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Ale’, e basta! 

Ecco, pensavo di leggere un libro di amore e invece… Un solo paradiso di Giorgio Fontana credevo fosse un libro di amore e invece…

Allora, vi dico, dopo mesi e mesi a leggere di omicidi e simili mi sono concessa una domenica diversa con il nuovo libro di Fontana, che adoro. 

E faccio bene perché scrive BENISSIMO.

Peccato che la storia questa volta mi abbia messo un nervoso strano ma devo dire anche a lui. 

Il narratore protagonista incontra un suo vecchio amico in un bar e questo gli racconta la sua storia in generale, la sua storia d’amore in particolare.

E da qui il nervoso.

Trattasi di storia d’amore di non più di sei mesi che porta Alessio a rovinarsi la vita.

La storia d’amore è quella di Alessio, appunto, e Martina che ad un certo punto lo lascia. Ma non è che lo lascia dopo anni o dopo figli o dopo storie tormentate no, lo lascia quasi subito perché si rende conto di non amarlo. Onesta. 

Peccato che Alessio la prende male, troppo male.

La bravura di Fontana sta nel costruire una storia che ti fa venire certi nervi che a pag. 100 (su 194) lo vuoi buttare il libro. Ma non perché è scritto male, tutt’altro, perché è scritto bene al punto che ti viene di prendere Alessio e sbatterlo al muro e dirgli “ohhhhhh, riprenditi!!! E basta!”.

Stessa reazione hanno tutti gli amici e i familiari che si trovano ad interagire con lui nel libro.

Lo stesso narratore alla fine del storia si sente liberato di abbandonare il racconto.

Mi è piaciuto molto com’è scritto; mi sono piaciuti: il coinvolgimento, il trasporto, il senso di angoscia e di impotenza che ti trasmette, la rabbia che ti fa venire. 

Mi è piaciuto e mi è piaciuto anche il sollievo che ti mette la fine perché tutti abbiamo avuto una o più delusioni d’amore e quello che ti viene da pensare alla fine del libro è “ammazza, io sono stata molto più brava a superare eh!”.

Quindi, vedete, non fosse altro che per questo il libro va letto.

Io torno ai miei gialli, a Voi buona lettura. 

Pip

Ma che bel libro che ho letto.Ci ho messo un po’ a riprendere in mano un libro di Franzen. 

Dopo Libertà, che non mi è affatto piaciuto, ho avuto bisogno di tempo ma sono stata ben ripagata.

Ho fatto bene a cedere perché Purity mi è piaciuto tantissimo! 

Franzen deve aver avuto grossi problemi da piccolo con questa famiglia, perché ha troppo una fissazione sui rapporti familiari ma, va detto, che li sa analizzare.

Qui parte tutto da uno strano rapporto madre (Anabel) e figlia (Purity detta Pip) appunto. 

Un rapporto morboso, particolare solo che poi Purity prende un po’ il largo e la situazione sembra stabilizzarsi, più che altro per la lontananza delle due.

Intervengono una serie di personaggi apparentemente non collegati tra loro che, invece, sono collegati pure troppo. 

Ogni capitolo parte con la versione di una storia che, idealmente, completa il personaggio successivo perché tutti stanno raccontando la stessa: cominciando e fermandosi dove arriva l’altro.

Spero di essermi spiegata perché è davvero più complicato raccontarlo che leggerlo. 

Lo stile è sempre asciutto, senza troppi fronzoli, pulito, impeccabile.

La storia contorta al punto giusto e con incursioni storiche legate alla Germania dell’est ed alla caduta del comunismo. Insomma, non si legge solo di una famiglia ma di un periodo storico quanto meno complicato.

È piacevole, è coinvolgente, è avvincente.

Ad un certo punto non riuscirete a staccarvene perché: quando cominci a capire quello che sta succedendo; chi inciucca con chi; chi era l’amante di chi, la bocca non si vuole chiudere fino a che non ne vieni a capo.

Il finale è di quelli che piacciono a me. 

Forse banale ma non ne avrei voluto uno migliore.

Bene, bravo Franzen, ho ricominciato a volerti bene. 

Leggetelo.

Ma che guaio è, questo amore

Quanto hai aspettato questo libro? Un anno.
E quanto ci hai messo a finirlo?

Due giorni. E perché sono andata lenta.

Ecco, e ora?!

Lo so, dovevo andare più piano ma come si fa?!

Come si fa quando ti sembra di rincontrare degli amici che non vedi da un po’ ed hai voglia di sentire come stanno, che hanno fatto nel frattempo. Mica puoi dire loro: “facciamo che un pezzo me lo dici stasera e il pezzo dopo davanti ad un aperitivo la prossima settimana” e non si può e, infatti, non lo fai.

Il libro è Serenata senza nome.

Te lo divori, metti pure che: c’è un giallo da risolvere; che Ricciardi è speciale nel suo essere particolare; che Maione ti fa ridere; che Bambinella sta impicciata parecchio stavolta; che c’è un valzer di donne intorno a Luigi Alfredo tra Enrica, Livia ed ora anche Bianca che manco Rodolfo Valentino; che Napoli d’autunno con la pioggia è affascinante e poi ti chiedi: “ma possibile che nella città del sole piove così tanto?!”… insomma metti uno più uno più uno ed eccolo lì che hai finito il libro e neanche te ne sei accorta.

Al solito una grande storia d’amore alla base dell’omicidio ma non solo di quello.

Una coppia di giovani innamorati: lui parte per l’America per cercare fortuna; lei resta; lui trova fortuna facendo il pugile con lei nella testa e nel cuore; lei si sposa; lui torna e la trova sposata; il marito di lei muore.

Non vi dico altro.

Devo confessare che qui ho ritrovato la meraviglia di Ricciardi, ma quanto è elegante, dolce, delicato. E poi l’emozione di vedere lui ed Enrica sotto braccio.

E Manfred?! Un guaio vero.

Il papà di Enrica: l’unico che capisce.

Luigi Alfredo Ricciardi che, invece, non capisce niente o forse troppo.

Che vi devo dire: io starò attraversando un periodo particolare ma mi sono commossa almeno 5/6 volte e Mannaggia!

Ora la mia unica richiesta sarebbe di non dover aspettare un altro anno ma mi rendo conto che non è facile rendere facile una storia così tragicamente complicata.

Maurizio, confido in te! Grazie.

Dafne non Fiore 

La prima domanda che ti fai quando appaiono i titoli di coda è: perché Fiore? Il titolo del film è questo e allora uno pensa che la protagonista si chiami così; e invece no perché quella si chiama Dafne, che poi, per inciso, è il nome che da piccola pensavo di dare ad una mia eventuale figlia poi, crescendo, ho cambiato idea perché, dopo essere stata in croce io con Nunzia, non potevo mettere in croce pure lei! 

Ma andiamo avanti.

Dicevo che la protagonista di questo film si chiama Fiore. 

È un’adolescente, disadattata, presumibilmente senza madre (che non si nomina mai), con un padre carcerato, che commette piccoli furti, che la porteranno in carcere.

Brava devo dire la ragazza, il film si regge su di lei, gli altri sono solo un contorno ad una figura principale.

Dafne è problematica assai, combina un sacco di casini e ha una sfiga cosmica: avete presente Calimero, piccolo e nero, ecco più o meno così.

Il padre che non la vuole a casa; le guardie che la sgamano sempre; le amiche carcerate che ce l’hanno con lei etc. Etc.

Una vita un po’ così se non fosse che in carcere incontra Josh, milanese, diciottenne in carcere anche lui e i due, dai oggi e dai domani, si innamorano: lettere e chiacchiere dalla finestra.

Lui termina la pena ed esce; lei resta in carcere.

Non vi dico altro altrimenti vi rovino la sorpresa.

Mi incuriosiscono gli adolescenti, figuriamoci quelli problematici, quindi ho trovato il film abbastanza interessante. 

Delicato nel raccontare il rapporto dei due ragazzi, tenero.

Solo che alla fine esci e pensi “carino” perché a loro ti sei affezionata; il film poteva regalare qualcosa di più: diluito nel tempo ma non lento, a tratti forse noioso ma la ragazza è brava a tenere l’attenzione.

Nuovo e inquietante lo spaccato di vita del carcere minorile.

Belli Dafne e Josh: teneri, dolci, temerari.

Loro sì meritano la visione ma potreste anche soprassedere. 

Perché?! 

Questa storia di Sara mi ha sconvolta. E non perché non ce ne siano altre ma questa di Sara mi ha scioccata.

22 anni lei, 27 anni lui.

Giovani e belli e non ci sono più.

Perché lei è morta ma lui meglio non sta.

Cosa porta una persona ad ucciderne un’altra è qualcosa che, grazie a Dio, non riesco ad arrivare a capire e ne vado fiera.

Cosa porta una persona ad essere ossessionata da un’altra al punto da decidere che se non sarà sua meglio di nessuno, anch’essa é una cosa che, grazie a Dio, non riesco ad arrivare a capire e ne vado fiera.

Non sopporto la parola “femminicidio” non sopporto la locuzione “delitto passionale” perché l’unica che mi viene in mente è omicidio. 

E per quanto siano omicidi che sembrano arrivare al culmine di un raptus, io li trovo sempre, in parte, premeditati perchè se uno esce di casa con una tanica di benzina in macchina non può non aver pensato, in un angolo del cervello, di usarla e non per far camminare la macchina.

Ci sono tante, troppe di queste storie. Essendo una fan accanita della ben fatta trasmissione Amore criminale, ne vedo a decine; se apro il giornale, ogni giorno c’è una notizia simile.

Tutte le volte che ne leggo una mi chiedo: ma dov’è l’amore in questa notizia?! ma perché trattasi sempre di omicidio/suicidio è mai di suicidio prima di “omicidiare”?! Ma perché quello che era un amore diventa a tal punto odio da spingere ad uccidere?! Perché?! 

Perché Sara non potrà più godere dei suoi 22 anni e studiare, danzare, uscire come amava fare? Perché un mostro ha deciso di porre fine alla sua esistenza? Perché una madre ed un padre non potranno mai più darsi pace? Perché dobbiamo stare qui ad analizzare gli ultimi minuti di vita di Sara invece di ignorarla come una qualsiasi delle sue coetanee che vivono una vita tranquilla? 

Ma perchè chiedersi perché quando non serve e non si può tornare indietro?! 

Piuttosto: parliamone; educhiamo al rispetto degli altri; confidiamoci se qualcuno supera i limiti; cerchiamo di evitare di dover leggere ancora di Sara o di chi, come lei, sarà costretta a non poter più studiare, danzare, uscire come ama fare perché qualcuno deciderà di porre fine alla sua esistenza.

State attente, stiamo attente e nessuno si farà male. 

Ricorrenze

Oggi, un anno fa, vivevo il giorno più bello della mia vita.

Oggi, un anno fa, ero in un posto magico.

Oggi, un anno, ero con l’uomo della mia vita.

Oggi, un anno fa, vedevo cose, sentivo odori che mi porto ancora dietro.

Oggi, un anno fa, ho ricevuto un regalo.

Oggi, un anno fa, mi è stata fatta una promessa.

Oggi, un anno fa, ero felice.

Era meglio se soffrivi 

La colpa non è sua che l’ha scritto ma la mia che l’ho comprato.Io raramente ho letto un libro così inutile.

Mi sono fatta affascinare dal titolo “D’amore si muore ma io no” ed il titolo rimane l’unica cosa da apprezzare.

Assolutamente inconcludente: quando sei quasi alla fine pensi “ma dove vuole arrivare lo scrittore?!”.

E da nessuna parte vuole arrivare lo scrittore.

La storia è quella dell’ultimo poeta professionista vivente che, a Torino (e ve lo dico perché lui ci tiene) vive una storia d’amore; la quale storia d’amore non è né tragica, nè infelice, nè felice… è una storia d’amore come mille altre e, per questo, inutile da raccontare. Ma proprio inutile!

Giacomo e Agata: lui il poeta, lei l’aracnologa e già qui dici “vabbè”; si conoscono, si amano. Manco flirtano più di tanto. Pure una storia d’amore facile. Poi interviene una distrazione, poi lei parte per lavoro, poi si lasciano e forse si ritrovano.

Punto, finita la storia. È o non è inutile?!

Il tutto scritto come potrei scriverlo io su questo blog. Ecco, forse proprio questo mi ha infastidito: la scrittura.

Il modo di raccontare, come fosse un diario, non so, o una chiacchiera tra amici.

Poi a me se vuoi fare il simpatico a tutti i costi (e lo scrittore vuole farlo!) è il momento che mi diventi proprio antipatico.

Ma poi ventimila inutili digressioni sulle vecchie storie d’amore del poeta vivente.

Il fastidio proprio.

La cosa più bella del libro è la fine, ma non il finale, proprio la fine quando leggi i ringraziamenti.

Andiamo avanti va.

5 sono poche

Che belle le certezze.

Che bello quando apri un libro e sai che non ti deluderà, che non potrà deluderti.

Che bello quando leggi Manzini e Rocco Schiavone.

Che bello.

E che peccato che il tutto duri troppo poco, anzi è durato anche più del previsto perché, al solito, quando stava per finire ho allungato il brodo: mi sono distratta con il telefono, ho cominciato a chattare con le amiche, mi sono fatta  venire sonno.

E così, le vicende romane (pre Aosta) di Rocco se ne sono andate in un baleno.

Quanto è divertente, come è scorrevole la scrittura, quanto mi piace ‘sto Rocco.

Poi, leggerlo sapendo già che ci sarà una fiction interpretata, peraltro, da Giallini, che è uno dei miei attori preferiti, mi ha reso il tutto ancora più appetitoso.

Dei racconti che vi posso dire?

Sono ben strutturati, brevi ma: omicidio, assassino, indagini, vita di Rocco, storia passata, storia futura, amici di Rocco, coprotagonisti del vice-questore; Roma, le Clarks, accenno ad Aosta dove sarà trasferito, le canne, Marisa… e tutto c’è, tutto il mondo di Rocco che poi diventerà protagonista dei libri.

La scrittura è pulita, non arzigogolata, lineare; c’è il dialetto ma non troppo, c’è la risata e il dramma. C’è tutto e tutto mi piace.

Solo un grande difetto: troppo breve, tutto troppo breve; 5 indagini sono davvero troppo poche.

Io su che mi butto ora?!

Mannaggia la paletta, Rocco torna presto!

Sconosciuti sì, perfetti forse

E finalmente un sì!

Finalmente mi sono data pace con il cinema ed ho visto un film degno di essere visto.

Ero terrorizzata perché dopo tutta la pubblicità vista per un mese, dopo tutta la sponsorizzazione e l’aspettativa creata temevo la delusione. E invece no, Perfetti sconosciuti, è davvero un bel film. Assolutamente da vedere.

Genovese mi aveva entusiasmato con Immaturi, deluso con Tutta colpa di Freud e lo aspettavo al varco con questo: ha mantenuto le aspettative. Non ha sbagliato niente. Ma niente proprio: gli attori, la  casa, i dialoghi, la storia, il finale. Un gioiellino di film.

Per quei quattro che ancora non conoscono la trama vado a narrarla.

Sette amici si incontrano a cena di una delle coppie del gruppo e qui decidono di fare un gioco: lasciare ognuno il proprio telefonino sul tavolo per sfatare il mito della schiavitù di quelle che ormai sono diventate le “scatole nere” della nostra vita.

Pensate di farlo voi?! Non avete nessun segreto?! Non credo.

E allora immaginate cosa succede nella vita di: una coppia con due figli piccoli; una coppia appena sposata; una coppia collaudata con una figlia adolescente; un amico forse single.

Di tutto, di più di tutto, l’apocalisse.

Il tutto, però, raccontato in maniera: divertente, spensierata, triste, malinconica, allegra, bizzarra.

Gli attori sono quasi il meglio che il cinema italiano possa offrire in questo momento e non era facile reggere il film: tante parole, tante situazioni, pochi spazi per muoversi. Anzi nessuno. Poca musica. Solo parole e sguardi e facce e gesti.

Eppure sono tutti bravi, tutti nella parte: quando squilla il telefono sembra davvero che nessuno sappia cosa sta per succedere. Le donne tutte belle, semplici e perfette (adoro il vestito della Foglietta, vorrei essere la Smutniak in quei jeans e con quelle scarpe) per una cena tra amici; gli uomini tutti bravi ,ma una menzione speciale va al solito (bravissimo)  Mastandrea che é comico, drammatico, in una parola BRAVO; e a Giallini che è perfetto nella parte del marito e padre devoto e fedele (suo uno dei pezzi migliori del film a telefono con la figlia).

Ma bravi sono tutti. Non c’è niente da dire.

E bravo è stato il regista a non sbagliare un colpo nemmeno nel finale.

Da vedere e da ascoltare perché più di una volta ho immaginato di prendere carta e penna per segnarmi le frasi che, a turno, hanno lanciato lì sul tavolo. Su tutte la mia preferita è “volevo essere libera poi è arrivato lui e mi ha fatto credere che potevamo essere felici” eh…

Allora facciamo che stavolta sì, andate al cinema, e andateci con carta e penna e quando tornate mi scrivete la vostra frase preferita.

Perché al cinema dovete andare. Perché il film merita. Perché non ve ne pentirete, anzi mi ringrazierete. Bravo Genovese, bravi tutti.

 

Vale il Santo!

Domani è San Valentino.Volevo ricordarvelo.

So che siete tutti snob e queste cose non vi piacciono, ma io vado contro tendenza e a me piace sempre San Valentino perché, in generale, mi piacciono le occasioni per festeggiare qualcosa.

E cosa meglio dell’amore?!

E lo so che l’amore si deve festeggiare tutti i giorni; e lo so che non sono certo un pacco di cioccolatini a dare un senso all’amore; e lo so, ma chi se ne frega. 

A me piace.

Domani per me, come altri 37 San Valentino della mia vita (ne ho tolti due perché sono stati speciali!), sarà un giorno come un altro ma per chi può, vi invito a regalare straBANALMENTE:

1) un fiore, un mazzo, una pianta insomma quello che cavolo vi pare… piacciono a tutti, conosco solo una persona che non gradisce riceverne e per ben altre ragioni, quindi che siate uomini o donne regalateli che fa sempre piacere riceverne;

2) cioccolatini, questi piacciono anche a quella persona che non ama i fiori perché la cioccolata è democratica e trasversale, non potete sbagliare; 

3) un pensiero d’amore, e questo copre anche gli scettici tra 1 e 2. Il pensiero però, fatelo e comunicatevelo, non tenetelo per voi che qua di stitichezza ne abbiamo abbastanza. Rendete felice il vostro amore, facendogli sapere cosa provate per lui. Non ci vuole molto, basta dire a parole quello che provate nel cuore e, se viene dal cuore, sarà facile! Provate. 

Ecco, non servono grandi gesti, bastano poche cose ma buone. 

Avete 24 ore, pensate.

Per me sempre Vive l’Amour!

PS: ricordate che è il santo dell’amore, per cui i vostri gesti fateli a chi amate e non a chi pensate “ti tromberei volentieri”

PS2: ho preso in prestito il cuore della ricerca sul cancro perché non c’è bisogno di dire perché!