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Scoppia la coppia

Già è difficile che uno decida di andare da un analista.

Già è quasi impossibile che decida di andarci una coppia.

Figuriamoci quanto possa essere verosimile che decida di andarci una coppia di amanti.

Dai, la commedia dell’assurdo!

Ma partiamo dall’inizio.

Ho letto Terapia di coppia per amanti, l’ultimo libro di De Silva.

Mi fa sempre ridere lui e lo ha fatto anche con questo libro che racconta la storia di due persone, Modesto e Viviana, che vivono una simpatica relazione extraconiugale. Entrambi sposati, entrambi con un figlio, si conoscono e diventano amanti. E fino a qui niente di strano.

Anzi, la prima parte del libro scorre benissimo: piacevole, divertente, veloce.

Ogni capitolo regala il punto di vista di uno dei due protagonisti.

Ve lo dico: i capitoli più divertenti sono quelli di Modesto, che fa troppo ridere, musicista, tranquillone, se la vive e non si arrovella il cervello come la bella Viviana. Non c’è niente da fare: le donne (e lo dico da donna) sono PESANTI!!!

E bravissimo è De Silva, da uomo, a descrivere perfettamente la noia delle disamine femminili, anche se a mano a mano il punto di vista di lei si rimpicciolisce a favore di quello di lui e la lettrice (ossia me medesima) ringrazia!

Per chi ha avuto un rapporto di questo tipo ci sono due o tre pugnalate al cuore che fanno la differenza: lei che chiama nel cuore della notte sul telefonino acceso di lui e che rischia di far scoppiare un cataclisma; lui che riflette su quanto questo tipo di relazione potrebbe durare una vita; il marito di lei che capisce ma tace e così via dicendo.

Tutto procede per il meglio fino a che lei non decide di andare da un terapista.

Ora: è vero che il libro si intitola così ma mai pensavo che si scadesse nel surreale con questa storia.

A metà libro la storia poteva finire e invece no, i due vanno dal luminare dei terapisti a parlare della loro relazione e così gli analizzati diventano analisti; gli analisti vengono analizzati.

Il Guru arriva a più di metà del libro e gli si dà anche poca enfasi, per fortuna. Anche perché, diciamocelo, fa anche una figura piuttosto tapina. E De Silva introduce il terzo punto di vista della storia, proprio quello del Dott. Malvolta, sul quale vince sempre Modesto, non c’è che dire.

Come finisce?!

Bè, un po’ come tutte le storie di amanti. E che vuol dire?! Che io non vi dico niente perché tutto sommato la lettura è piacevole, rilassante, divertente a tratti comica e vale anche la pena fare l’acquisto.

Eviterei, però, di regalare il libro ad una delle due parti di una coppia “clandestina”, non si sa mai che esiti potrebbe avere, che poi va a sapere chi è una delle due parti di una coppia clandestina se è clandestina… fatevi i fatti vostri, sentite a me, regalatelo ad un single!

 

 

Lingua indigena

Prima di raccontarvi del libro, vi racconto una storia di campanilismo campano.

Martedì 1° dicembre (perché la data è importante!) ero a Napoli; prima di partire entro da Feltrinelli, tappezzata dai Cuccioli di De Giovanni, e chiedo l’ultimo libro di Manzini. Il signore alle informazioni mi guarda e mi fa: ”Antonio chi?” e io: “Antonio Manzini, dovrebbe essere uscito l’ultimo libro Sull’orlo del Precipizio” e lui: “no, non è uscito!” e io “come non è uscito?” e lui “in realtà doveva uscire il 26 novembre ma non è uscito!”; non ho fatto una piega e sono uscita perché mi veniva troppo da ridere.

Il libro è uscito sicuramente il 26 novembre ma a Napoli arriverà con qualche giorno di ritardo perché Manzini è romano e di fronte a De Giovanni o De Silva non ce n’è.

Comunque, io il libro l’ho poi comprato, o meglio me lo hanno regalato, a Roma e l’ho letto e finito in un paio di ore perché è troppo divertente ma del resto come tutto quello che scrive Manzini.

Uno scrittore di successo finisce, finalmente, il suo capolavoro. Piace a tutti. La casa editrice deve pubblicarlo. Si gode una settimana di vacanza, torna e nulla è più come prima.

La casa editrice è diventata un colosso dell’editoria; chi c’era prima non c’è più e il nuovo che avanza è quanto meno fuori di testa.

A casa del nostro Giorgio Volpe arrivano due loschi figuri che gli stravolgono il romanzo, “moccizzandolo” diciamo. Giorgio cerca di trovare una soluzione ma non è facile. Ci riuscirà o dovrà piegarsi ai nuovi eventi?

E se ve lo dico vi tolgo il gusto della lettura, quindi taccio; vi dico, però, che il libro è inquietante ma divertente. Tanto divertente.

Vi consiglio di prenderlo perché, laddove non riempie di angoscia, è davvero esilarante.

La narrativa che diventa “comunicazione in lingua indigena”; i canoni di scrittura; il numero di fellatio per rendere un libro interessante; la “ristrutturazione”, diciamo così, di Guerra e Pace di Toltoj, che diventa solo pace;  e de I promessi sposi di Manzoni , che al posto dei bravi hanno due coatti.

Ho promesso di non dire la fine perché già ho detto troppo ma quando leggo queste cose capisco perché io rimarrò legata solo a questo blog senza potermi mai permettere una storia più articolata. Non che mi dispiaccia ma quando leggo queste storie non posso non pensare: ma come cavolo gli vengono ‘ste idee a questi?! Io non ce l’ho questa fantasia!

Bello, bravo, divertente, giusto il romano Manzini: e qua scatta il campanilismo romano! E Daje!.

Cucciolandia

Io seguo una persona su twitter a cui mando le mie recensioni e lui è tanto caro da retwittarmi anche quando è in disaccordo con me!

Per esempio siamo in disaccordo ogni volta che io professo il mio amore per De Giovanni con i suoi libri sul Commissario Ricciardi e su I bastardi di Pizzofalcone perché lui ritiene trattasi di libri “seriali”, stile soap opera che fidelizzano il lettore, pur magari non avendo più molto da dire.

Io non sono assolutamente d’accordo e forse ho bisogno di essere fidelizzata.

Nonostante questo, però, reciprocamente ci stimiamo. Penso.

Vi racconto questo perché ho letto l’ultimo libro della serie I bastardi di pizzo Falcone, appunto, I cuccioli.

E io che vi devo dire? Lo adoro! L’ho appena finito e già vorrei immergermi di nuovo nella vita di questi bastardi.

Già mi mancano.

Mi piace troppo. La scrittura è travolgente, veloce, giusta.

Anche questa volta la storia un po’ tosta e soprattutto riguarda bambini e cuccioli in generale e i bastardi danno prova di essere,  oltre che bravi, anche dolci ed attenti.

Anche il nostro Serpico, Aragona, riesce a mostrare il suo lato umano.

Una bimba abbandonata, una mamma morta.

Chi è stato? Chi può essere così crudele da uccidere una mamma che ha appena partorito ed abbandonare una piccola  (che poi diventerà Giorgia perché i nomi sono importanti) appena nata?!

E ancora: chi può rapire e far sparire cuccioli randagi di cane e di gatto?! Chi?! E, soprattutto, perché?!

Ora quest’ultimo fatto lo scopre il bravo Serpico/Aragona; mentre la squadra, al solito compatta, arriva a scoprire l’assassino/a/i della mamma della piccola Giorgia.

Il tutto è poi condito: dal lento avvicinamento tra il Commissario e la Mammina del gruppo; dal diniego di Alex a fare outing con i genitori, nonostamte l’amore per la bella e bionda Dott.ssa della scientifica; da Lojacono, sempre più preso dalla Piras, ma in contrasto con la figlia e la bella locandiera; e dal povero Romano a cui tocca l’ingrato compito di trovare e poi seguire la piccola neonata malata suscitando anche le ire della moglie, finalmente!

C’è tanto altro, però, ecco perché io adoro De Giovani perché scrive una storia, facendoti sempre di più affezionare ai personaggi, ma poi ci mette tanto altro tipo le pagine sulla notte che è femmina e nella quale ognuno, soprattutto personaggi non menzionati prima nel libro, raccontano la loro.

Appassionatevi… tra l’altro, visto che siamo vicini al Natale, per chi non li ha letti ma sapete che bel dono riceverli tutti insieme sotto l’albero di Natale?! Solo solo 5. Pensateci, per qualcuno, non per me che già li ho letti tutti. Per me pensate ad altro, grazie!!!

What else? 

Niente, niente proprio.
Questa è la a risposta, la domanda la pone il libro di Simi che si intitola Cosa resta di noi?

Lo cominci, ti appassiona pure all’inizio perché prima accennano ad un omicidio, poi cambia la scena e abbiamo marito e moglie che cercano di avere un figlio. 

Il Lui della storia nasce bagnino e poi diventa gestore del stabilimento di famiglia; la Lei è una blogger che vuole fare la scrittrice; lei vive a Roma e lui a Viareggio. 

E fino qui.

Lui da solo fa lavori nello stabilimento e conosce Anna, che si invaghisce di lui, che ha un ex fidanzato e che ad un certo punto sparisce e, presumibilmente, muore.

Il libro è tutto in superficie: il rapporto tra marito e moglie che si vorrebbe fosse un grande amore (e magari pure lo è!) ma non viene fuori; la passione della scomparsa per il Lui della storia che, però, è sfumata, accennata; la rabbia dell’ex che è evidente ma poco relazionata.

Boh! 

L’impiccio c’è, pure forse il colpo di scena ma, a parte che devi aspettare più di tre quarti di libro, e poi?! Mah! 

Veramente non so come raccontarvelo il libro.

Si legge eh, poco per volta lo finisci pure ma non è che non vedi l’ora di tornare a casa per prenderlo in mano, non è che ti travolge. Almeno a me non è successo. 

Sicuramente denuncia certa televisione colpevolista, le trasmissioni inutili ed improntate sul niente, la sete di scoop che prima ti porta alle stelle e poi alle stalle ma il protagonista che pensa, che vuole, chi ama? 

Ancora non sono riuscita a capirlo.

Si lascia vivere e per lo più subisce le decisioni degli altri: di Anna, della moglie Guia, dell’ex di Anna. 

Un protagonista non protagonista! 

Infarcito di luoghi comuni su: i casi di cronaca; i famosi che si perdono per alcool e droga; le scrittrici/giornaliste che si appassionano dei presunti colpevoli; le coppie che si perdono se legate solo dalla voglia di un figlio.

Questo è.

Vabbè, io l’ho letto, voi penso possiate leggere di meglio. Siete esentati. 

Ciao Proprio!

C’è stato un periodo, forse un paio di anni fa, che se non avevi letto questo libro eri guardato come un reietto.

Proprio per la serie “come?! Ma non hai letto Arrivederci, amore ciao?! E che campi a fare!”.E vabbè, per una serie di cose ci ho messo un po’ ma poi finalmente l’ho comprato. E dopo mesi che stava sul kobo l’ho finalmente cominciato e finito. 

E lo sapete che vi dico?! Ma io vivevo benissimo pure senza averlo letto.

Ma vi dirò, nessun valore aggiunto al mio leggere.

Mi è sembrata una storia trita e ritrita: uno pseudo terrorista, assassino, delinquente, che scappa in centro America, dove diventa assassino, poi torna e va in galera, poi esce e siributta nella mala vita perché il suo ideale è “fare soldi”. Fa una rapina, soldi ne arriva ad avere molti; si apre un ristorante, viene riabilitato, fa un altro paio di omicidi sparsi ma se la cava e puff, fine della storia.

Questo è.

Il tutto scritto, per carità, in maniera scorrevole. Non c’è che dire. Fluida.

Ma davvero niente di eccezionale.

Il titolo del libro poi lo capisci praticamente in un’appendice verso la fine e pure abbastanza irrilevante come storia nella storia.

Non so che altro dirvi, riterrei che se non lo leggete è la stessa cosa, manco mi ha suscitato più di tanto fastidio da stroncarlo.

Direi piuttosto che tra leggerlo e non leggerlo andate in pari.

Blogger we want you

Scena: a cena da una mia amica con altre amiche.

Una di loro mi dice: “Sai sto al libro nr. 6 di De Giovanni, come da te consigliato sul blog”;

un’altra mi fa: “Dopo aver letto di FrùFru abbiamo fatto un ordine collettivo di Clarisonic online”;

un’altra ancora: “Senti ma quest’anno le borchie vanno o non vanno più e che ne pensi delle ballerine?!”.

A questo punto mi si dice: “ma perché non partecipi al concorso “Blogger we want you” di Grazia.it per avere il bollino?!”.

Ehhhhh?! Che cosaaa?! E come si fa?!

Ed è così che prima ancora di prendere il caffè, quindi con poca cognizione del mio nome e cognome, stamattina sono approdata sul sito dove leggo il regolamento per poter partecipare.

Ok.

Subito l’intoppo: decidere a quale categoria appartenere perché qui, lo dice lo stesso sotto pancia del blog, si parla “di tutto un po’ e un po’ di tutto”.

Quindi, non è facile ma ci provo.

Adoro i libri, e si percepisce dalla quantità di recensioni postate e soprattutto adoro consigliarli. Se solo lo 0.99% di chi mi legge ne ha comprato uno perché da me consigliato, mi sento una persona felice (e lo so mi ci vuole poco); idem con patate (ma al forno, che fritte fanno male) per il cinema, anche se ultimamente sono poco diligente. E lo so, recupererò è che, ragazzi, in 6 mesi mi sono successe tante di quelle cose che lo potrei girare io un film… ma questa è un’altra storia… andiamo avanti.

La mia passione smodata per la moda la conoscono pure i sampietrini. La rubrica, sempre attiva qui sopra e che ricordo ai più distratti vadobenecosì, di cui all’omonimo post, non è cosa da lasciar passare in cavalleria. Non dimentichiamoci mai che ogni occasione richiede un suo preciso outfit e che io sono pronta ad alzare la paletta per dire sì o no ma senza la pretesa di giudicare, semmai di aiutare su un legittimo dubbio.

Ancora, qui si parla di sentimenti (i miei per lo più e ultimamente meglio che mi lego le mani con una catena, la chiudo con un lucchetto di cui butto le chiavi per non scrivere quello che mi passa per il cuore); e poi di grammatica, di galateo, di social network; di amicizia; di politica; di uomini e di donne; sicuramente non leggerete di cucina ma per il resto, ragazzi, impossibile catalogarmi… direi che la categoria lifestyle ( così come presente nella sezione di grazia:  http://www.grazia.it/stile-di-vita ) é quella che mi si addice di più.

Bene, e ora?! E ora pensateci voi!!!

http://blogger.grazia.it/blogger?id=1913

Seguitemi.

Fatto e finito 

Tanto per cominciare vi devo dire due cose:
1) mi sta dicendo un gran bene con i libri in questo periodo: ho una serie positiva da fare invidia;

2) il Premio Campiello è un gran bel premio.

Ho appena finito, infatti, L’ultimo arrivato di Marco Balzano.

Che dire?! Premio meritatissimo.

Parla di una storia di emigrazione giovanile, ma più che giovanile, da neonati perché uno che si trasferisce dalla Sicilia a Milano all’età di 9 anni, non è un giovane è un bambino.

E il bambino in questione, Ninetto pelleossa, ti fa tenerezza dalle prime righe.

Studioso, innamorato del suo maestro, è costretto ad emigrare a causa del colpo (immagino sia stato un ictus o un’emorragia cerebrale) che prende alla mamma e che lo costringe e lavorare nei campi con il padre. Padre, più o meno padrone, che lo affida ad un compaesano e lo manda a lavorare al nord ribadisco, all’età di 9 anni.

Scopro, però, nella nota che l’autore inserisce alla fine del libro, che era abbastanza in uso questa pratica, assolutamente impensabile ai giorni nostri dove a 9 anni ci manca poco che non diano ancora la tetta ai bambini, ma questa è un’altra storia.

Andiamo avanti.

Insomma, Ninetto arriva a Milano e qui lavora (dall’addetto alle consegne, poi muratore fino ad approdare, e rimanere, 30 anni all’Alfa Romeo); nel frattempo, a 15 anni, conosce Maddalena e la sposa e con lei rimane tutta una vita.

La storia è raccontata in prima persona da Ninetto con passaggi tra passato e presente e nel presente troviamo Ninetto in carcere e poi nel difficile tentativo di reinserirsi nella vita di tutti i giorni. Si scopre solo alla fine il motivo che l’ha portato in carcere e un po’ te lo aspetti perché te lo fa capire da subito che tipo di soggetto è Ninetto.

Comunque, bello, ben scritto, bello.

Bella la storia, bella la struttura, bello tutto.

Se ti affidi a Ninetto sembra tutto facile, ti scordi in un minuto che stai leggendo di un bimbo di 9 anni per la durezza, la forza, la caparbietà. Forse lui fa un po’ il percorso inverso: diventa bambino da adulto. Cerca coccole e attenzioni quando la gente comincia a non averne più bisogno e così, il solitario Ninetto, comincia a parlare con gli sconosciuti, ad aver voglia dell’affetto di una famiglia e di una figlia e di una nipote.

Ninetto ti conquista piano piano, ti affascina, ti impaurisce, ti stupisce; Ninetto va letto perché con il suo modo semplice di raccontarti la sua vita ti cattura.

Bravi lui e bravi voi a leggerlo!

Wonder Anna 

Non so che dire: l’ho aspettato tanto ed è già finito!Che peccato, che brutta cosa, che disdetta.

Anna di Niccoló Ammaniti.

Sarà che io lo adoro, sarà che è suo uno dei miei libri preferiti, sarà che era tanto che non leggevo qualcosa così fuori dal comune ma Anna non l’ho letto, l’ho divorato e mi sono pure dovuta trattenere… ho anche dovuto rallentare.

Ma come fa?! Ma come gli vengono?!

Un virus, partito chissà poi perché dal Belgio, uccide tutti tranne i bambini.

Il mondo è deserto.

Il mondo, nella fattispecie, si ferma in Sicilia dove vive Anna che, insieme al fratello Astor, cerca di sopravvivere.

Nonostante non ci siano che bambini succede di tutto: la ricerca del cibo; le lotte con i cani e la loro amicizia incondizionata; la speranza di salvezza; il primo amore; la ribellione del fratello; seguire le regole del quaderno della mamma; lottare, sperare, sopravvive, vivere.

E come poterlo fare se non attraverso gli occhi di una preadolescente?!

Peccato che intorno a lei solo distruzione e morte.

Affascinante, intrigante, angosciante questi aggettivi mi vengono in mente per descriverlo perché ci sono così tante cose in questo libro che non va descritto va letto.

Anna è fantastica, non si ferma davanti a niente: nessun dolore, nessuna sofferenza, nessuna paura per una ragazzina di 13 anni che ne ha viste di ogni.

Ammaniti è sempre una garanzia: ambientazioni surreali; descrizioni splatter; idee geniali; ragazzi protagonisti; cani fedeli.

Ammaniti o lo si odia o lo si ama, non può lasciare indifferenti ed io lo amo.

Lo so, sono di parte, ma come si fa a non volergli bene?! Come?!

Uno che ti descrive una vita che “non ci appartiene, ci attraversa”; che dice che “l’amore è mancanza”, perché “sai cos’è solo quando te lo levano”; che rende una ragazzina di 13 anni un’eroina lo puoi solo amare e io lo amo.

Punto. Leggete.

Happyness

Oh, finalmente!

Finalmente ho letto La tentazione di essere felice, che volevo leggere da tanto tempo.

Finalmente mi sono liberata dai gialli che mi hanno accompagnato per tutta l’estate.

Finalmente un libro a dir poco interessante.

Non so perché mi incuriosisse: senz’altro il titolo.

Il concetto di felicità non è mai trattato abbastanza secondo me.

Questo libro è DE – LI – ZIO – SO! Forse una definizione un po’ banale ma così è, questo aggettivo rende l’idea.

Protagonista il napoletano Cesare Annunziata, 77 anni, vecchio e burbero.

Napoli accompagna le sue avventure che poi di fatto avventure non sono. Nel senso che succede tanto ma niente di importante: è il racconto della vita normale di un anziano qualunque, rimasto vedovo con due figli ed un nipote e che vive da solo.

A parte il travolgente incontro con la vicina di casa Emma, non succede molto, diciamo che si sistemano “cose di famiglia”: la figlia con cui litiga a oltranza; il figlio che si decide a confessare al padre una sessualità che non è un segreto per nessuno; lui che si decide a mostrare qualche emozione.

La cosa che più mi ha affascinato di questo libro è il punto di vista del protagonista. A parte che è divertente, tanto divertente ma poi in genere quando i protagonisti dei libri sono gli anziani si parla del loro passato, qui il passato c’è ma a tratti, è il presente che la fa da protagonista con la sua routine, con la sua apparente inutilità per un uomo che ormai ha vissuto più dei due terzi della propria vita.

Non ne sapevo niente del libro, a parte il titolo, e non posso non esserne soddisfatta.

La scrittura è semplice e immediata, senza troppi giri laddove i giri sarebbero fuori luogo data la linearità della storia da raccontare.

Fantastico, perché lo faccio anche io spesso (e chi legge il blog lo sa), l’elenco delle cose che piacciono a Cesare e su tutte “mi piace quando una donna ti dice ti amo con gli occhi” cosa c’è di più romantico?

Alla fine “i vecchi” come Cesare vanno ascoltati, seguiti, amati.

Non ve ne pentirete.

 

 

Fantapolis

Sono passata dalla quasi attuale è complicata politica russa alla fantapolitica del “Fattore M, lo strano caso del rapimento Vendola”.Che dire? Non é facile.

Io penso che sia complicato fare gli scrittori, trovare un’idea ed é per questo che, pur considerandolo il più bel mestiere del mondo, lo faccio fare ad altri.

Detto questo, quando leggi un libro con alla base un’idea tanto assurda da sembrare reale rimani piacevolmente colpito, direi.

Siamo in un anno X, non credo sia stato indicato o se c’é una data mi sono distratta;

Vendola sta per diventare primo ministro e, qualche giorno prima delle elezioni, in quella che non é più una Repubblica ma un Impero con la milizia dove vige il coprifuoco, viene rapito.

E i rapitori non sono neanche tanto teneri.

Indagini, proteste, coprifuochi, attuale primo ministro puttaniere, ex magistrato segnato dalla mafia, lesbiche, drogati, libri cartacei in museo, etc. etc. 

Insomma tanta roba, varia ed eventuale.

Certo seguire un filo non é proprio facilissimo ma la scrittura diretta aiuta.

Nel senso che già la storia é surreale se pure la scrittura lo fosse stata non se ne usciva. 

Invece no, lo scrittore non delude: delinea personaggi; descrive situazioni in maniera dettagliata; forse butta lí qualche personaggio di troppo che ad un certo punto pensi servirà alla storia e magari non serve.

Comunque io, che sono stata fan di Vendola, mentre leggevo pensavo che sarebbe stato bello averlo come primo ministro, salvo poi dover sopportare le sue supercazzole. 

La fantapolitica va bene; si legge che é una bellezza… ma forse trattasi di fantalibro, perché é proprio il libro il protagonista, il fattore M riguarda proprio lui, perché come recita l’undicesima regola di fisica quantistica o metafisica… oddio, liberatemi: Vendola rapito si é impossessato di me e sta partendo la supercazzola.

Compratevi il libro e liberatemi!