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La Dea Merini diceva "chi tace spaventa" e, infatti, io non taccio mai! Sono di tutto un po' e un po' di tutto come il blog: curiosa, tendenzialmente felice, lunatica e con una gran voglia di fare cose, che la vita è una sola e non va sprecata. Il bicchiere è sempre mezzo pieno, anche perchè la parte vuota me la sono bevuta. Vegetariana e canara convinta: voi pellicce, non mi avrete mai! Nella vita avrei voluto fare la scrittrice, la personal shopper, l'organizzatrice di eventi, non faccio niente di tutto questo ma non sputo mai nel piatto dove mangio anzi, me lo lecco con gusto. Scrivo principalmente per far sapere quello che penso non per ottenere risposte, anche se pure quelle non mancano mai.

San Valentino 

Quest’anno non ho scritto niente su San Valentino e non perché mi è passata la fantasia, o non sono più l’ultima delle romantiche, ma solo perché:

1) non ho avuto il tempo di cercare regali per i vostri amori;

2) non mi ero proprio accorta che già ci eravamo già arrivati.

Poi stasera passo davanti al fioraio sotto casa di mia mamma e vedo: macchine in seconda fila, 4 frecce, motorini in verticale. Uomini di tutte le età, di tutte le dimensioni, di ogni ordine e grado intenti a scegliere un fiore, una rosa, una pianta: qualcosa.

Sapete che vi dico, uomini: BRAVI!

Io sono con voi.

E lo so che deve essere San Valentino tutti i giorni; e lo so che non basta un fiore; e lo so quel che cazzo vi pare ma io la trovo una cosa tenera.

Un fiore che vale un pensiero, un pensiero d’amore per San Valentino.

Ma perché no?! Ma perché accanirsi contro quelli che lo festeggiano?!

E non fa niente che magari lo stesso uomo che porta il fiore chatta con l’amante, intanto forse lo fa anche la moglie e poi farà i conti con la sua coscienza (se ce l’ha), francamente non mi interessa.

Io penso solo che sia carino tornare a casa con un fiore (un bacio, una scemenza!) oggi che è il Santo, poi se lo volete portare pure domani fatti vostri, bravi, fate ancora meglio!

Sanremo’s look 

Quest’anno ho visto una sola serata di Sanremo, mercoledì, ed alle 23 ho mollato perché ho preferito il libro che sto leggendo. La stessa cosa ieri sera che, invece di vedere le due ore che mancavano per conoscere il vincitore, mi sono messa a letto per stare con Robecchi.Detto ciò, non potevo perdere l’occasione di svolgere il mio ruolo preferito ossia fare le pulci ai look delle cantanti e presentatrici.

Allora ho scoperto che:

1) Armani ha vestito Elodie (a me ignota) e Totti. Ora Totti era perfetto nel suo completo nero; Elodie un po’ meno nello smoking bianco che, francamente, non le rendeva giustizia l’ultima sera, poi il bianco sbatte con quel colore rosa di capelli;

2) Riccardo Tisci, stilista di Givenchy, ha cercato di abbigliare la De Filippi. Francamente, a parte un paio di look nel corso delle 5 serate, non mi è piaciuta: troppe trasparenze, troppo pizzo, troppo di tutto;

3) Antonio Grimaldi ha elegantemente rivestito il corpo (praticamente perfetto per una sessantenne che ha capito tutto della vita, dal momento che sta da 10 anni con uno che ne ha 30 meno di lei!) della Mannoia. Davvero Top per linea e colore l’abito dell’ultima sera;

4) Antonio Marras ha campanilisticamente vestito sia la Atzei che la Gucciari. L’esito non mi ha entusiasmato: la Atzei è bella e, secondo me l’ha coperta troppo e con troppa roba; la Gucciari ha puntato sul nero e va bene. Alla Artzei poi vorrei dire che gli anellini da falange, che ha messo sulle lunghe mani, esistono da almeno 10 anni, non ti sei inventata niente;

5) non so chi siano gli stilisti, ma preferisco ignorarlo, che hanno abbigliato: la Ferreri e le varie altre sconosciute che si sono succedute sul palco, soprattutto quelle in coppia… ne ho viste almeno un paio di cui assolutamente ignoro i nomi;

6) Vivetta ha vestito la Comello, non voglio dire niente perché francamente l’ha rovinata;

7) Chanel ha valorizzato la Mastronardi con la sua aria da perenne Biancaneve;

8) gli uomini non ve li commento perché nessuno, a parte Conti in Ferragamo e Totti in Armani di cui vi ho già detto, merita menzione. Forse Samuel l’ultima sera con il calzino rosso ma quel cappello di due taglie in meno lo trovo insopportabile;

9) Francesco Scognamiglio ha enfatizzato il corpo, perfetto, di Marica Pellegrini e di Giorgia con, ovviamente, diverso risultato. La Pellegrini può indossare anche un saio e risultare comunque perfetta, Giorgia è un’alice, l’ha mortificata con un vestito che le cadeva da tutte le parti;

10) Stella Mccartney, l’unica e sola, la mia preferita ha reso perfetta una Paola Turci che perfetta non è. Bellissimo il tailleur (che il odio come concetto) bianco, ma super super top, elegantissima è perfetta, la jumpsuit dell’ultima sera. Io amo Stella e lei non mi ha deluso e ha fatto vincere il mio premio “eleganza” alla Paoletta.

Una menzione speciale va ad una dei giovani con una capoccia di ricci esagerata, eliminata subito, che si è presentata con un lineare e perfetto tailleur H&M, premio al coraggio.

Come dite?! Le canzoni?! Ah, perché a Sanremo cantano pure?! Lo ignoravo.

La casa di Bambola 

Che vi dicevo l’altra settimana? Che se uno va a vedere uno spettacolo con un dato attore, poi si aspetta di vedere o un suo monologo o uno spettacolo in cui il suddetto attore la faccia da protagonista.

E questo è quanto è successo nello spettacolo al teatro Argentina La casa di bambole con Filippo Timi.

Lui, protagonista assoluto, con una fantastica comprimaria che appunto è la Bambola.

Una premessa è d’obbligo: non ne so niente di storia del teatro. Quindi, non avevo idea di cosa volesse dire vedere questo spettacolo di Ibsen, da lui scritto ad Amalfi nel 1879 (ho studiato!).

So però di aver visto un bellissimo spettacolo.

Intanto il mio lato fashion è stato straappagato, ma tipo dal primo minuto: appena entra in scena lei con un vestito rosa cipria (colore peraltro attualissimo) che è la fine del mondo, ma lei ci regala anche due splenditi soprabiti, un completo giacca e gonna ed un colorato vestito da popolana; e i vestiti perfetti di lui, due uno più bello dell’altro (come lui del resto!); e della cameriera; e della bambina; e dell’amica Christine; e poi il vellutato l’arredamento che è fantastico. Insomma, a costumi e scenografia nulla nulla nulla da dire.

E che vogliamo dire qualcosa agli attori?

Ma proprio no, se non un: BRAVI, a parte la bambina (vestita e acconciata perfettamente ma che speriamo nella vita decida di appassionarsi ad altro!).

Sulla trama io non vi dico niente perché immagino sia nota a tutti e se non lo è documentatevi, che non è che vi posso stare a raccontare la storia del teatro che, tra l’altro, come detto: ignoro. (Vi ho aggiunto il link per aiutarvi, perché sono buona comunque!).

Per il resto: Timi, uno e trino, bravo che levati e bello che non si può guardare, con questi vestiti che gli cadono perfetti. Bello e bravo da marito, amante e amico. Esce da una porta che è tizio e rientra da Caio. È davvero esagerato e anche, in parte simpatico, cosa che, ascoltando le reazioni degli altri spettatori all’uscita del teatro, forse non doveva avvenire. Comunque lui bello e bravo, l’ho già detto?! Ve lo ridico: bello e bravo.

Così come lei, Marina Rocco che interpreta Nora, fantastica nella parte. Scema al punto giusto ma poi scema per niente. È la giusta protagonista.

Brava anche l’amica Christine e la tata con i suoi detti popolari.

Lo so, ho usato troppe volte gli aggettivi “bello” e “bravo” ma non mi viene in mente altro nelle varie declinazioni tra maschile e femminile.

Insomma, esci e dici: ecco cos’è il teatro quando è fatto bene, perché esci e sei pieno di colori, emozioni, parole.

2 annotazioni:

1) ma possibile, spettatori tutti, che non riuscite a stare più di un’ora senza guardare il cellulare? A parte gli squilli, che vabbè, ma assurdo vedere ad un certo punto ‘ste luci che illuminano la platea;

2) a teatro, si sa, si va in inverno e i malanni sono in agguato, allora ho una proposta: perché non distribuire caramelle per evitare quei fastidiosi colpi di tosse? Pensiamoci.

Detto ciò, vi ribadisco: il teatro è vivo, viva il teatro!

La settimana della moda 

Niente, non ce la faccio a tacere. Vi devo TROPPO dire.

Dunque, io seguo su Instagram tutte ‘ste starlette. Lo so, delusione, ma vi assicuro che servono per vedere come si muovono le masse e per scoprire in anteprima mode che poi sbocceranno.

Ok, al di là della solita Ferragni, sulla quale io non voglio pronunciarmi perché già più o meno sapete, vi posso solo dire che, parafrasando la scena del cult Pretty Woman, per me lei rappresenta quella “gran culo di Cenerentola” laddove il principe sono tutte le borse che possiede, ma dicevo, al di là della Ferragni ci sono le varie Marcuzzi, Canalis, Corvaglia, Santarelli etc. etc.

Ora, circa un mesetto fa, poco meno, tutte hanno cominciato ad indossare un maglioncino di vari colori che, come caratteristica principale, ha scritto sul davanti il giorno della settimana in inglese.

Tutte, rigorosamente, l’hanno indossato nel giorno scritto e tutte hanno, rigorosamente, taggato Alberta Ferretti.

Ora voi mi dovete spiegare cosa ci sia di più banale di un maglione con su scritto il giorno della settimana; vi aggiungo anche che il maglione non è neanche particolarmente bello, nel senso che non è stretto, non è largo, non è avvitato, non è lungo, non è corto: è un cazzo di banalissimo maglione di lana che se io metto mia zia a fare a maglia me lo fa in una settimana. I mix di colore poi sono  imbarazzanti: la tristezza del grigio della Domenica è da premio Oscar.

Però, vabbé, pensi: magari la Ferretti ha sparato una capsule collection per i comuni mortali, vedrai che costa niente; e allora, vai sul sito e leggi il prezzo con la bocca aperta perché l’inutile e informe maglioncino costa la modica cifra di 440€!

Avete letto bene: 440€.

E la cosa ancora più drammatica è che alcuni giorni della settimana sono “out of stock” vale a dire FINITI!

A parte che mi piacerebbe sapere con quale criterio uno sceglie il giorno della settimana da indossare, ma mi viene da dirvi una cosa: ragazze tutte, io capisco che si tratta della Ferretti, ma se la Ferretti fa una cosa brutta, e peraltro costosa, io non mi sentirei di assecondarla.

E poi tu, Alberta, sicuro non hai problemi di soldi né di farti conoscere: mi sai dunque spiegare qual è stata la motivazione che ti ha spinto a produrre tale obbrobrio?!

Non ne voglio fare una questione di soldi perché chi mi conosce sa che per me, laddove si hanno, spenderli in vestiti è un investimento ma spendeteli meglio perché se una cosa è orribile ed inutile lo è anche se firmata Alberta Ferretti.

Ecco, ve l’ho detto, poi fate voi.

Lacci

Dunque, se c’è una cosa che mi manda ai matti è la presa in giro quindi, se mi scrivi “Silvio Orlando in Lacci”, io mi immagino di spendere 30€ per vedere uno spettacolo dove Silvio Orlando non dico che faccia un monologo ma quasi.Mi immagino uno spettacolo in cui lui reciti per almeno il 90% dello stesso, non forse per 15 minuti.

Ma andiamo con ordine.

Io leggo di questo spettacolo ed è stata praticamente una corsa ad accaparrarsi i biglietti perché lo spettacolo é al Piccolo Eliseo e, grosso modo, in quello della parrocchiella sotto casa si sta più comodi.

Ma comunque la corsa, acchiappo i biglietti in fila T (le file finiscono alla U) e comincia uno slalom tra le capocce, per lo più color cenere, per vedere lo spettacolo, che ti frega perché all’inizio parte bene.

In scena Orlando (muto) e la di lui moglie (bravissima): lei gli recrimina una serie di cose e, devo dire, che questa è stata la parte più bella dello spettacolo (nonostante la maleducazione dei ritardatari che hanno fatto un party nelle ultime file!) e ti frega perché sta all’inizio quindi tu chissà che ti aspetti… e niente ti devi aspettare, proprio niente!

La storia è un classico: lui che prende una sbandata per un’altra, se ne va, e si racconta il difficile rapporto con la moglie ma soprattutto con i figli.

Silvio Orlando presente/ assente: bravo bravissimo, come al solito, ma poca roba. Troppi altri attori, alcuni anche piuttosto inutili.

La trama è di un angoscioso nichilismo che ne sarebbe bastata la metà, non si salva niente, nessun rapporto: di coppia; madre/figli; padre/figli merita salvezza.

Paradossalmente, l’unico rapporto che sembra vero è quello di lui con l’amante: Orlando che lo descrive è incoraggiante, poetico, quest’ansia di stare con la donna amata è bella. Peccato che la donna amata sia l’amante e dai e dai l’amore per i figli prevale.

Poi, di nuovo, altri personaggi: la moglie; il vicino; i carabinieri (!); i figli, sui quali voglio calare un pietoso velo, mi permetto appena di suggerire, per le prossime repliche, di cambiare il look alla figlia perché così risulta davvero poco credibile, oltre che brutta.

Abbastanza carina è la storia dei “lacci” peccato che poi anche quella non è esattamente come sembra e si perde nel mare magnum della depressione.

Ora mi toccherà leggere il libro più che altro per capire se quello che è appena accennato nello spettacolo sia evidente nel libro, ossia il punto di vista di lui, il protagonista, che nello spettacolo si confonde anche con quello del gatto.

Insomma, un deciso e secco NO ma soprattutto NO alla presa in giro: il mandare avanti il nome di un artista, per poi non appagare il pubblico, è una tattica quanto meno meschina.

Tanto le serate sono tutte sold out, non cambia niente ma almeno la mia l’ho detta.
Buona visione.

Tu sei il male 

Prima di tutto vi racconto l’epilogo.Io ormai amo il mio Kobo.

Leggo ancora su carta perché non vi so rinunciare ma: la quantità di libri ormai presente in casa; la possibilità di comprare eBook ogni ora del giorno e della notte; la maggiore facilità nel leggerlo al letto fanno sì che ormai lo usi abitualmente.

Sapete come funziona no?! In alto a destra ti rendi conto della batteria e di quanto manchi alla catastrofe.

Ora succede che compri finalmente il libro giallo che prima il collega amico poi il capo ti invitano ad acquistare e stai lì che ti mancano gli ultimi due capitoli e zac… lui che fa?! Si spegne! E così, proprio mentre stai per scoprire il super assassino di tutti gli assassini, prendi il carica Kobo, spegni accendi, spegni accendi e ci metti solo quell’ora a chiudere il cerchio.

Vabbè, andiamo avanti.

Il mio primo libro del 2017 è stato Tu sei il male di Roberto Costantini.

Un vero giallo.

Io dico: “leggo noir soprattutto di autori italiani”; ma questa è un’altra storia: questo è un giallo vero con tutto ciò che ne consegue, (vedi: fiato sospeso, “ohhh” di stupore, “non ci credo” a raffica, insomma varie ed eventuali).

Siamo a Roma tra il 1982 ed il 2006. Italia campione del mondo di calcio in entrambi i casi e niente è casuale o lo è tutto.

Il nostro eroe buono è Michele Balestreri, giovane poliziotto (il grado già non me lo ricordo perché non sono pratica e scordo facilmente) benestante e con poca voglia di fare; bello e sciupa femmine. Succede un fatto grave, lui non risolve l’arcano (ma poi siamo sicuri?! Vi dico così per non rovinarvi il giallo ed insinuarvi il dubbio) e la sua vita cambia. Lo ritroviamo dopo 24 anni sempre in polizia (grado molto più alto, ha fatto carriera) alle prese con una serie di delitti collegati, c’è forse un seriale killer tra di noi?!

E io non ve lo dico, leggetelo.

Quello che vi posso dire è che questo libro vi catturerà: proprio non riuscirete a pensare ad altro. Ben scritta e strutturata la trama.

Delineati il giusto i personaggi, quel tanto da farti affezionare ma non troppo perché qui bisogna risolvere un caso, non pensare alla vita privata dei protagonisti che potrebbe fuorviare.

So che questo è il primo di una trilogia di libri, ora però forse devo leggere Pollyanna o simili per rifare pace con il genere umano e affrontare di nuovo il male.

Buona lettura a voi, storia d’amore per me ora.

Saluti.

Bravo Alfredo

Solita amica mia meravigliosa: “Allora il 6 gennaio non prendere impegni che c’è una sorpresa per te! Ho preso dei biglietti!” Io: “ok!”

Sono brava, non guardo in tutti i teatri di Roma per vedere cosa mi aspetta, fino a che un’altra amica, un po’ meno meravigliosa, mi fa scoprire la sorpresa.

E vabbè, fa niente perchè anche sapere in anticipo, e non lì davanti, che avrei visto Mastandrea a teatro mi è sembrato un privilegio per pochi.

Oggi è il 6 gennaio, abbiamo beccato l’orario (e per chi legge il blog sa a cosa mi riferisco!) ed io sono una persona felice di aver visto cotanto spettacolo.

Vi dico anche che siete piuttosto fortunati perché, rispetto all’altro, questo è in scena da ieri ed avete tempo fino al 22 gennaio per vederlo.

Dunque, affrettatevi a fare il biglietto.

Lo spettacolo si intitola Il migliore ed è un monologo di Mattia Torre interpretato da Valerio Mastandrea e non so immaginarmi nessuno meglio di lui.

Valerio è bravo, da tempo penso sia un dei migliori attori italiani ma lo avevo visto solo al cinema, bè a teatro è “di più!”.

Il monologo è perfetto: triste, comico, coinvolgente, travolgente, lungo il giusto, con delle battute geniali.

I 70 minuti, senza intervallo, scorrono veloci tra risate e, volendo, lacrime o comunque degli “ohhh” che si fanno strada tra i colpi di tosse degli spettatori (al riguardo, un piccolo inciso: è inverno, fa freddo, l’influenza è in agguato per cui se avete la tosse portatevi acqua e caramelle. Non potete dare il tormento agli attori ed agli altri spettatori!).

Tornando a Mastandrea, è fantastico: parte da sfigatone e diventa il migliore con piccole fortuite mosse. Segue un po’ le indicazioni del mio post sui “buoni propositi”: aiutati, che Dio ti aiuta!

Mattia Torre non lo conoscevo come autore, chiedo venia, ma giuro e stragiuro che lo seguirò senza tregua.

Vi lascio qualche annotazione che capirete solo dopo aver visto lo spettacolo: il tiramisù è vita; il quasi ambo NON esiste; ho deciso di farla finita, fallo; sto per fare una cosa che se la ricorderanno le future tue 10 generazioni; ciao Alfredo.

Io dico alla mia amica: “sempre inesorabilmente GRAZIE!”; a voi: “Affrettatevi!”

Il teatro è vivo, viva il teatro!

Buona visione.

Nuovo Natale in Casa Cupiello

Io: “Amica, che ne dici di un Capodanno a teatro?”

Amica: “Sì, bello. Ora cerco”

Dopo qualche giorno.

Amica: “Ho visto che fanno Natale in casa Cupiello all’Argentina”

Io: “Bè, magari a Capodanno no ma andiamoci un altro giorno”

Amica: “Ok, l’ho preso per il 29 dicembre”

Io: “Ah, perfetto!”.

Arriva il 29, facciamo giro shopping al freddo e al gelo ed alle 20.15 ci presentiamo a teatro. Chiuso. Lo spettacolo era alle 17.

Non buona la prima.

Chiamiamo e ce lo spostano al 3 gennaio, con una piccola penale.

Ci presentiamo il 3 gennaio, l’orario è quello giusto.

Buona la seconda.

Mi dispiace solo perché se lo avessi visto prima questa recensione l’avrei scritta prima e magari qualcuno in più lo avrebbe visto e invece finisce oggi.

Mi dispiace per voi perché questo Natale in casa Cupiello di Antonio Latella è incredibile, spettacolare, inquietante, emozionante, bello.

Vi dico subito che se siete amanti dell’opera classica dovrete affittarvi un dvd perché qui non c’è neanche l’ombra di Edoardo De Filippo nè di Pupella Maggio ma proprio per questo mi è piaciuto infinitamente lo spettacolo.

Loro sono unici ed irripetibili ed il rischio, nel guardare queste opere, è sempre quello di ricercarli. Qui è impossibile.

L’opera si apre, ed è tra tutte la parte che mi è piaciuta di più, con tutti gli attori schierati che raccontano e recitano la sceneggiatura dello spettacolo senza perdere le battute fondamentali e note a tutti.

Poi ci sono: musica assordante, una carrozza, animali di pezza (fatti benissimo peraltro), trans, angeli, suore, Il barbiere di Siviglia, risate, lacrime, animali (veri!), o’ presep’ ma vivente!

Vi dico: una cosa dietro l’altra, un’emozione dietro l’altra.

Partecipato, coinvolgente, travolgente, bello (bis, ve l’ho già detto ma ve lo ridico!).

Prima di iniziare ne preannunciano la durata: 2h e 50 minuti e pensi: “Maronna!” (per rimanere in tema napoletano); finisci e pensi: “è già finito?!”.

Mi spiace per chi non ha fatto in tempo a vederlo, vi invito a monitorare il sig. Latella che decisamente merita.

Un’unica annotazione: gli animali vivi, ma in scena mangiano, mi sono consolata così che sia stato meno traumatico per loro.

Il teatro è vivo, viva il teatro!

Buoni propositi 

Ma perché non ci piangiamo un po’ addosso?! Mi è sembrato lo sport preferito nel 2016 e mi sembra lo stesso in questo appena iniziato 2017.

Ho da darvi un consiglio, decisamente banale, ma che può aiutarvi molto più di quando pensiate: “Aiutati, che Dio ti aiuta!”.

La noia del piangersi addosso, secondo me, è senza limiti: e chi è stato mollato dal fidanzato o dalla fidanzata; e chi prima molla e poi si pente; e chi sta incastrato in una storia che non è la sua; e chi vorrebbe ma non può; e chi prima si fa trattare male e poi si lamenta se lo trattano male; e chi è stressato; e chi è stanco; e chi “non ce la faccio più”; e chi “ma perché non scrive”; e, cari tutti, avete rotto le palle dell’albero di Natale.

Aiutatevi, che Dio (per chi ci crede!) vi aiuterà. E se non vi aiuterà lui vi aiuteranno i fatti.

Per questo nuovo anno siate coraggiosi, andate contro tendenza, provateci che la fortuna aiuta gli audaci!

Se vi ha mollato, non era quello giusto e se era quella giusta e vi ha mollato lo stesso, peggio per lei.

Se vi siete pentiti di aver mollato, riprovateci; e se non vi dà retta vuol dire che doveva finire.

Stare da soli non è sempre una tragedia, anzi non lo è per niente, sicuramente è meglio di stare in qualcosa che non ci appartiene. Provateci un altro po’ e poi mollate, tutto è meglio di lamentarsi.

Se vi trattano male state tranquilli che siete conniventi perché se non lo volete nessuno si permetterà di farlo, quindi svegliatevi!

Se non scrive, scrivete voi; se siete stanchi, riposatevi; se siete stressati, prendetevi spazi vostri; se non ce la fate più, non lo fate più.

Ma su tutto prima di piangere addosso a voi stessi ed agli altri, fatevi una domanda: questo pianto mi aiuta?!

La risposta è NO, quindi tenetevi!

Vi ho fatto riflettere? Bene, applicate il consiglio. Almeno provateci e vediamo che succede, io sono fiduciosa!

Happy 2017 a Voi.

L’onda nr. 7

Domenica pubblico la foto su un gruppo Facebook del libro che avevo appena finito di leggere, Ti ho mai parlato del vento del nord, con tanto di recensione e ho scatenato un mare di commenti tutti del tenore “e ora devi leggere l’altro”.

Come già sapete, la mia amica illuminata mi aveva regalato anche l’altro libro così, prontamente, ho iniziato La settima onda, seguito del precedente.

Allora, se avete intenzione di comprare il primo, comprateli subito entrambi altrimenti impazzite e poi ve la prendete con me, quindi non voglio sentire che io non vi avevo detto niente, eh!

La lettura mi ha richiesto un po’ più delle poche ore previste perché, come potete immaginare, la settimana prima di Natale è tutta un’uscita perché se non ci si vede per gli auguri poi scadono.

Comunque, iniziato e finito anche La settima onda e ora Emmi e Leo mi mancheranno. Già mi mancano. Ieri sera non ho voluto leggere niente altro, per rimanere un altro po’ con loro.

Sapete già, avendo letto la mia precedente recensione, che trattasi di due sconosciuti che si incrociano per una mail sbagliata e da lì nasce qualcosa e poi qualcos’altro ma non vi ho detto, né vi voglio dire, di più perché sennò vi rovino la sorpresa.

Su questo specifico libro, vi posso però raccontare che mi è piaciuto meno del primo, che lo avrei tagliato almeno di 50 pagine; che a tratti lo volevo buttare dalla finestra perché: ma dai, svegliatevi, non potete essere così rincoglioniti!

Però scorre, scorre veloce ed è piacevole.

State lì e pensate “Ah, l’amore!”… ammazza quanto è complicato certe volte.

Aggiungo anche che Emmi che mi stava francamente antipatica nell’altro libro mi ha stupito in questo ed ha dimostrato che, se ci si mettono, le donne hanno sempre quella marcia in più che aiuta il mondo.

Bene, per il Natale avete di che leggere.

Io cerco altro.

Buona lettura.