Lunga vita…

È appena finita una settimana difficile: vai su e giù per l’Italia, sei stanca, proprio ti si chiudono gli occhi, hai mal di testa, la nausea per la stanchezza. Ovviamente non hai voglia di fare niente: solo dormire. Quando ti arriva il primo messaggio “che facciamo stasera?” l’istinto sarebbe quello di dire “niente, IO VOGLIO DORMIRE!”; ma poi ti fermi, rifletti, pensi che la giornata è ancora lunga e che, soprattutto, hai in programma di andare in palestra e sai che le cose cambieranno.
E cambiano.
La palestra è quel luogo in cui fino a che non vai pensi di stare bene, ti piace passare quell’ora libera a riposarti sul divano ma quando la scopri non la puoi più lasciare!
Arrivi lì di corsa, distrutta, ne esci sudata ma con una carica che non hai neanche dopo 10 caffè.
Io poi odio le palestre tipo fabbrica, quelle con donne truccate per l’occasione e uomini ercolini. Vado da anni in una che ha come caratteristica principale la bravura degli insegnanti, cade un po’ a pezzi, ma in tutte le discipline trovi l’istruttore/ trice che ti cattura! Lo so perché, essendo una che si annoia facilmente, ogni paio di anni mi devo inventare una cosa e allora sono passata dallo step, all’acqua gym, al pilates per ricominciare il giro.
E ora ho trovato uno scricciolo di insegnante che ha una energia che pensi “ma dove la tiene?!”; e poi un gruppo che si unisce nel sudore e così passo quell’ora a non pensare ad altro che a coordinare i movimenti; a non pensare ad altro che a me; a ripetermi soltanto “lunga vita alla palestra!”.
Pensateci, provateci, non ve ne pentirete!
PS: Tanto per la cronaca, dopo mi si era fatto giorno, sono uscita ed ero pronta a fare nottata…e più o meno l’ho fatta!

Rubrichiamoci

Bene, bene, bene. Vorrei aggiornarvi sulla situazione di vadobenecosi@gmail.com, FUNZIONA!

Mi sono già arrivate diverse mail e vi faccio un riassunto per condividere i consigli dati.

La prima mail mi è arrivata da una fantastica sig.ra che mi chiedeva come doversi vestire ad una cena, abbastanza importante, a casa di amici . Tra un vestito a fiori con tacco; un pantalone con casacca marrone (che, però, le stava un po’ stretto) ed un caftano con disegni geometrici su pantaloni blu e scarpe basse, la mia scelta (e anche la sua!) è caduta sul caftano con pantaloni blu e ballerine. Vi spiego perchè il mio consiglio: il vestito e i tacchi troppo impegnativi, sebbene trattavasi di cena importante era sempre a casa, quindi meglio qualcosa di più informale; il pantalone marrone con casacca le stava strettino e avrebbe passato la serata a disagio; quindi ottima la casacca con pantalone. La foto è arrivata e, devo dire, stava benissimo  🙂 .

Mi hanno poi chiesto, in due separate mail, quali sono i must have dell’inverno, soprattutto per quanto riguarda i capispalla e qui vi dico:

1) qualcosa di rosa o meglio color cipria, tutti gli stilisti hanno fatto almeno un capo di questo colore, che devo dire sbatte in viso assai, ma da Twin set a Gucci non c’é vetrina senza un capo color cipria… magari un maglioncino da spezzare con qualcosa di nero o marrone si può fare;

2) le gonne sotto il ginocchio, un po’ svasate, magari a pieghe o gonna pantalone tra gli anni ’70 e 80;

3) maglioni di maglia grossa, che sembrano fatti a mano: meraviglioso il vestito maglioncione  color mélange di Stella, ma se ne trovano anche a prezzi più accessibili;

4) i pantaloni di lana alla “zompa fosso” un po’ larghi e corti;

5)  cappottini di lana anche a maglia. Molto carino quello di Max & co a righe orizzontali con zip, nero e grigio, che possono permettersi solo fisici tendenti all’anoressia; vanno molto anche i montoncini, o simil tali, per quanto mi riguarda solo ecologici; nonchè i  giacchetti di pelliccia, anche in questo caso, per quanto mi riguarda, solo eco.

Ancora, mi si chiedeva delle nuance degli smalti per l’autunno inverno e qui i colori saranno metallizzati, il rosso sempre imperante, il nero ed il blu; regge, però, il viola e, quindi, l’idea della mia amica “richiedente” di un fucsia orchidea non troppo brillante è stata da me accolta.

Ancora, jeans skinny con all star benissimo se hai gambe super magre (come chi mi ha fatto la richieta) altrimenti scadi nel ridicolo; ed infine, sciarpona di lana fatta a maglia con frange o senza frange: ma con frangissime anni ’70, of course!

Nessun maschietto all’attivo, ma ho fiducia.

Dai che ci rubrichiamo, coraggio!!!!

 

 

Bleah!

Allora, un po’ di tempo fa vi ho parlato del libro del mio amico scrittore che speriamo esca presto. Ora il protagonista (credo, non so bene perché con 50 pagine che vuoi capire!?) comunque lui, da piccolo, comincia a tenere un taccuino e in questo taccuino scrive tutte le cose che gli fanno schifo.

Ecco, io penso a lui tutte le volte che:

  1. vado nel bagno dell’ufficio a lavarmi i denti e trovo capelli nel lavabo, è una cosa che trovo disdicevole, mi fa orrore;
  2. sento l’odore di chi ha appena fumato;
  3. vedo quelli che bussano nel cocomero come se dovesse aprirgli qualcuno atteggiandosi a grandi esperti ortofrutticoli (più che schifo è fastidio!);
  4. odiano gli animali ma non sanno che sono molto più umani dei loro figli;
  5. si rifanno dal chirurgo plastico al punto tale che la bocca arriva agli occhi e gli zigomi sembrano dei gommoni;
  6. sento dell’arresto di quel porco dell’arcivescovo accusato di pedofilia. E poi scopro che rischia 6/7 anni di carcere. EHHHHH?! Solo! In questo caso, però, è più dello schifo è un misto di odio, ribrezzo e rabbia tutta insieme e crepa;
  7. vedo, anche in tv: topi, scarafaggi e farfalle notturne;
  8. vedo gente che giustifica il ragazzo che ha ucciso con un pugno il coetaneo pakistano perchè “mi ha sputato e ho reagito”…. EHHHH?! Uno ti sputa (per quanto schifo ti possa fare) e tu l’ammazzi?! E pure qua non basta parlare di schifo e non tanto per il ragazzo quanto per quelli che lo giustificano;
  9. vedo le unghie dei piedi rovinate e senza smalto con sandali, per le donne ovviamente;
  10. vedo quelli che si preoccupano più della reputazione che della propria coscienza.

Per ora mi fermo a 10 (come i comandamenti… sapete quanto sono religiosa!).

Per amor di verità vi devo dire che un paio di queste “schifate” non sono mie… solo per amor di verità, sta a voi trovare l’intruso, il quale mi ha poi specificato che tra i vari personaggi “schifosi” salva quello che ha lasciato un biglietto su una macchina con scritto “volevo fregarti l’autoradio, poi ho visto i cd di Gigi D’Alessio e mi hai fatto pena”.

🙂

 

 

Il capitale disumano

Apprendo ora che Il capitale Umano di Virzì è il candidato dell’Italia agli Oscar. Quando l’ho visto ho scritto questa recensione e, dato che l’anno scorso ho fatto la stessa cosa con La grande bellezza, ve la ripropongo. Chissà che non porti bene!
“Metti una domenica pomeriggio al cinema; metti che per arrivarci becchi l’uscita dallo stadio; metti che quando arrivi c’è il delirio di gente; metti che l’amico tuo trova l’ultimo biglietto disponibile; metti che fai 20 minuti di fila perché il cinema che hai scelto (Nuovo Sacher)non ha i posti numerati; metti che quando finalmente ti siedi pensi: dopo tutto ‘sto casino speriamo che ne valga la pena! Metti che alla fine ti alzi e pensi “dopo tutto ‘sto casino ho visto un bellissimo film!”.
Il capitale umano è questo: davvero un bel film, uno di quelli che ti alzi, esci dal cinema, mangi una pizza, torni a casa e ci ripensi.
Uno di quei film che non ti lasciano.
Virzì mi fa più o meno sempre questo effetto ma questo film ha qualcosa in più.
A parte il fastidio iniziale di sentir parlare (da romana) il dialetto “leghista” (perché non si può parlare di milanese, è qualcosa di più) il film è costruito benissimo.
Fondamentalmente un giallo. dal momento che da un episodio di cronaca si dipana una matassa che porterà a scoprire un colpevole, attraverso la narrazione dello stesso episodio con gli occhi di tre dei sette protagonisti.
Ambientazioni grigie; case lussuose; attori bravissimi:
Bentivoglio è una garanzia, bravo bravo bravo;
Valeria Bruni Tedeschi per me una rivelazione. Davvero brava nella parte della signora bene ignara degli affari del marito, della vita del figlio, un po’ svampita nella sua vuota vita ma che, alla fine, risulta fondamentale nella risoluzione della vicenda;
– brava e bella anche Serena, la figlia adolescente di Bentivoglio che si innamora, disinnamora, protegge, scopre… insomma vive situazioni decisamente più grandi di lei;
– bravo anche Gifuni nella parte del magnate senza scrupoli.
Insomma, bravi tutti (Golino compresa).
Io adoro i film in cui episodi uguali vengono narrati con occhi diversi; scoprire la verità guardandola da vari punti di vista, ma non è facile, bisogna saperlo fare, e Virzì ci è riuscito benissimo.
Al di là della storia resti, peró, basito dall’analisi cruda della nostra società anche se poi non manca un filo di speranza nel finale… ho scritto “speranza”?! Va bè, forse.”

in bocca al lupo, Paolo.

Dai un bacio a Giacomo

Io stavo leggendo un altro libro.
Poi domenica sono entrata in libreria e non ho resistito: ho dovuto comprare quello di Giorgio Fontana.
E questo non perché ha vinto il premio Campiello (perchè, sinceramente, tutti i libri che ho letto vincitori di premi mi hanno deluso: mi sembrano, soprattutto quelli letterari, più un riconoscimento alla carriera che un omaggio all’opera) ma perché ho pensato che per aver vinto il premio uno scrittore così giovane, il libro (Morte di un uomo felice)  dovesse essere davvero bello e lui davvero bravo.
E, signori e signore, così è: il libro è davvero bello e lui davvero bravo.
Leggi e capisci perché tu scrivi un blog e lui, nato nell’81, scrive un libro e ci vince pure un premio.
Lui è scrittore, tu no. Ed è giusto così.
Il libro è ambientato nel suo anno di nascita, con una dovizia di particolari nel descriverne il clima, che pensi l’abbia lui stesso vissuto.
La storia è quella di un magistrato qualunque, brava persona, che indaga su uno (ma potrei dire 10, 100, 1000) omicidi commessi dalle BR in uno dei periodi più bui della nostra Repubblica.
E fin qui niente di nuovo: io non ne ho letti, ma immagino ce ne saranno migliaia di libri sull’argomento.
Quello che affascina è il modo di scrivere; sono i pochi ma definiti personaggi; è il mondo di questo orfano di partigiano, di questo magistrato che crede nella giustizia e nelle persone e che, addirittura, vorrebbe conoscere le ragioni alla base di tanta rabbia, di tanta violenza (ti lascia senza fiato lo scambio di accuse con il brigatista); che sa mandare in galera un terrorista ma non può aiutare suo figlio Daniele, vessato dai coetanei.
E, parallela alla sua, si racconta la storia del padre (Ernesto) ucciso dai fascisti: e pure lì non respiri quando muore perché il suo unico pensiero è lasciare un biglietto con su scritto “dai un bacio a Giacomo”.
E vi chiederete: Giacomo chi è?! Ma Giacomo è il nostro protagonista, che custodisce gelosamente quel foglietto e ne fa il suo baluardo per la giustizia.
Insomma brividi e applausi. Tanti.
PS: lo scrittore spiega che il
libro è legato (“dittico ideale” dice lui) a Per legge superiore e, manco ve lo devo dire, sto andando in libreria.

Domenico detto Mimmo

Era un po’ che non andavo al cinema ed in una giornata afosa, come quella di domenica, l’aria condizionata della sala devo dire che è stata di sollievo.

Era un po’ che non andavo allo spettacolo delle 16.30, circa 20 anni, ma dovendoci abbinare un aperitivo era necessario. E, vi dirò, forse pure meglio perché il film mi ha messo una tale ansia che, se fossi andata di sera, non so se avrei preso sonno.

Era un po’ che non vedevo un film che mi incollava alla sedia senza guardare l’orologio.

Era da un po’ che non vi dicevo di aver visto un film che mi è piaciuto: Senza nessuna pietà a me è piaciuto. Davvero.

Ammetto che ci sono andata solo per la mastodontica presenza di Favino, che io adoro. Diciamo che con quella faccia buona, con quelle spalle possenti, con la sua voce cavernosa è il mio ideale di uomo. Bello, bello pure con 20kg di più, e bravo bravo, oserei dire bravissimo.

Il film è lui che nell’arco di poco meno di due ore proferirà si e no 50 parole.

Il film è lui; è la sua prorompente fisicità; sono i suoi occhi da bambino; la sua barba da orso; le sue mani da muratore; la sua indole gentile.

Per tutta la durata della pellicola ho provato una pena infinita per quest’uomo (Domenico detto Mimmo) e lo so che è un film, ma mentre lo guardi mica pensi che Mimmo in realtà non esiste, mica pensi che poi esci dal cinema ed è finito tutto.

E no, non ci pensi, e allora per me il film è riuscito.

E’ riuscito a catturarmi con la ragazza bellissima e volgare, buona e vittima delle circostanze; con la donna delle pulizia cubana, splendida e gentile, disponibile e forse innamorata; con il figlio del boss cattivo, meschino, brutale, maledetto; con l’amico serpente e mafiosetto; con il boss fifone e grande solo grazie alla disperazione degli altri; con una fotografia straordinaria; con una regia appassionata; con un’ambientazione sufficientemente squallida.

E’ riuscito ad attaccarmi alla sedia e non farmi pensare ad altro che a Mimmo e Tania e alla loro favola ed ad un auspicabile (solo per il mio inguaribile romanticismo) lieto fine che poi non so se arriva, cioè io lo so perché il film l’ho visto, voi no perché non l’avete visto e allora andate, guardate e poi me lo raccontate.

Stella?!

Scena: casa di amica, tanti bambini non miei, ovviamente.
Ad un certo punto ne arriva una, un po’ più grande delle altre (almeno di statura) che poi scopro avere 10 anni.
Vede la mia borsa abbandonata sulla sedia e mi chiede: “Stella?” (McCartney per i fortunati di voi che non lo sanno) e io: “si” e lei: “ma è falsa?” e io: “no” e lei: “ce l’ha anche mia mamma ma nera”. Poi si gira dalla mia amica e fa “ma é la baby sitter?” e lei “no, la mia migliore amica”.
Perché vi racconto questa storia?! Perché dal basso della mia non esperienza questa storia rappresenta tutto ciò che una bambina di 10 anni non dovrebbe essere e tutto quello che la mamma di una bambina di 10 anni ha sbagliato nell’educazione della figlia.
Ma vi rendete conto dico io?! Vogliamo analizzare il fallimento? Procedo:
1) a 10 anni non dovresti sapere cos’è una borsa di Stella McCartney, dovresti ancora pensare alle Barbie;
2) quand’anche tu lo sappia non dovresti avere la percezione di quanto costa;
3) quand’anche tu sappia quanto costa non dovresti neanche lontanamente farti venire il pensiero che sia falsa, perché questo implica un classismo che manco Hitler;
4) quand’anche tu sappia della borsa, del prezzo, non dovresti mai e poi mai (a 10 anni) pensare che una baby sitter non potrebbe (o dovrebbe, chissà che le è passato per la mente) permettersela!
E veniamo alla mamma: tu, mamma, che hai permesso che tua figlia realizzasse i punti da 1 a 4, bè dal mio punto di vista hai fallito su tutta la linea. Una bambina che a 10 anni si permette di classificare una persona dalla borsa sarà una persona quantomeno ignorante; una di quelle che alimentano la visione di superficialità delle donne e che costringe quelle intelligenti a fare il doppio della fatica per emergere nella vita e sul posto di lavoro; una di quelle che gli uomini tratteranno per quello che sono: il nulla cosmico.
Vergognati per te e per tua figlia e prova a rivedere te stessa per, magari, aiutare quella stronzetta che stai crescendo.
Roba da pazzi.
PS: stronzetta, di’ alla tua mamma che la Falabella nera è brutta e che, se proprio ci doveva spendere tutti quei soldi, lo poteva fare per qualcosa di più originale. Anzi, dille di scrivere a vadobenecosi@gmail.com che le do due consigli.

To be continued

Io non mi devo infilare nelle trilogie perchè se mi ci infilo non riesco più a uscirne fino a che l’ultima pagina del terzo libro non è finita ed ora sto all’ultima pagina del secondo che, peraltro, ti lascia a bocca aperta! Già quando mancano 100 pagine nel secondo mi viene l’ansia da acquisto del terzo. Lo so, non sto bene ma tant’è!
Dell’Amica geniale ho già detto, ora parlo del secondo libro della trilogia, Storia del nuovo cognome, di Elena Ferrante, che mi dicono scrivere sotto pseudonimo per cui non si sa bene chi sia. Poi approfondisco ma ora ho l’urgenza di dirvi che chiunque essa sia: sa scrivere ed in maniera impressionante.
Entrambi i libri sono un po’ faticosi all’inizio. Per le prime 100 pagine non dico che ci si annoi ma quasi, ci sono un po’ di lungaggini, di episodi che sembrano inutili poi però in 50 pagine succede di tutto e resti a bocca aperta e cominci a divorare il romanzo ad andare avanti perché devi sapere come procede la vita di Lina e Lenù, dove andrà a parare! Perché una pensa: va bè, ma la vita di due ragazze di un rione napoletano del dopoguerra che avventure potrà mai nascondere?! Che storie potranno mai essere?! E invece, quando meno te lo aspetti, eccola lì che arriva la sorpresa!
La dinamica è sempre la stessa: una che vive all’ombra dell’altra e ne racconta le vicissitudini che si incastrano con la sua vita che, peraltro, è molto più interessante!
Nel secondo libro si racconta l’adolescenza: andiamo dai 16 ai 23 anni ma già queste due (soprattutto una) hanno fatto tutto quello che si puó fare in una vita normale e, soprattutto, attuale non degli anni ’60!Un tourbillon di eventi: matrimonio, figli, amanti, partenze, ritorni, studi, lauree, libri, fabbriche, pazzie, povertà, ricchezza, comunismo e bla bla.
Ieri pensavo: devi andare a Milano, ti mancano 50 pagine, non è che puoi portarti due libri, infatti le ultime 50 pagine sono volate con exploit finale che mi spinge a smettere di raccontarvi perché devo cominciare il terzo. Saluti.

Vado bene così?!

Non so a voi ma a me sempre più spesso arrivano dei messaggi su whatsapp del seguente tenore “aiuto, devo andare ad una festa e non so cosa mettere” oppure mandano foto e poi “vado bene così?” o ancora “per un matrimonio meglio questo o quest’altro vestito?!”.

Lo faccio anche io, lo facciamo tutte.

E a me, come potete immaginare, piace moltissimo dare questo tipo di consigli e ne sono sempre lusingata.

L’altra sera, per esempio, una delle mie migliori amiche (che è?! A me una non basta, ne ho diverse e allora?!), insomma, una di loro mi ha scritto: “aiuto, per quella data festa avevo deciso i jeans e ora mi stanno dicendo che non vanno bene”. Allora, intanto la prima domanda da porsi è: “stanno dicendo chi?!” perché se te lo dice tua nonna o tua zia che pare tua nonna o la tua amica che sembra la zia di tua nonna, lo “stanno dicendo” non vale ora e non varrà mai. Per una festa, a meno che non sia al teatro dell’Opera a meno che non sia una festa di matrimonio (e pure qui con i dovuti distinguo!), i jeans vanno più o meno sempre bene. Ovviamente con tacco; ovviamente con qualcosa di molto appariscente sopra o sotto: vanno sempre bene! E infatti: non li ha messi, salvo poi dirmi il giorno dopo “la più fica della festa stava in jeans e non ero io!”.

Lo vedi?! Allora, io sono anche disposta a consigliare ma se poi non mi si sta a sentire è “un cavolo e tutt’uno” come si dice a Roma, no?!

E dunque, amiche  e amici (perchè non è che i consigli si danno solo alle donne, gli uomini ne hanno anche più bisogno a volte!), che avete una qualsiasi cosa da fare: sia essa una riunione importante in ufficio, sia esso un incontro galante, sia essa una cerimonia, sia essa una cena con la suocera: scrivetemi a vadobenecosi@gmail.com, riceverete immediata risposta e, se sarete tantissimi, apriremo rubrica “vado bene così?!”.

Sia chiaro che non ho la pretesa di dettare moda a nessuno, trattasi di “consiglio assolutamente personale per dubbi assolutamente impersonali”.

I’m waiting for you.

Vatti a fidare

L’altro giorno un mio collega, che segue il blog, mi ha chiesto se utilizzassi qualche metodo di lettura veloce data la grande quantità di recensioni di libri che ho pubblicato. In verità no e devo ammettere che i libri non sono stati letti tutti nell’ultima settimana (sarei un genio!) piuttosto dall’inizio dell’anno. Alcune recensioni, infatti, sono quelle che avevo pubblicato sul vecchio blog e che mi piace riproporre.

Devo dire, però, che la mia ultima capatina in libreria è stata fortunata perché ho finalmente comprato un libro di Carofiglio. Ora io non so perché non l’ho fatto prima. Cioè, tutti che mi dicevano “leggilo” e io niente. Cretina io. Comunque, mi sono approcciata a lui con questo “libretto”, nel senso di lunghezza, che ho finito in due sere, Una mutevole verità. E che mi ha folgorata.

Il maresciallo Fenoglio ma chi è?! Un personaggio da portarsi a casa, uno di cui diventare amica, un duro dal cuore tenero ma non come lo sborone di turno, lui è proprio duro per copione e tenero di indole. Marito carino, carabiniere attento.

Omicidio e indagine. Un’indagine così semplice da non poter non destare sospetti al Maresciallo che non si fida perché, quando segui un’indagine, devi stare attento a tutto quello che si vede, e che non si vede, ma forse soprattutto a quello che non si vede; che si sente e che non si sente, ma forse soprattutto a quello che non si sente; che si dice e che non si dice, ma forse soprattutto a quello che non si dice.

E quindi: Bari. Fine anni ’80. Trovano uno morto in casa. Trovano una vicina attenta. Scoprono l’assassino. In 40 pagine, in 4 ore di indagine. Non è possibile. Allora bisogna approfondire e “stare attenti a tutto”: a chi c’è a chi non c’è; a cosa c’è, a cosa non c’è; a quello che si è detto ed al non detto; agli odori, ai profumi; a quello che ti dice la “bella” alla quale si è più propensi a credere proprio perché così.

Guardate, il giallo in sé è banale, grossolano, appena compare l’assassino lo individui. Facile, troppo facile ma non è tanto quello che colpisce. Colpisce la scrittura, l’intreccio, l’indagine, i personaggi.

Fortarello anzichè no Carofiglio, potrei diventarne fan. Ora mi dedico a leggere altro ma ci tornerò… ah se ci tornerò.