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La Dea Merini diceva "chi tace spaventa" e, infatti, io non taccio mai! Sono di tutto un po' e un po' di tutto come il blog: curiosa, tendenzialmente felice, lunatica e con una gran voglia di fare cose, che la vita è una sola e non va sprecata. Il bicchiere è sempre mezzo pieno, anche perchè la parte vuota me la sono bevuta. Vegetariana e canara convinta: voi pellicce, non mi avrete mai! Nella vita avrei voluto fare la scrittrice, la personal shopper, l'organizzatrice di eventi, non faccio niente di tutto questo ma non sputo mai nel piatto dove mangio anzi, me lo lecco con gusto. Scrivo principalmente per far sapere quello che penso non per ottenere risposte, anche se pure quelle non mancano mai.

Torta di noi

Silenzio in sala, titoli testa, nome del regista “Zanasi” e quello accanto a me che dice “e chi è questo?!”.

Ed effettivamente neanche io lo conoscevo ma dopo averne visto il film, La felicità è un sistema complesso, penso rientrerà nella rosa dei miei registi preferiti.

Ma che film ha fatto?! BEL-LIS-SI-MO!

Non è che mi è piaciuto, di più… molto di più!

Mastandrea, in stato di grazia, è uno che conquista per poi fregare Amministratori di Società inconcludenti, disfattisti, fondamentalmente “Figli di papà” per affidare tutto nelle mani di un’altra Società gestita da un padre despota ed un figlio drogato.

Brutto lavoro ma fatto con estrema professionalità.

Scusate la colta citazione ma mi ha ricordato il lavoro di Richard Gere in Pretty woman e lì arriva la Roberts per fargli cambiare stile di vita e lavoro.

Qui non arriva la Roberts ma diciamo un trio: FIlippo e Camilla, due ragazzi sventurati che perdono i ricchissimi genitori in un incidente stradale; e la ex fidanzata del fratello, israeliana, mezza matta, che dorme sul pavimento e mangia noccioline.

Il trio in questione smuoverà quello che già si muove da 5 anni nel protagonista, ossia l’insoddisfazione per quello che sta facendo e che lo porterà a cambiare vita.

Ora la storia va bene, ci siamo: carina, non banale, ben costruita ma quello che fa la differenza del film sono, secondo me, tre elementi: gli attori, la regia e la musica.

Gli attori. Ho già detto che Mastandrea è in stato di grazia: bravo bravo. Simpatico, ironico, drammatico, divertente. Tutto quello che gli si richiede per la storia. Davvero grande prova. Come bravi sono il solito Battiston, che adoro; i due ragazzi, provati dal dolore ma nella parte; la ex del fratello, mezza depressa, ma fondamentale per la storia.

La regia. Io ora non è che me ne intendo, non è che posso farvi un trattato di cinematografia sulla regia perché non lo saprei fare ma quello che posso dirvi è che se le inquadrature, alcuni passaggi (tipo l’inquadratura che gira come l’automobile in fondo al lago) hanno colpito me che non ci capisco una mazza, e che in genere non faccio caso a queste cose perché seguo più che altro la storia, penso che la regia di questo film sia un pezzo forte: finalmente qualcosa di innovativo all’orizzonte.

E poi la musica: perfetta, costante, originale, azzeccata. La musica è davvero quell’elemento in più che ti fa apprezzare il film. Nessuno nella sala si è alzato ai titoli di coda perché tutti aspettavano di leggere i brani utilizzati nel film. Se avesse preso internet in sala, sarei stata attaccata a Shazam tutto il tempo. Standig ovation per la scelta.

Detto questo due annotazioni:

  • Trento, protagonista indiscussa di film italiani nelle sale. Qui è stato girato “Loro chi?” e qui è stato girato questo film. A questo punto vale la pensa di visitarla, ritengo.
  • E’ il terzo film italiano che vedo di seguito e l’unico non sovvenzionato perché evidentemente non ritenuto di “interesse nazionale” dal Ministero. Bene, vorrei conoscere chi dà queste sovvenzioni per spiegargli quanto non ci capisce una mazza di cinema.

Ora, domani è festa, non prendete impegni ed andate a vedere questo piccolo capolavoro.

Buona visione.

Lingua indigena

Prima di raccontarvi del libro, vi racconto una storia di campanilismo campano.

Martedì 1° dicembre (perché la data è importante!) ero a Napoli; prima di partire entro da Feltrinelli, tappezzata dai Cuccioli di De Giovanni, e chiedo l’ultimo libro di Manzini. Il signore alle informazioni mi guarda e mi fa: ”Antonio chi?” e io: “Antonio Manzini, dovrebbe essere uscito l’ultimo libro Sull’orlo del Precipizio” e lui: “no, non è uscito!” e io “come non è uscito?” e lui “in realtà doveva uscire il 26 novembre ma non è uscito!”; non ho fatto una piega e sono uscita perché mi veniva troppo da ridere.

Il libro è uscito sicuramente il 26 novembre ma a Napoli arriverà con qualche giorno di ritardo perché Manzini è romano e di fronte a De Giovanni o De Silva non ce n’è.

Comunque, io il libro l’ho poi comprato, o meglio me lo hanno regalato, a Roma e l’ho letto e finito in un paio di ore perché è troppo divertente ma del resto come tutto quello che scrive Manzini.

Uno scrittore di successo finisce, finalmente, il suo capolavoro. Piace a tutti. La casa editrice deve pubblicarlo. Si gode una settimana di vacanza, torna e nulla è più come prima.

La casa editrice è diventata un colosso dell’editoria; chi c’era prima non c’è più e il nuovo che avanza è quanto meno fuori di testa.

A casa del nostro Giorgio Volpe arrivano due loschi figuri che gli stravolgono il romanzo, “moccizzandolo” diciamo. Giorgio cerca di trovare una soluzione ma non è facile. Ci riuscirà o dovrà piegarsi ai nuovi eventi?

E se ve lo dico vi tolgo il gusto della lettura, quindi taccio; vi dico, però, che il libro è inquietante ma divertente. Tanto divertente.

Vi consiglio di prenderlo perché, laddove non riempie di angoscia, è davvero esilarante.

La narrativa che diventa “comunicazione in lingua indigena”; i canoni di scrittura; il numero di fellatio per rendere un libro interessante; la “ristrutturazione”, diciamo così, di Guerra e Pace di Toltoj, che diventa solo pace;  e de I promessi sposi di Manzoni , che al posto dei bravi hanno due coatti.

Ho promesso di non dire la fine perché già ho detto troppo ma quando leggo queste cose capisco perché io rimarrò legata solo a questo blog senza potermi mai permettere una storia più articolata. Non che mi dispiaccia ma quando leggo queste storie non posso non pensare: ma come cavolo gli vengono ‘ste idee a questi?! Io non ce l’ho questa fantasia!

Bello, bravo, divertente, giusto il romano Manzini: e qua scatta il campanilismo romano! E Daje!.

Cucciolandia

Io seguo una persona su twitter a cui mando le mie recensioni e lui è tanto caro da retwittarmi anche quando è in disaccordo con me!

Per esempio siamo in disaccordo ogni volta che io professo il mio amore per De Giovanni con i suoi libri sul Commissario Ricciardi e su I bastardi di Pizzofalcone perché lui ritiene trattasi di libri “seriali”, stile soap opera che fidelizzano il lettore, pur magari non avendo più molto da dire.

Io non sono assolutamente d’accordo e forse ho bisogno di essere fidelizzata.

Nonostante questo, però, reciprocamente ci stimiamo. Penso.

Vi racconto questo perché ho letto l’ultimo libro della serie I bastardi di pizzo Falcone, appunto, I cuccioli.

E io che vi devo dire? Lo adoro! L’ho appena finito e già vorrei immergermi di nuovo nella vita di questi bastardi.

Già mi mancano.

Mi piace troppo. La scrittura è travolgente, veloce, giusta.

Anche questa volta la storia un po’ tosta e soprattutto riguarda bambini e cuccioli in generale e i bastardi danno prova di essere,  oltre che bravi, anche dolci ed attenti.

Anche il nostro Serpico, Aragona, riesce a mostrare il suo lato umano.

Una bimba abbandonata, una mamma morta.

Chi è stato? Chi può essere così crudele da uccidere una mamma che ha appena partorito ed abbandonare una piccola  (che poi diventerà Giorgia perché i nomi sono importanti) appena nata?!

E ancora: chi può rapire e far sparire cuccioli randagi di cane e di gatto?! Chi?! E, soprattutto, perché?!

Ora quest’ultimo fatto lo scopre il bravo Serpico/Aragona; mentre la squadra, al solito compatta, arriva a scoprire l’assassino/a/i della mamma della piccola Giorgia.

Il tutto è poi condito: dal lento avvicinamento tra il Commissario e la Mammina del gruppo; dal diniego di Alex a fare outing con i genitori, nonostamte l’amore per la bella e bionda Dott.ssa della scientifica; da Lojacono, sempre più preso dalla Piras, ma in contrasto con la figlia e la bella locandiera; e dal povero Romano a cui tocca l’ingrato compito di trovare e poi seguire la piccola neonata malata suscitando anche le ire della moglie, finalmente!

C’è tanto altro, però, ecco perché io adoro De Giovani perché scrive una storia, facendoti sempre di più affezionare ai personaggi, ma poi ci mette tanto altro tipo le pagine sulla notte che è femmina e nella quale ognuno, soprattutto personaggi non menzionati prima nel libro, raccontano la loro.

Appassionatevi… tra l’altro, visto che siamo vicini al Natale, per chi non li ha letti ma sapete che bel dono riceverli tutti insieme sotto l’albero di Natale?! Solo solo 5. Pensateci, per qualcuno, non per me che già li ho letti tutti. Per me pensate ad altro, grazie!!!

Chi?! Loro!

Bene, dopo aver visto al cinema due film quanto meno impegnativi, finalmente mi sono gustata un’ora e mezza di “leggerezza” con Loro chi?

Trattasi dell’ultimo film con Edoardo Leo (in splendida forma) e Giallini (che forse dovrebbe smetterla di tingersi).

Carino, carino, carino.

Senza pretese ma decisamente gobibile!

Uno qualunque (Leo) si trasforma nel più sfigato del mondo quando si imbatte in Giallini, truffatore professionista, e le di lui complici, gnocche infinite.

E lo sfigato rimane senza soldi, lavoro, fidanzata. Che fare se non: cercarlo, trovarlo, minacciarlo e diventarne complice?!

Attraversano l’Italia in lungo e largo da Trento a Trani passando per Roma e il Circeo e Sabaudia.

Meravigliose le ambientazioni.

Bella la fotografia.

Ti viene voglia di mare come se non ce ne fosse sempre e abbastanza e cominci a dare un senso a quei mostri abusivi sul lungomare di Sabaudia, perché pensi che se  le case sono così, con quella vista, con quelle vetrate, con quel patio, forse si può soprassedere all’obbrobrio (scherzo!).

Trani poi è bellissima, arabeggiante e divertente ma a tratti forzato e stereotipato l’incontro con gli abitanti.

Ci sono dei pezzi troppo divertenti: la chitarra di Elvis, l’inseguimento dei vigili urbani, l’incontro con la direttrice, la raccolta dei caciocavalli.

Giallini è bravo e nella parte come sempre.

Leo pure è bravo e divertente ma rischia di rimanere legato al ruolo del bravo ragazzo che si deve trasformare, suo malgrado, nel cattivo.

Sulla trama non posso dire molto altro perché vi rovinerei la visione ma non vi nascondo che quello che sembra quasi mai è e che la fine vi potrebbe deludere o affascinare, dipende dai punti di vista.

Ecco sì, ma non perché sia prevedibile, anzi proprio il contrario, è che il mio solito ottimismo da “happy end civicamente corretto” ne risente ma è forse è giusto così… Gli sfigati dovranno pur riprendersi la loro rivincita, o no?!

Vedete per giudicare.

 

 

 

STripAdvisor

No vabbè, ma veramente bisogna sentire e leggere qualsiasi cosa se si aprono i giornali.

L’ultima che ho letto è che i ristoratori/albergatori offrono denaro per far cancellare le recensioni su Tripadvisor, ma veramente?! Ma questa cosa è fuori dalla grazia di Dio, per chi ci crede!

Allora, premetto che su tripadvisor ci sono dal 2010 quando ce lo filavamo in pochi e che scrivo recensioni vere.

Tanto vere che quando un mio parente prossimo, molto prossimo, mi ha chiamato per chiedermi di modificare la recensione che avevo fatto al ristorante di un suo amico, ho disconosciuto il rapporto di parentela e mantenuto la recensione perché poi brutta non era e dava solo un consiglio di aerazione.

Quindi non mi venite a dire “da che pulpito!”.

Io penso sia assurdo perché parto da un’assoluta buona fede e poi perché ritengo che proprio perché nessuno ti paga ma chi te lo fa fare a scrivere?!

Capisco che il rischio di venire denigrati c’è ma basterebbe sfruttare le recensioni, anche quelle negative, a proprio favore, invece di cercare di cancellarle.

A me è capitato che mi abbiano scritto i gestori per:

  • ringraziarmi, per la recensione positiva; oppure ringraziarmi per quelle in cui davo consigli che poi, vedi albergo in Amman, hanno prontamente seguito;
  • risentirsi, per la recensione negativa, cosa che non mi ha smosso di una virgola perché se la rimostranza era sul preconto al quale non è seguito il conto, la recensione te la tieni e se potessi ti manderei pure la Finanza.

Mai uno che mi abbia voluto offrire un centesimo per cambiare la recensione, non che lo avrei accettato, ma io i soldi proprio non sono destinati a farli al di fuori del mio dignitoso lavoro!

Tra l’altro l’sms (vedi foto in evidenza) che è arrivato al tipo per chiedergli di cancellare la recensione negativa dietro ricompensa di ben 150€ è così grammaticalmente scorretto che prima di preoccuparsi della recensione negativa dovrebbe preoccuparsi del suo livello di istruzione elementare, manco media.

Ovviamente io ci credo: leggo le recensioni su Tripadvisor, faccio una media tra quelle negative e positive e mai ho sbagliato. D’altro canto continuerò a scrivere le mie dicendo la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità e a chi mente che peste lo colga.

 

Lezione di vita

Niente, io non ho avuto niente da dire sui fatti di Parigi.

Ma non che non volessi parlare, troppe cose ci sarebbero da dire.

E quando le cose sono troppe io penso che sia meglio tacere.

Quindi ho taciuto e taccio.

Ma c’è una cosa in questi giorni che mi spinge a scrivere due parole, che non mi fa trattenere, ed è il viso dei genitori di Valeria Solesin.

La dignità che hanno mostrato queste due persone, che hanno subito il peggiore dei dolori che un essere umano possa subire nella vita, mi ha colpito, affascinato, incuriosito.

In questi giorni se ne sono lette e sentite di ogni e gli unici che, forse, avevano qualcosa da dire ci hanno dato una lezione di umanità che poche volte ho avuto modo di apprezzare.

Meravigliosi nel loro silenzio.

Struggenti nel loro dolore.

Ho guardato pochi servizi in tv, ho letto ancora meno. Odio la tv e le notizie del dolore; odio quel giornalismo di circostanza che esce fuori per asciugare le lacrime ma loro due non ho potuto non osservali, loro due sono una lezione per tutti.

Quelle due parole che hanno detto ai microfoni; quelle poche immagini che li vedono accanto alla bara della figlia ti fa capire quanto non ci sia religione che tenga per affrontare, con tale dignità, la morte della propria figlia.

Il papà, giustamente, non ha voluto sapere neanche come sia morta Valeria. Ha ragione. Cosa cambia saperlo? Il risultato è che Valeria non c’è più, il come non ci sia più è irrilevante.

Quello che penso da giorni è che non ci sia modo di fermare il terrore o meglio, il modo ci sarebbe, ma non interessa a nessuno.

Siamo andati oltre e non dovrebbe servire un attacco in una capitale europea, in un qualunque venerdì sera, per farcene rendere conto.

Si muore da anni in Siria, si muore da anni con le nostre armi.

Quindi, è meglio non dire, è meglio non sapere quali soldi hanno armato quelle mani che hanno spezzato la vita di Valeria.

Ha ragione il papà che vuole “tenersi lontano dalla contingenza del dramma”.

Inutile sapere.

A loro va il mio pensiero, la mia stima incondizionata; a loro, che dalla morte ci stanno dando un’enorme lezione di vita.

Valeria era una ragazza fortunata.

 

 

Meglio zitti!

“Allora ci vediamo davanti al cinema alle 5 e mezza”.
Dovevamo essere in 3 e vedo la quarta e:
“Ah che bello, sei venuta pure tu ma non ti vedo convinta!”

“È che non mi piacciono i film italiani”

“E mo’ che è ‘sto pregiudizio?!”

Entriamo, inizia il film.

Dopo cinque minuti penso: “aveva ragione lei!”

Ma io ve lo dico subito subito: se voglio vedere uno spettacolo teatrale vado a teatro non al cinema.

Ecco perché a me questo film proprio non è piaciuto.

Di quale film parlo? Dobbiamo parlare, il nuovo film di Sergio Rubini.

Dopo 5 minuti già capisci che questi non escono di casa e già non mi va bene!

Non ce la faccio io: esiste il teatro per queste cose tanto, tantissimo, troppo parlate!

Due coppie che si vomitano addosso qualsiasi cosa: sopravviveranno in tre e starà a voi, se proprio volete andare, vedere chi se ne va.

Non mi è sembrato credibile NIENTE.

Le coppie decisamente male assortire: Fabrizio Bentivoglio, che io adoro, in versione Mario Brega, che proprio non si può sentire; la di lui moglie, che dice di aver 45 anni ma ne dimostra almeno 10 di più; Rubini, che vuole fare il quarantenne ma ne ha almeno venti di più; la di lui compagna, che dovrebbe fare la ragazzina, e si veste come mia nonna.

Lungo, noioso, a tratti imbarazzante.

Io mi sarei alzata a metà film, quando forse doveva finire perché hanno allungato il brodo in maniera interminabile!

La coppia sotto esame è quella di un chirurgo con la moglie che se ne dicono e fanno di tutti i colori.

Poi scoppia la litigata tra gli amici; poi la litigata dell’altra coppia… insomma parole parole, parole e urla urla urla.

Esci che ti fanno male le orecchie; ma è proprio meglio non entrare!

Due cose meritano: il gatto, bellissimo, e a me non piacciono i gatti (ho detto tutto!); e Roma, splendida vista dall’altro.

Ecco tutto.

Evitate.

What else? 

Niente, niente proprio.
Questa è la a risposta, la domanda la pone il libro di Simi che si intitola Cosa resta di noi?

Lo cominci, ti appassiona pure all’inizio perché prima accennano ad un omicidio, poi cambia la scena e abbiamo marito e moglie che cercano di avere un figlio. 

Il Lui della storia nasce bagnino e poi diventa gestore del stabilimento di famiglia; la Lei è una blogger che vuole fare la scrittrice; lei vive a Roma e lui a Viareggio. 

E fino qui.

Lui da solo fa lavori nello stabilimento e conosce Anna, che si invaghisce di lui, che ha un ex fidanzato e che ad un certo punto sparisce e, presumibilmente, muore.

Il libro è tutto in superficie: il rapporto tra marito e moglie che si vorrebbe fosse un grande amore (e magari pure lo è!) ma non viene fuori; la passione della scomparsa per il Lui della storia che, però, è sfumata, accennata; la rabbia dell’ex che è evidente ma poco relazionata.

Boh! 

L’impiccio c’è, pure forse il colpo di scena ma, a parte che devi aspettare più di tre quarti di libro, e poi?! Mah! 

Veramente non so come raccontarvelo il libro.

Si legge eh, poco per volta lo finisci pure ma non è che non vedi l’ora di tornare a casa per prenderlo in mano, non è che ti travolge. Almeno a me non è successo. 

Sicuramente denuncia certa televisione colpevolista, le trasmissioni inutili ed improntate sul niente, la sete di scoop che prima ti porta alle stelle e poi alle stalle ma il protagonista che pensa, che vuole, chi ama? 

Ancora non sono riuscita a capirlo.

Si lascia vivere e per lo più subisce le decisioni degli altri: di Anna, della moglie Guia, dell’ex di Anna. 

Un protagonista non protagonista! 

Infarcito di luoghi comuni su: i casi di cronaca; i famosi che si perdono per alcool e droga; le scrittrici/giornaliste che si appassionano dei presunti colpevoli; le coppie che si perdono se legate solo dalla voglia di un figlio.

Questo è.

Vabbè, io l’ho letto, voi penso possiate leggere di meglio. Siete esentati. 

The name

Mi piacerebbe sapere chi dà il nome ai modelli delle scarpe. No perché, secondo me, sarebbe interessante saperlo.Poi soprattutto per una come me che ci manca che dia il nome alla carta igienica!

Ci avete mai pensato? Io sì.

Allora, ve ne indico solo 3 che vanno molto di moda in questo momento e che magari vi sarà capitato di sentire.

Mary Jane: sono le scarpe con il tacco del momento. Per le meno attente trattasi di quelle tendenzialmente con il tacco, punta arrotondata e cinturino. Tutte gli stilisti le hanno reinventate: Laboutin, D&G, MiuMiu, Repetto e chi più ne ha più ne metta. Le trovo belle, molto belle. Ovviamente non tutte le versioni e comunque non penso siano facili da indossare nel senso che il piede deve essere tendenzialmente perfetto: no a forma di panino, no alluce valgo, no collo tropo alto. Insomma, tendenzialmente perfetto. Comunque, belle.

Le ho viste milioni di volte ma non avevo idea si chiamassero così e il nome mi piace molto e così ho scoperto che risale all’inizio del XX secolo e deriva da Mary Jane, la sorella di Buster Brown, personaggio principale del fumetto creato da Richard Outcault nel 1902. E se ci pensate ci sta perché sembrano davvero le scarpe delle donne disegnate nei fumetti.

Kitten shoes: sono quei décolleté con tacco mini, massimo 1 cm e mezzo. Delicatissime. Le trovo carine e vanno benissimo per look raffinato ma non impossibile da gestire per un’itera giornata come il tacco 12. Il nome fa riferimento alla piccolezza del tacco chiamato “gattino” e sono state resi celebri dalla mitica Audrey Hepburn: come non ricordarla davanti a Tiffany nel suo tubino nero Givenchy e le scarpe “gattino” nere ai piedi! Occhi a cuore.

Oxford Shoes: sono le scarpe da uomo tipo Curch’s. Basse: con lacci, duilio o lisce. Mi piacciono tantissimo, le vorrei di tutti i colori e stanno bene sotto a tutto secondo me: dal vestitino lezioso ai jeans ai tailleur eleganti. Belle. Vabbè qua il nome parla perché il riferimento è proprio quello dell’Università.

Stavate bene pure senza avere queste nozioni? Probabilmente sì ma la prossima volta che sentirete parlare delle Mary Jane (perché capiterà, ahhhh se capiterà!) non mi venite a chiedere niente perché io il mio l’ho fatto!

Saluti.

Non lo Stato eh

Ci penso da qualche ora che vorrei scrivere questa recensione ma non mi viene facile.

Allora ho pensato che era meglio non scrivere niente.

Poi, però, ogni tanto mi tornano dei flash del film e allora scrivo.

E vi scrivo di Alaska.

Per me è molto semplice: c’è un film con Elio Germano al cinema e allora io vado a vederlo perché mi piace sempre lui, qualunque cosa faccia. Penso di aver saltato solo quello su Leopardi, per ovvie ragioni.

Comunque, sono stata a vedere Alaska e mentre lo vedevo pensavo che se lo dovessi sintetizzare in 5 parole direi:

1) sfiga, ma di quella nera. Questo film è il concentrato di tutto quello che non dovrebbe accadere nella vita di due persone. Le persone in questione sono appunto Elio Germano e la di lui compagna. Due ragazzi soli al mondo, senza arte né parte, che insieme rappresentano un concentrato di sfortuna che ne basterebbe la metà. E poi dici “va bé, la sfiga non esiste” e infatti non esiste ma é il frutto di una serie di scelte e di colpi di testa sbagliati che prima lui, poi insieme, poi lei fanno e che ne segna il corso della vita di loro due da soli e di loro due insieme. 

2) amore: grande, immenso, invincibile quello di questa coppia che, appunto perché costretta dal punto 1 a superarne di ogni, diventa sempre più forte e indissolubile con una specie di lieto fine finale che magari non ti aspetti, proprio perché dietro ogni cosa che capita ti aspetti il fulmine a ciel sereno che te li incenerisce;

3) bravura: gigantesca di lui… Ma anche di lei, che ho trovato bellissima, forse poco espressiva, ma bellissima;

4) sintesi: dono che non appartiene alla storia. Tantissime cose, troppe cose. Ad un certo punto pensi “ma da quant’é che sto chiusa dentro a ‘sto cinema?!”. Quando finisce il film sembra passato un mese;

5) rabbia: é il sentimento che, insieme all’amore, viene raccontato più degli altri in questa storia. La rabbia che rovina inizialmente la vita del protagonista; del suo compagno di cella; della sua compagna. La rabbia che, se non controllata, ti uccide e, soprattutto, ti fa uccidere qualcun altro. Ma chi?!

Vedere per sapere, perché per me il film va visto… Certo andate al bagno prima di entrare e non bevete altrimenti la vescica si farà sentire senza pietà durante la lunga visione.