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Happyness

Oh, finalmente!

Finalmente ho letto La tentazione di essere felice, che volevo leggere da tanto tempo.

Finalmente mi sono liberata dai gialli che mi hanno accompagnato per tutta l’estate.

Finalmente un libro a dir poco interessante.

Non so perché mi incuriosisse: senz’altro il titolo.

Il concetto di felicità non è mai trattato abbastanza secondo me.

Questo libro è DE – LI – ZIO – SO! Forse una definizione un po’ banale ma così è, questo aggettivo rende l’idea.

Protagonista il napoletano Cesare Annunziata, 77 anni, vecchio e burbero.

Napoli accompagna le sue avventure che poi di fatto avventure non sono. Nel senso che succede tanto ma niente di importante: è il racconto della vita normale di un anziano qualunque, rimasto vedovo con due figli ed un nipote e che vive da solo.

A parte il travolgente incontro con la vicina di casa Emma, non succede molto, diciamo che si sistemano “cose di famiglia”: la figlia con cui litiga a oltranza; il figlio che si decide a confessare al padre una sessualità che non è un segreto per nessuno; lui che si decide a mostrare qualche emozione.

La cosa che più mi ha affascinato di questo libro è il punto di vista del protagonista. A parte che è divertente, tanto divertente ma poi in genere quando i protagonisti dei libri sono gli anziani si parla del loro passato, qui il passato c’è ma a tratti, è il presente che la fa da protagonista con la sua routine, con la sua apparente inutilità per un uomo che ormai ha vissuto più dei due terzi della propria vita.

Non ne sapevo niente del libro, a parte il titolo, e non posso non esserne soddisfatta.

La scrittura è semplice e immediata, senza troppi giri laddove i giri sarebbero fuori luogo data la linearità della storia da raccontare.

Fantastico, perché lo faccio anche io spesso (e chi legge il blog lo sa), l’elenco delle cose che piacciono a Cesare e su tutte “mi piace quando una donna ti dice ti amo con gli occhi” cosa c’è di più romantico?

Alla fine “i vecchi” come Cesare vanno ascoltati, seguiti, amati.

Non ve ne pentirete.

 

 

Vorrei, vorrei…

Ho pensato che, alla soglia di un compleanno importante, fosse necessario scrivere.

Ho pensato che, in vista dei 40 anni, fosse necessario dire la mia.

Ho pensato che, per il 19 luglio 2015, fosse necessario esprimere dei desideri.

Inciso: è incredibile come l’età si e ti relativizzi. Mi spiego: a 20 anni avevo le idee chiarissime su quello che volevo fare e su dove sarei stata a 40 anni; a 30 ho cominciato ad avere dei dubbi; a 40, invece, ho capito che non è importante tanto dove devo arrivare ma con chi lo faccio.

E proprio per questo vorrei, per questo compleanno e per la vita futura, intanto ringraziare i Miei (mamma, papà, fratello e cana!), sempre e comunque, per tutto quello che hanno fatto per me e che continuano a fare; per esserci in ogni momento della mia vita con le loro parole ed i loro silenzi; per avermi reso una persona equilibrata, stabile, felice perché se sono così è solo merito loro.

E poi vorrei…

… vorrei che la persona che mi sta accanto si svegliasse tutte le mattine con la gioia di svegliarsi accanto a me, con l’entusiasmo del primo giorno, lo stesso che provo io svegliandomi accanto a lui; vorrei che mai mi facesse sentire trasparente, inadatta, inutile ma sempre speciale come un giorno in Camargue;

… vorrei che i miei amici (TUTTI) stessero, prima di tutto bene, fossero sani: mai un dolore, mai una sofferenza e, laddove ci fosse, vorrei poterla superare con loro; e li vorrei sempre felici, come davanti a un piatto di tagliolini all’astice in Sardegna; emozionati, come davanti al Tesoro di Petra; allegri, come ad una cena in terrazza da loro; rilassati, come davanti un tramonto a Sabaudia;

… vorrei che i bimbi delle mie amiche crescessero felici, perché i bimbi solo questa preoccupazione devono avere per essere degli adulti sani;

… vorrei mai dovermi pentire delle scelte fatte;

… vorrei mai più sentirmi dire (anche se mi è successo una volta sola, ma una sola è già troppo!) che sono una che “non si occupa degli altri”, “bipolare” e ” superficiale”  oppure, pur sentendolo, vorrei immensamente FOTTERMENE e non starci male come faccio;

… vorrei un Amore per le mie amiche single ma di quelli puri, sinceri, semplici come solo gli amori felici sanno essere;

… vorrei continuare la mia strada con le vecchie e solide amicizie ma anche con quelle nuove che sembrano vecchie;

… vorrei chiedere scusa a chi non amo abbastanza, a chi non curo abbastanza, a quelli per cui ho poco tempo, a quelli che in questo momento sto odiando con tutta me stessa, a chi ho fatto del male volontariamente o involontariamente;

… vorrei avere più pazienza;

… vorrei, banalmente, essere sempre felice e che voi tutti lo foste con me.

Cheers!

 

Libro nr. 7

Mai tranquilli, neanche in una torrida estate fascista, con il sole che squaglia i marciapiedi si può stare tranquilli con il commissario Ricciardi.

Segui lo spettacolare volo di un Professore da un piano alto dell’ospedale.

Dici: è suicidio!

Ma secondo voi?! Con il Commissario che deve indagare, può essere mai suicidio?! E dai, su!

E infatti, suicidio non è.

E scopri che: il prof. è un “figlio ‘e ‘ntrocchia” per dirlo alla napoletana, con moglie figlio e amante; arrivista ed arrivato sulla pelle altrui; luminare ma non senza macchia, per qualche errore di troppo. E indaghi e scopri insieme al Commissario l’assassino, che mai e poi mai ti aspetteresti, ve lo dico!

Al solito, però, sullo sfondo succede di tutto.

Vi avevo anticipato che nel sesto libro succedeva qualcosa che non mi piaceva e, infatti, qui se ne vedono le conseguenze: Enrica parte; Livia resta e insiste; Alfredo Maria non capisce una mazza, lasciatemelo dire.

E continua a capire ancora meno quando la tata si ammala. E questo è il primo momento, dopo 6 libri e mezzo, in cui Ricciardi mostra un sentimento vero, vero e manifesto. Diventa un bambino al cospetto della tata nel letto di ospedale.

Tata che ha lasciato il testimone a Nelide, sua nipote.

Tata che parla con la mamma morta del “signorino”.

Tata che lotta tra la vita e la morte.

Ricciardi, con l’aiuto del sempre presente Maione, scopre l’assassino mentre: Livia organizza una festa; la tata è in ospedale; Enrica si lascia corteggiare da un altro e lo stesso Maione è alle prese con il peggiore dei sospetti: il tradimento della moglie.

Ed è la gelosia che scuote Ricciardi ma non ancora abbastanza, mannaggia a lui.

Avvincente, godibile, scorrevole, delicato, fresco, esilarante,

Tutto questo e molto altro ci assicura De Giovanni, del quale (ahimè!) inizio l’ultimo della serie… già mi manca.

PS: mio malgrado, non avendo fatto in tempo ad andare in libreria, ho letto il libro su kindle ma sto andando in libreria a comprare anche il cartaceo. State senza pensiero.

Basta poco, che c’ vo’?!

Parto con una confessione: a me Conchita De Gregorio sta antipatica.

Ecco.

E’ per questo che, a parte il titolo (Mi sa che fuori è primavera), ero scettica quando una mia amica me lo ha prestato per leggerlo.

Succedeva ieri, ore ve ne sto scrivendo: indi, per cui, poscia, direi che quanto meno mi ha coinvolta.

Come al solito ho aperto il libro senza sapere cosa stessi leggendo e a pagina 2 ho capito che non trattavasi di semplice storia d’amore o simili perché si accenna ad un dramma che ti spinge ad andare avanti.

E così ti ritrovi in una storia di cronaca di qualche anno fa.

Me la ricordavo benissimo: un papà svizzero del cantone tedesco (Matthias) che prende le sue due gemelle (Alessia e Livia) e sparisce con loro, salvo poi buttarsi sotto un treno a Foggia senza lasciar detto nulla sulle bambine. Puff, sparite nel nulla!

Qui la De Gregorio si fa raccontare la storia dalla mamma delle bimbe (Irina). E’ un racconto “felice” tutto sommato, nel senso che Irina parte dalla fine, da oggi, dalla ritrovata felicità con Luis in Spagna e, a ritroso, racconta la sua vita con Matthias, con le bimbe, la scomparsa, la disperazione.

Ben scritto, ben articolato, con una struttura interessane. Irina scrive una serie di lettere: alla baby sitter, al PM, al Giudice, al fratello, alla nonna. Lettere che la aiutano a ricostruire, a fare il punto della situazione, a mostrarci quanto lacunosa sia stata l’indagine; quanto la ricca Svizzera l’abbia trattata da ignorante italiana. Lei, colta e affermata donna d’affari, trattata come l’ultima degli emigranti.

Non è stata considerata da nessuno questa donna che ha perso, senza sapere che fine abbiano fatto, le proprie bambine; che ha vissuto con un pazzo che le riempiva la casa di post it indicandole tutto quello che doveva fare, addirittura come e in che ordine vestire le bambine.

Povera donna: due gemelle, scomparse a 6 anni e non avere più alcuna notizia di loro.

Eppure, reagisce, lotta e si innamora, è felice di nuovo perché “per essere felici non ci vuole tanto. Per essere felici non ci vuole quasi niente. Niente, comunque, che non sia già dentro di noi”.

Bene, segnatevelo, che potrebbe tornarvi utile.

Libro nr. 3

Volete sapere perché ci ho messo così tanto a recensirvi il terzo libro?! Semplice, perché non avevo tempo di andare a comprare il quarto e ho traccheggiato all’inverosimile, roba che verso la fine ho letto 5 pagine a sera?! S’è mai visto?! No!

Sono pazza?! Può darsi!

Comunque, ora ho l’Autunno sul comodino e, di conseguenza, ho finito, l’estate del Commissario Ricciardi. Ad oggi, Vi dico, il mio preferito!

Ma quanto mi piace?! Quanto?! Di più e sono contenta di aver trasmesso questo mio entusiasmo a molte persone che conosco che, su mio consiglio, si sono appassionate al Commissario, senza cappello, Ricciardi.

E’ estate, quindi, a Napoli fa caldissimo e Maione combatte con la sua pancia che non si tiene più nella giacca estiva e lo costringe ad indossare la giacca invernale della divisa e a sottoporsi allo stress di un’inutile dieta.

Muore una discutibile contessa, diventata tale per un matrimonio con un nobile allettato, il di cui (?!) figlio la odia. Amante, non nascosta, di un padre di famiglia giornalista e in vista nella città, e non solo di lui. Diciamo un personaggio discutibile. Non troppi i sospettati ma tutti con un movente più che valido tipo la gelosia dell’amante o la rabbia del figlio del conte.

Anche in questo libro, però, scoprire il colpevole è un pretesto.

Ad un certo punto ti scordi quasi della contessa, quasi fino alla fine perché quando tutto sembra ormai risolto la caparbietà di Ricciardi capovolge le carte in tavola e scopri un insospettabile!

Comunque, al centro della scena ci sono: Ricciardi conteso tra due donne (faccetta urlo di Munch!); Maione che, ho già detto, combatte con la sua gelosia e la sua pancia; la prima ingombrante presenza dei fascisti che finalmente fanno capolino, perché sempre in ventennio siamo, ma pare non accorgersene nessuno; c’è un amore clandestino ed omosessuale… insomma tanta carne al fuoco… d’altronde, si sa, d’estate l’amore trionfa!

E poi c’è Enrica, che alla veneranda età di 24 anni non si è ancora sposata!!! La vogliamo sistemare?! E dai, su! E con chi?! Ma con un benestante figlio di papà, tal Sebastiano! Vero, commissario, la chiudiamo così con lei?!

To be continued…

Quel vestito NO!

Qual è il periodo peggiore nella vita di un umano?! Sicuramente l’adolescenza.

Di una donna poi?! Assolutamente l’adolescenza.

Non ti va bene niente. Il tuo corpo non ti piace, la testa va per fatti tuoi. Nessuno ti capisce. Benissimo, se pensate di aver passato una brutta adolescenza, vi ricrederete dopo aver visto il film “La famiglia Belièr” perché tutta la crisi adolescenziale la protagonista se la vive in una famiglia “cuore” ma sordomuta, dove l’unica che parla e ci sente è proprio lei. Potete immaginare qualcosa di peggiore?! Forse no!

Siamo in Francia, in un paese di campagna a 300km da Parigi, dove la famiglia in questione gestisce una fattoria e prepara formaggi. La nostra adolescente deve: aiutare i suoi in fattoria, studiare, gestire il banchetto del formaggio, tradurre l’universo modo ai genitori ed al fratello sordomuto e cercare di vivere una vita normale da adolescente complessata. Più o meno fila tutto liscio fino a che non entra casualmente nel coro della scuola, scopre di avere una voce da mille & una notte e osa sperare in un futuro per lei diverso, da cantante e a Parigi. Da qui 1000 e uno problemi, tutti più o meno faticosamente risolvibili.

Questa la trama.

Per il resto che dire?! L’idea c’è: i francesi hanno questa capacità di affrontare con leggerezza temi decisamente seri che gli invidio. Perché certo è un handicap essere sordomuti ma il film rende protagonista chi con loro, unica con voce e udito, deve vivere e credo sia una cosa altrettanto difficile. Quindi la base c’è.

Quello che mi ha lasciata perplessa è come sia stata sviluppata. Non so, non mi ha convinta.

Intanto in questa famiglia si parla più di quanto non si faccia in una qualsiasi famiglia “normale”: non ci si annienta davanti alla televisione, si condivide tutto, forse troppo. Bello ma verosimile secondo voi?! Boh.

Poi la cosa che mi ha colpito della famiglia non è tanto che siano sordomuti quanto che siano delle macchiette, a tratti imbarazzanti (vedi scena di prime mestruazioni della figlia) il che porta la protagonista ad un certo punto a dire loro che il fatto di essere sordomuti non li giustifica su tutto.

Ancora, ok sordomuti ma leggere le labbra?! Possibile che due genitori di almeno 45 anni non siano in grado di gestirsi la vita da soli, senza l’aiuto, che ne so, di un pezzo di carta ed una penna, per dire?!

Infine, il film ad un certo punto si perde proprio e diventa una di quelle favolette da ragazzini. Lei scopre di avere una certa voce, il maestro di musica la convince a cantare, i suoi egoisticamente non la vogliono far andare e poi… va bè se scrivo ancora vi rovino lo scontato happy end.

Ecco, proprio questo il punto: da una data scena il film diventa scontato e questo proprio non mi è piaciuto così come non mi è piaciuto (e qui scusate ma proprio non posso trattenermi) l’abito (vedi immagine in evidenza) che mettono a lei nella scena del saggio finale dei coristi. Io dico: se sei una pertica, con spalle da camionista, forse un po’ di panzetta e gambe lunghe due metri non ti puoi mettere il vestito corto da bambolina perché sei ridicola e sembra che pesi 300kg di più. E non bastano le Dr. Marteens, (sempre presenti!) a renderti più adolescente! Scusate, mi rendo conto che questa annotazione ai fini della recensione nulla aggiunge ma a questo pensavo quando è finito il film. Ecco, ve la dice lunga su quello che mi ha lasciato e ora, se volete, buona visione.

 

 

HoC

Vi devo per forza parlare di House of cards.

Lo so, lo so, arrivo tardi ma arrivo.

Embè, che dire? Io mi sono innamorata.

Io voglio un uomo come Francis (Frank) al mio fianco.

Io voglio essere Claire.

Come?! Lui è un assassino, arrivista, senza scrupoli, narcisista?! E va bè, ma è un uomo con la U maiuscola; uno che veramente non deve chiedere mai; uno di quelli che scenderebbe dalla macchina per accompagnarti alla porta; che non ti offrirebbe la cena ma il ristorante; uno di quelli con una sicurezza che ti farebbe dire “sì, tutto quello che vuoi tu, Francis!”.

Me ne sono innamorata tipo alla prima scena, Kevin Spacey è grandioso, è Dio.

E poi c’è lei. Vogliamo parlare di Claire?! E parliamone: i suoi vestiti, le sue scarpe, il suo taglio di capelli, la sua naturale eleganza e bellezza; il piglio deciso nell’assecondare, contrastare e pilotare il marito; l’assoluta fedeltà allo scopo.

Non lo so, vogliamo parlare di tutto questo?! E parliamone perché io sono prontissima.

Sono appena uscita da una full immersion delle due serie e consiglio, a chi ancora avesse questa carenza, di colmarla perché davvero ne vale la pena.

Intrighi, potere, soldi, politica, voti, Casa Bianca, Presidenti, Congresso, vice-presidente, lobbisti, sesso no va bè, chi più ne ha più ne metta!

C’è tutto in questa serie SPET- TA- CO- LA-RE!!!!

Io lo sapevo che finiva così, io non mi ci devo mettere a vedere le serie televisive perché poi arriva la bulimia, devo finirle subito, devo fare nottata e quando finiscono ne voglio ancora e ancora.

Mo’ chi ci arriva al 27 febbraio quando inizierà la terza serie?!

Come potrò distrarmi?!

Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiin: “Pronto, come dici?! Stasera gruppo che suona in quel locale; e domani cena, e dopo domani festa?! E andiamo, tanto fino al 27 febbraio sono libera!”.

E va bè, magari qualcosa da fare nel frattempo la trovo..

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Al posto tuo!

“Allora ci vediamo alle 17.30 fuori dal cinema; il film di Allen comincia alle 17.55”

“Scusa Nu’, sto qui fuori e quello di Allen comincia alle 18.55”
“Ma come?! Aspe’ che arrivo!
Tardi le 18.55, dopo ho un altro impegno. Che altro fanno?!”
“Bè, alle 17.40 fanno Viviane
“Che è?!”
“Non so”
“Va bè, dai vediamo questo!”
E fu così che videro la corazzata Potemky ebraica.
2 ore fitte fitte di film, senza intervallo, girato in una stanza di un tribunale con una moglie (Viviane) che chiede disperatamente al marito, che non glielo vuole concedere, il divorzio.
Il tribunale, però, non è normale ma composto da 3 rabbini!
E così scopri (anche se non so se è proprio così, perché non me ne tiene di andarmelo a cercare su internet!) che per poter divorziare gli ebrei devono fare questa richiesta ai rabbini, con tanto di Avv.ti. Immagino sia un po’ come la Sacra Rota per i cattolici.
Il film è claustrofobico ma non del tutto noioso, sebbene incentrato su moglie e marito con pochi altri personaggi. A tratti addirittura divertente con i testimoni, che devono convincere i rabbini a parteggiare per la moglie, che vuole essere libera, o per il marito, che non vuole cedere.
Lei abbastanza brava, regala un monologo degno di nota dettato dall’esasperazione dei 5 anni di attesa per vedersi firmare questo pezzo di carta dal marito.
In sala eravamo una ventina, età media villa Arzilla e tra questi una coppia di signore che commentavano ad alta voce manco stessero sul divano di casa loro, le vincitrici del pomeriggio.
La morale della storia?!
Intanto pure gli ebrei non stanno messi tanto bene in tema di rapporto uomo/donna, emblematico il rabbino che si rivolge alla moglie dicendo “stai al posto tuo, donna!” E vabbè!
Poi, quando si va al cinema, si devono leggere bene gli orari e, soprattutto, almeno uno straccio di trama per evitare di incorrere in madornali errori.
Questo è!

Spuntami

No dico, ragazzi, ma veramente pensate che i matrimoni finiscano per la doppia spunta di whatsapp?!

Sono arrivata subito al dunque perché non se ne può più con questa storia della spunta, doppia, blu, che segnala se uno non solo ha ricevuto ma ha anche letto il messaggio. Ma io vi voglio bene… FI NI TE LA!

Se uno vuole mettere le corna le mette a prescindere da whatsapp e anzi, se si fa sgamare con la spunta o la visualizzazione all’ora tarda di notte (stando a significare che messo/a a letto il/la compagno/a ha chattato fino all’ora x con l’altro/a) è perché, molto banalmente, vuole farsi scoprire… s’è rotto/a le palle, non ne può più, abbassa le difese ed eccolo lì che si fa sgamare. Semplicissimo.

La colpa certo non è di whastapp e della sua doppia spunta che non vìola la privacy di nessuno, secondo me.

Sapete come la vedo io? Dunque:

  • “visualizzato l’ultima volta alle ore X”, bene fatti tuoi, non avevi sonno;
  • “doppia spunta blu”, mi è arrivato il messaggio, l’ho visto, l’ho letto e qui si aprono due vie:
  1. non ti POSSO rispondere, lo farò quando ho tempo e questo valeva pure prima;
  2. non ti VOGLIO rispondere perché: non ho niente da dire, hai scritto una cazzata, mi riservo la possibilità di mandarti a fanculo di persona ed nmila altre variabili che rendono indifferente il fatto che io abbia letto o no.

La cosa fantastica di tutto questo è che il produttore (non so come si dice) di whatsapp sta valutando l’ipotesi di rendere la doppia spunta facoltativa, ma per quanto mi riguarda lo è già perché liberamente ho deciso di investire ‘sti 89 centesimi e liberamente decido di comunicare con questo mezzo che rimane una rivoluzione.

Poi, ragazzi, insisto: se li scoprite a mettervi le corna è perché invece di prestare attenzione a whatsapp forse dovreste attenzionare altro nella vita, magari chi vi sta accanto.

That’s it.

 

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Fidatevi di me

Mi sono sempre chiesta come si faccia a scrivere un libro a quattro mani. Oddio, mi sono sempre chiesta anche come si faccia a scrivere un libro ma questa è un’altra storia.

Comunque, sono curiosa di sapere come si fa e, se mai avrò il piacere di conoscere Francesco Abate, mi sono ripromessa di chiederglielo. Perché mi immagino scene tipo: seduti a tavolino, tu dici una cosa, io ne dico un’altra e poi uno dei due scrive; oppure tu fai un pezzo, io ne faccio un altro e poi li uniamo; o ancora io mi occupo di questo personaggio, tu dell’altro e poi mettiamo insieme; insomma, non so e vorrei sapere.

Il tutto perché ho letto un altro libro di Abate (e lo sapete che c’ho il debole!) con Massimo Carlotto questa volta, di cui niente mai avevo letto.

Il libro è Mi fido di te ed è troppo divertente.

Si tratta della storia di un malavitoso che non puoi non amare perché come tutti i personaggi di Abate (e stavolta Carlotto) criminali, disgraziati, irrimediabilmente disonesti, fondamentalmente stronzi sono così affascinanti, bellocci e figli di una buona mamma, che si fanno adorare.

Lui è Gigi Vianello, e per tutta la lettura ho pensato a come cavolo gli è venuto in mente questo nome (ma d’altronde me lo chiedo per tutti i nomi dei personaggi dei libri di Frisko), che fa ridere di suo ma che poco c’entra con la figura di questo “bastardo” che prima droga il Veneto e poi intossica la Sardegna.

Bè la prestoria in Veneto è da lacrime agli occhi. Lui, incastrato in una famiglia di pazzi e straricchi criminali con la figlia oca ed i suoi piani telefonici, riesce ad incastrarli e scappare e si rifugia in Sardegna, che avvelena con cibo scadente, salvo aprire un ristorante di elìte. Qui, però, una donna segnerà la sua fine ed il passato ritornerà spedendolo in una “campagna di Russia” da dove chissà come uscirà… perché non è dato sapere.

Divertente, colorito, spassoso, con il gradito ritorno del “cattivo cronista” Rudy Saporito ed un sottofondo musicale di tutto rispetto “se fosse stato un film, ma questo non è un film” e meno male altrimenti avrei dovuto sentire “Mi fido di te” come canzone finale e io, consentitemi, ma Jovanotti e la sua zeppola proprio non li sopporto!