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Così è se vi pare

E’ un po’ che volevo dirvi la mia sull’amore.

Ci penso, ci ripenso, poi non scrivo.

E non scrivo perché ne penso troppe sull’amore ma c’è una cosa sulle altre che mi spinge a raccontarvi.

Io non credo ai vari “lo faccio per te”, “io non voglio tenere legato nessuno”(ma manco ti lascio andare), “ti lascio andare perché ti amo”… io penso che tutto questo sia una cazzata.

Una grossissima cazzata.

Io penso che l’amore sia fondamentalmente egoismo.

Sì, egoismo.

Sano egoismo ma pur sempre egoismo.

Se una persona la ami con lei vuoi stare “nella buona e nella cattiva sorte”; se una persona la ami non ti metti nella condizione di rischiare di perderla; se una persona la ami non la lasci andare via.

L’altruismo in amore esiste solo se sei un malato, fisico o mentale non importa, ed in quel caso dimostri amore allontanandoti; ma se sei una persona mediamente equilibrata e sana di mente questa storia non regge.

Se sei una persona mediamente equilibrata e sana di mente il tuo unico desiderio, quando sei innamorato, è stare accanto alla persona che ami. E quando dico “accanto” non intendo nella stessa casa o nello stesso letto ma nella stessa vita, che può avere mille sfumature di colori: tutte le varianti dei grigi e tutte le gradazioni del rosa.

Oh, detto questo, per piacere: SIATE CORAGGIOSI.

Se non amate più, nessuno vi potrà mai dir niente, l’amore finisce… può succedere, ma abbiate il coraggio di dirlo. Non tenete le persone appese perché questo sì, non è amore; questo sì è brutto egoismo; questo sì è trasformarsi in cacca di cane.

E’ necessario essere coraggiosi perché ci vuole sempre il rispetto delle persone che, per un tratto più o meno lungo, hanno accompagnato la vostra vita.

Ed avere rispetto vuol dire renderle libere da voi che più non le amate perché se non amate più, nessuno vi potrà mai dir niente, l’amore finisce…può succedere!

E allora, coraggio, parlate!

Ma che ne sanno?! 

Si parla sempre di universo maschile e universo femminile: gli uomini vengono da Marte e le donne vengono da Venere insomma, tutte quelle minchiate che io sinceramente non condivido!
Comunque, riflettevo su questo e su quanto ci sia una cosa, tra le altre, che proprio gli uomini non potranno mai capire delle donne ed è: il dolore dei piedi dopo aver portato per un’intera giornata le scarpe coi tacchi.

Non lo capiranno mai, perché non si può capire.

E’ una cosa che solo chi la prova la conosce.

La scena è sempre la stessa: un paio di scarpe abbandonate sullo scaffale di un negozio. Stanno lì, sole sole:; è l’ultimo paio, l’ultimo numero ed è il tuo: sono bellissime, con tacco magari, con punta o senza, proprio di quella sfumatura di colore che tu non hai. E allora: LE COMPRI!

Ora, considerato che sono state abbandonate per tanto tempo su quello scaffale, non puoi fare altro che riportarle a casa e non farle sentire sole. E, per non farle sentire sole, le devi rendere protagoniste della tua vita: SUBITO!

Quindi, se esci la sera le indossi all’istante; se non esci le indossi la mattina dopo, magari soprattutto se ti devi vestire la mattina e sai che avrai aperitivo o cena e devi fare tutta una tirata.

Ed è così che voi e loro vivete questa fantastica giornata insieme: sui tacchi, con la punta, magari senza calze (perché indossare i tacchi senza calze rimane il top per me).

Va tutto bene: la mattina passa tranquilla; a pranzo cominci ad accusare; alle 17 le vorresti togliere; alle 19 cominci a sudare freddo; alle 22 ti parte il mal di testa da perforamento che lo conosce solo chi lo prova.

E cominci a non pensare ad altro e cominci a concentrarti sul fatto che l’unica cosa che vuoi nella vita è liberarti da quell’incubo, é TOGLIERLE!

E invece, loro maschietti sono lì tranquilli che hanno passato tutta la giornata nelle loro morbide duilio o nei loro ciabattosi mocassini e poi la sera si presentano con le sneakers! Maledetti!

Vale lo stesso durante le cerimonie, quando il tacco è ancora più alto, il vestito ancora più scomodo e loro uomini, pinguini, stanno lì impomatati con la loro cravattina e le loro Church’s e non ce n’è… ma vuoi mettere?! Ma che ti può succedere?! Che ti stringano i lacci? Non c’è niente che sia paragonabile all’agonia del tacco.

Oppure la sera a ballare: per essere un minimo figa, ok il jeans ma almeno mettiamoci il tacco ed è così che al decimo pezzo in pista ti scendono le lacrime perché non ce la fai più e non sai se è meglio stare seduta per non alzarsi più o insistere a pigiare i piedi a terra per cercare di dimenticare il dolore. E quelli ti guardano e si dimemano, tanto che gliene frega a loro, che tipo di dolore ti può dare un anfibio, per dire?!

Certo, belle sono belle e l’uomo non avrà mai il piacere di indossarle (a meno che non abbia propensioni particolari ma quella è un’altra storia!) ma la morsa che ti stringe quando invece del piede ti cominciano a comprimere la testa solo chi lo prova lo può conoscere.

Dice “e allora non comprarle?!” e pure tu hai ragione: ma se mi guardano da quello scaffale, tutte sole, abbandonate, io non faccio un acquisto, faccio un’opera di bene! E mi tocca pure soffrire, non c’è giustizia a questo mondo!

Abbasso Giacomina! 

Chi è Giacomina?

Bè, Giacomina sono io, sei tu, è la mia amica, è il mio amico, è il mio parente prossimo,

Giacomina è chiunque perché c’è una Giacomina/Giacomino in ognuno di noi.

E chi è costei o costui?! Bè, Giacomina è Giacomo Leopardi: quella parte pessimista di noi che compare quando meno te lo aspetti.

Sta lì buono buono, non dà fastidio a nessuno fino a quando: zac, esce fuori.

Ma mannaggia a lei (scusate, qui ne parlo al femminile perché sono abituata ad individuare le Giacomine nelle mie amiche!).

Quando meno te lo aspetti, eccola che fa capoccetta.

In genere, si manifesta quando ti piace una persona (perché ve lo dico a 15 come a 40 anni le dinamiche non cambiano!); insomma, ti piace questo o ne sei innamorata, ci esci, va pure bene e poi subito dopo zitta zitta, insalutata ospite (come direbbe mia mamma), ti si siede sul letto Giacomina. Si mette lì e comincia a parlarti all’orecchio e ti dice “guarda, che non lo so che se è stato bene, sa?!”; “guarda che hai fatto tutto tu, non te li fare i film!”; “ma che sei matta?! Gli vuoi scrivere?! E perché gli devi rompere le palle a questo mo’?!”.

Una goccia cinese, un martello pneumatico che si mette a trapanare la vostra sicurezza e fa un solco profondo e la sicurezza diventa insicurezza e le certezze se ne vanno a farsi benedire.

Abbattetela. Uccidete Giacomina, è cattiva e invidiosa e soprattutto PESSIMISTA. Fatela fuori.

Io non lo so com’è andata l’uscita, io non lo so lui com’è stato ma senz’altro non lo sa manco Giacomina; il 99% del suo pessimismo è fuffa. Non serve, è inutile!

Io ne sono matematicamente certa.

Io la odio Giacomina.

Lo sapete voi com’è andata e se penserete come Giacomina non vi godrete mai le sensazioni che le belle serate, le storie, i momenti vi possono lasciare.

Se avete voglia di scrivere: SCRIVETE; se avete voglia di telefonare: TELEFONATE; se avete voglia di mandare un segnale di fumo: MANDATELO!

A volte la paura blocca, il pessimismo frena ma perché?! E se ci fosse un Giacomino pure dall’altra parte?! Il mondo si fermerebbe.

Allora, io dico: le cose ditele e ditele per voi; fatele e fatele per voi. E non fatele per ottenere risposte ma per liberarvi; per manifestare un sentimento, una sensazione.

Sono sicura che vi sentirete meglio, tanto poi si capisce come vanno le cose. Almeno ci avete provato e tentar non nuoce. 

Chiaro?! Ecco, fidatevi!

Bene.

Ripetete con me: ABBASSO GIACOMINA… la vostra perché la mia, vi dirò, sa essere pure spiritosa in alcune circostanze,

Sembra poco ma non è

Oggi pensavo che non bisogna sottovalutare quelle che sembrano piccole cose ma che in realtà non lo sono.

Oggi pensavo agli abbracci.

A quanto uno pensi “e vabbè, che è?! Un abbraccio!”.

Ma non scherziamo con i sentimenti, per cortesia.

Un abbraccio può essere più di un bacio, più di una notte d’amore; un abbraccio può essere come l’acqua per il cioccolato (che è uno dei miei film preferiti e solo chi l’ha visto può capire!).

Comunque, volete che vi faccia qualche esempio?! Volete che ve ne descriva qualcuno e vedete se vi ci ritrovate?! Volete un elenco per capire quanti tipi ce ne sono e come possono lasciarci?!

Procedo.

Ti riempie di lacrime di gioia quell’abbraccio dato sul lettino di una sala di ospedale quando chiudi il cerchio di una terapia un po’ lunga e che dice, per tutta la stretta: “Amica, ce l’abbiamo fatta!”.

Ti fa schifo quello di circostanza: dato con freddezza, magari con la mano dietro che fa le pacchette, avete presente?! Bleh, ma che lo date a fare?!

Ti fa bene al cuore l’abbraccio di mamma, papà, sorella, fratello, amica, parente prossimo quando ti senti uno schifo e senti che ti arriva quell’ondata di “andrà tutto bene” che ti fa stare subito meglio.

Ti entusiasma l’abbraccio a seguito di un successo.

Ti consola quello ricevuto dopo un insuccesso.

Ti strega quello energico di persone carismatiche.

Ti stimola quello di chi ti piace.

Ti premia quello di gratitudine.

Ti fa inorridire quello dei falsi come Giuda.

Ti intenerisce quello dei bambini.

Ti dá coraggio quello dato prima di una cosa che ti fa paura.

E poi…

… ti lascia senza fiato quell’abbraccio sull’uscio di casa dato ad una persona che non vedi da sei mesi e con la quale hai “chiuso un po’ così”. Ti lascia senza fiato, ti colpisce allo stomaco, ti spacca il cuore, ti dà quella sensazione di benessere, di tranquillità, di pace, di amore, di felicità, che solo ritrovare una persona che ami può darti.

 

FrùFrù

Io ho questo strano vizio di dare un nome alle cose, oddio non a tutte le cose: non ci sarebbero nomi abbastanza per battezzare tutte le mie scarpe o i miei vestiti ma diciamo che quelle un po’ più importanti vengono nominate.

E così ho Junior, che è la mia macchina Micra ma che sembra una 500 per le botte che ha preso, forse perché ho sempre voluto una 500; ho la vespa che si chiama Audrey, perchè è color Tiffany ma chiamarla così mi sembrava troppo banale; ho avuto per un periodo un migliore amico, che avevo chiamato Paul, che attualmente è riposto nella sua splendida scatolina e chissà se avrà mai più la sua degna collocazione; ma, vi dico tutto questo perché ho appena battezzato un nuovo oggetto in mio possesso.

Non è stato facile perché: é rosa ed aveva bisogno di un nome femminile; è una cosa utile ma graziosa; ha le setole che fanno rumore ed è per questo che, dopo attenta riflessione, ho deciso di chiamarlo FrùFrù.

E cos’è FrùFrù, è quello che comunemente (e riterrei banalmente) viene chiamato Clarisonic, per i meno informati di voi si tratta di un rivoluzionario sistema di lavaggio del viso. Una cosa che desideravo da tanto avere e che puff si è materializzata a casa mia.

Quanto mi piace, diciamo che nella vuota vita che sto facendo di questi tempi i momenti più elettrizzanti della giornata capitano a ridosso del tramonto: corsa, lavaggio viso, libro.

UaU!!!

Preso FrùFrù mi sono documentata sul suo utilizzo e dove se non su Youtube che ha un tutorial per tutto?! Ne ho visti 7/8 e tutti più o meno si attestano sullo stesso utilizzo.

Bene, perché per me è fondamentale tovare subito un’abitudine nell’utilizzo altrimenti cadrei nell’errore e, da mulo quale sono, sarebbe difficile recuperare.

E così: strucca occhi; sciacqua viso; cospargiti di sapone detergente; prendi Frù Frù, salutalo; bagnalo e zac, accendilo.

E poi FrùFrù su fronte; FrùFrù su mento; FrùFrù su guancia uno; FrùFrù su guancia due. Quanto mi piace, quanto mi diverto, quanto mi sento pulita dopo. Solo che dura un minuto, forse poco più.

Peccato. Poi lo sciacquo e lo saluto… “a domani, FrùFrù”… anche se…
ho letto che potrei usarlo anche due volte al giorno, ma poi mi dico: dovesse diventare una droga più di quello che già non è; dovessi rischiare di affezionarmi troppo; forse troppe emozioni in un periodo così non fanno bene.

E allora va bene: “FrùFrù, a domani per un’altra entusiasmante avventura!”

Ragazze, a proposito di bellezza, provate un po’ a fare questo test… quanto ne sapete?!

https://it.surveymonkey.com/r/Nuxe

 

 

Misteri della Fede 

Oh, la domanda nasce spontanea: ma che fanno al bagno le donne?

E la risposta pure nasce spontanea: se non lo sai tu che sei donna!

E lo so ma io sono veloce e lo so perché me ne accorgo dalla faccia che fanno le altre donne quando esco dal bagno.

Dunque, ultima mia esperienza al bagno dello stabilimento balneare.

A parte che io consiglierei ai gestori di prevedere SEMPRE per le donne almeno due bagni perché uno non basta, non basterà mai, non può bastare; comunque, arrivi alle 10 te ne vai alle 20 e trovi sempre una lunga processione: SEMPRE.

Ma com’è possibile?!

Ora io dico: ok l’inverno (e manco tanto perché pure lì se non sei di legno è un attimo) ma comunque al mare veramente un costume devi tirare giù… E quanto ci vorrà mai?!

E, invece, a quanto pare ci vuole.

E aspetti, aspetti; e la fila si allunga, si allunga.

E chiedi: chi è l’ultima?!

E conti 10 persone davanti e pensi non ce la farò mai.

E poi arriva la Madonna (donna incinta che aspetta il bambinello) che scalpita e la fai passare, che poi io dico: se lo sai che te la fai sotto ma muoviti per tempo.

E aspetti aspetti.

E ne entrano 1, 2, 3… 9 e ognuna ci mette quei 5 minuti che pensi “è cascata dentro il water”, “è uscito un serpente e l’ha pizzicata”,  “è successo qualcosa… di grave… chiamiamo i soccorsi!”.

E poi senti lo sciacquone e dici “dai, sono salva” e passa un’altra ora.

E poi finalmente senti la porta che si apre e realizzi che forse, se ‘sta bradipa si muove a levarsi di mezzo, riuscirai a non fartela sotto.

E ma comunque rimane un mistero della fede: ma che fanno le donne in bagno? Perché ci mettono così tanto?!

Sarà forse lo stesso mistero che le spinge a muoversi a coppia? Una tiene tira giù i pantaloni o su la gonna e l’altra fa pipì?!

Ma quello che vi dovete dire non ve lo potete dire fuori e permettete alla gente di evitare di uscire con Thena Lady?!

Io boh, proprio non capisco.

E cammina cammina…  

E cammina, cammina…

Ma dove vanno?

Chi? 

Come chi, quelli che camminano sulla spiaggia… dove vanno? 

A Sabaudia è un continuo, per carità il litorale è lunghissimo ma dove vanno?! 

Li vedi dalle 9 di mattina e su e giù: giovani, vecchi, bambini.

Ma dove vanno? 

Camminano, chiacchierano, parlano al telefono, stanno muti, litigano e sempre, inesorabilmente, camminano camminano ma dove vanno?

Ma che poi li vedi, non a tutti va: le coppie poi sono le peggiori perché c’è lui che trascina lei o viceversa ma non vanno mai all’unisono.

E camminano camminano… ma dove vanno?! 

Non so ma io sono per un total relax… lettino, libro, bagno e poi di nuovo lettino, libro, bagno… ma io non cammino cammino… ma dove devo andare?!

Lo faccio tutto l’anno, tutta una corsa, tutto di fretta! 

E d’estate no, e in spiaggia no.

Vanno pure tutti un po’ di corsa. Allora mi dico “magari s’è sparsa la voce che allo stabilimento X regalano caramelle o gelato o soldi” allora forse pure io dovrei camminare camminare; oppure che serve per tenersi in forma sì ma se una forma già ce l’hai! 

E poi penso che camminano perché devono scappare da una situazione di lettino che non gli piace: tipo costretti a stare con moglie e marito senza voglia e allora camminano camminano per scappare, per passare un’ora, due, tre in pace. Può essere!

E quindi penso pure che è meglio lasciarli a loro: soldi, caramelle, gelati. Io poi non devo scappare da nessuno, il lettino mi piace e vado al mare solo con persone con cui voglio stare ergo meglio che io mi faccio i fatti miei, sul lettino, senza camminare camminare… ma anche perché: ma dove devo andare?! 

Io sto con Maddy 

Quanta fatica le storie d’amore! Un intoppo dietro l’altro: un sorriso e una lacrima; un impegno costante. E come si fa?! 

Non so bene ma io vorrei fare come Maddalena (bellissimo nome, soprattutto se hai un cognome che inizia con la m), che mentre viveva la sua bellissima storia d’amore ha dovuto sbattere il muso contro la realtà di un malessere. Non suo, ma della sua meravigliosa metà, che ha portato lui ad allontanarsi da lei, con il di lei permesso.

E quando le ho chiesto: “Ma come fai? Come ti senti? Come riesci a stare senza di lui?!”.

Lei mi ha risposto così:

“Quanto vorrei scrivere.

Quanto vorrei esprimere quello che mi passa per la testa.

Quanto vorrei dire come mi sento.

Non riesco.

Non riesco a dire come in alcuni momenti mi manchi l’aria.

Non riesco ad esprimere a parole come tutto sommato sono serena.

Non riesco a spiegare che quello che sto facendo mi sembra il più grande atto d’amore e di altruismo che potessi fare.

Non riesco a non considerare che diversamente sarei andata a sbattere contro l’odio.

E io odio l’odio.

Odio quella sensazione di frustrazione, di rabbia, di ansia che mi pervade quando odio delle persone, delle situazioni. 

Odio sentirmi velenosa.

Odio odiare.

E allora amo, amo me stessa e amo soprattutto lui che é la parte di me più bella, più importante, più vera.

E se amo me non posso non permettergli di fare quello che sta facendo. 

Qualunque cosa accada.

Qualunque decisione lui prenda.

Qualunque strada deciderá di percorrere. 

Nel frattempo devo solo riempire il mio vuoto di pieno.

Nel frattempo devo solo non lasciare spazio al vuoto, come sta facendo lui.

Nel frattempo devo solo continuare a fare quello che mi riesce meglio: amarlo!”

Non é brava Maddalena? Io sto con lei. Sempre. 

Cupidiamoci

Penso che dovrei dirvi qualcosa su San Valentino.

E quindi ve la dico.

Come già sa chi mi seguiva sull’altro blog, io non sono contraria. anzi, proprio favorevole.

Mi spiego: per me tutto ciò che porta ad un festeggiamento, allo scambio di un dono o, più ancora, di un pensiero va bene. Può essere celebrato, deve essere celebrato.

Poi per l’ultima delle romantiche, quale io sono, che c’è di meglio che festeggiare l’Amore con la A maiuscola.

Quindi celebrate e per farlo servirà un dono, un presente, un pensiero.

Ne ho scelto qualcuno per voi.

E’ un po’ che sbircio sui giornali, anche per la rubrica dell’Almanacco degli @indivanados su Twitter e, sicuramente, la palma del regalo più originale va alla Happyness che si è inventata le magliette di coppia: una maschile ed una femminile con dei messaggi abbinati. Togliendo il meno romantico che ha stampato sulla maglietta di lui la frase “nella vita non importa con chi vai…” e sulla maglietta di lei “…ma con chi vieni”; c’è la deliziosa “Single on tour” barrato e amo lei, scritto con la vernice e sulla maglietta di lei la vernice. Prezzi modici. Insomma, troppo carina.

La stessa cosa l’ha fatta la Puro per le cover iPhone, anche queste carine anzichè no ma presuppone che i due abbiano lo stesso telefono. ATTENZIONE!

Tra le cose più costose: molto carino il braccialetto in pelle ed argento di Ferragamo o il pinguino di Pomellato; o l’anello Love di Tiffany, che rimane sempre sempre sempre gradita.

Carine le ballerine argentate con la placca a cuore e la scritta love di Roger Vivier.

Devo pensare pure agli uomini?! Ehm, vediamo… ma l’amore non lo celebrano meglio le donne?! Non sono più contente dei regali le donne?! Non so, mi pare.

Una cosa carina potrebbe essere il versamento a Save the children con il quale si aiutano i bambini nel mondo oppure le calze Gallo create per l’occasione, originali e divertenti.

Io poi sono sempre per i fiori ed i cioccolatini. Dite: banali?!

Bè no, se non scegliete le solite rose rosse e le sostituite con margherite di campo o i baci con messaggi personalizzate, e poi questi sono unisex.

Tanto è il pensiero quello che conta, no?!

Evitate, se potete, di regalare anelli di fidanzamento o fare proposte di matrimonio proprio in questa data perché veramente “ce viene ‘na carie”!

Avete una settimana di tempo per personalizzare il vostro Ammore: sbizzarritevi!

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Analisi del testo

Serata tra amiche.
Ad un certo punto due delle 10 dicono: “assolutamente dovete ascoltare questa canzone perché è meravigliosa!”.
La cercano, la trovano, la ascoltiamo.
Ed ecco che le orecchie si riempiono ed il cuore si spacca.
La canzone è Da capo cantata da Mina ma scritta da Cocciante nel 1977.
Io avevo due anni eppure la canzone mi ha… come ve lo posso spiegare… dato una mazzata sulla “noce del capocollo” come direbbe Lino Banfi, che la metà bastava.
Lei: finisce una storia, sta a casa da sola a “sprecare le giornate”, sa che deve reagire ma passa “dalla sedia alla poltrona e sdraiata sul divano”; con la luce spenta perché fa male agli occhi, con la sabbia dentro gli occhi e il sale nella bocca.
Sta lì e sa che deve ricominciare ma il cuore “fa un casino di rumore” e non si vuole rassegnare che non c’è più niente da fare, “che tu non vuoi più ritornare”.
Ecco, e qui se fosse un film, sarebbe calato il sipario perché ad almeno 5 su 10 è scesa la lacrima.
E che cazzo, ma come fanno questi in una sola canzone a descrivere quanto di più crudele si possa passare nella vita affettiva. L’abbandono. La mancanza. La disperazione della perdita di un amore.
E stai lì e pensi che ci siamo passati tutti almeno una volta nella vita e che meglio non si poteva raccontare.
E poi però la speranza perché prima o poi la reazione e diventare “la donna più completa che tu possa immaginare” perché “per Dio non è finita” e CIAONE a te che te ne sei andato.
Oh, giusto!
Ecco, bene, la speranza… perché passa, da quella casa ci esci ma intanto, peró, passateci “da quella sedia alla poltrona e poi distesa sul divano”… ma li mortè (come si dice in Francia!) che mazzata sulla noce del capocollo, ragazze!