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Ride

Ho visto il film di Mastandrea, Ride.

È davvero un bel film, mi verrebbe da dirvi un “gioiellino”.

Uno di quelli che il film finisce e non ti alzi, che resti lì fino alla fine dei titoli di coda e ne vorresti ancora.

Bravo Mastandrea, bravo a rendere il momento in cui ti si spezza il cuore e fa talmente male che non riesci a piangere.

E non che tu non lo voglia, lo vuoi, ci provi, ma niente, la botta non arriva.

E non arriva perché?! Non lo sai neanche tu, forse perché fa troppo male.

È bravissima lei a provarci, sta lì, si concentra, mette su la musica, prende i fazzoletti ma la “bomba d’acqua” non scoppia; non arriva quello tsunami di lacrime che ti aiuta a liberarti del dolore.

Niente.

E allora che fai se tuo marito a 35 anni muore sul lavoro e ti lascia con un figlio di 12?! Ridi: “mamma ride”.

Sono bravi tutti a rendere questo film emozionante.

Ti prende un groppo in gola più volte nel corso della proiezione che, però, poi spesso si scioglie in una risata.

Ci sono tante cose da vedere: un amore forte; un’amicizia tra adolescenti; un rapporto padre/figlio complesso; una provincia, che aspetta la televisione; un lavoro piuttosto infame.

Davvero ben fatto.

Ci sono varie scene che mi hanno emozionata, senza spoilerare, prestate attenzione all’esplosione della bomba d’acqua. Bel momento.

La musica è perfetta nell’accompagnamento, sopratutto alla fine quando la canzone di Ivan Graziani, ti dà quel colpo di grazia che non ti aspetti.

Sbrigatevi perché vale davvero la pena e tra poco lo tolgono, come direbbe Mastandrea: “Daje tutti!”.

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Il cuore delle cose

Voi ci pensate mai a quanto siamo affezionati alle cose.

Io ci ho pensato tantissimo ieri.

Personalmente non lo sono molto ma vi racconto.

Se ne hanno tante di cose, se ci pensate, forse troppe.

Tra quelle che si trovano più di frequente a casa mia abbiamo: i vestiti che amo, ma non ho il tempo di affezionarmici perché dovrei indossarli e, quella volta a stagione che tocca a loro, non ci arrivo; poi ci sono le borse, e qui già il discorso si fa più complicato, perché a loro sì ho il tempo di affezionarmi ma dopo un po’ mi stancano; e poi la macchina, la vespa, le scarpe, insomma tante, troppe cose.

Ci sono, però, delle cose speciali che si hanno e sono i regali.

E qui veniamo al punto.

Per l’ultimo mio compleanno passato fisicamente insieme (perché c’era anche a questo anche se non la vedevo) Stefi mi ha regalato un segnalibro. Non un segnalibro qualunque, IL segnalibro. Perfetto per me, per lei, per noi. A forma di cuore. Di Tiffany. Da tenere nelle mille pagine dei libri che leggo.

L’anno scorso, con buona pace del mio Kobo, ho usato solo libri di carta per guardarlo tutte le sere, per usarlo tutti i giorni. Quest’anno lo sto alternando ma è sempre presente, magari leggo un libro su Kobo e uno in carta (nell’eterna gara con me stessa a chi legge di più!) per averlo sempre tra le mani.

Ora nel passaggio Kobo, lui stava lì, sul comodino, mi aspettava. Finisco il libro, lo compro di carta e lo inizio; mi giro, metto la mano sul comodino e lui non c’era, mi dico che non è possibile “stava proprio qui” e lui non c’era. Comunque penso: “è tardi, hai sonno, c’è ma non lo vedi, cerca domani mattina”. E’ mattina e mi sveglio con un solo pensiero: dov’è?! E smonto il comodino, guardo sotto al letto, nella spazzatura, nel sacchetto dell’aspirapolvere. LUI NON C’E’.

Ed è qui che nasce la disperazione.

Quel segnalibro ieri non era il segnalibro, era Stefi; quel segnalibro ieri non era una cosa ma l’ultima che mi ha regalato lei; era l’ultima cosa pensata per me, l’ultima cosa che ha acquistato in un negozio per me e non in un negozio qualsiasi ma nel mio negozio preferito; l’ultima cosa che lei ha immaginato di dovermi lasciare, l’ultima cosa che quotidianamente, al di là del pensiero di lei che mi accompagna, posso tenere tra le mani dopo che l’ha tenuta tra le mani lei; l’ultima cosa.

Sono impazzita e poi sono uscita, perché mi dovevo calmare perché “la casa nasconde ma non ruba” perché dovevo trovare una giustificazione per me stessa, perché era inutile stare dentro casa senza di Lui.

E poi stamattina era lì, sotto al letto dove ieri sono certa di aver guardato, dove ieri sono certa che non c’era, dove mi aspettava.

Perché vi sto raccontando tutto questo?!

Perché ieri ho riflettuto tantissimo su questa affezione alle cose, mi dicevo “in fondo è solo una cosa” e poi ho pensato che no, non è solo una cosa. Per me quella cosa, come mille altre che mi circondano in casa, è Stefi.

Perché io Stefi non posso chiamarla e dirle, come ho fatto mille volte: “scusa Ste, lo sai che sono un disastro?! l’ho perso!” e lei non può ridere e dirmi: “Te lo riprendo, non ti preoccupare!”… non lo possiamo fare più io e te, Stefi. C’è sempre questa cosa che ci è dovuta capitare e alla quale non mi rassegnerò mai; c’è sempre questa cosa che ci impedisce di parlare con la voce, si può fare solo con il cuore.  E però, Stefi, io il cuore l’ho ritrovato e non lo perdo più, non lo perderò mai più perché è tuo e sarà sempre tra le pagine del libro, del mio, sempre.

 

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Gli spaiati

Beh, se il primo libro mi aveva convinto poco, questo per niente.

Gli spaiati di Ester Viola è sicuramente un libro perdibile.

Certo se, come me, hai letto il primo alla fine ti interessa sapere che fine fa Olivia ma all’ultima pagina ti dici che forse era meglio non appagare la curiosità.

Olivia si è messa con il suo capo, Luca. Ora il “come, quando, perché” non è dato saperli.

In questa storia, per una come lei che faceva l’analisi grammaticale delle virgole dei messaggi dell’ex, non ci si appassiona per niente alla vera relazione. Per niente. Lui ha lasciato la moglie, per fatti suoi, e poi loro si sono messi insieme. Punto. Fine dell’innamoramento. La parte più divertente dell’amore, quella della “cotta”, Ester Viola tende a non raccontarla perché l’amore per Olivia, come per lei immagino, è più che altro sofferenza, e noia, e abitudine.

Dopo che Olivia ci ha rotto le palle sull’infelicità della singletudine ora che è in coppia è meno divertente, meno interessante. E’ tutto abbastanza scontato: tornare a casa la sera, vivere con lui, mangiare insieme, ridere, dormire e svegliarsi con un’altra persona, che sono le cose che più o meno mancano ai single (o almeno a me), qui sono trattate più come un dovere che come un piacere.

Ma perché?! Cioè trovo insopportabile questo dover essere ciniche a tutti i costi. In più se ti metti con Luca, che sembra un fico spaziale (io me lo immagino tipo Patrick Dempsey), pure intelligente e padre modello, di che cazzo ti lamenti Olivia?! Oddio, vedi, forse mi ha fatto salire il veleno.

Come se non bastasse quanto sopra, si trasferisce da Napoli a Milano e così la fantastica ambientazione umana e paesaggistica altamente ne risente.

La verità è che questo libro che vuole parlare degli “spaiati”, cioè di quelli che sono stati talmente tanto da soli che non sono più abituati a stare in due, forse è proprio un inno alla coppia. Anche se è una coppia che non mi piace o, meglio, è un racconto di coppia che non mi piace.

Comunque, ho raggiunto il mio obiettivo ossia arrivare ad oggi che esce Vuoto di De Giovanni.

A molto presto.

L’amore è eterno finché non risponde

Ho appena finito il primo libro di Ester Viola L’amore è eterno finché non risponde.

Premesso che io non amo i libri da femminucce, quelli dove si racconta l’amore:lei ama lui, lui la lascia, lei soffre.

E non mi piacciono perché sembra sempre che la donna sia l’indifesa e l’uomo il mostro.

Non è così.

Poi odio, anche nella vita, il: lui ha detto e allora io gli ho detto e allora lui ha risposto; e poi leggi e rileggi messaggi; e poi la ricerca del l’interpretazione autentica; e poi conti le telefonate; e poi vai su tutti social per vedere quello che fa lui e com’è la ex, e com’è la nuova fiamma, ma che vi importa, vi dovrebbe bastare che non sta più con voi (o non ci è mai stato per rassegnarvi!) o no?!?

E non vi sta parlando una che ha messo su la famiglia Cuore, anzi, restituire un solitario di Tiffany (e non per colpa mia!) mi metterebbe di diritto nella categoria delle disilluse, di quelle che “tanto gli uomini sono tutti delle merde” e “l’amore non esiste” ma non sono io, non ci riesco.

Solo che considero un’inutile perdita di tempo stare lì a fare l’analisi logica del detto e non detto, se uno vuole dice sennò vai avanti. Io più o meno sull’argomento la penso così, comunque…

Tutto ciò premesso, per rimanere nel linguaggio “avvocatese”, che è quello che usa Ester Viola, il libro non mi è del tutto dispiaciuto, anzi alla fine mi ero pure un po’ affezionata ad Olivia, a Luca, a Viola, a Luciano, a Dario, tanto che mi compro pure subito il seguito.

Ester Viola è un avvocato divorzista che scrive per vari giornali e, tra questi, per Vanity Fair, il lunedì mattina tiene una rubrica, che io adoro, tipo la posta del cuore ma scritto in un modo così ironico, sarcastico, divertente che è un piacere leggerla.

E anche il libro è più o meno così.

La protagonista è Olivia, un avvocato divorzista (pure lei!) che vive a Napoli, che si è da poco lasciata con Dario, e che incappa in una serie di vicissitudini amorose. Neanche troppo fallimentari.

Al di là di una serie di luoghi comuni, necessari ai fini della storia, e di intrattenimento sulla noia dell’amore in una certa fase, il libro è carino.

È un libretto, come lei stessa lo definisce, che si fa leggere volentieri.

Lei dovrebbe essere una Bridget Jones nostrana, ma di Bridget Jones non ha molto perché è evidentemente una fica ed evidentemente ricercata da svariati uomini, al contrario dell’ubriacona inglese.

Carriera da Avv.to ben avviata, appartamento vista mare e già questo, di diritto, non la pone più nella categoria delle sfigate.

Comunque l’ho letto non aspettandomi niente e infatti è andata bene così.

Cioè se non ti aspetti, qualcosa ottieni ed infatti un paio di ore piacevoli il libro te le regala.

Ora è appena uscito il secondo, Gli spaiati, e quasi quasi resto a Napoli per vedere come si è sistemata Olivia.

Buona lettura a voi.

Il talento del cuoco

Toccava a me.

Ho scelto Il talento del cuoco di Martin Suter.

Comincio a credere che leggere un capolavoro non sarà più possibile ma leggere una favoletta, abbastanza ben scritta forse sì.

Non so ancora cosa ne pensa il mio amico perché non lo ha ancora finito (poi dice che faccio la sborona… però è lento lui!), comunque sebbene nulla di che il libro non è proprio male. Un libretto mi verrebbe da dirvi, una favoletta, una letturetta piacevole.

Tutto con il suffisso -etto comunque.

Se poi pensate che l’ultimo libro che ho letto era la storia di un serial killer che strappava i denti alle sue vittime, vi renderete conto che la favoletta ci stava.

Questa è la storia di un cuoco Tamil che è chef ma fa lo sguattero e poi ridiventa chef; si innamora di una donna con la quale poi diventa socio. E detta così… niente di che. Se non fosse che la società che hanno è una società di catering per cibi afrodisiaci, a colpo sicuro, la società infatti si chiama Love food.

Da una parte abbiamo la rigidità dello chef che deve lottare anche con i suoi principi religiosi, dall’altra la razionalità della socia e, soprattutto, la necessità di fare soldi.

La cosa che mi è piaciuta di più del libro è proprio la preparazione dei piatti, che avrei addirittura approfondito di più, e il certo esito che ne deriva ma anche qui avrei approfondito di più.

Ecco, forse il più grande difetto del libro è la superficialità, il fatto che ad un certo punto si dia un po’ tutto per scontato.

Maravan è un protagonista che fa simpatia, tenerezza. Ti metti subito dalla sua parte anche se quel suo essere troppo dimesso dopo un po’ ti urta, o almeno ha urtato me. Sicuramente con lui condivido l’odio per l’odore di cibo di cui si riempie la casa quando si cucina ma io e lui adottiamo due soluzioni diverse: lui apre la finestra per far cambiare l’aria; io non cucino.

Consiglio la lettura del libro a stomaco pieno perché inevitabilmente vi verrà fame anche se metà degli ingredienti di cui si parla sono sconosciuti, per lo meno a me.

Alla fine c’è anche un piccolo colpo di scena, nonché le ricette che usa lui per far “quagliare” coppie che non lo fanno più da anni o che non lo hanno mai fatto.

Utile.

Non mi sento proprio di consigliarvi di lanciarvi in libreria per acquistarlo ma se capita non lo disdegnate.

Non sento di dovermi scusare con il mio amico di lettura, almeno non quanto fatto con L’idiota. Sicuramente la sua scelta è stata più fortunata anche di questa mia seconda, perché più stimolante, ma questo libretto può non essere buttato nel cestino.

Confidando nella sua prossima scelta, mi leggo i 4/5 libri in sospeso.

Aggiornamento: l’amico l’ha finito e si trova d’accordo con me con un 6 e mezzo alla lettura.

Bilico

Il mio grosso limite è che non sopporto le ingiustizie.

Ora detta così voi potreste tranquillamente rispondermi con l’art. 7 della Costituzione Romana di Rocco Schiavone, ma capirete meglio la frase dopo aver letto il libro che ho appena finito io e cioè Bilico di Paola Barbato.

Un giallo, scritto molto bene.

Giuditta è la protagonista della storia, una psichiatra, un’anatomopatologa che deve indagare su una serie di efferati omicidi commessi da quello che sembra essere indubbiamente un serial killer.

Lei è una donna abbastanza cessa (per come si descrive) ma mezza genia, vergine e affezionata al sesso online. Con lei ad indagare c’è una squadra di poliziotti e su tutti c’è il biondino Miglio.

Io non vi posso dire di più perché è un giallo e lo spoiler proprio non è ammissibile.

Quello che vi posso dire è che esattamente a metà libro arriva, tra capo e collo, un colpo di scena che vale tutta la lettura.

Mi è piaciuto, direi.

Superata la cruenta fase iniziale, vi ritroverete a leggere dei tratti un po’ noiosi, un po’ messi lì per allungare il brodo ma conviene stare attenti perché nulla è raccontato a caso: tutto torna in un vortice di impicci che lasciate stare. Quando sei lì che un po’ ti stai annoiando, zac arriva la mazzata.

Sì, si fa leggere. Io ve lo consiglio, leggetene tutti.

Io ovviamente mi dedico a qualcosa di più melenso… o almeno spero!

Stay tuned.

Le nozze di Figaro

Come più volte mi è capitato, sento il bisogno di raccontarvi non soltanto dei libri che leggo, dei film ma anche delle opere a teatro che vado a vedere.

Questa è la volta de Le nozze di Figaro al Teatro dell’Opera.

E, mi dispiace per voi, ma ho visto l’ultima replica.

Bellissima.

Inutile che vi stia qui a spiegare la musica di Mozart e il libretto di Da Ponte: lì non ci sono parole da sprecare. Opera buffa quindi divertente o comunque con lieto fine, musica meravigliosa.

Finito.

Posso però dirvi qualcosa sulla regia e la scenografia, sull’allestimento in genere, che è decisamente ultramoderno.

Vi dirò, mi è piaciuto. Anche molto direi.

Gli abiti di scena super fashion, a tratti pure troppo, e qui mi sento di poter intervenire:

1. mi permetto, per esempio, di suggerire che se una cantante è alta 1.90 e pesa 90kg forse il jeans super strappato con décolleté con tacco kitten di non più di 5cm si può evitare… il povero tacchetto scricchiolava sotto il suo peso e io mi sono distratta pensando che si spezzasse, più adatto il tacco dell’abito, di almeno 10cm che la sosteneva meglio;

2. ok lo smoking moderno ma l’orlo alla caviglia NO NO e ancora NO;

3. a Marcellina evitiamo di mettere abiti che non la facciano sentire a proprio agio, trattasi sempre di sig.ra over 50 che deve cantare e non pensare a quanto sta in imbarazzo, idem Barbarina con la camicia da notte micro;

4. 10 e lode al direttore d’orchestra super moderno con felpa e pantaloni in ecopelle ma se sei tutto vestito di nero, gli anfibi testa di moro scamosciati li lasci a casa per altra occasione!

Per il resto vi dico bello: elefanti da tutte le parti e un motivo ci sarà ed appena lo scopro ve lo faccio sapere; un piccolo problema di feticismo con i piedi per il leva e metti le scarpe e piedi nudi, ma tipo un’ossessione; inutili, senza senso e un po’ fastidiose le due donne nude nell’ultima scena che se è andata bene stanno con un raffreddore oggi.

Comunque bravi tutti, le donne di più: Cherubino (fantastica!), Susanna e la contessa su tutte. Mi ha entusiasmato più il Conte che Figaro ma insomma bravi tutti… meno io che ho scelto un palchetto laterale che ha causato torcicollo non richiesto… a tal proposito, vi consiglio di non fidarvi delle cartine virtuali di TicketOne.

Io scelgo altri posti per la prossima, voi organizzatevi.