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Salvali tutti Jeeg

Ma quanto abbiamo bisogno di favole.

Ma quanto abbiamo bisogno di fumetti, di eroi, di supereroi?!

Direi tanto a giudicare dalla quantità di film sull’argomento che stanno uscendo.

E pure noi in Italia, pure noi a Roma ci siamo cimentati nel genere e, devo dire, con successo.

Mi è piaciuto assai Lo chiamavano Jeeg Robot, ma assai proprio.

Ammetto che la prima volta che ho visto il trailer la cosa che mi spingeva a dire “andrò” era la presenza di Santamaria, poi mi sono convinta sul film.

Zozzo, tanto zozzo ma non nel senso di porno quanto proprio di sporco. Sporca l’ambientazione, sporchi i personaggi, la prima scena finisce con un bagno nel Tevere e la voglia di farsi la doccia è immediata!

Lui è un piccolo delinquente che vive nella spazzatura praticamente e con lui anche quelli, al pari delinquenti ma più organizzati, con un capo tanto violento quanto ridicolo.

Uno dei tanti, quindi, se non fosse che si trova ad avere una forza straordinaria a seguito di un episodio che non vi sto qui a dire…sennò vi rovino la sorpresa.

Aiuta il padre di una mezza matta in un colpo e la sua vita, proprio grazie a questa mezza matta/principessa, cambia.

Il bene e il male. In realtà c’è più male: Roma sotto attacco terroristico; i criminali in balia di criminali più grossi; Roma contro Napoli; buoni contro cattivi.

Ma che passione doveva avere questo regista (Gabriele Mainetti) per i cartoon, ma quanto deve averci pensato prima di realizzarlo, ma quanto sono stati coraggiosi ad andargli dietro.

Sono bravi. Tutti. È bravo Santamaria, appesantito ma sempre notevole con un’espressione che passa dall’incredulo all’orgoglioso; è bravissima Alessia, la nostra principessa, perfetta per la parte: dolce, svampita, intensa; fa davvero ridere Lo zingaro, soprattutto per i suoi gusti musicali.

Splatter, schifoso (in alcune scene: si menano, tagliano dita, spaccano teste che la mano davanti agli occhi è necessaria), violento, tarantinesco ma anche dolce e romantico (la mia scena preferita, manco a dirlo, è quella del tram!).

Ben fatto il film, riuscita la trama, bravi i protagonisti. Un gioiellino. Assolutamente da vedere, consigliatissimo!

PS: per una volta che trovo il mio nome (Nunzia) in una pellicola cinematografica l’hanno affibbiato ad una camorrista senza scrupoli. Quale giustizia c’è a questo mondo?

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A mali estremi, estremi rimedi

Leggendo molto, trovare qualcosa di originale non è facilissimo, per cui quando ti imbatti in una storia come questa quanto meno ne rimani impressionata.

Proposta di manicomio è un libro assolutamente surreale che potrebbe diventare drammaticamente realistico.

Due emittenti televisive combattono a colpi di scoop.

L’una, in difficoltà, rimpiange i bei tempi in cui lo share era al top nel periodo dell’omicidio di non si sa bene chi. E allora come far risalire la china all’emittente?! Ma immaginando un omicidio… inscenandolo da zero, il tutto grazie al geniale intuito dal giovane autore “schiavo” sotto l’occhio allibito del produttore e del direttore artistico di lungo corso.

Da qui si dipana il surreale: con l’emittente avversaria che cerca di scoprire l’inghippo salvo poi adeguarsi con una storia altrettanto splatter.

Come finisce?! Bè, uscire dal groviglio non era facile salvo poi farsi venire un’idea altrettanto geniale da battere la concorrenza di nuovo.

Sicuramente originale, sicuramente divertente, sicuramente ti viene da pensare: ma come ti è venuto in mente tutto ciò?!

Personalmente non seguo molto la tv ma immagino che dietro programmi spazzatura, più o meno di successo, ci sia esattamente quello che descrive l’autore.

E può darsi che la corsa allo share prima o poi porti qualcuno a fare gesti estremi.

E’ divertente l’ambientazione romana con espressioni in dialetto, con luoghi noti a chi vive nella capitale, con la descrizione di un mal costume diffuso.

Divertente e fastidiosa la figura del produttore televisivo; un po’ triste e alla fine sfigato il direttore artistico; di effetto l’ascesa del giovane autore che rompe le catene come Spartaco.

Insomma, il libro si legge piacevolmente, è una lettura spensierata che serve sempre.

Bene, sponsorizzo.

Mi corre però l’obbligo di fare una domanda all’autore: ma tra tutti nomi al mondo (leggi mio precedente post) come ti è venuto di usare proprio Nunzia?! Lusingata di trovarlo tra le pagine da un libro ma brutto, brutto assai!

Fir.to Nunzia detta Kiuky.

The end

Temo sia arrivato il momento di farmi un fidanzato dal momento che la sera non vedevo l’ora di andare a letto per farmi coccolare dalle pagine della Ferrante.

Ho divorato il libro (Storia della bambina perduta) fino alla metà salvo poi cominciare a rallentare per la tristezza di finirlo.

Che brava, che bello, che piacere leggere queste pagine.

La Ferrante (chiunque essa sia e, ve lo dico, non mi interessa) sa catturare, avvinghiare, in due parole, come vi ho già detto, sa scrivere!

Siamo scesi dall’aereo con Lenù e Nino e abbiamo cominciato con loro a vivere una bellissima storia d’amore fatta di viaggi, litigate, gelosie, successi, sconfitte, figli, mogli, amiche ingombranti, e tutto a questo torna nel racconto di Lenù, tutto torna all’amica ingombrante: Lila.

Lila che si riprende l’amicizia e la vita di Lenù, che torna a Napoli e soprattutto, nel rione.

Succede veramente di tutto in questo quarto ed ultimo libro: Lila si afferma nella sua professione con i computer, Lenù come scrittrice; aumentano i figli: Lenù mette al mondo Imma e Lila Nunzia detta Tina (dalla mia omonimia con la bambina posso dire: porella!); Nino si scopre essere per quello che è; i Solara fanno la loro degna fine; Lila con i figli è quanto meno sfortunata; Linù, di contro, decisamente fortunata o forse non si tratta di fortuna ma di quello che nella vita ha costruito, a differenza dell’amica condannata all’infelicità per il suo modo di essere.

E’ cattiva Lila?

Non so dirvi: per tutta la saga si gioca sull’ambiguità di questa figura che forse è solo un’indifesa, una che attacca per difendersi, che non ha avuto possibilità eppure cerca un riscatto dalla vita e dal rione; o forse no perché arriva ad un punto della sua vita in cui vorrebbe solo cancellare il suo nome, perché non vuole più bene a nessuno e nessuno vuole più bene a lei.

Quello che so è che quando ti accorgi che stai per finire il libro cominci a pensare che no, che non ti va, che era tempo che non leggevi qualcosa di così coinvolgente.

Quello che so è che sta per arrivare una fiction sul libro ma niente potrà dare voce e immagini migliori a quelle che la Ferrante stessa ha costruito con la sua abile e fantasiosa scrittura.

Quello che so è che va detto un “BRAVA!” grosso come una casa a lei e va fatto un invito a grandi e piccoli, uomini e donne a lasciarsi toccare, catturare, avvolgere da questa meraviglia.

Entusiasmo!

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