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Così è se vi pare

E’ un po’ che volevo dirvi la mia sull’amore.

Ci penso, ci ripenso, poi non scrivo.

E non scrivo perché ne penso troppe sull’amore ma c’è una cosa sulle altre che mi spinge a raccontarvi.

Io non credo ai vari “lo faccio per te”, “io non voglio tenere legato nessuno”(ma manco ti lascio andare), “ti lascio andare perché ti amo”… io penso che tutto questo sia una cazzata.

Una grossissima cazzata.

Io penso che l’amore sia fondamentalmente egoismo.

Sì, egoismo.

Sano egoismo ma pur sempre egoismo.

Se una persona la ami con lei vuoi stare “nella buona e nella cattiva sorte”; se una persona la ami non ti metti nella condizione di rischiare di perderla; se una persona la ami non la lasci andare via.

L’altruismo in amore esiste solo se sei un malato, fisico o mentale non importa, ed in quel caso dimostri amore allontanandoti; ma se sei una persona mediamente equilibrata e sana di mente questa storia non regge.

Se sei una persona mediamente equilibrata e sana di mente il tuo unico desiderio, quando sei innamorato, è stare accanto alla persona che ami. E quando dico “accanto” non intendo nella stessa casa o nello stesso letto ma nella stessa vita, che può avere mille sfumature di colori: tutte le varianti dei grigi e tutte le gradazioni del rosa.

Oh, detto questo, per piacere: SIATE CORAGGIOSI.

Se non amate più, nessuno vi potrà mai dir niente, l’amore finisce… può succedere, ma abbiate il coraggio di dirlo. Non tenete le persone appese perché questo sì, non è amore; questo sì è brutto egoismo; questo sì è trasformarsi in cacca di cane.

E’ necessario essere coraggiosi perché ci vuole sempre il rispetto delle persone che, per un tratto più o meno lungo, hanno accompagnato la vostra vita.

Ed avere rispetto vuol dire renderle libere da voi che più non le amate perché se non amate più, nessuno vi potrà mai dir niente, l’amore finisce…può succedere!

E allora, coraggio, parlate!

La clausola della moralità 

No perché va bene tutto ma anche alla leeeeeennnnnnntttttttteeeeeezzzzzzaaaaaaaa c’è un cavolo di limite.Io non vi posso dire che Carol sia un brutto film.

Parliamo di una storia lesbo ante litteram, cioè in un periodo storico in cui magari non ti aspetti tanta libertà. 

Siamo a New York, negli anni 50; Carol, una donna mediamente matura, si innamora di lei che manco mi ricordo come si chiama tanto mi è rimasta impressa; lei è molto più giovane, fa la commessa, classe sociale più bassa di quella di Carol e così né carne né pesce: non sa né di me ne di te.

Comunque si conoscono, si innamorano da qui il disastro perché Carol è sposata ed ha una bambina.

Niente è brutto nel film.

Cate è la fine del mondo: bella, bellissima, elegante; perfetta nelle sue mise anni ’50. Vi dico nulla da eccepire. Brava, bravissima.

La giovane personalmente mi urtava, ma non posso dire che non fosse bella o magari anche brava.

Belle le case; la macchina (dove si svolge mezzo film); i vestiti; la neve. 

Una bellissima cartolina ma il film è di una lentezza imbarazzante! 

Troppo, troppo, troppo.

Un fastidio esagerato.

Come se stessero girando proprio un film degli anni ’50. Forse è proprio questo il segreto: ho visto un film degli anni ’50. Allora, in questo caso, il regista è stato bravissimo.

Peccato però che il 2016; forse si poteva fare qualcosa di più.

2 ultime cose:

1) hanno fumato un tale quantitativo di sigarette nel film che adesso non c’è permesso neanche pensarle;

2) la scena più bella è indubbiamente quella finale, ma non perché finisce il film, proprio perché trionfa l’amore ed io sono inguaribile romantica, si sa. E poi lei è così tremendamente bella che farebbe diventare lesbica chiunque. 

A meno che non abbiate taaaaaantooooo tempo da perdere io starei a casa fossi in voi! 

Ficaggine 

Ieri sera ho visto un film.Dal minuto numero tre fino alla fine del film pensi solo: “ma quanto è bello Vincent Cassel?”.

Il film si intitola Mon Roi. 

Che vi posso dire? 

Mi ha messo un po’ il nervoso.

Intanto la scelta degli attori: perchè ok che il tipo fico non deve stare necessariamente con la tipa fica, però manco con la sciattona. 

Lui affascinante fino alla nausea (con la barba e senza, coi capelli lunghi e corti, insomma sempre!); lei slavata, biondina insulsa, senza trucco, con i capelli senza senso e vabbè. 

Che poi uno dice “de gustibus” ma si potevano impegnare un minimo di più nella scelta di lei.

Comunque andiamo avanti. 

Lei, ovviamente, nota lui in discoteca e si approccia e la cosa incredibile è che lui ci sta. Anche se si capisce subito che lui è uno che starebbe pure con un sampietrino.

Comunque cominciano a frequentarsi. 

Lui mezzo matto da subito; lei mezza scema da prima. 

Si frequentano; si amano; si sposano (una delle scene più belle è quella del matrimonio);hanno un figlio.

Lui, appena lei rimane incinta, comincia a distrarsi e lei ne passa di tutti i colori. Roba che ad un certo punto ti verrebbe da urlarle “ma basta, mandalo a quel paese!”.

Ovviamente, tutte le volte che lei cerca di allontanarsi lui la ricerca altrimenti come sarebbe lui il suo re degli stronzi?!

Il tutto ci viene raccontato da lei, rinchiusa in una clinica di riabilitazione, dopo aver avuto un incidente sugli sci… Perché le sciagure non vengono mai da sole.

Il film è tutta una serie di flashback fino ad arrivare al presente: quando lei esce dalla clinica e va dai professori a sentire come va il figlio, il povero Sindad (messo in croce pure con questo nome come se non gli bastassero i genitori); lì arriva anche lui e capisci che, nonostante tutto quello che lei ha passato, la storia non finisce.

Il film è un’analisi sulle relazioni di coppia “malate”. Ne sentiamo parlare tutti giorni, molti ne hanno vissuta una, ma vederla riprodotta su uno schermo ti dà il nervoso perché pensi ad un certo punto: “si vabbè ma mo basta, lascialo”.

Il 90% delle donne che conosco, me compresa, ci cascherebbe con un tipo come Cassel ma ad un certo punto una deve dire basta!

E invece no: un’ora, due ore, tre ore (non so più perché a un certo punto ho perso il conto) di stronzaggine di quest’uomo nei confronti della passiva donna.

Il film è lento. 

Bellissimi gli interni: le case, belle tutte quelle presenti; mentre quasi assente Parigi.

La protagonista è un po’ sopra le righe nella recitazione, non mi è piaciuta; lui non lo so tanto perché ero distratta dalla sua fisicità.

Tantissime chiacchiere, comunque, forse un po’ troppe e poi mi sembra che sia tutto raccontato con una certa superficialità.

Facciamo così, donne (perché per gli uomini è inutile andare) se volete rifarvi gli occhi andate tranquille; diversamente state a casa che mi sono sacrificata già io. 

Scoppia la coppia

Già è difficile che uno decida di andare da un analista.

Già è quasi impossibile che decida di andarci una coppia.

Figuriamoci quanto possa essere verosimile che decida di andarci una coppia di amanti.

Dai, la commedia dell’assurdo!

Ma partiamo dall’inizio.

Ho letto Terapia di coppia per amanti, l’ultimo libro di De Silva.

Mi fa sempre ridere lui e lo ha fatto anche con questo libro che racconta la storia di due persone, Modesto e Viviana, che vivono una simpatica relazione extraconiugale. Entrambi sposati, entrambi con un figlio, si conoscono e diventano amanti. E fino a qui niente di strano.

Anzi, la prima parte del libro scorre benissimo: piacevole, divertente, veloce.

Ogni capitolo regala il punto di vista di uno dei due protagonisti.

Ve lo dico: i capitoli più divertenti sono quelli di Modesto, che fa troppo ridere, musicista, tranquillone, se la vive e non si arrovella il cervello come la bella Viviana. Non c’è niente da fare: le donne (e lo dico da donna) sono PESANTI!!!

E bravissimo è De Silva, da uomo, a descrivere perfettamente la noia delle disamine femminili, anche se a mano a mano il punto di vista di lei si rimpicciolisce a favore di quello di lui e la lettrice (ossia me medesima) ringrazia!

Per chi ha avuto un rapporto di questo tipo ci sono due o tre pugnalate al cuore che fanno la differenza: lei che chiama nel cuore della notte sul telefonino acceso di lui e che rischia di far scoppiare un cataclisma; lui che riflette su quanto questo tipo di relazione potrebbe durare una vita; il marito di lei che capisce ma tace e così via dicendo.

Tutto procede per il meglio fino a che lei non decide di andare da un terapista.

Ora: è vero che il libro si intitola così ma mai pensavo che si scadesse nel surreale con questa storia.

A metà libro la storia poteva finire e invece no, i due vanno dal luminare dei terapisti a parlare della loro relazione e così gli analizzati diventano analisti; gli analisti vengono analizzati.

Il Guru arriva a più di metà del libro e gli si dà anche poca enfasi, per fortuna. Anche perché, diciamocelo, fa anche una figura piuttosto tapina. E De Silva introduce il terzo punto di vista della storia, proprio quello del Dott. Malvolta, sul quale vince sempre Modesto, non c’è che dire.

Come finisce?!

Bè, un po’ come tutte le storie di amanti. E che vuol dire?! Che io non vi dico niente perché tutto sommato la lettura è piacevole, rilassante, divertente a tratti comica e vale anche la pena fare l’acquisto.

Eviterei, però, di regalare il libro ad una delle due parti di una coppia “clandestina”, non si sa mai che esiti potrebbe avere, che poi va a sapere chi è una delle due parti di una coppia clandestina se è clandestina… fatevi i fatti vostri, sentite a me, regalatelo ad un single!

 

 

Lingua indigena

Prima di raccontarvi del libro, vi racconto una storia di campanilismo campano.

Martedì 1° dicembre (perché la data è importante!) ero a Napoli; prima di partire entro da Feltrinelli, tappezzata dai Cuccioli di De Giovanni, e chiedo l’ultimo libro di Manzini. Il signore alle informazioni mi guarda e mi fa: ”Antonio chi?” e io: “Antonio Manzini, dovrebbe essere uscito l’ultimo libro Sull’orlo del Precipizio” e lui: “no, non è uscito!” e io “come non è uscito?” e lui “in realtà doveva uscire il 26 novembre ma non è uscito!”; non ho fatto una piega e sono uscita perché mi veniva troppo da ridere.

Il libro è uscito sicuramente il 26 novembre ma a Napoli arriverà con qualche giorno di ritardo perché Manzini è romano e di fronte a De Giovanni o De Silva non ce n’è.

Comunque, io il libro l’ho poi comprato, o meglio me lo hanno regalato, a Roma e l’ho letto e finito in un paio di ore perché è troppo divertente ma del resto come tutto quello che scrive Manzini.

Uno scrittore di successo finisce, finalmente, il suo capolavoro. Piace a tutti. La casa editrice deve pubblicarlo. Si gode una settimana di vacanza, torna e nulla è più come prima.

La casa editrice è diventata un colosso dell’editoria; chi c’era prima non c’è più e il nuovo che avanza è quanto meno fuori di testa.

A casa del nostro Giorgio Volpe arrivano due loschi figuri che gli stravolgono il romanzo, “moccizzandolo” diciamo. Giorgio cerca di trovare una soluzione ma non è facile. Ci riuscirà o dovrà piegarsi ai nuovi eventi?

E se ve lo dico vi tolgo il gusto della lettura, quindi taccio; vi dico, però, che il libro è inquietante ma divertente. Tanto divertente.

Vi consiglio di prenderlo perché, laddove non riempie di angoscia, è davvero esilarante.

La narrativa che diventa “comunicazione in lingua indigena”; i canoni di scrittura; il numero di fellatio per rendere un libro interessante; la “ristrutturazione”, diciamo così, di Guerra e Pace di Toltoj, che diventa solo pace;  e de I promessi sposi di Manzoni , che al posto dei bravi hanno due coatti.

Ho promesso di non dire la fine perché già ho detto troppo ma quando leggo queste cose capisco perché io rimarrò legata solo a questo blog senza potermi mai permettere una storia più articolata. Non che mi dispiaccia ma quando leggo queste storie non posso non pensare: ma come cavolo gli vengono ‘ste idee a questi?! Io non ce l’ho questa fantasia!

Bello, bravo, divertente, giusto il romano Manzini: e qua scatta il campanilismo romano! E Daje!.

Cucciolandia

Io seguo una persona su twitter a cui mando le mie recensioni e lui è tanto caro da retwittarmi anche quando è in disaccordo con me!

Per esempio siamo in disaccordo ogni volta che io professo il mio amore per De Giovanni con i suoi libri sul Commissario Ricciardi e su I bastardi di Pizzofalcone perché lui ritiene trattasi di libri “seriali”, stile soap opera che fidelizzano il lettore, pur magari non avendo più molto da dire.

Io non sono assolutamente d’accordo e forse ho bisogno di essere fidelizzata.

Nonostante questo, però, reciprocamente ci stimiamo. Penso.

Vi racconto questo perché ho letto l’ultimo libro della serie I bastardi di pizzo Falcone, appunto, I cuccioli.

E io che vi devo dire? Lo adoro! L’ho appena finito e già vorrei immergermi di nuovo nella vita di questi bastardi.

Già mi mancano.

Mi piace troppo. La scrittura è travolgente, veloce, giusta.

Anche questa volta la storia un po’ tosta e soprattutto riguarda bambini e cuccioli in generale e i bastardi danno prova di essere,  oltre che bravi, anche dolci ed attenti.

Anche il nostro Serpico, Aragona, riesce a mostrare il suo lato umano.

Una bimba abbandonata, una mamma morta.

Chi è stato? Chi può essere così crudele da uccidere una mamma che ha appena partorito ed abbandonare una piccola  (che poi diventerà Giorgia perché i nomi sono importanti) appena nata?!

E ancora: chi può rapire e far sparire cuccioli randagi di cane e di gatto?! Chi?! E, soprattutto, perché?!

Ora quest’ultimo fatto lo scopre il bravo Serpico/Aragona; mentre la squadra, al solito compatta, arriva a scoprire l’assassino/a/i della mamma della piccola Giorgia.

Il tutto è poi condito: dal lento avvicinamento tra il Commissario e la Mammina del gruppo; dal diniego di Alex a fare outing con i genitori, nonostamte l’amore per la bella e bionda Dott.ssa della scientifica; da Lojacono, sempre più preso dalla Piras, ma in contrasto con la figlia e la bella locandiera; e dal povero Romano a cui tocca l’ingrato compito di trovare e poi seguire la piccola neonata malata suscitando anche le ire della moglie, finalmente!

C’è tanto altro, però, ecco perché io adoro De Giovani perché scrive una storia, facendoti sempre di più affezionare ai personaggi, ma poi ci mette tanto altro tipo le pagine sulla notte che è femmina e nella quale ognuno, soprattutto personaggi non menzionati prima nel libro, raccontano la loro.

Appassionatevi… tra l’altro, visto che siamo vicini al Natale, per chi non li ha letti ma sapete che bel dono riceverli tutti insieme sotto l’albero di Natale?! Solo solo 5. Pensateci, per qualcuno, non per me che già li ho letti tutti. Per me pensate ad altro, grazie!!!

Meglio zitti!

“Allora ci vediamo davanti al cinema alle 5 e mezza”.
Dovevamo essere in 3 e vedo la quarta e:
“Ah che bello, sei venuta pure tu ma non ti vedo convinta!”

“È che non mi piacciono i film italiani”

“E mo’ che è ‘sto pregiudizio?!”

Entriamo, inizia il film.

Dopo cinque minuti penso: “aveva ragione lei!”

Ma io ve lo dico subito subito: se voglio vedere uno spettacolo teatrale vado a teatro non al cinema.

Ecco perché a me questo film proprio non è piaciuto.

Di quale film parlo? Dobbiamo parlare, il nuovo film di Sergio Rubini.

Dopo 5 minuti già capisci che questi non escono di casa e già non mi va bene!

Non ce la faccio io: esiste il teatro per queste cose tanto, tantissimo, troppo parlate!

Due coppie che si vomitano addosso qualsiasi cosa: sopravviveranno in tre e starà a voi, se proprio volete andare, vedere chi se ne va.

Non mi è sembrato credibile NIENTE.

Le coppie decisamente male assortire: Fabrizio Bentivoglio, che io adoro, in versione Mario Brega, che proprio non si può sentire; la di lui moglie, che dice di aver 45 anni ma ne dimostra almeno 10 di più; Rubini, che vuole fare il quarantenne ma ne ha almeno venti di più; la di lui compagna, che dovrebbe fare la ragazzina, e si veste come mia nonna.

Lungo, noioso, a tratti imbarazzante.

Io mi sarei alzata a metà film, quando forse doveva finire perché hanno allungato il brodo in maniera interminabile!

La coppia sotto esame è quella di un chirurgo con la moglie che se ne dicono e fanno di tutti i colori.

Poi scoppia la litigata tra gli amici; poi la litigata dell’altra coppia… insomma parole parole, parole e urla urla urla.

Esci che ti fanno male le orecchie; ma è proprio meglio non entrare!

Due cose meritano: il gatto, bellissimo, e a me non piacciono i gatti (ho detto tutto!); e Roma, splendida vista dall’altro.

Ecco tutto.

Evitate.

What else? 

Niente, niente proprio.
Questa è la a risposta, la domanda la pone il libro di Simi che si intitola Cosa resta di noi?

Lo cominci, ti appassiona pure all’inizio perché prima accennano ad un omicidio, poi cambia la scena e abbiamo marito e moglie che cercano di avere un figlio. 

Il Lui della storia nasce bagnino e poi diventa gestore del stabilimento di famiglia; la Lei è una blogger che vuole fare la scrittrice; lei vive a Roma e lui a Viareggio. 

E fino qui.

Lui da solo fa lavori nello stabilimento e conosce Anna, che si invaghisce di lui, che ha un ex fidanzato e che ad un certo punto sparisce e, presumibilmente, muore.

Il libro è tutto in superficie: il rapporto tra marito e moglie che si vorrebbe fosse un grande amore (e magari pure lo è!) ma non viene fuori; la passione della scomparsa per il Lui della storia che, però, è sfumata, accennata; la rabbia dell’ex che è evidente ma poco relazionata.

Boh! 

L’impiccio c’è, pure forse il colpo di scena ma, a parte che devi aspettare più di tre quarti di libro, e poi?! Mah! 

Veramente non so come raccontarvelo il libro.

Si legge eh, poco per volta lo finisci pure ma non è che non vedi l’ora di tornare a casa per prenderlo in mano, non è che ti travolge. Almeno a me non è successo. 

Sicuramente denuncia certa televisione colpevolista, le trasmissioni inutili ed improntate sul niente, la sete di scoop che prima ti porta alle stelle e poi alle stalle ma il protagonista che pensa, che vuole, chi ama? 

Ancora non sono riuscita a capirlo.

Si lascia vivere e per lo più subisce le decisioni degli altri: di Anna, della moglie Guia, dell’ex di Anna. 

Un protagonista non protagonista! 

Infarcito di luoghi comuni su: i casi di cronaca; i famosi che si perdono per alcool e droga; le scrittrici/giornaliste che si appassionano dei presunti colpevoli; le coppie che si perdono se legate solo dalla voglia di un figlio.

Questo è.

Vabbè, io l’ho letto, voi penso possiate leggere di meglio. Siete esentati. 

Non lo Stato eh

Ci penso da qualche ora che vorrei scrivere questa recensione ma non mi viene facile.

Allora ho pensato che era meglio non scrivere niente.

Poi, però, ogni tanto mi tornano dei flash del film e allora scrivo.

E vi scrivo di Alaska.

Per me è molto semplice: c’è un film con Elio Germano al cinema e allora io vado a vederlo perché mi piace sempre lui, qualunque cosa faccia. Penso di aver saltato solo quello su Leopardi, per ovvie ragioni.

Comunque, sono stata a vedere Alaska e mentre lo vedevo pensavo che se lo dovessi sintetizzare in 5 parole direi:

1) sfiga, ma di quella nera. Questo film è il concentrato di tutto quello che non dovrebbe accadere nella vita di due persone. Le persone in questione sono appunto Elio Germano e la di lui compagna. Due ragazzi soli al mondo, senza arte né parte, che insieme rappresentano un concentrato di sfortuna che ne basterebbe la metà. E poi dici “va bé, la sfiga non esiste” e infatti non esiste ma é il frutto di una serie di scelte e di colpi di testa sbagliati che prima lui, poi insieme, poi lei fanno e che ne segna il corso della vita di loro due da soli e di loro due insieme. 

2) amore: grande, immenso, invincibile quello di questa coppia che, appunto perché costretta dal punto 1 a superarne di ogni, diventa sempre più forte e indissolubile con una specie di lieto fine finale che magari non ti aspetti, proprio perché dietro ogni cosa che capita ti aspetti il fulmine a ciel sereno che te li incenerisce;

3) bravura: gigantesca di lui… Ma anche di lei, che ho trovato bellissima, forse poco espressiva, ma bellissima;

4) sintesi: dono che non appartiene alla storia. Tantissime cose, troppe cose. Ad un certo punto pensi “ma da quant’é che sto chiusa dentro a ‘sto cinema?!”. Quando finisce il film sembra passato un mese;

5) rabbia: é il sentimento che, insieme all’amore, viene raccontato più degli altri in questa storia. La rabbia che rovina inizialmente la vita del protagonista; del suo compagno di cella; della sua compagna. La rabbia che, se non controllata, ti uccide e, soprattutto, ti fa uccidere qualcun altro. Ma chi?!

Vedere per sapere, perché per me il film va visto… Certo andate al bagno prima di entrare e non bevete altrimenti la vescica si farà sentire senza pietà durante la lunga visione. 

Ma che ne sanno?! 

Si parla sempre di universo maschile e universo femminile: gli uomini vengono da Marte e le donne vengono da Venere insomma, tutte quelle minchiate che io sinceramente non condivido!
Comunque, riflettevo su questo e su quanto ci sia una cosa, tra le altre, che proprio gli uomini non potranno mai capire delle donne ed è: il dolore dei piedi dopo aver portato per un’intera giornata le scarpe coi tacchi.

Non lo capiranno mai, perché non si può capire.

E’ una cosa che solo chi la prova la conosce.

La scena è sempre la stessa: un paio di scarpe abbandonate sullo scaffale di un negozio. Stanno lì, sole sole:; è l’ultimo paio, l’ultimo numero ed è il tuo: sono bellissime, con tacco magari, con punta o senza, proprio di quella sfumatura di colore che tu non hai. E allora: LE COMPRI!

Ora, considerato che sono state abbandonate per tanto tempo su quello scaffale, non puoi fare altro che riportarle a casa e non farle sentire sole. E, per non farle sentire sole, le devi rendere protagoniste della tua vita: SUBITO!

Quindi, se esci la sera le indossi all’istante; se non esci le indossi la mattina dopo, magari soprattutto se ti devi vestire la mattina e sai che avrai aperitivo o cena e devi fare tutta una tirata.

Ed è così che voi e loro vivete questa fantastica giornata insieme: sui tacchi, con la punta, magari senza calze (perché indossare i tacchi senza calze rimane il top per me).

Va tutto bene: la mattina passa tranquilla; a pranzo cominci ad accusare; alle 17 le vorresti togliere; alle 19 cominci a sudare freddo; alle 22 ti parte il mal di testa da perforamento che lo conosce solo chi lo prova.

E cominci a non pensare ad altro e cominci a concentrarti sul fatto che l’unica cosa che vuoi nella vita è liberarti da quell’incubo, é TOGLIERLE!

E invece, loro maschietti sono lì tranquilli che hanno passato tutta la giornata nelle loro morbide duilio o nei loro ciabattosi mocassini e poi la sera si presentano con le sneakers! Maledetti!

Vale lo stesso durante le cerimonie, quando il tacco è ancora più alto, il vestito ancora più scomodo e loro uomini, pinguini, stanno lì impomatati con la loro cravattina e le loro Church’s e non ce n’è… ma vuoi mettere?! Ma che ti può succedere?! Che ti stringano i lacci? Non c’è niente che sia paragonabile all’agonia del tacco.

Oppure la sera a ballare: per essere un minimo figa, ok il jeans ma almeno mettiamoci il tacco ed è così che al decimo pezzo in pista ti scendono le lacrime perché non ce la fai più e non sai se è meglio stare seduta per non alzarsi più o insistere a pigiare i piedi a terra per cercare di dimenticare il dolore. E quelli ti guardano e si dimemano, tanto che gliene frega a loro, che tipo di dolore ti può dare un anfibio, per dire?!

Certo, belle sono belle e l’uomo non avrà mai il piacere di indossarle (a meno che non abbia propensioni particolari ma quella è un’altra storia!) ma la morsa che ti stringe quando invece del piede ti cominciano a comprimere la testa solo chi lo prova lo può conoscere.

Dice “e allora non comprarle?!” e pure tu hai ragione: ma se mi guardano da quello scaffale, tutte sole, abbandonate, io non faccio un acquisto, faccio un’opera di bene! E mi tocca pure soffrire, non c’è giustizia a questo mondo!