rischiavo di perderlo e pensa quanto avrei rosicato con la Roma in quelle condizioni.

Bene: il teatro è vivo, viva il teatro!

 

La locandiera

Fatto nr. 1: il 6 gennaio vado all’Ambra Jovinelli a vedere Mastandrea e compro biglietti per il 1° marzo.

Fatto nr. 2: dopo un mese scopro che il 1° marzo ci sarà il derby Lazio-Roma e che io, a seguito del fatto 1, non potrò vederlo.

Fatto nr. 3: la Roma perde il derby e lo spettacolo che ho visto è anche decisamente trascurabile, per non dire “brutto”.

Poi dice che una non lancia improperi.

Lo spettacolo comunque è: La locandiera con Laura Morante.

E devo dire che il titolo e la Morante sono le cose più belle  che già, volendo, non è poco.

La trama piuttosto banale.

Momenti di puro imbarazzo con alcuni dialoghi improbabili.

Ripeto: lei bravissima, bella tanto è proprio brava, con un dialetto toscano, e nella parte della donnina scema che poi ti risolve la questione come non ti aspetti.

Sugli altri attori preferirei non dire, perché davvero non ci sono parole soprattutto per le due inutili (anche come parte) ragazze; e tra le due, la bionda peggio della castana; anche sul tipo che fa affari con i russi preferirei stendere un pietoso velo, direi pietosissimo sul finale; altre tre figure maschili non meglio identificate nè pervenute.

Che dire?! Se cominci ad andare a teatro due volte a settimana non puoi pretende che tutti gli spettacoli riescano con il buco e ci sta, però, vi dico: “lasciate perdere se potete”.

Comunque il teatro è vivo, evviva il teatro!

 

Non ti pago

Di nuovo teatro Argentina, di nuovo Edoardo De Filippo, di nuovo uno spettacolo bello.In questo periodo sto un po’ in fissa con Napoli: trovo bellissima la città; trovo divertenti i napoletani; trovo geniale il teatro di Edoardo.

La commedia Non ti pago rientrava tra le videocassette che io e mio fratello guardavamo da piccoli: avevamo queste videocassette degli spettacoli di Edoardo e Non ti pago era tra queste.

Non ne ricordavo bene la trama ma è esilarante direi: un tipo, proprietario di un banco lotto, pur giocandoci costantemente, non riesce a vincere una lira diversamente dal suo lavorante che, settimanalmente, ottiene una vincita; fino a che il papà del proprietario, va in sogno al solito vincitore dandogli numeri per una quaterna che gli consente di vincere bene quattro milioni. Apriti cielo! Il padrone del lotto non si rassegna dal momento che il padre, che ha dato i numeri in sogno, era il suo, nella casa che era la sua, ma nella quale è andato a vivere l’altro.

Vabbè, più facile a vederlo che a raccontarlo ma vi assicuro che fa morire dal ridere.

Ovviamente il tutto in napoletano con: attori bravissimi, scenografia favolosa e abiti perfetti.

Ci sono delle battute da lacrime tipo: la pretesa del proprietario di avere i soldi perché il padre s’è sbagliato in sogno dal momento che era sbadato pure da vivo; oppure questo padre che va in sogno a tutto il vicinato per dare spiegazioni perché non conosce il nuovo indirizzo del figlio; l’avv.to che sbrocca perché dovrebbe portare in tribunale testimoni morti.

Una battuta dietro l’altra, due ore di pure spasso.

Stare all’altezza di Edoardo non è facile ma la compagnia di Luca De Filippo ci riesce benissimo, sono tutti bravi.

Tra tutti spicca, senz’altro, il protagonista e la di lui moglie che interpreta perfettamente la madre di famiglia sempre fulcro delle commedie di Edoardo, con questi uomini un po’ fissati (e uno con il presepe e uno con il gioco del lotto) che fanno impicci e poi la matassa sempre la donna la deve sbrogliare.

Tra l’altro, per gli amanti de I Bastardi di Pizzofalcone, sapere chi è il protagonista qui?! L’attore che interpreta Pisanelli.

Qui l’allestimento non è stato straordinario come in Natale in Casa Cupiello, la commedia non è stata rivista ma è fedele all’originale ed assolutamente all’altezza dello stesso.

Insomma, bello. Consigliato. Da vedere.

Il teatro è vivo, viva il teatro.

Ps: ricordate che l’altra commedia di Edoardo era stata messa in scena da Antonio Latella e vi avevo consigliato di seguirlo?! Bene, sarà al Teatro India con Ma’. Ovviamente io vado. Seguitemi.

La casa di Bambola 

Che vi dicevo l’altra settimana? Che se uno va a vedere uno spettacolo con un dato attore, poi si aspetta di vedere o un suo monologo o uno spettacolo in cui il suddetto attore la faccia da protagonista.

E questo è quanto è successo nello spettacolo al teatro Argentina La casa di bambole con Filippo Timi.

Lui, protagonista assoluto, con una fantastica comprimaria che appunto è la Bambola.

Una premessa è d’obbligo: non ne so niente di storia del teatro. Quindi, non avevo idea di cosa volesse dire vedere questo spettacolo di Ibsen, da lui scritto ad Amalfi nel 1879 (ho studiato!).

So però di aver visto un bellissimo spettacolo.

Intanto il mio lato fashion è stato straappagato, ma tipo dal primo minuto: appena entra in scena lei con un vestito rosa cipria (colore peraltro attualissimo) che è la fine del mondo, ma lei ci regala anche due splenditi soprabiti, un completo giacca e gonna ed un colorato vestito da popolana; e i vestiti perfetti di lui, due uno più bello dell’altro (come lui del resto!); e della cameriera; e della bambina; e dell’amica Christine; e poi il vellutato l’arredamento che è fantastico. Insomma, a costumi e scenografia nulla nulla nulla da dire.

E che vogliamo dire qualcosa agli attori?

Ma proprio no, se non un: BRAVI, a parte la bambina (vestita e acconciata perfettamente ma che speriamo nella vita decida di appassionarsi ad altro!).

Sulla trama io non vi dico niente perché immagino sia nota a tutti e se non lo è documentatevi, che non è che vi posso stare a raccontare la storia del teatro che, tra l’altro, come detto: ignoro. (Vi ho aggiunto il link per aiutarvi, perché sono buona comunque!).

Per il resto: Timi, uno e trino, bravo che levati e bello che non si può guardare, con questi vestiti che gli cadono perfetti. Bello e bravo da marito, amante e amico. Esce da una porta che è tizio e rientra da Caio. È davvero esagerato e anche, in parte simpatico, cosa che, ascoltando le reazioni degli altri spettatori all’uscita del teatro, forse non doveva avvenire. Comunque lui bello e bravo, l’ho già detto?! Ve lo ridico: bello e bravo.

Così come lei, Marina Rocco che interpreta Nora, fantastica nella parte. Scema al punto giusto ma poi scema per niente. È la giusta protagonista.

Brava anche l’amica Christine e la tata con i suoi detti popolari.

Lo so, ho usato troppe volte gli aggettivi “bello” e “bravo” ma non mi viene in mente altro nelle varie declinazioni tra maschile e femminile.

Insomma, esci e dici: ecco cos’è il teatro quando è fatto bene, perché esci e sei pieno di colori, emozioni, parole.

2 annotazioni:

1) ma possibile, spettatori tutti, che non riuscite a stare più di un’ora senza guardare il cellulare? A parte gli squilli, che vabbè, ma assurdo vedere ad un certo punto ‘ste luci che illuminano la platea;

2) a teatro, si sa, si va in inverno e i malanni sono in agguato, allora ho una proposta: perché non distribuire caramelle per evitare quei fastidiosi colpi di tosse? Pensiamoci.

Detto ciò, vi ribadisco: il teatro è vivo, viva il teatro!