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L’uomo del labirinto

Dice: “ma come li scegli i film da andare a vedere al cinema?”

Beh, diciamo che per l’80% guidano l’attore e il regista, per il restante 20% il cinema dove viene proiettato il film.

Bene.

Allora se esce un film nel quale ci sono Toni Servillo e Dustin Hoffman e lo proiettano in uno dei tuoi cinema preferiti, che faccio io?! Come minimo mi fiondo! Infatti il film è uscito ieri ma giocava la Roma (e la vita é fatta di priorità!) quindi non potevo e sono andata oggi.

Bene.

Com’è il film? Sono passate un po’ di ore e vi posso dire che il film mi è piaciuto.

Ci si deve un po’ pensare; ti spiazza, soprattutto durante, ma la fine é talmente ben fatta che, dopo averci pensato un po’ e aver risistemato tutti i pezzi, vi ripeto che mi è piaciuto.

Servillo e Hoffman sono di una bravura esagerata, mostri della recitazione.

Ho trovato Servillo, con tutto che è sozzo e puzzolente di fumo (e la cosa mi fa veramente orrore, perché se c’è una cosa che non sopporto è la puzza di fumo soprattutto addosso alle persone!) terribilmente affascinante e pure vi assicuro che non lo è.

Hoffman è perfetto, non c’è un altro aggettivo che lo descriva meglio.

Il mio dubbio più grande era su Carrisi perché io soffro un po’ di “pregiuDITO” nei suoi confronti. Non mi piace molto come scrittore e tutto il resto è di conseguenza.

Invece, vi devo dire, che la trama regge; che tutto quello che sembra non collimare, dopo essere arrivati alla fine, collima; che quelli che sembra dei buchi nella trama sono dei pezzetti di un puzzle più grande. Non vi posso dire niente che come mi muovo spoilero… trattasi di giallo mi venite a prendere sotto casa!

Insomma, direi bravi.

Inquietante la scenografia, la fotografia, l’ambientazione indefinita, i personaggi che spaziano dai fumetti alle citazioni di film (tipo la protagonista mi ha fatto pensare senza dubbio alla Megan dell’Esorcista).

Alla restante parte del pubblico in sala, sicuramente uscito da Villa Arzilla, non é molto piaciuto il film, lo sentivo dai commenti post proiezione che ci hanno tenuto a far sapere sequestrandoci sulle scale dell’uscita.

Io, invece, vi consiglierei di vederlo prima di tutto per loro due e poi per Carrisi che, in barba al mio pregiuDITO, ha costruito un buon prodotto.

Vedetene tutti.

A mani nude

La prima cosa che mi viene da pensare quando inizio un libro di Paola Barbato è: ma che guaio ha passato ‘sta donna?!

Faccio un discorso un po’ banale e qualunquista ma, mentre mi sembra quasi normale leggere di morti ammazzati (male) da un uomo, mi fa strano pensare che tanta crudezza possa arrivare da una penna femminile.

Ben inteso, non che mi dispiaccia, sapete già quanto prediliga gli scrittori uomini alle donne, una sorta di femminismo al contrario il mio, fatto sta che Paola Barbato mi piace molto e mi lascia senza parole e con un’inquietudine addosso che non so spiegarvi.

Il libro è A Mani nude e racconta di una sorta di fight club da dove, però, pochi escono vivi.

Pazzesco, un libro folle, violento, crudo, splatter, cattivo, emozionante.

Un libro che ricorda Ammanniti e la sua follia, sia per l’ambientazione, sia per il protagonista adolescente.

Colpi di scena, crudeltà, durezza, una durezza rara.

Da metà libro in poi ho cominciato a chiedermi: ma da dove ti arriva tanta cattiveria, io neanche se mi impegnassi fortemente riuscirei a pensare a un mondo simile, ad una tale ambientazione.

Comunque si legge d’un fiato e sei lì a fare compagnia ai cani, a Davide, ai suoi colleghi; e tifi, e ti incazzi, e pensi che non si può, e poi rimani esterrefatta perché la fine è di una tale, perfetta crudeltà che solo una donna poteva immaginarla.

Astenersi stomaci deboli, per il testo leggetene tutti,

Urlo di Munch!

No ma dico, de Giovanni, mica sarai pazzo?!

Ma che si finisce così un libro?! Ma che mi lasci con il cuore in gola con questa storia del bambino che non voglio immaginare neanche come va a finire?!

E ti credo che, prima di Ricciardi, facciano una fiction con Lojacono perché sembra di vedere un film quando leggi.

E che cavolo.

Buio per i bastardi dì Pizzofalcone é un film.

Le descrizioni sono così accurate che stai nel libro.

I personaggi così delineati che li potresti disegnare.

E però non si fa così, non si lascia il lettore con questa angoscia terribile.

Dodo, 10 anni, viene rapito durante la gita in un museo.

Una famiglia ricca e disastrata lo cerca, spera di trovarlo, si dispera.

Mamma, padre, nonno cattivo, compagno della madre inutile, segretaria del nonno strega, tutti (alla fine) legati da un unico interesse: Edoardo, detto Dodo.

Non si trova, lui accucciato in una stanza buia con il suo Batman in attesa che quel grandissimo eroe di suo papà lo venga a recuperare.

Povero Dodo, poveri Bastardi alle prese con un caso che sembra più grande di loro ma che non lo é perché loro fanno gruppo.
Ognuno dei bastardi si mette al servizio dell’altro per trovare una soluzione, per cercare un colpevole e anche il nostro Lojacono, che sembra interessato ad un altro caso, avrà il suo peso.

Non vi posso dire quanto sono sconvolta dalla fine di questa storia, non vi posso dire quanto mi ha lasciato con l’amaro in bocca e benedico il Kobo che mi ha permesso di comprare il libro successivo senza manco dover uscire di casa.

Non ci posso pensare a che impiccio sta intorno al povero Dodo.

Non si fa così, però caro il mio Maurizio De Giovanni, non si lasciano i lettori appesi ad un filo prendendosi anche la libertà di divagare sul mese di maggio e sul buio e sulla notte.
Non si fa.
Non é corretto.

E niente, non mi riprendo… scusatemi, devo buttarmi nel successivo  con la speranza di capirne qualcosa di più.
Vi aggiorno.

Non andiamo bene…

Ragazzi, qui le cose si complicano: è un impiccio grosso. Ma partiamo con ordine. 

Una cosa che adoro di Rocco Schiavone è la classificazione delle “rotture di coglioni” dal sesto al decimo grado fino alla lode. 

Tanto per dirne alcune: al sesto ci sono cose di poco conto, tipo l’idraulico che non rispetta la scadenza; al settimo, pestare la cacca del cane; all’ottavo, andare a messa; al nono, votare; e al decimo sempre,ed inserorabilmente, il caso da risolvere! 

E qui il caso è un rapimento: soldi, ricettazione, guai, ndrangheta, di tutto un po’ e un po’ di tutto come kiukylandia.

In mezzo:

Rocco lascia Nora e comincia a relazionarsi in maniera un po’ più seria con Anna, ex amica di Nora. Forse comincia ad allentare con Marisa e si fa un cane: Lupa.

Italo e Caterina continuano la loro storia.

Deruta e Intino fanno sempre ridere.

Il vicequestore comincia a fidarsi di un altro agente, Antonio Schiavone. 

Solo che le cose a Roma non vanno tanto bene e si impicciano e succedono dei guai che non dovrebbero succedere. 

E l’amico romano, Sebastiano, ha grossi problemi con la compagna Adele… e si cerca una soluzione per risolverli.

La soluzione si trova… ma forse era meglio non trovarla… o forse no! 

Che peccato, mannaggia! 

E intanto la lettura è fluida, i personaggi divertenti, il vicequestore simpatico insomma intanto ne comincio un altro, vi aggiorno! 

La matta è servita

Una delle cose che mi piace di più delle ferie è avere tempo per fare delle cose; e tra le varie cose che si possono fare avendo tempo, c’è sicuramente quella di andare al cinema.
Ben due volte in una settimana è un record che non è detto che non supererò, andandoci pure stasera.
Comunque oggi vi dico del film che ho visto ieri: L’amore bugiardo.
Una super americanata, ma devo dire: fico, a me è piaciuto.
Lo gnoccolone Ben Affleck (perché sì, sarà pure Bambacione amicano, ma che gli vuoi dire?! È gnocco! Certo, con la barba sta meglio ma pure così non scherza!) si sposa con una che definire matta è poco.
Lei sparisce, lui viene accusato di qualsiasi cosa ma piano piano si scoprono gli altarini.
Non vi posso dire molto altro sennó vi rovino la visione perché è un giallo, pieno di colpi di scena. Insomma, qualsiasi cosa dica in più, già ho detto troppo, vi rovinerei la sorpresa.
Mi ha ricordato, come quantità di colpi di scena, il libro: La verità sul caso Henry Quebert che non fai in tempo a dire “ohhhh” che subito devi dire “ohhhhhhhhh”!
A parte il succo della storia, il regista è riuscito ad infilare pure l’attacco, più o meno velato, ai media che creano mostri con niente e li assolvono con altrettanta facilità, giocando con la vita della gente.
Un paio di Barbara D’Urso locali, infatti, portano il povero gnoccolone Ben dalla pena di morte al paradiso in un paio di trasmissioni.
Certo è lungo, decisamente lungo, ma ben costruito.
Era tanto che non mi piaceva “un’americanata”, quindi ero un po’ scettica, ma tutto sommato non sono rimasta delusa, anzi!
Ti lascia un po’ con l’amaro in bocca la fine ma l’happy end non si sarebbe abbinato con la storia, quindi tutto sommato meglio così.
Comunque, meno male che è un film perché diversamente si comincerebbe a dubitare pure dell’acqua perché “siamo sicuri che è bagnata?!”.

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