Chi viene e chi va

Vitali è davvero troppo divertente. Ormai leggere i suoi libri è diventato come seguire una serie a puntate.

Questo Olive comprese sembra (non mi sono documentata se lo sia veramente!) il seguito di 4 sberle benedette ed è altrettanto divertente.

Bisogna arrivare a pagina 100 su 400 per districarsi con i personaggi, ma piano piano ti appassioni.

Ritrovi il Maresciallo Maccadó, che dopo essersi stanziato definitivamente in questo paesino in riva al lago, continua con la moglie a mettere al mondo figli, fino ad arrivare alla cifra stabilita di sei. In disparte, quasi assente, il Prevosto ma presentissimo il Podestà con la moglie mezza matta. Esilarante la storia di Risto e del suo bambino di un paio di chili; e di Filzina col fratello Cucco; e preoccupante, ma con lieto fine, quella del disertore, figlio del direttore delle Regie poste.

Mi piace stare in quel paese in riva al lago per l’atmosfera che si respira, fatta di cose semplici; fraintesi; doppi sensi; misticismo; indagini a lieto fine.

Vitali è una garanzia, un porto sicuro di tranquillità, una finestra sul periodo più tragico della nostra storia eppure vissuto da persone normali e forse ignare di quello che sta succedendo sopra di loro. Insomma, Vitali andrebbe letto ad intervalli regolari, che poi è quello che sto facendo, tanto per non perdere l’abitudine. Vitali val bene una messa del prevosto… o forse due, tre, dieci!

Donna felicità

Ieri mattina tutti i siti dei giornali avevano, nell’ordine, queste tre notizie:

  1. il matrimonio della Canalis, con Belen che le ruba la scena;
  2. l’elezione di Miss Italia;
  3. la Boschi alla festa dell’Unità.

Allora, mi corre l’obbligo di dire la mia al riguardo.

Con riferimento al punto 1) la prima cosa che mi viene in mente è: Elisabetta, fammi vedere il vestito. Girano ovunque le stesse foto e lei è bellissima e felice ma dentro una nuvola. Ora io dico, se guardo le foto è solo per vedere il vestito da sposa e non mi posso accontentare di una nuvola bianca. Chiaro?! Capisco che avrai dato l’esclusiva a qualcuno e allora: pubblicate ‘ste foto, così mi rassegno. Io poi impazzisco per i matrimoni, un po’ perché sono un’inguaribile romantica, un po’ (e forse soprattutto!) perché devo vedere i vestiti di tutti e qui arriviamo a Belen, che è indubbiamente una gran furba. Fin troppo intelligente, secondo me, perché qualunque cosa faccia trova il modo di far parlare di sè e che è riuscita a mettersi stavolta?! Praticamente niente, era nuda, e d’altronde se non si spoglia lei chi lo deve fare?! Però, carissima, rubare la scena alla sposa non si fa! Molto più bella e discreta l’amica del cuore, la Corvaglia. Brava lei.

Di Miss Italia, non so che dirvi. L’ho sempre trovata una cosa inutile, non mi è mai piaciuta e non mi trovo mai d’accordo con la giuria. Di bellissime ogni nazione è piena e sceglierne una mi sembra una cosa al quanto riduttiva, ma c’è sempre stata e ci sarà e io continuerò a non guardarla e a non essere d’accordo con la giuria. E pace.

E arriviamo alla Boschi. Io dico solo PO-VE-RAC-CIA! E questo nulla ha a che vedere con il lavoro che sta facendo perché chi ne parla?! Della Boschi a breve sapremo quante volte va al bagno, ma tutti dimenticano che è un Ministro della Repubblica, perché a nessuno interessa e questo mi fa una tristezza infinita. Di contro, però, sappiamo come si è vestita in tutte le occasioni ufficiali: di chi era il tailleur della parata del 2 giugno (Zara); di chi era il vestito che ha indossato al matrimonio del fratello (Gucci); quanti buchi di cellulite ha sul sedere (se ne ha!); ma io dico: perché?! Ma possibile che se una sta in un posto di potere, e non è una cessa, si deve stare ad analizzare pure le sopracciglia senza concentrarsi su quello che veramente sta facendo?! Ci mancava la sua cessa (questa sì) compagna di partito, della Bindi, a criticare le belle ministre del Governo. E dai! Personalmente la Boschi mi fa simpatia, anche se non mi sento di esprimere giudizi sul suo operato vuoi perché qui stiamo parlando di gossip/moda, vuoi perché mi risulta difficile trovare qualcosa che abbia fatto in questi mesi, a parte, ovviamente, uscire con tizio e caio, camminare in un certo modo, farsi lo shatush etc etc.

Per sintetizzare i punti 1), 2) e 3) mi verrebbe da dire: va bene che “donna è felicità” ma ricordiamoci che “oltre le gambe c’è di più”… lo so, una cagata ma è un’ora che penso a come chiudere questo post e non m’è venuto niente di meglio. Perdonatemi.

La genialità di un’amica

Bè, devo dire che in questo periodo sono fortunata con i libri. Passo da uno all’altro e tutti, ed ognuno per un motivo diverso, mi impressionano e lasciano qualcosa!
Non è stato facile abbandonare Il potere del cane, non é stato facile entrare in un altro mondo e avevo pensato che l’unico modo fosse leggere qualcosa di assolutamente diverso per ambientazione e storia. Ci sono riuscita perché, su altro consiglio, ho letto L’amica geniale di Elena Ferrante.
Che dire? Sono passata dalla storia del narcotraffico in America centrale alla storia di due amiche nella Napoli dei poveri rioni negli anni ’50.
Ci ho messo un po’ ad immedesimarmi perché parliamo della storia di due amiche dai primi anni di vita fino, ad ora, ai sedici anni. So che il libro fa parte di una trilogia e non potrebbe essere altrimenti, visto il modo in cui finisce.
Abbiamo Linù, voce narrante, e Lila.
La prima sembra vivere sotto l’ombra della seconda; sembra che ogni decisione prenda nella vita la prima sia frutto della seconda o quantomeno sia stata presa per competere o compiacere la seconda.
Ho provato fastidio a tratti per questa storia di amicizia perché si ha la sensazione che Linù non si renda conto del suo valore e faccia di tutto per contrastare l’assoluta genialità e superiorità dell’amica.
Poi peró ci pensi e capisci di dover entrare nella testa di una bambina prima ed adolescente poi; in quel periodo in cui un’amica conta più dei tuoi genitori, in quel periodo in cui l’amicizia è il tuo mondo; in cui ti senti compresa e amata solo da chi vive esattamente le tue stesse emozioni e nello stesso momento in cui le vivi tu. Cambiando prospettiva ho iniziato ad apprezzare il libro e soprattutto la bravura dell’autrice che scrive come avesse lei stessa 10, 12, 15, 16 anni; come fosse lei stessa Linù.
Meravigliose: le ambientazioni della Napoli plebea; la voglia di soldi e di riscatto; la prima passeggiata a via Chiaia dei protagonisti; le rivalità dei ragazzi, che poi sono scugnizzi; la visione dello studio come unica via di uscita da un mondo di miseria culturale, prima di tutto; le timide scoperte sessuali degli adolescenti; la prima villeggiatura ad Ischia; la prima televisione in casa; le competizioni amorose per conquistare la più bella del reame; l’acne, l’abbronzatura e i primi occhiali; l’inconsapevolezza della protagonista nel suo essere “l’amica geniale”.
È solo il primo capitolo, avremo modo di riparlarne… intanto leggetelo anche voi… non è che posso fa’ sempre tutto io!

Questione di centimetri

Certo i capelli sono un tormento.
E per le ricce che “ogni riccio un capriccio”; e per gli uomini che “l’unica cosa che arresta la caduta è il pavimento”; e per le bionde che li vogliono neri e le nere che li vogliono biondi; e le ricce che vogliono essere lisce e le lisce che vogliono essere ricce.
Insomma, sull’argomento come fai sbagli!
Io no.
Io ho risolto il problema alla radice, nel senso che li faccio tagliare fino alla radice.
Io sono quella che appena vede un accenno di coda punta a debellarla.
Io sono quella che non sopporta “li faccio crescere, così poi li lego”… non ne capisco lo scopo, mi sembra una fatica inutile.
Io sono quella che pensa che, dopo una certa età, il taglio è necessario per non diventare ridicola.
Io sono quella che odia gli uomini con i capelli lunghi, li preferisce pelati paradossalmente.
Io sono quella che rimpiange il suo periodo da rasata, per tutta una serie di motivi, ma soprattutto perché li trovava bellissimi.
Io sono quella che va dal parrucchiere e gli dice “fai tu” e che, se taglia poco, lo cambia.
Io sono quella che non capisce chi tiene i capelli lunghi perché “a LUI piacciono così” perché i capelli li devi portare tu in testa e, prima di tutto, devono piacere a te.
Io sono quella che si raserebbe di nuovo ma che non lo fa perché non sopporterebbe non sentire tutti i giorni, e per tutto il giorno, quel “sei bellissima” che le dava la forza di arrivare a 18mm.
Io sono quella che pensa che i capelli ricrescono e quindi “ma chi se ne importa” di quanto sono corti!
Io sono quella che “ragazze, donne portateli come volete i capelli (lunghi, corti, ricci, lisci, biondi, rossi, mori) se vi sentite belle voi, sarete belle per tutti!”… certo un centimetro in meno aiuta (e sto a gioca’!).

Non una sola verità sul caso Quebert

E niente io sono la gioia del marketing; io sono quella che se alla cassa trova la gomma viola, se la compra; io sono quella che se sente parlare del “caso letterario” dell’anno se lo compra.

Io sono quella che si è comprata La verità sul caso Henry Quebert e, vi diró, ho fatto bene.
Ho fatto bene perché se la sera pensi a spegnere la tv prima del tempo per andare a leggere; se ad un certo punto ti accorgi che sono le 2 e stai ancora leggendo; se non vedi l’ora di sapere che altro impiccio nasconde la trama, beh io dico che hai in mano un un bel libro.

La verità sul caso Henry Quebert è giallo, ma non solo: è un libro nel libro.
Protagonista ed io narrante è Marcus, scrittore di successo newyorkese, che incappa nel blocco dello scrittore e, per superarlo, torna ad Aurora (cittadina nel cuore del New Hampshire) dal suo vecchio professore, che rimane invischiato in un caso di cronaca, accusato di un omicidio avvenuto trentacinque anni prima. Parte così un’indagine al fine di scagionare l’amato amico e professore e si scopre più o meno di tutto: chi ha ucciso chi; chi stava con chi; chi sapeva e non ha detto; chi ha gestito male l’indagine perché a sua volta toccato dalla stessa; chi ama; chi non ama; chi picchia; chi mente; chi muore; chi dipinge; chi paga; chi manipola; chi si pensava vivo ed è morto; chi si pensava colpevole ed è innocente; chi si pensava innocente ed è colpevole.

Il libro mi è piaciuto perché non è solo un giallo, con continui flashback si ripercorre la storia della Lolita morta e con essa la storia di un amore, ma si impara anche a scrivere un libro con i 31 consigli che il vecchio prof. elargisce al giovane allievo e amico.

Nora era una bambina ed una donna ed una vittima ed una carnefice (?); Henry è uno scrittore ed un innamorato ed una vittima ed un carnefice (?); Marcus è uno scrittore a sua volta ed un disperato ed una vittima ed un carnefice (?). E poi ci sono Jenny, la povera innamorata non corrisposta; Travis, il poliziotto di provincia; il mostro Caleb; il riccone Stern; e chi più ne ha più ne metta. Storie nelle storie: un impiccio.

Ad un certo punto non ti fidi più di nessuno e quando pensi che hai capito… eccolo là, arriva il colpo di scena e capisci che non hai capito una mazza, come succede nei gialli con la G maiuscola.
Se lo cominci lo devi finire e pure di corsa. E poi, quando lo finisci, pensi che ha ragione Henry, che dice a Marcus, “un bel libro è un libro che dispiace aver finito” anche se poi “il libri sono come la vita. Non finiscono mai del tutto”.

E comunque l’assassino è…paura eh?!

Io cuore Peppino

Delicato, tenero, incantevole ecco i tre aggettivi che userei se dovessi in 3 parole descrivere questo romanzo.
Un posto anche per me di Francesco Abate.
Non si può non rimanere affascinati da Peppino, non si può non essere toccati da lui, dalla sua gentilezza dalla sua solitudine, dalla sua tristezza.
Che bel personaggio; che bel libro.
Te ne accorgi subito, dalle prime pagine, che rimarrai legata a Peppino, che ti farà una pena indicibile, che vorresti conoscere e coccolare e volergli bene. Perché Peppino é un bimbo cicciottello, orfano di madre, che dalla ricca Svizzera viene deportato in Sardegna dai nonni paterni che non lo vogliono.
E non lo vuole nessuno a Peppino e, dopo un po’ che leggi, non puoi non volerlo tu. Vorresti entrare nel libro a prendertelo e a dargli un po’ d’amore.
Un po’ toccatello è Peppino e se ne approfittano tutti.
Lo conosci che fa le consegne al ristorante di Zio Mino, con un unico amico Tunisino con cui forma il nr. 10 (ciccione lui e magro l’altro) o Dolce e Gabibbo, nella notte di Capodanno.
È una storia dolce quella di Peppino che racconta lui stesso, con una serie di flashback, all’amata Marisa.
Non puoi non rimanere travolto dalla solitudine, l’amore, la disperazione, la malavita; non puoi non parteggiare per lui, unico buono in un mondo di cattivi; non puoi non sognare un lieto fine per questo ragazzo sovrappeso che fa il giro di Roma sui bus da Pomezia e che viene maltrattato e tradito da tutti, primo tra tutti, dal padre.
Si sovrappongono le figure intorno a Peppino: Nonna giovane e Nonna vecchia; Nonno; Marisa; Don Gibusi; Omero; il cane Tobia; zio Mino; i ragazzi del 167… tutti, o quasi tutti, con l’unico scopo di farlo sentire un perdente.
E allora il libro finisce e quando finisce pensi che vuoi bene a Peppino e che sia giusto che anche lui, come tutti, trovi un posto per tutto per sè.

Sciò…taram

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Avete presente un esame di diritto commerciale a giurisprudenza? No?! Ok, ve lo dico io com’è o almeno com’era con il vecchio ordinamento: 1300 pagine di noia mortale.
Che c’entra? E c’entra se vi siete imbattuti in Shantaram perché per tutte le 1170 pagine che lo compongono ho pensato che mi stavo ripreparando per l’esame di diritto commerciale.
Che brutto libro.
Lungo, troppo lungo, interminabile ed assolutamente inutile.
Arzigogolato, con una prosa artefatta, antica, pomposa… Manzoni avrebbe fatto di meglio.
Non so a voi ma a me hanno insegnato a non perdermi in dettagli nello scrivere a meno che non siano strettamente necessari; allo scrittore direi che hanno detto il contrario se, nel bel mezzo di un’epidemia di colera, si mette a descrivere la sfumatura di colore di una trave di legno, ma per piacere.
Il protagonista è un delinquente australiano evaso da una prigione che si rifa una vita in India. Una vita, manco a dirlo, da malvivente in una società indiana sporca, logora, culturalmente inaccettabile.
In 1170 pagine che può succedere?! Più o meno di tutto ma le stesse cose potevano succedere, se l’autore non si fosse perso in chiacchiere, in 500pagine.
Le lunghe e inutili descrizioni; la miriade di personaggi di contorno; le varie ambientazioni nulla aggiungono alla storia di un malavitoso che: si innamora subito di una; si vuole redimere vivendo nel posto peggiore in cui si possa vivere; viene incastrato finendo torturato in una prigione; ne esce decidendo di vendicarsi e cedendo di nuovo alla malavita; parte per l’Afganistan, combattendo una guerra Santa non sua; scopre che l’hanno tradito tutti; torna in India e salda i conti con tutti pure con l’orso danzatore che, insieme a Prabu, sono le presenze più azzeccate del libro. Insomma Lin, c’hai rotto le palle. Ad un certo punto del libro pensi: ma perché non t’hanno ammazzato in prigione?! Tu facevi la figura dell’eroe e noi ci risparmiavamo 700 pagine di inutile e arcaica prosa.

Il perfetto potere del cane

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Io: “ciao, caro amico, mi consigli un libro?” Lui: “hai mai letto Il potere del cane? Compra questo”. Ho resistito a questo consiglio per un paio di mesi anche perché il “caro amico” è lo stesso che mi ha consigliato 1300 Giulia etc e avevo (secondo me pure giustamente) qualche resistenza. HO FATTO MALE perché Il potere del cane è il libro più bello che abbia letto almeno negli ultimi 10 anni, e non si può dire che io non legga!
Non vi documentate, non serve, perché qualsiasi cosa leggerete di questo libro vi scoraggerà: storia di narcotraffico dal 1977 al 2004; 714 pagine… non vi documentate, rinuncereste e NON dovete farlo! Questo libro VA letto!!!
All’inizio pensi di non farcela: 300 personaggi; 3000storie; da subito non sai di chi puoi fidarti e così devi “fidarti dello scrittore” come mi ha consigliato Andrea Vianello quando gli ho scritto che stavamo leggendo lo stesso libro.
Ed aveva ragione.
Cominci, continui, vai avanti e tutto si srotola con ordine… tutto va al suo posto. I buoni con i buoni e i cattivi con i cattivi… anche se non sembra … perché i buoni sono pure cattivi e i cattivi, va bè, tentano di redimersi ma non ce la possono fare, almeno non tutti!
Mi sono appassionata al libro dal capitolo di presentazione di Nora, che sembra non c’entri niente con il resto… e invece. Una puttana geisha, con una vita difficile, una macchia di colore giallo (biondo) in un mondo brutto e sporco di sangue. Lei, bellissima, che ama, inganna, redime un mondo di criminali fatto di mostri che di fronte a lei cedono, si fidano, crollano! Lei che “tienes l’alma” del cane “en su manos” e che lo fa barcollare e poi crollare.
Ma che poi: che è ‘sto potere del cane? Mi sono documentata, è menzionato in un salmo della bibbia e Don Winslow, mentre scriveva, si è accorto che parlava proprio del potere del cane ossia del potere dei ricchi sui poveri. E qui il potere è quello dei soldi, della Chiesa, della droga, del governo, tutti con tutti e tutti contro tutti. Un groviglio infinito, con tanti personaggi che si mischiano, si incrociano, si incastrano, si amano, si tradiscono. Mai avrei sperato che, leggendo di narcotraffico, mi ritrovassi a commuovermi per una storia d’amore, a tifare per un lieto fine.
Tutto questo è Il potere del cane, anche se poi, da canara quale sono, non mi piace quest’idea malvagia del cane ma in questo lo scrittore non c’entra niente, dovrei prendermela con la Bibbia e non mi sembra il caso.
Ricapitolando, fatevi e fate un regalo. Questo è perfetto.

Caro amico ti scrivo…

Oh, ragazzi, a quanto pare io sono una brutta persona.

Sono quella che rosica se un amico si fidanza o ha una tresca; sono quella che elimina la gente dai gruppi; sono una persona cattiva, se potete evitatemi.

Sospettavo di essere così, ma ne ho avuto conferma da poco.

E che volete fare?! Ognuno è come è. Io sono così.

Mi dispiace per chi di voi pensava che fossi una brava; una mediamente simpatica e mediamente disponibile; una che ascolta più che raccontare; mi dispiace.

Davvero non è così, ne sono rammaricata.

A quanto pare sono proprio quella a cui non frega niente dell’amicizia, che non ti sta a sentire, che non ti aiuta nei momenti di difficoltà; piuttosto sono: pettegola, arrogante, carismatica (in un’accezione negativa diciamo).

Meglio perdermi che trovarmi; ma due paroline due a mia difesa mi sento di doverle dire, ma proprio due.

E dunque.

“Caro amico ti scrivo che:

  • mai e poi mai elimino la gente dai gruppi siano essi virtuali o reali. Non è in mio potere, potessi farlo, eliminerei me prima degli altri;
  • non mi arrabbio mai senza motivo. Un motivo c’è sempre, che può essere anche banale, ma che magari, sommato a uno, più uno, più uno motivi banali, diventano cento piccoli motivi banali e ne fanno uno serio;
  • non rosico dove non c’è da rosicare. Se una persona mi “piace” glielo faccio sapere io (e tu lo sai!), senza far partire pettegolezzi inutili. La complicità non implica per forza l’innamoramento, a me è chiaro, a te no, forse;
  • prima di chiedere aiuto, faccio mille tentativi; se chiedo aiuto è perché ho bisogno e non accetto in risposta una bugia. La verità premia sempre;
  • se a qualcuno vuoi bene, alzi la cornetta e parli anche solo per dire “brutta stronza” non aspetti che terzi ti contattino per far sapere poi cose. Abbiamo superato da un pezzo i quindici anni. Perché non lo faccio io?! Ma semplicemente perché non ho litigato con nessuno, io.

Cari saluti, saluti cari“.

Ecco, e ora sì che sono una brutta persona.

Evitatemi, se potete (ma magari continuate a leggermi, che mi fa sempre piacere! 🙂  ).

PS: ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

Premiamo la ditta

È stato troppo divertente soggiornare in un paesino della Lombardia in riva al lago, in un gelido inverno durante la prima guerra mondiale.
Troppo divertente osservare la storia delle Sorelle Ficcadenti e dello scompiglio che hanno portato al paese.
Troppo divertente immedesimarsi nella vita del “prevosto” e della sua perpetua illudendosi che i preti di campagna proprio questo facevano: decidere della vita dei parrocchiani; aiutarli nelle scelte; compatirli; ascoltarne le disavventure; non sopportarne le decisioni.
Andrea Vitali descrive un mondo che non c’è più, e chissà se c’è mai stato, e lo fa in maniera esilarante, ironica, divertente.
Poche anime in paese: il prete, la perpetua, una famiglia con un tonto e un padre invalido, un maresciallo. Poche anime e povere, di quelle che si lavavano una volta al mese, in un’unica stanza con la zuppa solo il giorno dell’epifania.
Tutte vengono toccate, travolte e stravolte da due sorelle: bellissima l’una e orribile l’altra. Sulle due aleggia un mistero che forse mistero non è; un omicidio, che forse non si consuma; un matrimonio, che forse non si celebra.
Tutto così il libro, e questa ne è la forza, tutta una tensione; tutto intorno a qualcosa da scoprire: ma ci sarà davvero qualcosa da scoprire poi? Ma succede davvero qualcosa? Da dove arrivano queste sorelle Ficcadenti e cosa hanno in mente?!
È un mistero misterioso così ben scritto che vale in sè la lettura a prescindere da quello che scopri: forse niente, forse non importa, forse meglio non sapere.