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Madonna col cappotto di pelliccia

Io la devo smettere di comprare i libri solo perché mi faccio affascinare dalla copertina o dal fatto che siano un best seller o che ne so.

La devo smettere.

Soprattutto se si tratta del libro da leggere in coppia con il mio amico che mi sta umiliando nelle scelte.

Le nostre regole sono:

1. autore che non ha letto nessuno dei 2… e su questo sono andata tranquilla perché l’autore in questione è morto svariato tempo fa ed ha scritto poco;

2. il libro deve avere una lunghezza moderata perché a lui non piace leggere l’enciclopedia Treccani;

3. farsi catturare almeno da quanto scritto in terza di copertina.

Bene, ho scelto Madonna col cappotto di pelliccia di Sabahattin Ali.

Bene, per la seconda volta ho fatto male, che su 5 libri letti insieme, di cui 3 scelti da me, non è proprio un buon risultato.

È triste, è un libro triste, angosciante e anche piuttosto inutile.

Se già stai triste, lo finisci, lo chiudi, prendi la macchina, vai ad Ariccia, sali sul ponte e ti butti.

Se sei felice, ti passa la felicità almeno per 5 minuti (perché per non più di 5 minuti mi sono rattristata) e non si può… anche 5 minuti sono importanti!

Del libro in sé che posso dirvi?!?! Un reietto della società, triste tristissimo, trattato male da tutti (moglie, figli, datore di lavoro, colleghi, sorelle, cognati, cane!) si ammala. Si trova un diario e da lì si scopre la sua vera storia.

Ora voi penserete: “beh, dai allora in un momento questo qualcuno l’ha considerato”!

Sì vero, ma MALE, l’ha considerato male.

Perché pure nella storia nella storia questo poverino è trattato decisamente male… mi verrebbe un’espressione più colorita ma non ve la posso dire.

C’è sottesa una storia d’amore ma di una tristezza, “un detto/non detto”, una fatica/ una pesantezza, che palle.

No, no, no.

Scusa amico, scusate tutti ma leggendo questa vi salvate!

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Alice nell’ombra

Io ve lo dico: questo 2019 di letture è iniziato col botto.

Ieri mattina ho finito un libro iniziato alla fine del 2018 di cui vi parlerò a breve (spero!) e che mi è piaciuto tantissimo e stanotte ne ho divorato un altro che mi è stato regalato a Natale: Alice nell’ombra di Barbara Garlaschelli.

Ammazza che lettura, ragazzi.

L’amica che me lo regalato mi ha detto che assolutamente dovevo conoscere questa autrice e aveva ragione.

Il libro si sviluppa su due binari e la cosa, capita a pagina 3, mi è piaciuta da pagina 2 fate conto.

La storia è quella di Alice intrappolata nella sua vita e in un’enorme Villa dove vive con il marito, la mamma e la suocera.

Che storia ma, soprattutto, che costruzione della storia!

Il libro è breve ma in 140 pagine c’è materiale per una serie televisiva, un film di 2 ore, c’è veramente tanta roba.

Frasi brevi, punteggiatura azzeccata.

Una suspance da profondo rosso.

Che bravissima Barbara a scrivere!

Due amiche, due figli che diventano marito e moglie, una casa, un amore, una storia che ti toglie il fiato.

Vi dico solo che ho iniziato il libro, non c’era modo di mollarlo, lo lascio, mi addormento, mi sveglio per una bottarella di insonnia, riprendo il libro, lo finisco.

Ben scritto, costruito, regge fino alla fine.

Avvincente. Veloce. Bello.

Un giallo, un romanzo d’amore, leggetene tutti.

Vuoto

Finito Vuoto di De Giovanni.

Ultimo dei Bastardi di Pizzofalcone.

Ora io mi dovrei mettere qui a dirvi quanto mi sia piaciuto.

Non ci riesco ma non perché non mi sia piaciuto ma perché è come quando torni a casa dopo un po’ di tempo: tutto bello ma già sai.

Ecco, forse questa sensazione del “già sai” che ti porta un po’ avanti nella storia ma neanche troppo.

E sì che viene introdotto un nuovo personaggio e sì che per tutti qualcosa si muove ma è “qualcosa”, forse troppo poco.

La storia, De Giovanni mi perdonerà, mi è sembrata un po’ banale e neanche troppo approfondita anche se un minimo di colpo di scena c’è alla fine.

La nuova arrivata bella e dannata.

Pisanelli malato.

Aragona in forma.

Lojacono quasi assente.

Palma e Ottavia più protagonisti degli altri.

Alex al solito.

Forse il vuoto del titolo si ritrova pure nella storia. Forse l’effetto “mancanza” è voluto… manca qualcosa a questo libro ma non saprei dirvi cosa.

Facciamo così, leggetelo e se scoprite che mi manca, mi scrivete.

Vi aspetto.

Ride

Ho visto il film di Mastandrea, Ride.

È davvero un bel film, mi verrebbe da dirvi un “gioiellino”.

Uno di quelli che il film finisce e non ti alzi, che resti lì fino alla fine dei titoli di coda e ne vorresti ancora.

Bravo Mastandrea, bravo a rendere il momento in cui ti si spezza il cuore e fa talmente male che non riesci a piangere.

E non che tu non lo voglia, lo vuoi, ci provi, ma niente, la botta non arriva.

E non arriva perché?! Non lo sai neanche tu, forse perché fa troppo male.

È bravissima lei a provarci, sta lì, si concentra, mette su la musica, prende i fazzoletti ma la “bomba d’acqua” non scoppia; non arriva quello tsunami di lacrime che ti aiuta a liberarti del dolore.

Niente.

E allora che fai se tuo marito a 35 anni muore sul lavoro e ti lascia con un figlio di 12?! Ridi: “mamma ride”.

Sono bravi tutti a rendere questo film emozionante.

Ti prende un groppo in gola più volte nel corso della proiezione che, però, poi spesso si scioglie in una risata.

Ci sono tante cose da vedere: un amore forte; un’amicizia tra adolescenti; un rapporto padre/figlio complesso; una provincia, che aspetta la televisione; un lavoro piuttosto infame.

Davvero ben fatto.

Ci sono varie scene che mi hanno emozionata, senza spoilerare, prestate attenzione all’esplosione della bomba d’acqua. Bel momento.

La musica è perfetta nell’accompagnamento, sopratutto alla fine quando la canzone di Ivan Graziani, ti dà quel colpo di grazia che non ti aspetti.

Sbrigatevi perché vale davvero la pena e tra poco lo tolgono, come direbbe Mastandrea: “Daje tutti!”.

Il cuore delle cose

Voi ci pensate mai a quanto siamo affezionati alle cose.

Io ci ho pensato tantissimo ieri.

Personalmente non lo sono molto ma vi racconto.

Se ne hanno tante di cose, se ci pensate, forse troppe.

Tra quelle che si trovano più di frequente a casa mia abbiamo: i vestiti che amo, ma non ho il tempo di affezionarmici perché dovrei indossarli e, quella volta a stagione che tocca a loro, non ci arrivo; poi ci sono le borse, e qui già il discorso si fa più complicato, perché a loro sì ho il tempo di affezionarmi ma dopo un po’ mi stancano; e poi la macchina, la vespa, le scarpe, insomma tante, troppe cose.

Ci sono, però, delle cose speciali che si hanno e sono i regali.

E qui veniamo al punto.

Per l’ultimo mio compleanno passato fisicamente insieme (perché c’era anche a questo anche se non la vedevo) Stefi mi ha regalato un segnalibro. Non un segnalibro qualunque, IL segnalibro. Perfetto per me, per lei, per noi. A forma di cuore. Di Tiffany. Da tenere nelle mille pagine dei libri che leggo.

L’anno scorso, con buona pace del mio Kobo, ho usato solo libri di carta per guardarlo tutte le sere, per usarlo tutti i giorni. Quest’anno lo sto alternando ma è sempre presente, magari leggo un libro su Kobo e uno in carta (nell’eterna gara con me stessa a chi legge di più!) per averlo sempre tra le mani.

Ora nel passaggio Kobo, lui stava lì, sul comodino, mi aspettava. Finisco il libro, lo compro di carta e lo inizio; mi giro, metto la mano sul comodino e lui non c’era, mi dico che non è possibile “stava proprio qui” e lui non c’era. Comunque penso: “è tardi, hai sonno, c’è ma non lo vedi, cerca domani mattina”. E’ mattina e mi sveglio con un solo pensiero: dov’è?! E smonto il comodino, guardo sotto al letto, nella spazzatura, nel sacchetto dell’aspirapolvere. LUI NON C’E’.

Ed è qui che nasce la disperazione.

Quel segnalibro ieri non era il segnalibro, era Stefi; quel segnalibro ieri non era una cosa ma l’ultima che mi ha regalato lei; era l’ultima cosa pensata per me, l’ultima cosa che ha acquistato in un negozio per me e non in un negozio qualsiasi ma nel mio negozio preferito; l’ultima cosa che lei ha immaginato di dovermi lasciare, l’ultima cosa che quotidianamente, al di là del pensiero di lei che mi accompagna, posso tenere tra le mani dopo che l’ha tenuta tra le mani lei; l’ultima cosa.

Sono impazzita e poi sono uscita, perché mi dovevo calmare perché “la casa nasconde ma non ruba” perché dovevo trovare una giustificazione per me stessa, perché era inutile stare dentro casa senza di Lui.

E poi stamattina era lì, sotto al letto dove ieri sono certa di aver guardato, dove ieri sono certa che non c’era, dove mi aspettava.

Perché vi sto raccontando tutto questo?!

Perché ieri ho riflettuto tantissimo su questa affezione alle cose, mi dicevo “in fondo è solo una cosa” e poi ho pensato che no, non è solo una cosa. Per me quella cosa, come mille altre che mi circondano in casa, è Stefi.

Perché io Stefi non posso chiamarla e dirle, come ho fatto mille volte: “scusa Ste, lo sai che sono un disastro?! l’ho perso!” e lei non può ridere e dirmi: “Te lo riprendo, non ti preoccupare!”… non lo possiamo fare più io e te, Stefi. C’è sempre questa cosa che ci è dovuta capitare e alla quale non mi rassegnerò mai; c’è sempre questa cosa che ci impedisce di parlare con la voce, si può fare solo con il cuore.  E però, Stefi, io il cuore l’ho ritrovato e non lo perdo più, non lo perderò mai più perché è tuo e sarà sempre tra le pagine del libro, del mio, sempre.

 

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Bilico

Il mio grosso limite è che non sopporto le ingiustizie.

Ora detta così voi potreste tranquillamente rispondermi con l’art. 7 della Costituzione Romana di Rocco Schiavone, ma capirete meglio la frase dopo aver letto il libro che ho appena finito io e cioè Bilico di Paola Barbato.

Un giallo, scritto molto bene.

Giuditta è la protagonista della storia, una psichiatra, un’anatomopatologa che deve indagare su una serie di efferati omicidi commessi da quello che sembra essere indubbiamente un serial killer.

Lei è una donna abbastanza cessa (per come si descrive) ma mezza genia, vergine e affezionata al sesso online. Con lei ad indagare c’è una squadra di poliziotti e su tutti c’è il biondino Miglio.

Io non vi posso dire di più perché è un giallo e lo spoiler proprio non è ammissibile.

Quello che vi posso dire è che esattamente a metà libro arriva, tra capo e collo, un colpo di scena che vale tutta la lettura.

Mi è piaciuto, direi.

Superata la cruenta fase iniziale, vi ritroverete a leggere dei tratti un po’ noiosi, un po’ messi lì per allungare il brodo ma conviene stare attenti perché nulla è raccontato a caso: tutto torna in un vortice di impicci che lasciate stare. Quando sei lì che un po’ ti stai annoiando, zac arriva la mazzata.

Sì, si fa leggere. Io ve lo consiglio, leggetene tutti.

Io ovviamente mi dedico a qualcosa di più melenso… o almeno spero!

Stay tuned.

Di Sangue e di ghiaccio

Se il libro te lo consiglia uno dei tuoi scrittori preferiti come fai a non prenderlo?!

Lui dice, quindi, ed io eseguo e parliamo ora Di sangue e di ghiaccio di Mattia Conti che, credo, sia stato finalista al premio Campiello.

Ora se guardate la foto di Mattia Conti rimarrete impressionati perché a stento gli dareste 12 anni, poi scoprirete che è nato nel 1989 e quindi vi renderete conto che, a poco meno di 30 anni, ha scritto questo gioiellino.

Di sangue e di ghiaccio è un libro che all’inizio ti fa pensare: ma cosa sto leggendo?! Ma che scrittura è?! Ma quanto è arzigogolata questa storia?! E i nomi?! Ranocchia che vuol dire?!

Poi ti fai trascinare e come niente sei alla fine dell’800 a Lecco e ti ritrovi in nell’ambiente sporco e trasandato degli artisti di strada; poi in un manicomio; poi tra le streghe; poi alla ricerca di una maestrina cercando di decifrare un codice segreto.

Ora, per me, leggendo abbastanza è difficile trovare qualcosa di innovativo eppure Mattia, tornando all’antico, ci è riuscito.

Il punto non è tanto scrivere una storia ambientata nell’ottocento ma farlo cercando un lessico che sia più o meno quello dell’epoca. E questo non è facile.

La difficoltà iniziale sta proprio in questo: nel ritrovarsi a leggere qualcosa in una scrittura che non è la nostra, con dei termini ed una costruzione che non è dell nostra epoca. Una volta che prendi la mano la storia corre veloce però e le pagine si leggono da sole.

Al di là della storia che, comunque, é appassionante e appassionata colpisce il modo in cui è raccontata.

Trattasi ad ogni modo di una storia di amore che porta alla pazzia, alla fuga da un manicomio, alla ricerca della verità.

È travolgente ed erano criminali in questi manicomi, solo questo posso dirvi, il resto lo leggete da soli perché ne vale veramente la pena.

D’altronde credete che il “mio” scrittore poteva mai deludermi anche nel consiglio?! Io dico di no!